La resistenza Cattolica 2
La situazione drammatica della Tradizione Cattolica
Verona, 15 Aprile 2009
Dopo la lettera di “chiarimenti” firmata da Benedetto XVI, succeduta alla reprimenda per cattiva gestione della comunicazione da parte delle commissioni vaticane interessate dei rapporti con i cattolici tradizionalisti, un certo silenzio ha preso il posto del caos mediatico susseguito al ritiro delle pseudo-scomuniche ai 4 vescovi della Fraternità San Pio X.
Sul sito www.agerecontra.it , nel “dossier La Svolta” abbiamo raccolto vari capitoli di informazione, mentre don Floriano Abrahamowicz ha dettato la linea, conformemente all’eredità spirituale del venerato e compianto Mons. Marcel Lefebvre: “ ogni colloquio con la chiesa conciliare, prima che Roma sia tornata all’integrità della Fede dei Padri, è una “illusione puerile”. La stessa lettera di Benedetto XVI ai vescovi conferma questo indirizzo e rincara la dose, dichiarando esplicitamente che non esiste nessuna volontà da parte sua di recedere dal Concilio Vaticano II e successive riforme, sebbene siano in aperta rottura con il “depositum fidei”, con la Tradizione. Ratzinger è ostinatamente e orgogliosamente conciliare, hegeliano, espressione della filosofia tedesca. Parla di ermeneutica della continuità, cercando di far andare d’accordo proposizioni opposte. Impossibile per la logica. Anatema sancito dalla sana dottrina. Modernista nella mens e nella prassi.
Abbiamo appreso dall’ abbè Claude Barth (sul sito www.unavox.it) e dal cappuccino frère Jean che già dal 1997 è funzionante un club, denominato GREC, che riunisce rappresentanti tradizionalisti di diverse correnti, sotto lo sguardo attento di chierici conciliari, finalizzato a trovare le formule più idonee per riallineare al Vaticano la Fraternità San Pio X. Parrebbe che questi incontri avessero prodotto la cosiddetta “strategia della Fraternità”, esposta a più riprese da Mons. Fellay, che prevede due preliminari (la liberalizzazione della Messa Tradizionale e la revoca dei decreti di “scomunica” del 1 Luglio 1988) e una serie di “colloqui” dottrinali sul Concilio e sulle successive riforme. L’attuazione di questo programma sarebbe dovuta iniziare col Giubileo del 2000, quando in segno di distensione verso la chiesa conciliare, ci fu la processione della Fraternità in Vaticano, allora occupato da Giovanni Paolo II. Ma, allora, qualcosa si incrinò e i vertici della FSSPX, apparentemente, si ritirarono. I “confronti”, però, non cessarono e sono oramai di pubblico dominio i contatti e le discussioni, soprattutto con la Commissione pontificia Ecclesia Dei, guidata dal Card. Hoyos e voluta da Wojtila al fine di favorire un eventuale riallineamento della fiorente opera, fondata dall’Arcivescovo Lefebvre.
Restando ai fatti, per ora sappiamo che, in risposta al primo preliminare, Benedetto XVI ha prodotto il Motu Proprio Summorum Pontificum, cioè un incredibile mostro teologico, che in linea con la volontà di conciliare gli opposti, pone in continuità lex orandi e lex credendi tradizionale con quella conciliare. La bolla Quo Primum Tempore di S. Pio V donava alla Messa di sempre l’indulto perpetuo, che, certamente, neppure una maldestra dichiarazione di Paolo VI sulla Sua presunta abrogazione, è mai riuscita a scalfire. Tutti i sacerdoti, sempre ed ovunque, potevano, possono e potranno celebrare questa Messa, frutto della fede tridentina (contraddetta dal Concilio Vaticano II, sia nello spirito che nei testi) nonostante il Motu Proprio.
