agere


Vai ai contenuti

Menu principale:


opposizione al concilio

religione > Religionie 4



Nella pagina dedicata ad articoli sulla "Crisi nella Chiesa" riceviamo e pubblichiamo anche questo commento scritto da don Ugo Carandino.

Il Motu proprio e l¹opposizione al Concilio


Editoriale, di don Ugo Carandino

Giovannino Guareschi, sulle colonne del Candido, curava una rubrica intitolata ³Visto da sinistra. Visto da destra². Si trattava di un doppio commento, fatto alla stessa notizia da due posizioni ideologiche contrapposte che, proprio in virtù della più totale contrapposizione, determinava due giudizi completamente diversi tra loro.
Nel leggere gli innumerevoli commenti al Motu proprio ³Summorum Pontificum² di Benedetto XVI sulla liturgia, il mio pensiero è andato alle pagine di Guareschi, anche se l¹attuale realtà è più complessa rispetto alle situazioni immaginate dalla pur feconda fantasia dello scrittore. Sia ³da destra² che ³da sinistra², infatti, troviamo una serie di giudizi positivi e negativi.
Nello schieramento modernista si passa dalle lacrime di dolore di mons. Luca Brandolini (³Non riesco a trattenere le lacrime, sto vivendo il momento più triste della mia vita di vescovo e di uomo. È un giorno di lutto non solo per me, ma per i tanti che hanno vissuto e lavorato per il Concilio Vaticano II², la Repubblica dell¹8/07/2007), all¹aperta soddisfazione di altri, come l¹arcivescovo di Mumbai, in India, mons. Oswald Gracias (Asianews del> 9/07/2007).
Meriterebbe un capitolo a parte la presa di posizione delle Comunità ebraiche italiane, che hanno protestato perché il Messale contiene la preghiera (seppur edulcorata da Giovanni XXIII) per la conversione degli Ebrei, ritenendola un incoraggiamento all¹antisemitismo (Il Corriere della Sera del 10/07/2007). Il card. Bertone, segretario di Stato vaticano, si è affrettato ad annunciare l¹eliminazione della preghiera incriminata (Ansa del 19/07/2007), decisione presumibilmente autorizzata dal suo superiore e che contraddice lo spirito missionario della Chiesa, la quale fa pregare per salvare dall¹inferno coloro che si ostinano pervicacemente a non riconoscere la divinità di Gesù Cristo.
Anche nel campo tradizionalista vi sono posizioni diverse: si va dall¹ottimismo di mons. Fellay, superiore della Fraternità San Pio X (³Benedetto XVI ha ristabilito nei suoi diritti la messa tridentina², comunicato stampa del 7/07/2007; ³il documento è un dono della Grazia, non è un passo, è un salto nella buona direzione, un aiuto soprannaturale straordinario², intervista di Mons. Fellay a Vittorio Messori, Il Corriere della Sera dell8/07/2007) al giudizio negativo di preti e di fedeli della stessa Fraternità (d¹ora in poi: FSSPX), espressi non solo privatamente ma anche pubblicamente, attraverso i forum di internet. Mons. Fellay ha inoltre operato una curiosa distinzione tra la lettera di Benedetto XVI rivolta ai Vescovi (che accompagna e spiega il Motu proprio) e il testo del Motu proprio, dichiarando a Présent, quotidiano della destra francese, che ³bisogna mettere questa lettera nel cassetto. Non c¹è ragione adeguata perché ci siano due lettere. E¹ logico che ci sia tutto nel Motu proprio² (Présent del 21/07/2007).
In questi pareri discordanti mi sembra di cogliere uno degli elementi più importanti e preoccupanti degli ultimi decenni: la perdita dello spirito cattolico che dovrebbe animare il clero e i fedeli nei confronti dell¹Autorità papale. Le cause sono da ricercarsi nel Concilio Vaticano II, che ha distrutto il concetto di obbedienza che i cattolici devono avere per il Papa e la Chiesa. E¹ stato ripetuto, dal Concilio in poi, che i successori di Pietro avrebbero commesso una serie di gravi errori nel corso della storia, che la Chiesa si è ripetutamente sbagliata. In particolare Giovanni Paolo II (che Ratzinger vorrebbe canonizzare), ha ripetutamente ingannato le coscienze dei cattolici con i suoi spettacolari e scandalosi mea culpa.
