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L'abbè Barth conferma che discussioni dottrinali tra Vaticano e FSSPX ci sono già state nel club "GREC"

Un'illusione puerile

L'abbè Barth dice che discussioni dottrinali ci sono già state all'interno del club "GREC" e si chiede perchè chiedere alla FSSPX quello che avrebbe già attettato? Sul "protocollo" di Mons. Lefebvre del 1988 l'abbè Barth prende un clamoroso abbaglio. Fosse come dice lui, Monsignore non avrebbe ordinato i 4 vescovi nè dichiarato quanto esposto nei numeri di Fideliter del 1988-1989.
Dal sito www.unavox.it:

La “non accettazione del Concilio” da parte della Fraternità S. Pio X: una cortina di fumo


Note dell’abbé Claude Barthe

Dopo la strumentalizzazione del deplorevole “affare” Williamson, coloro che si oppongono ad una riconciliazione della comunità di Mons. Lefebvre strumentalizzano alcune dichiarazioni maldestre per scomunicarla di nuovo in aeternum. Ora il loro argomento è una montatura erronea.

1 La questione fondamentale: rifiutare o accettare quale Vaticano II?

Che lo si voglia o no, “l’accettazione del Concilio” è diventato un tema ideologico per far passare da quarant’anni gli abusi più gravi. Il discorso del Papa alla Curia del 22 dicembre 2005 ha opportunamente richiamato che esistevano fin dall’origine due ermeneutiche concorrenti del Vaticano II, una di “rottura”, l’altra di “continuità”. In breve, la prima era di Rahner e di Congar, la seconda della Nota Praevia aggiunta da Paolo VI alla Lumen Gentium. Gli atti del presente pontificato (Summorum Pontificum, decreto del 21 gennaio 2009) tengono inoltre conto di una terza ermeneutica, quella della minoranza conciliare, continuata dall’opposizione lefebvriana e oggi trasformata e rivitalizzata intorno al Papa da una “nuova scuola romana”. Così che, per non prendere che un solo esempio, quello del n° 3 della “Unitatis Redintegratio” che sembra dire che le comunità cristiane separate possono essere in se stesse mezzi di salvezza, sarebbe ingiusto (e paradossale) trasformare in crimine contro l’unità della Chiesa:
a) sia il fatto di stimare in coscienza che le espressioni dell’Unitatis Redintegratio n° 3 non possono essere accettate come magistero della Chiesa; b) sia il fatto di rileggerle dicendo che sono gli elementi cattolici contenuti nelle comunità separate che possono essere strumenti di unione in voto con la Chiesa di Pietro.
In maniera generale, è possibile pretendere di congelare per sempre la tradizione viva della Chiesa nelle espressioni di 40 anni fa manifestamente da correggere? Si dovrebbe aver paura a priori di fare una teologia (e domani un insegnamento magisteriale) con nuove premesse, tenendo conto non solo degli apporti del Vaticano II, ma anche delle risposte alle “questioni aperte” da questo Concilio?

2 Su questo punto, dei colloqui teologici con la Fraternità S. Pio X sono già stati fatti


D’altronde, quando il decreto del 21 gennaio apre la via a dei “colloqui” circa le “questioni ancora aperte”, non innova affatto. A più riprese si sono svolte delle discussioni concernenti le difficoltà sollevate, fra gli altri, dalla Fraternità S. Pio X, sotto l’egida del
Groupe de Rencontre entre Catholiques, Grec. In una seduta pubblica del 21 febbraio 2008, sul tema: “rivedere e/o interpretare alcuni passi del Vaticano II?”, si è evidenziata una convergenza che è semplicemente quella del buon senso: il rappresentante della Fraternità S. Pio X postulava la pertinenza di una critica sana e positiva dei nuovi punti dottrinali del Vaticano II al fine di offrire elementi ad una futura elaborazione di testi più chiari; il teologo romano da parte sua riteneva che una ricezione del Vaticano II che si fondasse fortemente sul magistero anteriore avrebbe il suo posto nella Chiesa. Sarebbe quindi irrealista fare del risultato di questo tipo di colloqui (risultato che è evidente che si poggia innanzi tutto sulla maniera di abbordare i problemi, e questo non solo per la Fraternità S. Pio X) un preliminare per una reintegrazione canonica. Il buon senso - che si accomuna al sentire cum Ecclesia ­ vuole al contrario che sia la reintegrazione canonica a permettere la tenuta di tali colloqui e di altri ancora, i quali concorreranno alla riflessione teologica nei termini in cui permetteranno utilmente ad intra l’espressione di un pensiero risolutamente tradizionale.