Il fatto che, per accidens, qualche sacerdote abbia acquisito quel coraggio che gli è mancato fino alla promulgazione del Motu Proprio, appare un risultato, in senso generale, assai modesto. Con l’aggiunta che gli ostracismi di moltissime curie non sono finiti, nonostante le speranze dei più ottimisti. Inoltre, sono pure aumentati i casi di biritualismo, legittimato dal Motu Proprio stesso. Il mostro teologico ha prodotto, soprattutto, i frutti della confusione e del disorientamento dottrinale. Effettivamente, non occorre essere esperti tomisti, basta avere un minimo di buon senso per comprendere che, se prima Roma non ritrova la Fede di cui la Messa è espressione, escludendo qualche singolo caso particolare (Dio, nella Sua infinita misericordia, trae il Bene anche dal male) difficilmente risulta possibile una vera restaurazione, di cui la S. Messa tridentina sarebbe la naturale conseguenza. Prima dovrà essere ripristinata la lex credendi, di cui la Messa tridentina è la lex orandi. Se non c’è questa volontà bilaterale, a quale esito positivo può portare un confronto con la chiesa conciliare? Noi tradizionalisti ci vogliamo accontentare del Motu Proprio? Era questo che chiedevamo per la Messa dei nostri Padri? Faccio notare che da parte tradizionalista (esclusi alcuni casi), a seguito del motu proprio, pare di cogliere che la battaglia per la Messa di sempre sia andata in soffitta assieme alla legittima battaglia per l’ abrogazione del Novus Ordo. Questo torpore sembra un preludio ad una riforma nella riforma, di cui, peratro, Benedetto XVI ha già parlato, lasciando intendere un risultato che si profila come un mix tra antico e nuovo. Si tratterebbe di un ennesimo pasticcio, conseguenza di quell’ermeneutica della continuità, che vuole parificare gli opposti, mirata ad accontentare tutti. Qualcuno desidererebbe una sorta di “compromesso storico” che annulli la lotta tradizionalista, riassorbendone le istanze attraverso artifici dialettici formali, mantenendo la mens e la sostanza conciliari. Questo abbraccio non può che essere suicida per la Verità.
Va aggiunto, inoltre, che grazie all’operazione Motu Proprio, creata ad arte per portare, con l’amo della liturgia, i tradizionalisti più ingenui nell’alveo conciliare cantando in latino, Benedetto XVI con abilità e fine intelligenza, si palesa come tradizionalista nei confronti dei tradizionalisti stanchi e forse stressati da anni di battaglie, rassicurando però i modernisti progressisti che non è cambiato nulla: non si prescinde dal concilio ! – si sgola il modernista Ratzinger. Colui che un giorno fu appellato come “serpente” da Mons. Lefebvre, ha mediaticamente “sdoganato” un rito, che chiama extra-ordinario (???), affinché possa coesistere nel “pantheon ecumenista” di cui è convinto fautore. Così si riduce la Messa di sempre all’ennesimo carisma tra i vari carismi post-conciliari; non si ridona sicuramente alla Tradizione il giusto posto che Le spetta nella Chiesa.
E qui veniamo alla spinosa e dolorosa situazione della crisi nella Chiesa. La chiesa ufficiale, che occupa il Vaticano, oggi divisa tra modernisti minimalisti (ratzingeriani) e modernisti massimalisti (martiniani) ha le caratteristiche della visibilità?
E’ evidente che la risposta è negativa. Primariamente non vi è unità di Fede neanche all’interno della chiesa conciliare, che avendo perso ogni senso dell’Autorità, misconoscendo il principio di non contraddizione e di identità, è un’ accozzaglia di litigiose correnti, peggiore dei partiti politici del sistema liberal-democratico moderno. Figuriamoci se può esserci unità di Fede con la Tradizione! A cascata, non c’è unità nella Liturgia e neppure nel sentire secondo quanto la Chiesa ha sempre insegnato e tutti hanno sempre creduto.
