di Alberto Negri

Siamo rassegnati a non contare nulla: il vuoto elettorale e le guerre in Medio Oriente

Fonte: Alberto Negri

Comprendere il groviglio di interessi delle potenze in conflitto Medio Oriente e lungo l’arco della crisi che arriva fino all’Asia è un’impresa perché gli stati e gli attori coinvolti sono avviluppati in alleanze contradditorie: la stessa fondamentale relazione amico-nemico è diventata mutevole e in certi casi quasi indistinguibile. Sembrano cose lontane ma se seguiamo il filo rosso degli eventi vediamo come queste vicende ci coinvolgano direttamente, anche qui in Italia, dove ci si accoltella, in senso vero o figurato, per vicende elettorali prive di qualunque interesse tattico e strategico. Come se fossimo rassegnati a non contare nulla e invece portiamo anche noi pesanti responsabilità.

La lotta al terrorismo, sbandierata per anni, si rivela, ogni giorno di più, una tragica presa in giro. Arabia Saudita, Turchia e Cina, in questi giorni stanno tentando di fermare l’iniziativa americana di mettere il Pakistan sulla lista dei Paesi finanziatori del terrorismo dopo che Washington ha congelato gli aiuti Usa a Islamabad. I pakistani stanno inviando nel Golfo un migliaio di soldati per appoggiare i sauditi nell’interminabile guerra in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi, la Cina ha un contingente in Pakistan di 12mila uomini a protezione dei suoi porti mentre la Turchia è storicamente legata a Islamabad da rapporti economici e militari.

Ma oltre a questi evidenti interessi c’è ben altro. L’Arabia Saudita ha finanziato per anni i gruppi jihadisti in funzione anti-iraniana, è coinvolta più o meno direttamente nell’11 settembre, mentre la Turchia di Erdogan manovra migliaia di jihadisti nella guerra anti-Assad. Il Pakistan è stato per un decennio insieme ai sauditi l’alleato chiave degli Usa nella guerra contro l’Urss in Afghanistan ma è anche il Paese che ha ospitato la latitanza di Osama bin Laden e sostiene i gruppi talebani e jihadisti in Afghanistan contro la coalizione a guida americana.

Se poi dovessimo analizzare i comportamenti di queste e altre potenze sul quadrante siriano le cose si complicano ulteriormente. Ankara si serve di jihadisti riciclati contro i curdi siriani sostenuti adesso da Assad ma anche alleati degli americani nella lotta al Califfato. La Turchia, Paese Nato, su quel fronte Nord siriano è contro gli Usa che qui sono oggettivamente alleati dalle milizie filo-Assad intervenute a sostegno dei curdi siriani. Ma eliminare Assad forse resta ancora il principale obiettivo occidentale, della Turchia e dello schieramento sunnita anti-iraniano. Mentre Israele, legato strettamente agli americani appoggia i gruppi jihadisti nel Golan per combattere il regime di Damasco, l’Iran e gli Hezbollah. L’Isis è morto ma c’è chi vorrebbe resuscitarlo. La Russia sostiene Assad ma allo stesso tempo non vuole alienarsi Erdogan e tratta con Israele lo spettro dei raid contro le basi di Damasco, degli iraniani e degli Hezbollah, i maggiori alleati di Mosca in questa guerra.

In questo conflitto del Medio Oriente allargato ci sono obiettivi minimi e altri maggiori. L’obiettivo minimo degli Usa è determinare il futuro della Siria, quello di Erdogan contenere i curdi, quello di Israele interrompere i rifornimenti iraniani a Hezbollah in Libano. L’obiettivo maggiore di questi tre attori è eliminare Assad per colpire l’Iran _ la vera origine di questa guerra che è cambiata con l’ingresso i campo della Russia _ ma come al solito, secondo quanto è già accaduto in Iraq nel 2003 in Libia e nel 2011, non sanno chi mettere al suo posto. Non hanno leve all’interno del regime e i gruppi che manovrano sono inaffidabili.

