di Enrica Perucchietti

Fake News e verità indotte

Fonte: Italicum

Intervista a Enrica Perucchietti, autrice del libro “Fake News”, Arianna Editrice 2018, a cura di Luigi Tedeschi 

  1. Secondo il pensiero di Walter Lippmann, la nostra percezione della realtà è condizionata da immagini, concetti, valori morali non acquisiti direttamente, ma trasmessici da altri. Pertanto, la narrazione dei fatti è necessariamente soggettiva, una rappresentazione della realtà formatasi attraverso stereotipi, assunti quali canoni interpretativi della realtà stessa. Nella fluidità della odierna comunicazione telematica quindi nuovi stereotipi si sostituiscono a vecchie forme di manipolazione della realtà. Occorre allora concludere che se la percezione della realtà è sempre mediata dal succedersi ininterrotto di stereotipi culturali nel tempo, ogni verità scaturisce da parametri selettivi di interpretazione della realtà stessa. In tal caso le post – verità virtuali della tecnologia mediatica, non finiscono per essere equiparate alle concezioni metafisiche del sapere filosofico e/o alle verità trascendenti proprie delle fedi religiose?

Il rischio esiste. Eppure la verità è una, con le sue infinite sfumature, al di là degli stereotipi o degli archetipi culturali che ognuno di noi ha ereditato o in cui è stato indottrinato. Concordo con il filosofo Alain De Benoist secondo cui l’intento della post-verità sarebbe quello di screditare la verità presentandola come un “grande racconto” al quale non si può più credere proprio perché ognuno si è costruito la propria verità soggettiva. Sarebbe il trionfo relativismo: tutto diventa “relativo”, virtuale e pertanto caotico. A questo punto di spaesamento collettivo ecco che il Potere garantisce l’esistenza della propria verità tramite l’azione di vigilanza dei media mainstream e delle leggi introdotte per garantire l’ordine. Si vuole cioè che ognuno di noi diffidi sempre più delle notizie che può trovare sul web anche qualora siano documentate e vere e più in generale dell’informazione alternativa per fare esclusivo riferimento alle notizie “certificate”: ci si deve affidare solo a quello che il Partito dice e ha deciso per tutti. Gli altri saranno complottisti, webeti e avvelenatori di pozzi.

  1. La straripante comunicazione mediatica diffonde “fake news” al fine di censurare la realtà, fornire cioè una interpretazione dei fatti funzionale al dominio politico – economico della global class. Infatti oggi non è importante diffondere la realtà dei fatti, ma rileva solo l’impatto che le notizie hanno con la percezione emozionale della realtà che può essere suscitata nelle masse. Occorre quindi fornire la risposta che il pubblico si aspetta. Il pubblico non esige conoscenza ma pretende narrazioni conformi alle proprie convinzioni, alla propria emotività. Tale esigenza insopprimibile di fedi dogmatiche, coinvolge però la stessa controinformazione, generando spesso fanatismo ed estremismo. La controinformazione quindi non rischia di essere criminalizzata e/o essere resa funzionale alla post – verità mediatica istituzionale, quale rappresentazione del necessario male assoluto da esorcizzare e distruggere?

Ha centrato il punto. Nel libro mostro proprio i due estremi che possono anche essere intesi come le due fazioni create e utilizzate dal metodo del Divide et Impera. Da un lato il pensiero unico monolitico a cui ci si deve allineare e le ripetute fake news del sistema volti entrambi a uniformare, livellare e spersonalizzare gli individui sui diktat del Potere; dall’altro la controinformazione che spesso diventa fanatismo adottando forma e contenuti estremi, facendosi quindi facile bersaglio degli attacchi mainstream. Anche la controinformazione sembra offrire sempre più spesso soluzioni facili e veloci, teorie eccessive impossibili da verificare su cui semmai bisognerebbe sospendere il giudizio ma che invece vengono credute in modo acritico perché piacciono o “risuonano” nella pancia delle persone. Ci sono persone che hanno bisogno di avere qualcuno da seguire ciecamente, che necessitano di una fede dogmatica in qualcosa e in qualcuno. Anche ciò sarà preda di manipolazione, da parte di un’altra forma di potere, non quella “classica”. È inutile pensare di essere “liberi” perché ci si convince di essersi emancipati dal vecchio sistema di credenze se poi si finisce ad abbracciare ciecamente le teorie di qualcun altro. Il successo della New Age e dei cospirazionisti da tastiera sta qui: offrono soluzioni semplici, apparentemente efficaci e soprattutto veloci a chi sta cercando qualcosa.

