di Luca Leonello Rimbotti

La Repubblica di Platone: una filosofia contro il mondo moderno

Fonte: Italicum

Utopia letteraria, oppure vero manuale di costruzione del politico? Tra questi due poli si è spesso mossa la critica all’opera più graffiante e incisiva di Platone, considerando volta a volta questo testo capitale come un’esercitazione retorica, oppure una prova ontologica, o invece, cosa che è da condividere, un vero manifesto di politica universale, capace di costituire in ogni tempo un codice di esemplare tenuta sociale. Altre volte invece, come nel caso del liberale Popper, Platone e la sua “Repubblica” hanno recitato la parte del nemico pubblico numero uno, l’ideologia che, proponendo una società ben organizzata in sé, salda e solida e quindi chiusa ai pericoli e ai mali esterni, più di altre mette in pericolo le beatitudini della “società aperta”.

Il catalogo delle posizioni che la “Repubblica” platonica sciorina è di quelli difficili da digerire per chi abbia lo stomaco egualitario, pacifista e progressista. Impossibile non vedere che il classicismo antico e la degenerazione postmoderna sono su posizioni antitetiche. Per occhi borghesi e moderati, cosmopoliti e “buonisti”, il pensiero di Platone rappresenta lo scandalo massimo: esso tratteggia al sommo grado la comunità, e quindi liquida a priori l’individualismo, che invece è il grande rifugio delle impotenze liberali. Questi sono alcuni dei punti più qualificanti del politico platonico, che costituiscono – come giustamente, dal suo punto di vista, rilevava Popper – quanto di più inassimilabile alla mentalità dei “democratici” post-moderni: la rigida e severa paideia, l’educazione e la selezione cui Platone affidava nella “Repubblica” la crescita delle classi dirigenti della città ideale; la soppressione dell’individualismo dinanzi al prevalere degli interessi di comunità; la comunanza, addirittura, delle donne e dei beni; l’abolizione della proprietà privata; il predominio dello Stato “organico” sul singolo individuo, di cui non si conoscono diritti, ma unicamente doveri; il tipo di governo, gerarchico, aristocratico ed elitario, al quale partecipano i filosofi e niente affatto la massa del popolo. Tutto questo scandalizza la tempra ipocrita e fraudolenta dei “democratici” moderni, che spacciano le loro oligarchie alto-borghesi per governi “del popolo” e barattano le loro dittature finanziarie per servizi resi alla maggioranza.

Quello platonico è il grande affresco sul risanamento dell’uomo. L’analisi del filosofo attiene ad un vero e proprio storicismo, ponendosi al culmine delle epoche col taglio di colui che giudica: e ciò che la storia dispiega è la degenerazione, antropologica, psicofisica, proprio anche biologica in cui incorre l’umanità che si lasci liquefare nel rimescolamento e nella perdita dei propri caratteri originari. La classe dei custodi, a cui Platone affida il comando della società perfetta, rappresenta la consapevolezza di questa via di degrado, cui solo una ferrea volontà di contrapposizione può recare il rimedio, che consiste nell’allevamento – autentica Züchtung, come la chiamava il platonico Nietzsche – della migliore possibile razza d’uomo. Ciascuno degli stadi della degenerazione in cui Platone – alla maniera che poi sarà di un Gobineau, di uno Spengler – individua il procedere involutivo della storia, si accompagna al grado di civiltà rappresentato dal metallo, che, come in Esiodo, puro o impuro che sia, ecco che vuol dire generazione o degenerazione, ascesa o caduta, insomma bene oppure male. Poiché, come scrive Platone, “il ferro si mescolerà con l’argento ed il bronzo con l’oro e da questa mistura trarranno origine la Variazione e l’assurda Irregolarità […] E in questo modo noi dobbiamo descrivere la lontana origine e nascita della Discordia”. La Caduta fisica e metafisica dell’Uomo ha il nome del tradimento alle leggi di Natura che variegano e suddividono, tenendo separato ciò che vale e nutre da ciò che abbrutisce ed ammala.