Benedetto XVI, nella lettera ai Vescovi, ha ribadito questa linea di pensiero (mettendo tra l¹altro gli ³ortodossi², i luterani e i ³lefebvriani² sullo stesso livello; e la possibilità di togliere la ³scomunica² ai Vescovi della FSSPX, come è già stato fatto nei confronti degli eretici e scismatici del passato, rientra in questa ottica), affermando che ³guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l¹impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l¹unità; si ha l¹impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare².
Stiamo parlando di colui che occupa materialmente il trono di Pietro ma che non è rivestito dell¹autorità papale, per cui la Sede Apostolica è formalmente vacante. Ma per i modernisti e per i membri della FSSPX, Benedetto XVI è il Papa legittimo della Chiesa. Ora, un cattolico non può giudicare sistematicamente i documenti emanati da un Papa, poichè la dottrina protestante del ³libero esame² non fa parte dell¹ecclesiologia cattolica! Invece, come conseguenza logica degli errori conciliari, i cattolici non sanno più conformarsi al giudizio di quella che considerano l¹autorità della Chiesa, ma danno dei giudizi soggettivi sui vari punti della dottrina, della morale e della disciplina ecclesiastica. In questo modo ogni cattolico ha un¹opinione personale, ad esempio, sull¹esistenza dell¹inferno, sulla liceità della fecondazione artificiale o sul matrimonio dei preti.
Gli ambienti tradizionalisti purtroppo non sono immuni da questo errore conciliare e, in virtù della ³teologia della disobbedienza², si rifiuta sistematicamente l¹assenso all¹insegnamento e al governo di colui che si riconosce come autentico Vicario di Cristo. Perciò anche di fronte al Motu proprio (seppur richiesto dalla stessa FSSPX!) non vi è una totale accettazione ma, come abbiamo visto, si passa dall¹elogio alla critica, e nel elogiarne una parte se ne critica e rifiuta un¹altra. Come si potrà sperare di risolvere la crisi che travaglia la Chiesa, se anche tra le file di chi rifiuta il Concilio serpeggiano alcuni errori del Concilio stesso? Se alcuni richiedono, giustamente, la professione dell¹autentica dottrina (cattolica e quindi antimodernista e quindi anti-Vaticano II) per potere celebrare il rito tridentino, questa dottrina deve essere integrale e non alterata.
Tra l¹altro si ha l¹impressione che molti dei giudizi dati al Motu proprio siano stati viziati da una visione partigiana delle cose, potremmo dire ³da interessi di bottega². Ecco allora dei vescovi che temono la formazione di comunità non gradite nella propria diocesi; delle comunità già riconciliate coi modernisti che temono di perdere una posizione di privilegio negli ambienti dell¹Ecclesia Dei; dei preti modernisti che vogliono evitare (improbabili) esodi di parrocchiani verso le Messe ³tridentine²; dei preti tradizionali che temono il travaso di fedeli dai priorati alle parrocchie moderniste; altri preti tradizionali che, al contrario, immaginano di ingrossare le file con nuovi preti e fedeli... Insomma: Cicero pro domo sua!
Ma la posizione dei cattolici davanti al Motu proprio deve essere motivata da ragioni dottrinali, come lo fu alla fine degli anni ¹60 da parte di chi compose e firmò il ³Breve esame critico del Novus Ordo Missae² (BEC). Come è noto, il testo fu sottoscritto dai cardinali Alfredo Ottaviani ­ già Prefetto del s. Uffizio ­ e dal card. Antonio Bacci. E¹ meno noto che la parte dottrinale del documento fu redatta dal padre Guérard des Lauriers, teologo domenicano che a causa del BEC perse la cattedra che aveva alla Pontificia Università Lateranense.
