Un'illusione puerile
Le ordinazioni episcopali del 1988
La strategia della Fraternità (Fideliter nr 188 marzo-aprile 2009 del padre Regis de Cacqueraey)
Parlare di “strategia” della Fraternità può senza dubbi sorprendere. La connotazione militare di questa parola, il lato tattico che suggerisce, conviene ad un combattimento religioso di questa levatura come il nostro? La sola espressione di “fede” non basterebbe per dire l’alpha e l’omega del nostro piano? Ma la lotta giustifica l’esistenza di una strategia.
Chi potrà negare che la fraternità è una piccola armata alla quale è stato assegnato un immenso combattimento, quello della fede? Ora in questo combattimento, come in ogni combattimento ci sono vari obiettivi da raggiungere: bisogna dunque cercare i mezzi e le azioni più adatte per raggiungerli. In primo luogo noi combattiamo per mantenere e trasmettere la fede là dove ancora esiste. E il lavoro più visibile della fraternità, al quale si dedicano ordinariamente i suoi membri. Ma ugualmente cerchiamo con tutto il nostro cuore di propagare questa fede presso le anime attraverso la predicazione missionaria. Infine come non potremmo non preoccuparci dello stato di decadenza nel quale si trova ridotta la Chiesa, corrosa fino al midollo dall’eresia? Come non avremmo molto a cuore l’obiettivo di fare il nostro possibile per estrarre le autorità della Chiesa dal solco degli errori e delle eresie che le ha sviate? A loro riguardo questo nostro dovere è tanto più imperioso che la Fraternità si trova misteriosamente ad essere approssimativamente l’ultima a poter esporre chiaramente i motivi principali della perdita generale della fede.
Quello che è l’umanesimo moderno
Intanto è ben chiaro che la Fraternità ha il compito di lavorare all’estirpazione degli errori nella Chiesa e al ritorno della sua gerarchia all’integralità della verità cattolica; è altrettanto chiaro per tutti che un tale lavoro è estremamente pericoloso. Se la fraternità perdesse questa battaglia, se lei a sua volta si lasciasse contaminare dalle dottrine di errore, sembrerebbe allora non più rimanere speranza di uscire dalla crisi nella Chiesa. Certamente siamo convinti che Dio è onnipotente e non ha bisogno di noi per arrivare dove vuole Lui. Ma non per questo motivo Lui vuole che noi ci esimiamo dal nostro dovere trascurando, con il pretesto che Dio è libero di ricorrere a mezzi straordinari, di andare fino alla fine dei nostri mezzi e delle nostre forze.
I tre scalini
La riflessione sulla necessità di questa confessione della fede presso le autorità della Chiesa “conciliare” portò i superiori nel 2001 a definire le grandi linee che a lungo termine avrebbero seguito nelle loro relazioni con Roma. Questo piano comprendeva tre tappe. La prima consisteva nel chiedere a Roma due “preliminari”; il primo preliminare era quello di riconoscere a ogni sacerdote il diritto di celebrare liberamente la messa di San Pio V. Il secondo era quello di pronunciare il ritiro del decreto delle scomuniche del 1988. In un secondo tempo, una volta concessi questi due preliminari, la Fraternità raccomandava delle discussioni dottrinali nel corso delle quali sarebbero state affrontate le grandi tesi liberali, nuove e gravemente erronee del concilio Vaticano II, le quali sono all’origine del male che sta consumando la Chiesa dall’interno. Infine in un terzo e ultimo tempo soltanto, avendo queste discussioni raggiunto uno sbocco felice, sarebbe avvenuta la regolarizzazione canonica della Fraternità e delle comunità amiche.
La Fraternità scelse di rendere pubblico questo piano in tre tappe, di portarlo alla conoscenza di tutti, dei sacerdoti e dei fedeli della Fraternità come anche delle autorità della Chiesa. Quando fu conosciuto non interessava più né gli uni né gli altri, tanto il suo tenore pareva lontano e impossibile. Non si vedeva per quali motivi, nel suo stato di opposizione alla Tradizione, Roma condiscenderebbe alle richieste di questa piccola fraternità ufficialmente esclusa dalla Chiesa. Si accusava la fraternità d’imporre delle esigenze inaudite per camuffare la sua volontà d’isolamento. A dire il vero, chi fra di noi avrebbe pensato nel 2001, che meno di otto anni più tardi il papa avrebbe compiuto due gesti decisivi per rispondere ai due preliminari?
