Segnalazione di Redazione BastaBugie

Inoltre in campo religioso Xi Jinping promuove l’ideatore della campagna che ha portato alla rimozione di 1.500 croci e la demolizione di tante chiese cristiane
da Laogai Research Foundation

(LETTURA AUTOMATICA)

La bilancia commerciale cinese è abbondantemente in attivo con tutti i principali paesi industrializzati. Praticamente tutti si ritrovano ad importare dalla Cina molto di più di quello che riescono ad esportare.
Questo processo consente alla Cina di ottenere una crescita costante del PIL (circa del 7% anno), quindi centrare l’obiettivo fissato da Pechino. In sostanza ogni anno, un fiume di denaro si sposta da occidente verso la Cina. Con questi soldi Pechino sta acquistando aziende, tecnologia e “know how” da tutto il mondo, si sta trasformando in una formidabile potenza economica e militare in grado di influenzare gli equilibri mondiali e di ridefinirne regole e principi.
Nel 2017 il surplus commerciale complessivo della Cina è stato di $ 422,5 miliardi.
Il surplus della Cina verso gli Stati Uniti nel 2017 è stato pari a $ 275,81 miliardi (finanza.com).
Il surplus della Cina verso l’Europa nel 2017 è stato pari a € 175 miliardi (ilgiornale.it).
Il surplus della Cina verso l’Italia nel 2016 è stato pari a € 16,18 miliardi (infomercatiesteri.com).
Questi incredibili numeri spiegano le ragioni della potenza cinese e delle difficoltà, spesso disastrose, da parte occidentale. Ma visto che i cinesi non si sono dimostrati leader in nessun settore legato ad innovazione, scienza o tecnologia, allora cerchiamo di capire quali sono state le cause che hanno portato a questa nuova realtà.
TUTTO È COMINCIATO NEGLI ANNI ’80
Alla fine degli anni Ottanta è iniziato un processo di delocalizzazione industriale dall’America e dall’Europa verso la Cina. Questo fenomeno, purtroppo, ha portato con se’ anche il trasferimento di esperienza e tecnologia. La Cina ha utilizzato astutamente l’esca di sussidi ed agevolazioni per attivare e consolidare questa dinamica. Naturalmente la manodopera a bassissimo costo e norme ambientali inesistenti hanno fatto da coronamento alla strategia di Deng Xiaoping.
Il secondo evento fondamentale è stata l’adesione della Cina al World Trade Organization (WTO) nel 2001. Per la Cina si sono aperte le porte dei mercati internazionali ed ha potuto attrarre investimenti in modo massiccio. Si è determinato anche un continuo trasferimento di tecnologia, sia mediante gli accordi avvenuti nelle joint venture con le aziende cinesi, sia “volontariamente”, cosa che permette alle aziende straniere di assicurarsi una posizione privilegiata nel mercato cinese. Tutto questo spiega perché, nella smania di massimizzare gli utili a breve termine e di aumentare il valore del titolo, molte grandi compagnie statunitensi (ed europee), hanno esternalizzato i processi e trasferito conoscenza e tecnologia in Cina, dando un contributo decisivo al rafforzamento economico e industriale del gigante asiatico (Come la Cina sta conquistando l’Occidente – Pablo Cardenal, Heriberto Araujo – Feltrinelli).
E intanto il deficit commerciale si è andato sempre più squilibrandosi. Ed il flusso della ricchezza continua a scorrere verso Pechino. Declino ed impoverimento sono la realtà, almeno per le piccole e medie imprese e per la classe media Occidentale.