Il testo presentato dai due cardinali a Paolo VI denunciava che il nuovo messale ³rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino². L¹uso nel testo del tempo presente (rappresenta) era valido nel 1969 come è valido oggi: la nuova messa (che fu definita da mons. Lefebvre bastarda e luterana) rappresentava e rappresenta una rottura con la tradizione dottrinale e liturgica della Chiesa. Trattandosi di una rottura, come si legge nel comunicato diffuso dal nostro Istituto, ³un giudizio così severo non può designare un rito della Chiesa, promulgato cioè dalla legittima e suprema autorità ecclesiastica².
Benedetto XVI, invece, parla di continuità tra i due messali e afferma addirittura che vi è un unico rito con una doppia forma, quella ordinaria espressa dal messale di Paolo VI e quella straodinaria espressa dal messale di san Pio V secondo le rubriche edite da Giovanni XXIII nel 1962 (è il messale utilizzato dall¹Ecclesia Dei e dalla FSSPX). Per Benedetto XVI la nuova messa di Paolo VI è l¹espressione ordinaria della ³lex orandi² (la legge della preghiera) della Chiesa cattolica, e quindi della ³lex credendi²> (la legge della fede). Nel BEC, invece, si legge che ³è evidente che il Novus Ordo non vuole più rappresentare la fede di Trento.
A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno.
Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del Novus Ordo, in una tragica necessità di opzione².
Ci sembra quindi improprio ritenere che Ratzinger abbia ³ristabilito nei suoi diritti la messa tridentina². La Messa Romana ha un unico rito, codificato dal Missale Romanum promulgato da san Pio V e in uso secondo l¹edizione di san Pio X. Relegare la Messa di san Pio V a un¹espressione straordinaria, di ³serie B², subalterna alla nuova messa, e fare della nuova messa l¹espressione per eccellenza della ³lex orandi², non va certo nella direzione auspicata dal BEC, che chiedeva non solo la salvaguardia del rito tridentino ma anche l¹abrogazione del nuovo rito.
Detto questo, bisogna riconoscere che nei documenti di Benedetto XVI vi è un aspetto che può essere accolto con soddisfazione. Nella lettera ai Vescovi (messa nel cassetto dal vescovo Fellay), si ammette che i modernisti non sono riusciti a sopprimere la Messa Romana, anzi Benedetto XVI riconosce che il rito di san Pio V ³non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso². Paolo VI (che comunque non aveva l¹autorità per farlo) disse il contrario al Concistoro del 24 maggio 1976. Montini impose illegittimamente il nuovo rito e scatenò una vera e> propria persecuzione dei sacerdoti e dei fedeli rimasti legati alla Messa Romana. Dopo 40 anni, Ratzinger è costretto a smentire l¹antico maestro (e> protettore), riconoscendo così, obtorto collo, la perennità della Messa Romana, il numero sempre crescente di persone fedeli al rito tridentino e, fra di esse, l¹alta percentuale di giovani.
Notiamo la data del Concistoro: siamo alla vigilia dell¹estate calda del 1976, caratterizzata dalle ordinazioni ³selvagge² di Ecône del 29 giugno, dalla Messa di Lilla del 29 agosto e dalla ³sospensione a divinis² che Paolo VI inflisse a mons. Lefebvre. In quei giorni il Vescovo francese espresse pubblicamente la possibilità di dichiarare la Sede vacante. Erano gli anni in cui i tradizionalisti incutevano paura, perché invece di ipotizzare ed>elemosinare accordi coi modernisti, denunciavano ad alta voce gli errori conciliari, disertavano le chiese occupate dal nuovo rito, aprivano centinaia di luoghi di culto nel mondo intero.