I tradizionalisti provano sofferenza per questa situazione, umanamente irrisolvibile e recitano bouquet di Rosari affinché la crisi, senza precedenti, che attanaglia la Chiesa possa essere sconfitta e trionfare la Verità. Accanto alla preghiera, essi mantengono viva la fiaccola della Tradizione attraverso la testimonianza. Quindi attraverso lo studio, la preghiera e l’azione, i tradizionalisti non possono che combattere una dura lotta per la Resistenza Cattolica contro ogni forma di “ralliement” con la chiesa conciliare. Essa è un corpo estraneo, frutto del modernismo, definito da S. Pio X come “sintesi di tutte le eresie”. Con questo leviatano non si dialoga, si muove guerra di proselitismo, perché nemico di Cristo e della Verità.
Il dogma dell’indefettibilità, il non prevalebunt sono comunque salvi, perché ove vi sia almeno un vescovo, un sacerdote che esercitino validamente e legittimamente nel sentire della Chiesa, in questo stato di assoluta necessità, là vi è la Chiesa visibile. E là, i fedeli devono trovare rifugio in quest’ epoca davvero extra-ordinaria. Il sacrificio è l’unica possibilità attuale da accettare. Il rischio è una delle condizioni da mettere in conto per prepararsi al meglio, in quanto la persecuzione, che è stata predetta non è lontana e, soprattutto, non opera con macchine fotografiche o con le telecamere di qualche giornalista curioso, ma con armi ben più potenti e spaventose che noi, imborghesiti dalla modernità, probabilmente neppure immaginiamo, crogiolati nelle nostre abitudini, sonnecchianti nelle nostre comodità, rimbambiti nel nostro tran tran quotidiano.
La crisi spaventosa, anche di una parte cospicua dell’ambiente tradizionalista, deve far ragionare e scegliere secondo il principio evangelico: “il vostro parlare sia SI SI, NO NO, perché il resto viene dal maligno” (Mt, 5,37). Posizioni di compromesso non sono possibili né accettabili. Il comandamento di Dio di santificare la festa viene prima del precetto della Chiesa di assistere alla Messa. Se non c’è una Messa certa nei paraggi, meglio la preghiera solitaria e l’atto di pietà. In questo momento storico di particolare gravità, meglio una Messa tradizionale da sacerdoti che vivono in una Istituzione riallineata de facto con la chiesa conciliare o meglio una Messa tradizionale da sacerdoti refrattari alla chiesa conciliare ed al riallineamento? I sacerdoti che continuano a vivere in una Istituzione riallineata de facto alla chiesa conciliare, ma che in privato esprimono tutte le loro perplessità ed addirittura angosce verso la deriva evidente della società che amano, perché non fanno sentire pubblicamente la loro voce di dissenso? Eviterebbero “lo scandalo dei pusilli” e donerebbero pace anche a quei fedeli che si trovano disorientati di fronte a questo corso suicida, perché troverebbero il conforto del buon Pastore che ha il coraggio di denunciare l’errore e di affrontare il futuro con lo spirito provvidenziale di chi sa di difendere la Verità e l’opera di tanti anni di chi ha salvato la Messa e il sacerdozio cattolici. Quale grande responsabilità per costoro, nella retta cura animarum !
Benedetto XVI, con la consueta astuzia, ha risposto anche al secondo preliminare richiesto dalla Fraternità. Ha revocato i decreti di “scomunica”, ritenendo essi validissimi. Com’è possibile, ci chiediamo, chiedere alla chiesa conciliare (quindi alla chiesa ufficiale (intesa ovviamente come istituzione), alla “contro-Chiesa”, in quanto modernista) la revoca di ciò che si è sempre considerato inesistente?