L’obiettivo della Russia è mantenere Assad in sella per poi trovare, probabilmente dentro alle forze armate, una successione. Anche l’Iran potrebbe pensare di sostituire Assad nel medio periodo però garantendosi un’influenza decisiva nel Paese. Gli Usa restano in Siria perché puntano a sfruttare un’eventuale divergenza di obiettivi tra Russia e Iran.

L’unica via di uscita praticabile al momento è mantenere un condominio militare in Siria delle varie potenze che difendano i loro interessi minimi: chi si spinge oltre, come vorrebbe fare il pericolante premier israeliano Netanyahu o l’ineffabile Erdogan, scatena un conflitto maggiore. Loro come agli Usa e le monarchie del Golfo portano il peso del calcolo sbagliato del 2011 quando pensavano che in pochi mesi Assad sarebbe caduto: il 6 luglio di quell’anno l’ambasciatore americano in Siria Ford andò persino a passeggiare in mezzo ai ribelli armati di Hama ripreso dalle telecamere della Cnn. Doveva essere il segnale della fine di Assad e fu l’ennesima dimostrazione che gli americani non avevano imparato nulla neppure dagli errori appena commessi in Iraq.

In realtà c’è anche di peggio, i sauditi finanziavano le ambizioni presidenziali di Hillary Clinton, come del resto i cinesi, e l’allora segretario di Stato pensava di servire sul piatto di Riad la testa del maggiore alleato dell’Iran con una guerra per procura in cui tutti avrebbero usato i jihadisti.

Lo stesso schema impiegato in Afghanistan dove il ruolo di retrovia della guerriglia anti-sovietica del Pakistan in questo caso veniva assunto dalla Turchia. In poche parole questi strateghi da strapazzo avevano creato un Afghanistan alle porte dell’Europa con le conseguenze che abbiamo visto con il terrorismo in casa nostra.

Del resto qui nel continente c’è poco da versare lacrime di coccodrillo. Gli europei non sono meglio degli americani. Gran Bretagna e Francia erano d’accordo per distruggere il regime alauita siriano nemico con Teheran di quelle monarchie del Golfo _ dall’Arabia Saudita, al Qatar agli Emirati _ alle quali tutti vendono armi e che sono tra i maggiori investitori anche da noi in Italia.

Blair, Cameron, Sarkozy e Hollande sono i complici di questa torbida vicenda mascherata come una guerra alle dittature. Come se gli impresentabili sceicchi del Golfo fossero dei paladini dei diritti umani: adesso stanno rifacendo il trucco a queste monarchie assolute dominate da qualche centinaio di prìncipi perché appunto bisogna continuare a vendere loro armi e attirare i capitali che possano salvare le società europee in crisi.

Ma dove sono finiti i sindacati europei e la sinistra? A tavola con gli sceicchi per salvaguardare dei sacrosanti posti di lavoro. Basta che nessuno alzi il dito a fare la morale.

Ci si chiede adesso come fermare Erdogan in Siria. Ma l’aspirante Califfo ricatta gli europei e la Germania con 2,5 milioni di profughi che si tiene in casa come una “bomba umana” pronta all’uso e noi proseguiamo imperterriti a vendergli elicotteri Agusta e missili franco-italiani Eurosam. Per tutta risposta Ankara blocca a Cipro la navigazione alla Saipem ben sapendo che gli europei hanno tali affari in Turchia che non possono strangolare un Paese con aziende indebitate al 70% con le banche europee. Dobbiamo tenerlo in piedi, sempre per salvaguardare posti di lavoro, commesse e utili, almeno fino a quando sarà in grado di pagare.

Americani e israeliani, accompagnati dalle monarchie del Golfo, insistono a dire che il problema è l’Iran. Perché un colpevole bisogna pur trovarlo per giustificare le proprie enormi debolezze e i marchiani errori che hanno favorito l’espansione dell’influenza iraniana.

Per sciogliere queste contraddizioni più che un manuale di geopolitica serve soprattutto il lettino dello piscoanalista. E’ il momento per le grandi potenze e gli attori regionali sull’orlo di un conflitto inestricabile di seguire il consiglio di Jung: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”.