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"La Tribuna di Treviso" 16 settembre 2007, p. 22
PARROCI E FEDELI: MEGLIO IL RITO MODERNO
"Non ha senso tornare al passato, e poi i testi non si capirebbero".
"Bossi è andato a messa dai lefebvriani, ma quelli sono eretici". Un anziano fuori da San Nicolò mette i puntini sulle "i" prima di dire che a lui la messa in latino piace perché rivive i tempi di quando era chierichetto. Per i fedeli che ieri hanno affollato il tempio in occasione della funzione di apertura dell'anno pastorale, la messa in latino sembra essere l'ultimo dei pensieri. D'altra parte i parroci non fremono per celebrarla, soprattutto i più giovani. "Tolto il fatto folkloristico - commenta don Paolo Magoga, parroco di Breda - la messa in latino non ha nulla di più. E' da usare in occasioni speciali, quando si trovano persone di lingue diverse. Il latino crea comunità, piace ad un ristretto numero di nostalgici della classicità, ma è astorica (sic). Non mancano i parroci che si rifiutano a priori di> celebrare la messa in rito romano-antico. "Non me l'ha chiesto ancora nessuno - dice don Lorenzo parroco di Cavasagra - comunque non penso che lo farò. La messa in italiano è più capace di dare l'annuncio. Quella in latino ha riferimenti mistici, ma alla fine è solo forma, non sostanza". La maggior parte dei laici sono possibilisti, ma ammettono anche di non essere in grado di capire il latino. "Mi ricorda la mia infanzia - dice Teresa Petrussa - ma ogni lingua deve rispondere alla situazione. In Friuli si fa la messa in doppia lingua tedesco e italiano". C'è chi invoca la solenne celebrazione tridentina pre-conciliare soltanto per determinate situazioni. "Il latino è utile in concomitanza dell'incontro tra popoli diversi. ma per la messa di tutti i giorni è bene usare l'italiano, altrimenti si fa fatica a meditare se non si capiscono i testi". I giovani aggiungono addirittura un velo ironico ai loro commenti. "Bellissima cosa la messa in latino - dice Marco Gottardello - ma per pochi intimi". Ovvero quelli che masticano bene il latino. "Non potrà certo avvicinare i fedeli e soprattutto i giovani - commenta Renato Fanti - io stesso ad esempio non ho fatto latino a scuola". Più entusiasta invece Suor Marina dell'Istituto Zanotti: "Penso che il documento del Papa sia un segno di libertà religiosa - dichiara - va bene che ci sia anche la messa in latino. E' un linguaggio universale, che potrebbe andare bene in una società multietnica come la nostra". Anche per padre Camillo, parroco della chiesa Votiva, può essere un'opportunità in più. "Nel segno di quella che è stata la tradizione della Chiesa - spiega - c'è chi è cresciuto con quella tradizione e ha nostalgia". Sulla tradizione ha qualcosa da dire don Giuseppe Pettenuzzo, parroco di sant'Andrea. "Non è la liturgia in latino che rappresenta la tradizione trebigiana". (/m.s./). .>