La primissima fase di questo combattimento nacque e si sviluppò a Roma, animata dal più profondo spirito romano e muovendosi nei migliori ambienti romani. Tra i primi sacerdoti troviamo i padri storici del sedevacantismo: il gesuita padre Joaquin Saenz y Arriaga (con i sacerdoti messicani dell¹Union Catolica Trento), padre Guérard des Lauriers, padre Nöel Barbara (con i preti dell¹Unione pour la fidelitè), l¹abbè Louis Coache. E poi ecclesiastici come mons. Domenico Celada, mons. Pozzi, mons. D'Amato, padre Coccia ofm, padre Domenico Cinelli op. Figure di laici, efficaci strumenti della volontà di tanti cattolici (seppure alcuni con dei lati oscuri), come: Franco Antico e la dirigenza di ³Civiltà Cristiana², Cristina Campo, Elisabeth Gerstern, Gabriella de Montemayor, la sezione romana di ³Una Voce², la rivista Vigilia Romana, i libri della collana ³I brulotti² di Giovanni Volpe Editore e le opere di Tito Casini, i pellegrinaggi internazionali (interrotti poi dalla FSSPX) che portavano a Roma migliaia di fedeli decisi a tutto. Se abbiamo avuto il ³Breve esame critico² e la conseguente resistenza cattolica lo dobbiamo innanzitutto a loro.
Poco tempo dopo iniziarono le pubblicazioni delle benemerite riviste Chiesa Viva di don Luigi Villa e Sì sì, no no di don Francesco Putti. Dopo la prima domenica d¹Avvento del 1969, data in cui entrò in vigore il nuovo rito, in Italia, un piccolo drappello di sacerdoti, malgrado le disposizioni di Paolo VI, continuò ad assicurare la S. Messa ai fedeli: mons. Attilio Vaugagnotti e don Giuseppe Pace a Torino, don Luigi Siccardi nell¹astigiano, don Andreotti e don Falconi in Lombardia, don Clemente Bellucco a Padova, don Siro Cisilino a Venezia, don Primo Lenzini e mons. Luigi Stefani in Toscana, i già citati padre Coccia e padre Cinelli a Roma, don Gaetano Cimino a Caltanissetta. Non bisogna poi dimenticare la figura del cardinal Pietro Palazzini che, seppur fedele al Vaticano II, si adoperò sempre per la celebrazione pubblica, senza indulto, della Messa a Roma. Sulla scia dei primissimi pionieri ³romani² alcuni vescovi (tra cui lo stesso padre Guérard des Lauriers, che fu consacrato vescovo nel 1981), molti sacerdoti, religiosi e religiose, hanno continuato a difendere il deposito rivelato e, come logica conseguenza, a conservare la Messa.
Il testamento spirituale dei difensori della Fede è sempre stato quello di continuare la buona battaglia senza cedimenti. I fatti hanno dato loro ragione: 15 anni dopo l¹imposizione del Novus Ordo, Giovanni Paolo II cercava di arginare l¹opposizione cattolica con l¹Indulto del 1984. Oggi, dopo quasi 40 anni, Ratzinger deve ritornare sulla questione con un documento che fino a qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile. In questi giorni, sulla scia del Motu proprio, non sono pochi coloro che (invisibili negli anni passati) si dichiarano sostenitori e ammiratori della Messa ³tridentina², anche valenti giornalisti e affermati scrittori (Carlo Rossella, direttore del Tg5, sulla prima pagina de La Stampa il 24/07/2007 parlava di una sua recente partecipazione a una Messa ³tridentina²). Ma senza il sacrificio dei sacerdoti che hanno preferito la Fede alla carriera e agli onori, nessuno oggi potrebbe elogiare il rito ³tridentino², per il semplice fatto che senza la sua strenua difesa pubblica, esso sarebbe stato cancellato dalla riforma liturgica.
Dopo la pubblicazione del Motu proprio nulla deve cambiare nella condotta dei cattolici antimodernisti perché nulla è cambiato di sostanziale in Vaticano. Quindi, per il bene della Chiesa, per la nostra perseveranza e per il bene di tutti coloro che potrebbero effettivamente riscoprire la Messa Romana, è necessario conservare l¹integrità della Fede, continuare a predicare le verità cattoliche e denunciare gli errori e gli inganni modernisti.> Tra questi inganni vi è il gravissimo problema della dubbia validità delle nuove consacrazioni episcopali e delle nuove ordinazioni sacerdotali, con la conseguenza di avere delle Messe e dei sacramenti invalidi: non basta insegnare a dire la Messa al clero ufficiale se prima non si risolve la questione della validità degli ordini sacri (quando ero sacrestano a Ecône, in più occasioni ho preparato delle cerimonie di ordinazioni sotto condizione conferite da mons. Lefebvre a dei preti ordinati col nuovo rito che si avvicinavano alla FSSPX). Anche il nostro Istituto desidera aiutare i giovani preti che si sentono attratti dalla Tradizione della Chiesa ma, per il loro bene e per quello dei fedeli, delle questioni così gravi devono essere affrontate seriamente e risolte secondo la disciplina della Chiesa.