  1. Il pensiero unico ha creato la sua “neolingua” mediante la corruzione della parola. Lei infatti afferma che “il ricorso a sempre nuovi neologismi creati ad arte permette di far sì che non siamo più noi a pensare con le parole, ma siano le parole a pensare per noi”. Tuttavia il progresso tecnologico nella comunicazione mediatica ha reso la vita dell’uomo dipendente da forme di tecnologia ad alta specializzazione, le cui procedure non possono essere accessibili alle masse. Quindi anche l’informazione mediatica è basata su termini tecnici, per lo più anglosassoni, di impossibile comprensione da parte dell’uomo comune. Le tecniche di manipolazione del linguaggio possono essere messe in atto, in quanto la realtà non è più soggetta alla verificabilità dei fatti, né può essere più giudicata con senso critico dall’individuo. L’informazione mediatica non è dunque percepita dalle masse come un prodotto della tecnologia elaborato da specialisti, che non richiede consenso, non è suscettibile di valutazione etica, né esige un pensiero condiviso ma solo assenso incondizionato al pari di una reazione chimica?

Anche questa suggestione è il risultato di un graduale e capillare processo di manipolazione sociale. Si è indotto da un lato l’idea che tutto ciò che la tecnologia permette di compiere sia positivo e necessario, il segno del “progresso” a cui deve tendere l’Uomo, dall’altra che i media mainstream dicano sempre la verità. L’utilizzo di termini inglesi e tecnici serve proprio a confondere e a non permettere alle persone una facile comprensione dei concetti che vengono veicolati, portando quindi gli “spettatori” a essere sempre più passivi dinanzi al volere del Potere.

  1. La virtualità mediatica, conformemente al dogma ideologico neoliberista dell’individualismo, ha prodotto false forme di emancipazione, generando al contrario una generalizzata subalternità, un conformismo acritico totalizzante, una omologazione alienante delle masse. Tuttavia, il popolo globale dei dominati si è dimostrato anche connivente e responsabile del proprio stato di subalternità alle oligarchie dominanti. Le fake news della comunicazione mediatica dominante possono imporsi alla realtà dei fatti, in virtù di uno stato di coscienza passivizzato delle masse definito da Costanzo Preve nel suo libro “Il bombardamento etico” come “volontà di non sapere”. Costanzo Preve identifica tale “volontà di non sapere” con una forma di rimozione collettiva della memoria storica, una forma di coscienza generale che genera l’ottundimento del senso critico. Infatti la valutazione critica dei fatti potrebbe condurre a conflitti di coscienza, alla assunzione di un senso di responsabilità proprio della dimensione etica dell’uomo, non conciliabile con la morale corrente, alla emarginazione o criminalizzazione del singolo nella società in cui vive. Per la generalità  degli individui, l’adesione acritica alla post – verità di questo eterno presente, non sembra allora preferibile alla ricerca di una verità che può potenzialmente far esplodere le conflittualità latenti nella società contemporanea?

Certamente, però è anche da considerare il fatto che, come spiegava Lippmann la formazione e la sopravvivenza degli stereotipi con i quali interpretiamo la realtà funzionano anche come un meccanismo di difesa. Gli stereotipi aiutano le persone a orientarsi nel mondo sebbene la griglia con cui esse si muovono sia di fatto stata inculcata dall’educazione e “saldata” successivamente dallo spettacolo e dai mezzi di comunicazione. Le categorie che ci sono state trasmesse, anche se non necessariamente vere o “ideali”, ci servono da bussola morale. Pensiamo, agiamo e ci comportiamo in base all’ambiente in cui siamo cresciuti e in base alle categorie che ci hanno trasmesso. Gli stereotipi offrono all’individuo «il fascino del familiare, del normale, del sicuro»  e ogni attacco che venga sferrato su base critica agli stereotipi non può che assumere «l’aspetto di un attacco alle fondamento dell’universo; infatti è un attacco alle fondamento del nostro universo, e quando sono in gioco cose grosse non siamo affatto disposti ad ammettere che ci sia una distinzione tra il nostro universo e l’universo». Proprio perché se distruggi una realtà, sebbene virtuale, falsa, inculcata a una persona o a una collettività questi vivrà una forma di spaesamento, caos e rabbia per essere stato strappato alla precedente “zona di comfort”. Se qualcuno dovesse infatti cercare di dimostrarci la falsità o la limitatezza degli stereotipi con i quali abbiamo interpretato e vissuto la nostra realtà, reagiremo persino con violenza ribellandoci: nessuno vuole di fatto scoprire di aver vissuto un inganno e di essere stato manipolato. Pertanto, come forma di difesa, la nostra attenzione si rivolge ai fatti che convalidano il nostro sistema di stereotipi e si distoglie da quelli che invece lo contraddicono.

