di Gian Micalessin

Lui la chiama autorevolezza della democrazia. Sarà, ma quella di Emmanuel Macron, salito in cattedra all’Europarlamento per spiegarci come la diversità di idee sia, per l’Europa, un pericolo assimilabile a una guerra civile, non sembra un’auspicabile rivisitazione della libertà di pensiero.

Non occorre scavar tra le righe per intuire come, nel Macron-pensiero, l’unica idea buona di democrazia sia quella francese. O meglio quella di una Francia sotto la sua guida. O, meglio ancora, quella di un’Europa con lui come nuovo Napoleone. Non illudiamoci. Non è l’ennesima «macronata». Non è una fanfaronata assimilabile alla sparata, già smentita dalla Casa Bianca, con cui s’è attribuito il merito d’aver convinto Trump a restare in Siria. Stavolta siamo di fronte a un progetto. La rifondazione dell’Europa e la riduzione delle sovranità nazionali, i due concetti su cui Macron batte fin da settembre, hanno come punto di partenza la creazione di liste transnazionali per le elezioni europee. Il modello è quello di «En Marche!», la formazione con cui Macron ha fatto piazza pulita di socialisti e vecchia destra gollista a casa propria.

Nel progetto del presidente francese basterà presentare una «Europe en Marche!» alle elezioni europee per ridimensionare gli euroscettici e rottamare le due coalizioni padrone dell’Europarlamento. Certo, non glielo lasceranno fare. Non alle elezioni del 2019 almeno. Ma le lusinghe del Macron pensiero non vanno sottovalutate. Alcune appaiono ingannevolmente auspicabili. La riforma del Trattato di Dublino, la creazione di un’autorità centrale europea per valutare le richieste di asilo e l’imposizione di nuove norme per la distribuzione dei migranti potrebbero avvantaggiare l’Italia. E anche la creazione di un bilancio europeo e di un ministro delle Finanze unico potrebbero attenuare i «diktat» finanziari di Berlino. A ridimensionare la parte economica delle «euro-riforme» di Macron ci ha, però, già pensato la Merkel. Ore resta quella politica. E qui il rischio di un duopolio franco-tedesco in grado di dettar legge non solo a un’Italia con governi di compromesso, ma a tutta l’Europa è quanto mai reale. «Non dimentichiamo – ricordava ieri il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker – che l’Europa non è solo franco-tedesca, serve l’apporto degli altri Stati». Per capire cosa nasconda quell’avvertimento non occorre andar lontano. Chi nei governi Renzi e Gentiloni s’illudeva di trovare una sponda a Parigi è stato ampiamente ripagato da un Macron prontissimo nel rimangiarsi gli accordi sui cantieri di Saint Nazaire, nel tentar di ridimensionare il nostro ruolo in Libia, nel far saltare la nostra missione in Niger e nel mandare i gendarmi sul nostro territorio pur di allontanare da casa sua i migranti. Se questo è il buongiorno c’è da chiedersi cosa ci riservi il futuro di un’Europa piegata alla democrazia del pensiero unico. O, meglio, all’auto-proclamata autorevolezza del Macron pensiero.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/cos-gioca-fare-napoleone-1516500.html

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