L¹applicazione del Motu proprio determina poi delle contaminazioni dottrinali e liturgiche tra il ³vecchio² e il ³nuovo² all¹interno della stessa chiesa, con la Messa di san Pio V celebrata nel contesto della nuova teologia conciliare e alternate alla celebrazione della messa nuova magari con l¹omelia progressista e comunque a difesa del Concilio. Vi sarà l¹uso ambivalente dei tabernacoli, dove particole veramente consacrate saranno distribuite in mano durante una messa nuova o, viceversa, dove ostie ³consacrate² col rito di Paolo VI saranno date ai fedeli durante la Messa ³tridentina². Lo stesso problema si pone per gli Olii Santi, ³consacrati² dai vescovi modernisti e poi utilizzati per amministrare i Sacramenti con l¹antico Rituale.
Evidentemente tutti questi problemi non si pongono a chi cerca nella Messa di san Pio V semplicemente la bellezza delle cerimonie, dei canti e delle musiche, separando il rito dalla professione di Fede e accettando, come afferma Ratzinger, il rito di Paolo VI come l¹espressione ordinaria della ³lex credendi². Ma, come ha scritto Rosso Malpelo, alias Gianni Gennari, nella rubrica ³Lupus in pagina² (Avvenire dell¹8/7/2007): ³in ballo è ben altro che la Messa in latino². Effettivamente ³in ballo² vi è la Fede cattolica, ante e anti-Vaticano II.
Tra i prossimi effetti deleteri del Vaticano II, vi sarà un nuovo incontro ecumenico internazionale, patrocinato dalla Comunità di sant¹Egidio, che si terrà dal 21 al 23 ottobre 2007 a Napoli, con la partecipazione di alti prelati insieme a gruppi di cristiani eretici e scismatici, di giudei, di musulmani, di induisti, di buddisti, di taoisti, di zoroastriani, ecc. Il portavoce della sala vaticana, padre Lombardi, ha annunciato anche la presenza di Benedetto XVI (Apcom del 15/7/2007). Come si possono conciliare gli incontri ecumenici (condannati da Pio XI e da Pio XII) e il ritorno della Messa ³tridentina² (vietata da Paolo VI), se non in un¹ottica di assimilazione dei tradizionalisti al processo conciliare? Ratzinger è ripartito dal 1969 e chiede di accettate il Novus Ordo Missae, espressione della nuova teologia, ai successori di coloro che rifiutarono il rito di Paolo VI come conseguenza logica del rifiuto del Concilio. E fin d¹ora Benedetto XVI prospetta la fusione dei nuovi riti in una ³nuovissima messa², la riforma della riforma, per l¹assimilazione definitiva di tutte le componenti ecclesiali (anche di quelle più tradizionali) nell¹unico Credo dell¹ecclesiologia neo-modernista.
Dalla prima domenica d¹Avvento del 1969 la separazione tra i due campi fu netta e questo, in un certo senso, aiutò la resistenza cattolica. Dal 14 settembre 2007 regnerà, invece, la confusione e l¹ambiguità, con i pericoli elencati nei paragrafi precedenti. Da parte nostra, con l¹aiuto di Nostro Signore, della Madonna e di San Pio X, desideriamo rimanere ancorati alle posizioni del card. Bacci, del card. Ottaviani e di tutto il clero refrattario al Concilio Vaticano II e alla sua espressione liturgica: ³È evidente che il Novus Ordo non vuole più rappresentare la fede di Trento. A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno².

(Fonte:
http://www.casasanpiox.it/opportune.asp )
___________________________

info@centrostudifederici.org

Archivio dei comunicati:
http://www.centrostudifederici.org/stampa/stampa.htm


Per informazioni | christusrex@libero.it

Torna ai contenuti | Torna al menu