di Nicola Di Cesare

FMI e Italia

Fonte: Appello al Popolo

In base al pensiero dei manovratori del Fondo Monetario Internazionale, mai interpellato da nessuno (e che nulla ha a che fare con l’Italia se non per il fatto che il nostro paese lo finanzia per il 3,21 % delle sue quote), al fine di risollevare la crescita del proprio PIL, l’Italia dovrebbe eliminare la quattordicesima da tutti i contratti di lavoro, eliminare la tredicesima delle pensioni, eliminare de facto le pensioni di reversibilità e innalzare l’aliquota al 27% per i lavoratori autonomi, reintrodurre l’IMU sulla prima casa. La prima domanda che un lettore mediamente dotato di intelletto dovrebbe porsi è: ma chi sono costoro e perché vorrebbero affamare milioni di italiani? Che ci guadagnano? Prima di addentrarci nel merito di tali affermazioni e formulare delle risposte alle suddette domande, cerchiamo di capire innanzitutto a cosa serve e chi sta al comando del FMI. In base all’articolo 1 dello Statuto (accordo istitutivo tra stati) il FMI è stato creato per:  promuovere la cooperazione monetaria internazionale; facilitare l’espansione e del commercio internazionale; promuovere la stabilità monetaria delle valute e la costanza dei rapporti di cambio evitando svalutazioni competitive; fornire prestiti, dietro adeguate garanzie (ingerenze politiche e istituzionali), attraverso le risorse generali del fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti; ridurre il grado di squilibrio delle bilance dei pagamenti degli Stati membri evitando che questi ultimi ricorrano a misure di svalutazione della propria valuta; regolare la crescita economica nei paesi in via di sviluppo.

Secondo le finalità di cui sopra, è ben chiaro che non si tratti di un’organizzazione filantropica ma di un’istituzione a carattere fortemente politico di ispirazione liberista e mercantilista, che si inserisce in un sistema di coercizione politica globalista finanzcapitalista ben oliato, volto alla libera circolazione di beni, capitali liquidi, imprese e merce umana.  ll Consiglio Esecutivo che adotta le decisioni di conferire assistenza ai membri è formato da 5 direttori nominati dai 5 Stati che detengono la quota maggiore, Stati Uniti d’America, Giappone, Cina, Germania e Regno Unito (avevate dubbi ?); in aggiunta a questi, tutti gli altri membri contano (come del resto all’ONU) meno del due di coppe a briscola e sono nominati da raggruppamenti di “Stati minori”, cioè quelli che contribuiscono poco in termini di “peso” economico sul quale poi è graduato il valore del loro voto secondo il metodo del “weighted vote system”.

Il FMI da dove trae le risorse per svolgere le sue funzioni istituzionali? Vediamo: quote, versate da ciascuno stato al momento dell’adesione al Fondo per il 75% in valuta nazionale e per il 25% in diritti speciali di prelievo (special drawing rights); accordi di prestito, che il Fondo può concludere con gli stati membri per fornire assistenza finanziaria in base all’art. 7 dello statuto; vendita delle disponibilità di oro, terzo detentore dopo Stati Uniti e Germania; tassi di interesse sui prestiti, utilizzati per le spese operative come gli stipendi del personale.

Ora alcune annotazioni. Tra i liberi e indiscussi (per statuto) padroni del FMI vi sono: un paese che occupa militarmente l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, gli USA; un paese che è il più grande competitore manifatturiero dell’Italia sui mercati internazionali, la Germania, con un saldo commerciale positivo rispetto all’Italia di circa 10 miliardi di euro/anno; un paese che ha un saldo commerciale positivo di circa 18 miliardi di euro/anno nei confronti dell’Italia, la Cina, e infine il Giappone, un paese con moneta pienamente sovrana, la cui banca centrale svolge la sua funzione di copertura alle politiche di piena occupazione e che conta politicamente assai poco in quanto anch’esso militarmente occupato.

