di Redazione

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Lo facciamo con lo stile proprio dei laici impegnati pubblicamente, quindi giornalistico o saggistico e, ovviamente, non tutto ciò che pubblichiamo di altri autori comporta l’adesione al loro pensiero o alle loro azioni. Questa non è la Pravda né l’Osservatore Romano. E’ uno spazio libero, alle volte provocatore, non è mainstream, segue una linea ben chiara, che è cattolico-integrale ed identitaria, aperta alle critiche costruttive. Sappiamo che la maggior parte dei nostri numerosi lettori (circa 2.000 giornalieri in media, ma con picchi molto alti, che giungono ai 10.000 in alcune occasioni)  lo sa e ce lo testimonia. Sappiamo che non si può piacere a tutti e che fa parte del “gioco”. Per coloro che si ostinano a non voler capire questa linea di indirizzo: ce ne facciamo una ragione.

di Tim Black

Non è Stati Uniti contro Assad: è Stati Uniti contro Iran

Fonte: Comedonchisciotte

Se c’è un qualcosa che possa essere indicativo su quanto siano stati superficiali e provocatori gli attacchi aerei contro la Siria, questo è il rifiuto quasi disperato degli Stati Uniti e dei suoi alleati ad assumersi la responsabilità per le conseguenze, intenzionali o meno, degli attacchi.

Ci è stato detto che si è trattato di una missione mirata, auto-sufficiente, e che i suoi obiettivi sono stati completamente soddisfatti. Jim Mattis, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha definito gli attacchi “isolati” e niente più di questo. Fatto ancor più rivelatore, Boris Johnson, Segretario agli Esteri del Regno Unito, ha affermato che gli attacchi erano limitati a prevenire che il “tabù” delle armi chimiche fosse intaccato, affermando che “la guerra siriana andrà avanti come prima”.

In altre parole, si è trattato di un intervento nel conflitto siriano che però non intendeva avere alcun effetto sul conflitto stesso. Ovvero un attacco ad una delle sue parti – quella del Presidente siriano Bashar al-Assad – ma senza alcuna conseguenza sulla guerra in corso. Un intervento, in altre parole, più simbolico che strategico.

Ma allora il punto della questione è proprio il suo simbolismo. Si è trattato, come Brendan O’Neill ha spiegato a “Spiked on-line”, di un atto nato da mero narcisismo, in cui il conflitto siriano aveva la funzione di uno specchio, dove i leaders e le cheerleaders occidentali potevano scorgere, per quanto fugacemente, un’immagine di autorità morale.
In un certo senso il Presidente Trump è stato coerente non solo nel narcisismo che l’ha accompagnato per tutta la vita, ma anche nella presentazione di quest’intervento, di cui non osa finanche pronunciare il nome, poiché non ha alcun apparente interesse ad un intervento di lungo termine in Siria. Basti pensare che aveva condotto la sua campagna elettorale denunciando espressamente il coinvolgimento degli Stati Uniti in tante avventure oltreoceano – e specialmente nel grande imbroglio mediorientale.

Per quanto potesse sembrare preoccupato, in realtà l’unico motivo che aveva per coinvolgere gli Stati Uniti nel conflitto siriano era quello di sconfiggere l’ISIS. Una missione che Sarah Huckabee Sanders, addetto stampa della Casa Bianca, riteneva che “fosse avviata verso una rapida fine, con l’ISIS quasi completamente distrutto”.

E così, mentre Trump si crogiolava felice nella calda luce delle fabbriche siriane in fiamme, restava al contempo irremovibile sul fatto che le forze statunitensi (compresi i 2.000 soldati) dovessero presto essere ritirate dalla Siria. Un qualcosa che aveva già detto pochi giorni prima dell’attacco e che Bob Corker, Presidente della “Commissione per le Relazioni Estere” del Senato, avrebbe confermato in seguito. “Trump è fortemente impegnato ad uscire il più presto possibile dalla Siria ..… non vedo niente che possa fargli cambiare questa decisione”.