IL PROCESSO DELLA GLOBALIZZAZIONE
Altro elemento da tenere in considerazione sono le regole su cui è basato il processo della globalizzazione. Regole stabilite nel 1999 a Seattle, all’esordio del WTO. Quelli furono giorno di duri scontri e proteste anche per l’assenza di riferimenti alIe tutele ambientali ed ai diritti sociali, offrendo alla Cina vantaggi competitivi incontrastabili. Abbiamo permesso di invaderci con prodotti scadenti, semplicemente sfruttando la leva del prezzo. Abbiamo quindi condannato le nostre imprese, che invece devono giustamente attenersi al rispetto dei diritti dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente come bene pubblico.
La cura per risolvere questa distorsione è che vengano riscritte (rapidamente), regole per ottenere mercati aperti e su basi eque.
E’ la Cina la patria del protezionismo da decenni. Su molti prodotti occidentali applica superdazi che sono il quintuplo di quelli americani. Costringe le aziende straniere ad investire sul suo territorio imponendo dei soci locali che rubano segreti industriali e tecnologici. Questa è la globalizzazione che piace a Xi Jinpimg. Sono regole asimmetriche. Queste regole sono superate e danneggiano tutto l’Occidente (Federico Rampini Azione 5.2.2019).

UNA GRANDE OPPORTUNITÀ SPRECATA
Eppure la globalizzazione è stata una grande opportunità per diffondere benessere e sviluppo ma è stata sprecata. Sprecata perché la Cina continua ad essere, anacronisticamente, un paese governato da un regime comunista totalitario, condannato a sopravvivere adattandosi ai cambiamenti. Il regime riesce a conservare la sua legittimità solo se riesce ad assicurare un costante miglioramento del livello di vita della popolazione.
Questo è il motivo per cui la Cina adotta queste pratiche scorrette per massimizzare i vantaggi a qualsiasi costo. Il flusso di denaro garantito dagli squilibri della bilancia commerciale va difeso ad ogni costo perché altrimenti “il castello collasserebbe rovinosamente su sé stesso”. Anche i valori supremi del passato sono stati sostituiti da un unico grande valore: il denaro. Il denaro è il collante che consente alla popolazione di accettare: repressione, autoritarismo, negazione dei diritti umani, assenza dello stato di diritto.
L’arricchimento senza scrupoli è pratica diffusa. La corruzione (con le famose “buste rosse”), pervade la politica, l’economia e la società in generale. E’ molto difficile fare business in Cina senza doversi confrontare con questa realtà.
Tuttavia anche se la popolazione, dopo il drammatico epilogo della protesta di piazza Tienanmen nel 1989, si dimostra rassegnata al fatto che nulla potrà mai cambiare, il sistema economico e finanziario cinese nasconde alcune fragilità molto importanti: sistema bancario malato e altissimo debito pubblico 300% del Pil (2.1.2018 Azione – Federico Rampini).
Prima o poi qualche cosa accadrà. Introdurre regole per ridurre il surplus commerciale della Cina farebbe del bene alle economie Occidentali e darebbe di qualche problema in più a Xi Jinping.