3 Perchè domandare alla Fraternità S.Pio X ciò che ha già accettato?

Del resto, tutto ciò è virtualmente acquisito. In effetti, il 5 maggio 1988, in testa ad un “protocollo d’accordo”, Mons. Lefebvre firmò una “dichiarazione dottrinale” che non rimise mai in questione. In essa, egli dichiarava di accettare la dottrina del n° 25 della Lumen Gentium sull’adesione proporzionata al magistero secondo i suoi diversi gradi (non gli si chiedeva affatto di affermare, e d’altronde non è mai stato precisato dalla S. Sede, che tale o tal’altro passo del Concilio Vaticano II rilevava dell’infallibilità solenne o ordinaria). Riconosceva inoltre la validità della liturgia nella sua nuova forma, qualora fosse celebrata secondo i testi approvati dalla S. Sede. Infine si impegnava (terzo dei 5 punti della Dichiarazione) “ A proposito di certi punti insegnati dal Concilio Vaticano II o relativi alle riforme posteriori della liturgia e del diritto, che ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione, ci impegniamo ad assumere un atteggiamento positivo e di comunicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica.”. L’impegno si fondava sull’“assenza di polemica” e per niente su un assurdo “livello zero di critica”, che del resto si chiederebbe solo ai tradizionalisti.
Leggendo bene la recente intervista rilasciata da Mons. Fellay, il 25 febbraio 2009, a Rachad Armanios, http://www.lecourrier.ch/, non è tanto il riconoscimento del Concilio che Mons. Fellay rifiuta, egli nega piuttosto che questo inafferrabile “riconoscimento” gli sia richiesto dalla S. Sede. Peraltro, tutti possono verificare che, da 20 anni, l’atto d’adesione richiesto ai membri della Fraternità S. Pio X che vogliono individualmente o collettivamente (per es. il gruppo di Campos) ricevere una regolarizzazione canonica, riprende la dichiarazione di Mons. Lefebvre del 1988. In altri termini, la S. Sede, a proposito del Vaticano II, all’insieme delle comunità più tradizionali della Chiesa, non ha mai richiesto altro che questa dichiarazione di buon senso. *** Il problema che esisteva con la Fraternità S. Pio X, fino alla generosa decisione del Papa, era l’effetto della decisione del suo fondatore, assunta per ragioni che aveva qualificato come “ stato di necessità”, di anticipare le consacrazioni episcopali per il suo Istituto e di farle senza il mandato pontificio. E invece, capziosamente, gli oppositori esterni hanno avanzato nuovamente l’ostacolo di un “preambolo” dottrinale, facendosi così “alleati oggettivi” sia di certi elementi sia di certe cattive e maldestre abitudini interne a questa comunità. In realtà si tratta di un muro costruito interamente per impedire, nell’immediato l’unità di tutti i veri cattolici, e nel futuro un fecondo slancio della teologia nei rapporti della Chiesa e il mondo.
Perché volere che la tradizione viva della Chiesa si sia fermata, non al Vaticano II stesso, ciò che sarebbe di per se assurdo, ma ad un certo Vaticano II?
Abbé Claude Barthe - Marzo 2009



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