Eppure, quest’intervento che non è stato un intervento, quest’attacco portato per prefigurare un ritiro, è incoerente sì ma non in modo accidentale. E’ proprio il tipico approccio americano (e occidentale) al Medio Oriente ad essere sistematicamente incoerente. Mette assieme la paura di coinvolgere gli Stati Uniti e i loro alleati in “un altro Iraq/Afghanistan/Libia etc.”, con il desiderio di essere visti come se stessero facendo qualcosa. Parte di questa incoerenza è comunque dovuta al ricambio delle Amministrazioni.

Nel 2011, quando la “Primavera Araba” sembrava ancora annunciare un futuro migliore e più democratico per il Medio Oriente, Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, intravvide la possibilità di assumere un po’ di atteggiamenti auto-esaltanti e chiese la rimozione di Assad, affermando che gli Stati Uniti non lo riconoscevano più come leader legittimo della Siria. Gli Stati Uniti appoggiarono di conseguenza diversi gruppi di ribelli, sotto l’egida del “Free Syrian Army”, con l’obiettivo di un cambio di regime.

Dopo sette anni e dopo vari e costosi tentativi di trovare, finanziare e armare i becchini di Assad; dopo l’intervento militare della Russia (2015) a sostegno del Presidente siriano e della stabilità regionale, l’obiettivo americano in Siria è completamente cambiato. Ora gli Stati Uniti vogliono solo eliminare l’ISIS, il gruppo islamista che l’intervento occidentale ha notevolmente contribuito a creare, sia direttamente (attraverso il finanziamento e il sostegno ai gruppi islamici anti-Assad) che indirettamente (attraverso la distruzione dello stato iracheno).

Ma l’incoerenza di fondo va ben al di là dei mutevoli obiettivi che sono stati alla base del settennale intervento in Siria. Riguarda l’approccio destabilizzante dell’America, e quindi dell’Occidente, al Medio Oriente nel suo complesso.

Perché, mentre Trump potrebbe twittare la sua determinazione a liberare gli Stati Uniti da un’altra inutile e interminabile avventura, un altro lui, insieme a John Bolton (Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti) e a Mike Pompeo (Segretario di Stato), potrebbe volersi confrontare con ciò che i tre percepiscono come il potere regionale che supporta il despota: l’Iran.

Questo è il loro animus, il loro asse del male condensato in un unico punto centrale. Vogliono uscire dal conflitto in Siria, ma vogliono allo stesso tempo continuare a combattere l’Iran in quello stesso Paese. Ecco perché l’approccio di Trump è così incoerente. Vuole le sue truppe fuori dalla Siria, ma deve combattere l’Iran in quello stesso Paese.
E nel farlo, ovviamente, lui e il suo ultimo gruppo di consulenti si troveranno felicemente di fronte allo spettro più grande che si profila dietro al suo alleato (l’Iraq). Lo spettro che continua a perseguitare l’immaginazione disorientata della classe politica occidentale: la Russia.

Pertanto, gli Stati Uniti non si ritireranno dalla Siria. Non lasceranno mai che il conflitto si svolga secondo la sua dura ma immanente logica politica e militare, ovvero che tutto “proceda come prima”, come ha sostenuto Boris Johnson. Una situazione che potrebbe effettivamente portare ad una soluzione come quella voluta dai siriani.

Al contrario, Trump sta sostenendo (e lavorando) con i suoi alleati regionali per continuare ad intervenire in Siria, non nell’interesse dei siriani, ma nell’ambito dello scontro con l’Iran – che ha approfittato del collasso dello stato siriano per mettere “profonde radici” in quel paese e che dispone di milizie comprendenti decine di migliaia di combattenti.
E’ questa la storia decisamente più grande posta dietro all’alleato degli Stati Uniti (Israele), alla sua intensa battaglia contro le forze iraniane in Siria, all’abbattimento del drone iraniano a febbraio ed alla risposta delle batterie antiaeree siriane che hanno abbattuto un F-16 israeliano.
Questo mese, ad esempio e come riporta il Wall Street Journal, Israele ha lanciato attacchi aerei contro un sistema di difesa aerea portato in Siria dall’Iran, con il “tacito supporto” dall’Amministrazione Trump.