L’imbarbarimento e l’imbastardimento – sia morali che fisici, sia psichici che biologici, sia ideali che materiali – aggrediscono la natura dell’uomo conducendola a rovina nel caso male augurante in cui l’uomo, dimentico della sua natura divina e della natura divina di ciò che unendo suddivide, concependo circoscrive, si lasci abbandonare al tradimento del puro per l’impuro: l’eugenetica, il ben coltivarsi nelle forme alte e diversificanti con cui Natura dispone le cose, sarà allora secondo le parole di Platone l’unica risposta vitale alla morte del gene: l’eugenetica, la scienza del ben-nascere, del dare buona nascita all’uomo, è la salvezza della qualità qualificante che è nell’uomo: propriamente, dice Platone, essa scienza è atta a “mantenere puro il genere dei custodi”, coloro he sono il rango degli ottimi, i migliori che guidano la comunità. E, a evitare la ferale Caduta dell’Uomo, non abbiano mai a mescolarsi i metalli nobili che circolano nelle vene degli Aristoi coi metalli ignobili che animano la massa dei vili, le plebi, gli ignoti.

Questa tecnoscienza selettiva e filosofica, di preparazione bio-psichica di un ordine di uomini superiori, selezionati per servire alla bisogna di un retto convivere e di un superiore agire, costituisce il quadro naturalistico e biologistico dello storicismo platonico.

Questa antropologia della differenziazione è una struttura a sangue freddo, poiché viene fatta giacere sulla riflessione razionale, non sgorga all’improvviso dal fremito bassamente emotivo o dallo slancio creatore in qualche lampo notturno: dice anzi espressamente Platone che tutto deve prodursi dal retto compulsare, dandosi pertanto che l’intelletto guidi l’atto e il pensiero alla giusta e più elevata decisione. Il razionalismo speculativo così affermato, che non è piatta ragione calcolante, ma pensiero caldo d’intuito, non impedisce, tuttavia, il dispiegarsi su tutto il dispositivo platonico del fascino arcano di un disegno spirituale. Non al fine di un solo allevamento biologico si sollevano gli spiriti all’eroica selezione dei caratteri e delle nature, infatti, ma i caratteri e le nature migliori verranno affinati e premiati nella mente e nel corpo per donare alla vista degli dèi l’immagine di un rango di luce superiore, basato sul bene dello spirito e sul trionfo dell’idea: l’uno e l’altra disposti a lato di Dike, la Giustizia, che tutto regola e dispone, assegnando nei tempi il ruolo etico assoluto recante il dogma esistenziale: “a ognuno il suo”.

Quella di Platone, pertanto, è una lezione di educazione, ma anche di ri-educazione, squadernando la più alta e conclusiva confutazione di Socrate. L’uditore del dialogo platonico ascolta dunque la comprovata inutilità del metodo individuale di insegnamento praticato da Socrate. Non sarà il dialogo logico-razionale a risvegliare nel giovane uomo le sopite virtù di saggezza e di armonia. Sarà invece la ferma educazione castrense alla sobria forza, nella volontà di costruire un rango che difenda la città e ne rinnovi la robustezza morale, a liquidare le chiacchiere e a volgersi ai fatti costruttivi. Platone propone l’abolizione della poesia tradizionale, nella quale si mostravano uomini – e persino dèi – travagliati dalle peggiori passioni, l’avidità, la viltà, la gelosia. L’elevazione degli animi dovrà essere ottenuta attraverso una nuova forma poetica, e un’arte figurativa, che sappiano rappresentare il bello, l’armonioso, il buono, il nobile. Una bonifica della cultura, insomma. Il rango guerriero che Platone, nei libri iniziali della Repubblica, indica come destinatario della difesa fisica e morale della comunità ideale, e al quale devono andare tutte queste attenzioni, è l’elemento più prezioso per ordire un disegno di contro-potere in grado di annientare gli antichi vizi.

