di Fulvio Scaglione

Gli hacker russi? In realtà sono occidentali

Fonte: Fulvio Scaglione

Sbaglio io o sta saltando fuori che i famosi e onnipotenti hacker russi, quelli che avevano convinto gli americani a eleggere Donald Trump e gli inglesi a mandare a quel Paese l’Unione Europea, erano in realtà un tipo occhialuto nato a Londra nel 1975, laureato in Storia dell’Arte, cresciuto negli ambienti della pubblicità, approdato alla Strategic Communications Laboratories (azienda specializzata in analisi comportamentale e comunicazione) e da lì diventato direttore dell’affiliata Cambridge Analytica, che di nome fa Alexander (James Ashburner) Nix? Un tizio che di Russia non sa nulla e che, anzi, è diventato importante alla Strategic ecc. ecc. che lavora, tra l’altro per il Governo e per la Difesa del Regno Unito, che tanto amici della Russia non sono?

E sbaglio sempre io o forse l’altro hacker del Cremlino era il mitico Mark Zuckerberg, papà di Facebook, che sapeva o magari non sapeva a che cosa servivano quelle decine di milioni di profili che Cambridge ecc. ecc. scaricava dal più famoso e frequentato dei social network e impiegava per far vincere i suoi clienti? E adesso si sente fare la stessa domanda dal Congresso Usa, dal Parlamento inglese, dal Parlamento europeo e dal lavandaio cinese che mi stira le camicie: sapevi o non sapevi? Questo Putin… le studia tutte!

Che il Russiagate fosse una bufala si era capito da tempo. Ma che fosse una bufala così, be’, era difficile immaginarlo. E il bello della faccenda è che per molti mesi, a elezione appena celebrata, un sacco di teste fini ci ha spiegato che i guru della tecnologia, i maestri del mondo nuovo, gli alfieri della modernità mai avrebbero sopportato un simile obbrobrio retrogrado di Presidente. “La Silicon Valley contro Trump”: usate Internet, appunto, e guardate quante volte questo titolo è stato pubblicato. E adesso salta fuori che, al contrario, sono stati proprio i guru del clic, e le loro tecniche da globalizzatori con il futuro in mano, a mandarlo alla Casa Bianca.

In realtà ci sarebbe poco di cui stupirsi. Già Barack Obama aveva sfruttato con astuzia il mondo internettiano e la profilazione degli utenti per diventare Presidente nel 1994. Il suo approccio a Big Data (l’insieme delle tecniche per raccogliere e analizzare grandi quantità di dati) era stato, per l’epoca, molto avanzato e aveva inaugurato l’applicazione professionale alla lotta politica di quei sistemi. Tanto da essere poi studiato in ambito accademico, per esempio dalla Technology Review del Massachussets Institute of Technology, il celebre Mit, una delle più prestigiose università del mondo. Sasha Issenberg, che per la rivista aveva studiato la campagna di Obama, esaltava nella sua analisi la capacità di “individuare e radunare i singoli elettori”.

Qualche anno dopo quella tecnica ha cambiato nome: ora si chiama microtargeting ed è la strategia di marketing che serve a identificare piccoli gruppi di “consumatori” o addirittura singoli “consumatori” e poi a influenzare le loro scelte. La specialità, appunto, di quell’hacker russo di Alexander Nix.

Ho messo “consumatori” tra virgolette e non per caso. Perché il microtargeting, a dispetto dello sdegno collettivo ora esibito per il caso Trump-Facebook-Cambridge Analytica, viene praticato ogni giorno in ogni settore merceologico ai danni o alle spalle di chiunque usi Internet. Un esempio per capirci. Qualche tempo fa ho esplorato su Amazon la possibilità di acquistare una macchina fotografica, gironzolando tra i modelli e le proposte di prezzo. Per settimane, in seguito, ho trovato pubblicità di macchine fotografiche, e in particolare di quelle della mia marca preferita, sulla mia pagina Facebook, nelle colonne dei giornali che leggo online, in mail pubblicitarie, negli annunci di Google e in Twitter. Non ditemi che non è capitato anche a voi.

Ora la domanda è: perché devo considerare lecito (e non solo: anche moderno, innovativo, brillante, figo) usare i dati personali degli utenti di Internet per far loro comprare, giorno dopo giorno, un prodotto piuttosto che un altro e, in generale, influire così tanto sulle sue preferenze da cambiare il suo stile di vita; e devo invece considerare illecito (e non solo: anche illiberale, anti-democratico, reazionario, pericoloso) usare gli stessi dati per fargli comprare un candidato politico invece che un altro, sia egli Obama o Trump? Non è un po’ ipocrita? Anzi, peggio: ingenuo?

Per cui adesso facciamo pure il mazzo a Nix, se serve a farci stare tranquilli, e magari un poco anche a Zuckerberg che comunque se la caverà. Ma la sostanza non cambierà. Come ci hanno spiegato Edward Snowden e Julian Assange, non a caso uno esule a Mosca e l’altro confinato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, la nostra privacy è andata, finita, kaputt. Siamo dati, bit, clic. In vendita al miglior offerente.