Una strategia che si è imposta
Roma avrebbe potuto, al momento in cui la Fraternità espose il suo piano, o disinteressarsi completamente di lei oppure rifiutare il piano e fare una controproposta. Benché questo piano abbia suscitato il 5 aprile 2002 una lettera di protesta da parte del cardinale Castrillon Hoyos a Monsignor Fellay, il tracciato per raggiungere l’obiettivo proposto dalla Fraternità si è in realtà poco a poco imposto nei rapporti tra la Fraternità e la Santa Sede. Gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II volgevano a termine senza alcun risultato apparente. E il suo successore, il papa Benedetto XVI ha dimostrato la decisione di fare suo l’iter tracciato dalla Fraternità.
Tutti si ricordano ancora questo avvenimento ancora recente del Motu Proprio del 7 luglio 2007, che al seguito della crociata di rosari lanciata dal nostro superiore generale, riconobbe che la messa che aveva difeso Mons. Lefèbvre non era mai stata vietata. Il testo conteneva numerose e gravi imperfezioni, ma costituiva un passo decisivo nel dischiudere progressivamente la messa. Era nondimeno perfino possibile pensare che questo gesto, venuto da un papa il cui interesse per la liturgia è celebre, coincidesse con il primo auspicio della Fraternità senza però essere stato consentito in risposta alla sua domanda.
Dopo il decreto del 21 gennaio 2009 non è più possibile pensare in questo modo. Questo secondo gesto corrisponde al secondo preliminare della Fraternità, anche se risponde di nuovo in modo imperfetto ed insufficiente. In seguito a questo gesto, noi non possiamo che constatare che la strategia del 2001, mai contestata ufficialmente da Roma quando fu emessa, è stata ripresa e si trova essere seguita quasi alla lettera da parte della Santa Sede. Potremmo avanzare più ragioni che darebbero una spiegazione. Tuttavia siamo ben coscienti che tutti questi motivi rimangono molto insufficienti senza evocare la preghiera del Rosario.
Non solo il decreto del 21 gennaio è venuto a iscriversi nuovamente nella strategia preconizzata dalla Fraternità, ma ci ha dato la garanzia che Roma accetta di continuare, anche nel futuro, tale quale noi l’abbiamo voluta. Il decreto del 21 gennaio riconosce infatti che devono avere luogo i “necessari colloqui” tra Roma e la Fraternità sulle “questioni ancora aperte”. Ora è esattamente quello che abbiamo chiesto nella nostra seconda tappa. Abbiamo detto che vogliamo delle discussioni dottrinali perché le giudichiamo assolutamente indispensabili per lavorare alla risoluzione della crisi nella Chiesa. Non possiamo dunque fare altro che rallegrarci che il cardinale Re, firmatario del decreto nel nome del papa, accetta le discussioni di fondo, le giudica necessarie come prossima tappa e considera “ancora aperte” le questioni che noi poniamo.
Cambiare strategia?
Varie voci, da Roma e d’altrove, ritengono tuttavia opportuno, al punto della battaglia nel quale ci troviamo, modificare la nostra strategia. Ci consigliano di invertire l’ordine delle due tappe rimanenti, di fare passare la terza prima della seconda, la regolarizzazione canonica prima delle conversazioni dottrinali. Tra gli argomenti forniti vi è quello della benevolenza del papa nei nostri confronti: bisogna approfittarne perché i suoi anni sono contati e non si sa cosa ci porta l’avvenire! Ci dicono anche che le conversazioni sono destinate all’insuccesso. Andremo sicuramente ad impantanarci e la regolarizzazione canonica non avverrà mai. O allora ci dicono che la Fraternità una volta regolarizzata, per il posto ufficiale che le sarà concesso, avrà più peso di fronte a Roma nel far valere le sue posizioni.
E’ sicuro che la scelta di una strategia piuttosto di un'altra non rileva dalla fede e non contestiamo la possibilità di discuterne. Inoltre, i migliori strateghi, non sono proprio quelli che in funzione dell’evolversi della situazione si dimostrano capaci di cambiare il necessario per aderire più alla realtà? Preoccupati di non rimanere su una linea strategica per incapacità di autocritica o per ostinazione, esaminiamo più attentamente le obiezioni di coloro che preconizzano la nostra regolarizzazione canonica immediata.