Nota di BastaBugie: Leone Grotti nell’articolo sottostante dal titolo “Cina: promosso l’ideatore della campagna per l’abbattimento delle croci cristiane” racconta che Xi Jinping promuove Xia Baolong dopo “l’ottimo” lavoro che ha portato alla rimozione di oltre 1.500 croci nella provincia e alla demolizione di diverse chiese.
Ecco dunque l’articolo completo pubblicato su Tempi il 23 marzo 2018:
Come se non fossero abbastanza allarmanti le modifiche apportate dal partito comunista alla Costituzione in Cina, che permetteranno al presidente Xi Jinping di mantenere legalmente il potere supremo su 1,4 miliardi di persone a vita, negli ultimi giorni sono arrivate altre tre cattive notizie per i cristiani in Cina.
La prima è la promozione di Xia Baolong a vicepresidente e segretario generale della Conferenza politica consultiva cinese (Cpcc). Xia non è un funzionario qualunque, ma è stato dal 2012 al 2017 segretario del partito del Zhejiang. Più precisamente, è lui che nel 2013 ha lanciato l’inedita campagna di abbattimento di croci e chiese che ha portato alla rimozione di oltre 1.500 croci nella provincia e alla demolizione di diverse chiese. La campagna, terminata apparentemente nel 2016 (ora va avanti in altre province, anche se a un ritmo minore), è stata commentata così da un’anziana cattolica della provincia colpita: «Vogliono cancellare ogni traccia del cristianesimo. Durante la Rivoluzione Culturale bruciavano le Bibbie, ma neanche allora rimuovevano le croci dalle chiese».
Si dice che Xia abbia dato il via alla campagna delle «Tre rettifiche e una demolizione» per ragioni estetiche: erano «troppo vistose» e dominavano il panorama di importanti città come Wenzhou, definita un tempo la Gerusalemme d’Oriente. Altri sostengono invece che sia rimasto spaventato dalla crescita del cristianesimo nella provincia e abbia voluto limitarlo, a partire dai suoi simboli esteriori. Xia Baolong è anche un grande alleato di Xi Jinping, che evidentemente ha voluto “premiarlo” per l’ottimo lavoro svolto. «Questa promozione dimostra che non c’è nessuna differenza tra governi locali e nazionale quando si tratta di sopprimere le religioni», commenta Sang Pu, noto critico del regime residente a Hong Kong.
La seconda cattiva notizia è il passaggio dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi (Sara) sotto il diretto governo del partito comunista. Fino ad oggi sottostava invece al Consiglio di Stato. Secondo quanto riportato da AsiaNews, nella sostanza non dovrebbe cambiare molto, anche se Ying Fuk-tsang, direttore della Divinity School presso la Chinese University di Hong Kong, è preoccupato: «Se la religione viene sottoposta a un compito specializzato del Partito, c’è una differenza importante perché riflette l’espansione senza limiti del potere del Partito, che viene a interferire in modo diretto con i diritti elementari dei cittadini. È una regressione negativa. Mi chiedo se il Vaticano conosca questi fatti».
La terza notizia negativa riguarda proprio un importante esponente della Santa Sede. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, durante un convegno internazionale su “Cristianesimo in Cina. Impatto, interazione ed inculturazione”, ha recentemente «accostato il termine “sinicizzazione” alla dinamica dell’inculturazione, il processo con cui l’annuncio del Vangelo incontra e abbraccia le culture dei popoli e delle nazioni», come riportato da Vatican Insider.
Il concetto di sinicizzazione è stato introdotto con forza da Xi Jinping nel 2016 quando, durante il più importante incontro sulle religioni da 15 anni a questa parte, ha dichiarato che le comunità religiose devono «mescolare le dottrine con la cultura cinese, obbedendo alle leggi cinesi e votandosi completamente alla riforma della Cina e alla modernizzazione socialista per contribuire alla realizzazione del sogno cinese». In una parola, bisogna «sinicizzare le religioni», farle «aderire alla leadership del Partito, perché si rafforzi la posizione attuale del Partito».
In tanti all’interno della Chiesa cattolica hanno voluto benevolmente leggere in queste parole un invito a una maggiore compenetrazione tra cultura cristiana e cinese. Ma che cosa intendeva davvero il presidente “eterno” Xi, lo ha spiegato bene a Tempi l’arcivescovo cinese Savio Hon: «Alcuni hanno interpretato le parole del presidente come un appello al reciproco arricchimento tra Vangelo e cultura cinese. Ma sono stati gli stessi ufficiali del partito a spiegare ai fedeli che non è così: “sinicizzazione della religione” significa che i cattolici devono sottomettersi al partito. La formazione dei preti e delle suore, la teologia, perfino la liturgia e le leggi ecclesiastiche devono seguire l’ideologia comunista atea».
Che monsignor Gallagher, alle porte della presunta e imminente firma di un importante quanto controverso accordo tra Vaticano e Cina, accomuni sinicizzazione e inculturazione è forse la peggiore notizia della settimana per i cristiani cinesi.

Titolo originale: Cina: la vincitrice della globalizzazione
Fonte: Laogai Research Foundation, 18 marzo 2018