Nel considerare le domande poste al secondo capoverso di questo articolo, ricordiamo il più illustre precedente collimante con i desiderata del FMI, la lettera Trichet-Draghi o lettera della BCE all’Italia del 5 agosto 2011, in cui si imponeva all’allora governo italiano, sotto il ricatto dello spread operato dai mercati internazionali sui titoli di stato italiani, le seguenti direttive: “Misure significative per aumentare la crescita. Aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, liquidando i servizi pubblici. Abbattimento del carico fiscale per sostenere la competitività delle imprese. Abbattimento delle tutele sul lavoro per pervenire ad un aumento della produttività. Tagli selvaggi ai servizi pubblici al fine di ridurne la spesa.  Riduzione della spesa pensionistica. Tagli degli stipendi e degli organici dei dipendenti pubblici. Clausola di riduzione automatica del deficit. Controlli automatici sull’ indebitamento, e sulla spesa degli enti locali. L’uso degli indicatori di performance nell’amministrazione della sanità, nella giustizia e nell’istruzione. Abolizione degli organi amministrativi intermedi (es:Province), e sfruttamento delle economie di scala nei servizi pubblici locali. Spostamento della tassazione da diretta a indiretta”.

Considerato che tutto ciò è stato pedissequamente realizzato e che i risultati sono stati quelli che in modo freddo e impietoso i numeri raccontano senza ipocrisie: esplosione dei tassi di disoccupazione reali soprattutto giovanili; aumento abnorme del precariato; disastroso aumento della quota di popolazione in povertà assoluta e relativa; perdita del 25% della capacità produttiva del paese; milioni di imprese fallite; migliaia di imprese, le più profittevoli e prestigiose, finite in mani estere; calo del PIL mai più recuperato, nessun risveglio della produttività; aumento enorme del rateo Debito/PIL; aumento dei saldi Target 2 e continuo indebitamento commerciale in area Eurozona; caduta e fallimenti del sistema bancario nazionale; forte ripresa dell’emigrazione delle migliori forze produttive; delocalizzazione selvaggia del manifatturiero e dei servizi; crollo dell’ascensore sociale; polarizzazione dei redditi; aumento della quota capitale a danno della quota salari; servizi pubblici in annichilimento e senza più risorse disponibili né finanziarie né umane; marcata obsolescenza delle infrastrutture pubbliche e private.

Si può concludere che dunque la motivazione di queste ulteriori richieste formulate dagli “esperti economici” del FMI sia da ritenersi come il tentativo di completare il buon lavoro svolto nel corso di una lunga stagione di occupazione liberale della politica Italiana e dai loro più recenti esecutori Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, che saranno certamente ricompensati con lauti riconoscimenti internazionali; questo lavoro è consistito e consiste essenzialmente nello spazzare via l’Italia dal contesto della competizione dei mercati e più in generale dal consesso politico internazionale, prosciugandola dal suo interno, da un lato attraverso la sterilizzazione del suo sistema istituzionale per il tramite del presunto (ma falso) primato del “diritto” dell’Unione Europea e dell’Euro (si veda anche la funzione di mantenimento della stabilità monetaria del FMI) e dall’altro attraverso il grimaldello della minaccia della presunta insostenibilità del suo debito pubblico, fandonia resa vera dall’aver sottratto al paese e alla sua Banca Centrale (Banca d’Italia) la sua funzione di servizio alla sostanziazione dei principi costituzionalmente previsti quali il sostegno alle dinamiche economiche nazionali.

Alla luce di quanto detto, chiunque pensi che il problema sia essenzialmente di natura economica è totalmente fuori strada e tutte le soluzioni proposte che vadano in questa direzione non faranno altro che “appendere le chiavi dove vuole il padrone”. La via della ricostruzione dell’Italia sta essenzialmente nelle scelte di campo di natura politica che siano in grado di rompere l’attuale ordine giuridico extraparlamentare ed extracostituzionale e che si allontanino dallo schema del “liberalismo ad ogni costo” di natura endogena ed esogena.  In due parole, nel primato politico del sovranismo costituzionale Italiano.