La revoca farà aumentare i fedeli, che prima non venivano alla Tradizione perché si facevano remore morali a causa della “scomunica” - abbiamo sentito dire. Ora, sarebbe curioso che chi di dovere fornisse i dati, almeno parziali, di questo presunto aumento di fedeli, dovuto alla revoca della “scomunica”. A noi sembra che, dopo il primo ed il secondo preliminare, si siano avvicinati sì nuovi fedeli, ma alle “Messe Motu Proprio” diocesane, spesso pasticciate nel rito, ove i sacerdoti predicano, in troppi casi, la dottrina conciliare. Ci sembra che, paradossalmente, l’applicazione dei preliminari chiesti abbia favorito la chiesa conciliare nel tentativo di fagocitare i tradizionalisti (o, almeno, la parte più incline al compromesso) e i gruppi dipendenti dalla Commissione Ecclesia Dei. Questo è un fatto, difficilmente confutabile, che ha prodotto un danno immenso per la cura animarum perché ha concesso forme tendenzialmente tradizionali abbinate a dottrine sostanzialmente conciliari, nell’ottica di una continuità con la Tradizione, che esiste solo nella mente di Ratzinger, ma che è contraddetta dalla logica.
Fedeli nuovi in cappelle della Fraternità si sono visti in Triveneto, grazie all’apostolato instancabile ed estremamente visibile del sacerdote che lo conduceva. Dal Triveneto sono anche partite il maggior numero di vocazioni degli ultimi anni. Poi, però, tale sacerdote è stato espulso a mezzo stampa con le motivazioni strumentali e pretestuose, per usare un eufemismo, che tutti sanno. Il vulnus dell’espulsione sta, però, nella posizione dottrinale del suddetto sacerdote, che pur essendo sempre stata la stessa, dal seminario ad oggi, è diventata tremendamente scomoda in tempi di “ralliement”. Ciò è talmente vero, che è cresciuta qualche forma di gastrite anche a chi, restando in una posizione “attendista”, ha ancora delle remore (più pscicologiche che di sostanza) ad unirsi alla Resistenza Cattolica.
Veniamo alla terza fase della “strategia della Fraternità”: i “colloqui” dottrinali.
E’ chiaro che dal 1997 ad oggi, il GREC (gruppo di discussione tra le anime già ufficialmente riallineate del tradizionalismo cattolico e un esponente della FSSPX) non ha reso pubblico alcun esito. Altrettanto chiaro è che dei colloqui sono stati fatti e che il Vaticano ripropone, forse in forma aggiornata, i protocolli che Ratzinger sottopose a Mons. Lefebvre nel 1988 e che, questi, provvidenzialmente, stracciò dopo aver rischiato, per umiltà e spirito di obbedienza, di cadere nel trappolone che gli aveva confezionato la chiesa conciliare. Abbiamo elementi anche nella lettera ai vescovi di Benedetto XVI, ove sono netti i passaggi relativi all’accettazione del concilio, delle riforme e del “magistero” successivi al concilio.
Per una certa parte tradizionalista, almeno nel modo di porsi, si considera che la chiesa ufficiale/conciliare sia la chiesa visibile, che Benedetto XVI sia senza ombra di dubbio il Santo Padre, il papa buono e generoso che “grazia” chi ha scritto di soffrire per una mancata “comunione perfetta” con Roma (quella attuale!) e vuole trovare delle formule, attraverso quel “dialogo” che non è mai stato accettato nei confronti di altri, quasi che sia lo spirito del concilio a dover essere spiegato meglio e che non vi sia rottura col passato. Si sente proporre la lettura del concilio alla luce della Tradizione. E’ impossibile, se non si ammette l’ermeneutica della continuità. L’ermeneutica della continuità è un errore grave perché fa convivere sotto lo stesso tetto la verità e l’errore, la proposizione e il suo contrario. La negazione del principio di non contraddizione e di identità produce l’ermeneutica della continuità tra concilio e Tradizione. Non è possibile. Questo vicolo cieco in cui qualcuno ha messo la Tradizione è irreversibile? Noi ci auguriamo di no. Ma i segnali non sono incoraggianti. Abbracciamo la Croce e chiediamo aiuto dal Cielo. Nello stesso tempo, lottiamo come possiamo, perché la soluzione praticabile è esclusivamente quella di rimanere fuori dalla dialettica conciliare e dalla sètta modernista, per mantenere viva la fiaccola della Tradizione che è stata portata a Ratzinger e sulla quale egli sta soffiando perché si spenga nel mare dei “carismi”.
Matteo Castagna, portavoce del Circolo Christus Rex