Dopo Benedetto XVI
Certo, il papa manifesta una preoccupazione innegabile nei nostri confronti. C’è da temere che non sarà cosi dalla parte de suoi successori? Mi sembra, senza seguire da vicino i cambiamenti operati dentro la Curia e fra i cardinali, che il papa a già largamente impostato in corrispondente alle sue scelte. L’ala progressista è poco a poco rimpiazzata da una tendenza più seria, spaventata e disorientata dalla crisi che sta subendo la Chiesa, alla ricerca di soluzioni per uscirne ma ancora incapace di osare l’indispensabile messa in causa del concilio. Ci sembra dunque in realtà che più il tempo passa, meno la nostra sorte dipende dalla sola benevolenza personale del papa.
Il peso del riconoscimento?
Avremmo più peso per discutere dopo una regolarizzazione canonica? E’ un argomento del quale si sente spesso parlare. Tuttavia, guardando la storia del combattimento della Tradizione, è manifesto che tutti coloro che hanno accettato queste regolarizzazioni canoniche non sono arrivati ad ottenere queste conversazioni. Una volta regolarizzati, i loro casi erano considerati risolti e queste discussioni non ebbero mai luogo. Delle intimidazioni nette sono state loro ingiunte di tacere quando cercavano di mantenere un discorso critico sul concilio. Visto che noi siamo più o meno gli ultimi a saper puntare il dito sugli errori, non pensiamo che possiamo prendere l’infinito rischio di accettare uno statuto canonico senza aver ottenuto la certezza morale di un risanamento dottrinale di Roma.
L’agro e il dolce
Bisogna ammettere che ci ripugna di ritrovarci nell’involucro canonico offerto da una Roma che non ha ritrovato la sua Tradizione e che rimarrebbe impantanata nell’impossibile ricerca dell’ermeneutica della continuità del concilio Vaticano II. Noi lo verremmo come un oltraggio fatto alla verità ed un rischio supplementare di aumento della confusione per le anime.
Più tardi o mai?
Le discussioni s’impantaneranno per forza? Noi sappiamo bene, che a vista umana, sono estremamente difficili perché non ci separano soltanto qualche conclusione teologica ma anzitutto un vero abisso filosofico invalicabile (vedi l’articolo de l’ abbé Morva). Tuttavia quante sfumature fra gli uomini! Accanto alle intelligenze perse nei meandri impenetrabili del pensiero moderno, esistono menti più sane, che aspirano alla filosofia perenne. La precisione tomista e la necessità della scolastica trovano qua e là le loro credenziali di nobiltà. Non dimentichiamo: eravamo in tanti a pensare che le due prime domande della fraternità non avrebbero trovato ascolto. Gli eventi recenti ci hanno dimostrato il contrario. Non bisogna dunque disperare del seguito.
Roma conferma
D’altronde siamo autorizzati a pensare che non è la volontà profonda del papa che la regolarizzazione canonica sia prodotta nell’immediato. Infatti con il decreto del 21 gennaio il papa ha firmato la tolta delle sedicenti scomuniche e sembra aver indicato quello che d’ora in poi desidera. Ora non parla della regolarizzazione della Fraternità. Avrebbe potuto farlo ma non l’ha fatto. Ha affermato, al contrario, che ci volevano necessariamente le discussioni dottrinali che noi abbiamo chiesto. Senza dubbio, potrebbe, nell’avvenire, esprimere tutt’ altre cose. Per quanto ci riguarda, noi siamo soddisfatti di vederLo riconoscere la necessità delle conversazioni dottrinali prima di preoccuparsi delle questioni canoniche.
Diremo per concludere che non si cambia una strategia che oramai a acquisito le credenziali di nobiltà. Dopo questo secondo risultato vi sono ancora meno motivi di modificarla perché funziona bene: primo, portare alla conoscenza di tutti il nostro obiettivo; secondo, bombardare il terreno con l’artiglieria pesante dei rosari; terzo e ultimo, avanzare con la fede di Nostro Signore Gesu Cristo verso la nuova posizione da conquistare.