Il sistema gerarchico pensato da Platone prevede che dalle classi che ricoprono le funzioni principali – il governo e l’esercito – venga estratto il ristretto e sceltissimo ceto degli Arconti, i migliori, i destinati alle cure della guida politica, che verranno affiancati dagli Epicuroi, i difensori dell’ordine sociale. Ad essi, nessuna proprietà è permessa. Loro compito sarà esclusivamente quello di pensare al bene comune, dimenticando l’utile individuale. In questo voler organizzare, assegnare ruoli, disporre meriti e poteri noi vediamo l’intenzione platonica di rispettare la realtà di natura. La giustizia di Platone è la giustizia di natura. E la Repubblica basata su giustizia è quella che rispetta i caratteri, le virtù, le differenze di tutti e di ognuno. Una giustizia differenzialista e distributiva. Fedeltà a natura: il riconoscimento del proprio essere, diverso ogni volta e ogni volta degno, qualunque esso sia, porta all’assegnazione naturale, spontanea, della propria funzione nella società giusta. Nella quale il comando e l’obbedienza sono ugualmente essenziali, ugualmente portati a sospingere il carattere e la forma interiore dell’uomo, di ogni singolo uomo, verso l’alto.

La giustizia platonica, difatti, innalza, e il principio che regge lo Stato giusto è quello che vede ciò che è superiore – lo spirito eroico, l’eccellenza intelligente – guidare ciò che, afflitto da bisogni e bramosie d’ordine più basso, ed essi ugualmente sono bisognosi di un comando illuminato. Ma certo l’ordine intellettivo di Platone non è ragione rozza e impartecipe: qui non si hanno i contorni delle varie “Utopie” sociali preconfezionate dalla ragione cartesiana. Ricordiamo infatti che l’intelletto, il Nous platonico, è in realtà “ragione intuitiva”, così che la Repubblica di Platone, fondata sulla differenza di natura, non avrà nulla del “mostro freddo”, lo Stato borghese, muto ed estraneo, condannato da Nietzsche come nemico dell’uomo. L’intelletto, come precisa Platone nella “Repubblica”, è la “contemplazione dell’ottimo nel campo dell’essere”. Questa affermazione ci rimanda al disegno, che è stato anche di Heidegger nel Novecento, di correggere il politico con il ritorno all’essere primigenio. Il pensatore tedesco, infatti, fece filosofia proprio ripercorrendo la via che Platone intraprese andando a Siracusa, nel sogno di rendere il filosofo allo stesso tempo un capo politico.

Il divino ordinamento cui pensa Platone nella “Repubblica” è l’ordine tradizionale delle cose, in cui sovrana disposizione hanno la buona nascita e il legame col suolo della patria e massima attribuzione del rango è il combaciare della propria natura con la propria funzione. Questa concezione dipese dall’avere Platone un’idea organicistica della società, secondo la nota tripartizione dei poteri, di ascendenza indoeuropea, fra governanti, difensori e lavoratori-commercianti: essa non è una costruzione umana, è un organismo vivente, al cui benessere contribuiscono tutti gli organi vitali che lo compongono, dal più alto ed essenziale al più umile e secondario.

Le implicazioni che la Repubblica di Platone comporta – nel suo essere l’esatto speculare della società moderna: gerarchica, anti-egualitaria, etnocentrica, sacrale, etc. – valgono l’osservazione che, in questo testo, il discorso sul potere e sulla giustizia, sul superamento della conflittualità tra ricchi e poveri, sulla fedeltà al proprio ruolo sociale sono considerati essenzialmente come portatori di salute, il che vuole altrimenti dire salvezza. La salute – psichica e fisica – è per Platone il canone primo della migliore convivenza, coincidente col più alto merito: “E allora la virtù sarà una specie di salute, bellezza e felice condizione dell’anima; il vizio malattia, bruttezza e debolezza”. La salute mentale e quella fisica dell’uomo dipendono dal suo porsi correttamente nella società. Da qui proviene, secondo Platone, la salvezza dalla massima fra le sciagure: il disordine, il caos, la degenerazione.