E non è solo con Israele che gli Stati Uniti stanno lavorando nel conflitto con l’Iran. Insieme alla Gran Bretagna, l’altro alleato-chiave degli Stati Uniti è l’Arabia Saudita, un regno che Trump e la sua famiglia hanno confortato e difeso, al quale ha concesso armi e sostegno militare anche quando deponeva un leader libanese regolarmente eletto e continuava ad uccidere migliaia di civili nello Yemen, trattando gli Stati del Golfo come se fossero dei Paesi subordinati – come il Qatar ha scoperto l’anno scorso quando l’Arabia Saudita ha tagliato i suoi contatti con il mondo esterno.

Ma, invece di calmare le tensioni regionali, gli Stati Uniti di Trump sembrano intenzionati ad intensificarle, a lanciare nel combattimento contro l’Iran i propri delegati regionali, con i Saud in primo piano. Così, all’inizio di aprile, la Casa Bianca ha annunciato che Trump aveva contattato il re saudita Salman, per “discutere degli sforzi congiunti per assicurare la duratura sconfitta dell’ISIS e contrastare gli sforzi iraniani volti a sfruttare il conflitto siriano per perseguire le sue destabilizzanti ambizioni regionali”. A quanto pare, lo scontro di un fuoco destabilizzante contro un altro fuoco a sua volta destabilizzante.

E mentre i siti bombardati dagli Stati Uniti in Siria stavano ancora fumando e Trump stava ancora parlando della fuoriuscita dei “nostri ragazzi” dalla Siria, Bolton e Pompeo stavano tentando al contempo di costituire una coalizione di forze militari, guidata dall’Arabia Saudita, in sostituzione dei “nostri ragazzi” in Siria, dando così continuità all’intervento occidentale, ma in forma araba.

Ma come è possibile regolare le animosità regionali giocando sugli interessi in conflitto fra loro, portando allo stesso tempo la tanto necessaria stabilità, per non dire la pace, in Siria? Spingendo gli altri poteri regionali ad intensificare un conflitto in cui sono già coinvolti, a volte in opposizione l’uno con l’altro, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali stanno rimestando in un piatto già di per sé bollente. Stanno mischiando ulteriori milizie e ulteriori eserciti (per procura) con la Russia, la Turchia e la vasta gamma dei potenti assets militari iraniani, da Hezbollah ad Hamas.

E, giusto per aumentare le tensioni, Trump sembra fermamente deciso ad abbandonare l’accordo nucleare con l’Iran, un obbiettivo di cui ha parlato e su cui sta lavorando da quando è diventato Presidente. E tutto questo perché? Perché il Team Trump è così entusiasta di confrontarsi piuttosto che di negoziare con un Iran che stava diventando sempre più morbido?

Perché, ancora una volta, tutto questo serve a verniciare di autorità morale l’ennesimo leader occidentale, a fornire ad un Presidente particolarmente narcisista l’immagine del leader forte che affronta il cattivo di turno, esattamente dove il suo debole predecessore non poteva che inchinarsi e negoziare.
Dà inoltre a quella parte dell’establishment americano che si occupa di politica estera un nemico da combattere, per di più sostenuto dall’avversario dei suoi sogni di Guerra Fredda.

E così si continua con gli interventi, l’ingerenza e la destabilizzazione. Non in modo militarmente diretto (anche se, come abbiamo visto in questo mese, anche questo è accaduto), ma nella forma di una politica attuata per procura, ovvero appoggiando ed armando le forze regionali, minacciando al contempo l’Iran di nuove sanzioni post-nucleari.

Per quanto riguarda i discorsi sulla protezione della popolazione siriana dagli eccessi chimici di Assad, gli Stati Uniti ed i loro alleati stanno trattando la Siria come se fosse poco più di un danno collaterale in un conflitto che potrebbe inghiottire l’intera regione. L’ISIS potrebbe già essere in ritirata, ma la pace e la stabilità sembrano ancora molto lontane, come sempre.

Fonte: http://www.spiked-online.com/

Link: http://www.spiked-online.com/newsite/article/timsyria/21321#.Wt9ldsiFPIU

Scelto e tradotto per www.comedonchiscioitte.org da FRANCO