  1. Le fake news non sono solo notizie false, ma si sono rivelate come elementi coerenti di un sistema di informazione istituzionale radicatosi nell’Occidente capitalista a guida americana. In realtà la post – verità si è affermata quale tecnica di dominio della classe dominante. La “politica della post – verità” impone infatti una narrazione degli eventi in cui la verità dei fatti viene ad essere posposta alla influenza che l’informazione può produrre sulle coscienze, sulle convinzioni, le emozioni collettive. La post – verità mi sembra l’avesse efficacemente definita Giorgio Gaber nella canzone “Tutto è falso il falso è tutto”. Trattasi dunque di una manipolazione della realtà funzionale al sistema oligarchico – capitalista globale. La post – verità non può essere quindi definita come la cultura sovrastrutturale del sistema neoliberista occidentale?

La post-verità ci offre l’illusione di essere liberi di credere ciò che vogliamo, mentre di fatto siamo sempre più manipolati e continuiamo a essere un gregge disorientato che non riesce a orientarsi. Il fantasma di questa liberazione, l’illusione di aver accesso a tutta l’informazione grazie al web e la saturazione del piacere che sono stati calati dall’alto hanno dato vita a un nuovo essere umano, un adolescente perenne che segue esclusivamente la bussola delle proprie emozioni usando sempre meno la propria coscienza critica ed eludendo il ragionamento. Finisce così per credere a ciò che preferisce e gli piace, a ciò che “risuona” meglio, a chi lo convince perché riesce a far leva sulle sue emozioni, a chi lo rassicura ripetendo fino allo sfinimento lo stesso slogan. Vive di empatia e si adagia sui mantra del buonismo e del politicamente corretto che lo rasserenano. Fa’ ciò che vuole, citando impropriamente il mago inglese Aleister Crowley, ma pensa ciò che è stato indottrinato a pensare. Il potere non è interessato a “emancipare” l’uomo o a renderlo “adulto” quanto semmai a controllarlo sempre meglio, indirizzando le sue scelte dopo essere penetrati nella sua anima, nel suo immaginario. Il relativismo e il senso di precarietà che ne conseguono servono al potere perché la diffusione di notizie avviano quel processo per cui ormai la verità sembra un Noumeno inconoscibile e irraggiungibile, una monade lontana: tanto vale pertanto non credere più a nulla o credere a ciò che si preferisce. Oppure affidarsi ciecamente a un principio di autorità che rappresenti la figura paterna che latita ormai nella nostra società: ecco come nasce il Miniver di matrice orwelliana. Esso e i suoi ministri non mentono e non possono mentire, rappresentano l’Ortodossia e vigilano su di noi, ci tutelano dallo psicoreato e ci proteggono dall’ombra del Nemico. Abbiamo anzi bisogno di leggi nuove per orientarci nel mondo: leggi che ci dicano come vivere e morire e soprattutto come e cosa pensare. Leggi che puniscano chi devia dal pensiero unico e un corpo di solerti psicopoliziotti che siano pronti a segnalare chiunque si macchi di psicoreato. La verità dei ministri del Miniver è assoluta sebbene ci abbiano portato a credere che tutto è virtuale e soggettivo: semplicemente un’altra forma di bipensiero. E noi, perfetti prodotti del neoliberismo, siamo sempre più passivi, semplici spettatori e consumatori di questa realtà: siamo stati talmente manipolati da aver iniziato ad amare le nostre catene.