Un'illusione puerile
Intervista di Gernot Facius a Padre Franz Schmidberger (Superiore del Distretto tedesco della Fraternità San Pio X) sul noto quotidiano tedesco “Die Welt” del 21 marzo 2009:
Bonn. La Fraternità San Pio X secondo le parole del superiore di distretto tedesco Padre Franz Schmidberger conta “fermamente di riottenere in tempi prevedibili un posto pienamente ufficiale nella Chiesa”. Insiste però su una soluzione che escluda conflitti futuri. Nell’intervista con il quotidiano “Die Welt” Schmidberger formula – con un tono moderato ma duro nei contenuti – le sue idee circa una riconciliazione con Roma.
La fraternità sarebbe estremamente grata al Papa per il Suo lavoro preliminare che dimostra “che capisce le nostre richieste e che è rettamente intenzionato verso di noi”. Il più alto rappresentante della Fraternità in Germania aggiunge a questa lode il desiderio seguente: ”Prima di arrivare a una soluzione canonica della nostra comunità vorremmo volentieri parlare delle questioni teologiche che hanno portato al contrasto. Una tale procedura ci sembra essere più onesta piuttosto di concludere un qualsiasi accordo che lascerebbe insolute le questioni di contenuto. Questo sarebbe soltanto materia esplosiva per il futuro e darebbe luogo a nuove dispute”.
Con ciò Schmidberger fa intendere che malgrado la tolta della scomunica ai quattro vescovi, ad un pieno reinserimento della Fraternità San Pio X nella Chiesa cattolica e romana, si contrappongono dei problemi rilevanti. Riguardano soprattutto l’interpretazione autorevole del Concilio Vaticano II, per il quale “non è arrivata una nuova primavera nella chiesa, ma una crisi che può suscitare in qualche paese la preoccupazione circa la continuazione della stessa chiesa”.
Il superiore del distretto tiene a precisare che la comunità classificata dal Vaticano come scismatica “non rifiuta il Concilio nella sua totalità”. Nondimeno sostiene che alcune asserzioni conciliari “relativamente all’ autodefinizione della chiesa stessa e della sua relazione con le altre religioni avrebbero bisogno almeno di un chiarimento inequivocabile”. “In genere i tanti equivoci e le formule di compromesso ci dispiacciono. Un concilio dovrebbe fare chiarezza e non essere occasione di confusione.”
Nonostante ciò la critica della Fraternità “a qualche testo” non dovrebbe essere un ostacolo al reinserimento della comunità nella chiesa, perché il Vaticano II “non era dogmatico” ma lo si è voluto tenere – e Schmidberger cita il Papa quando era ancora nella congregazione per la fede- “appositamente a livello di un concilio meramente pastorale.” Ne consegue che “nella Chiesa vi è una certa libertà di opinione in materia non dogmatica”.
Dove si troverebbe spazio per una definitiva unione? Nel documento “Nostra Aetate”, quello che tratta il rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane? A questo punto Schmidberger rinvia a Monsignore Marcel Lefebvre, fondatore della fraternità, il quale aderiva “con certe riserve” al documento. “Veramente vogliamo evitare che si abbia l’impressione che, con il Concilio Vaticano II tutte le differenze tra il cristianesimo e le altre religioni siano diventate insignificanti”. In altre parole: la tesi dell’unicità della figura di salvezza della chiesa cattolica non deve essere messa in discussione – e questo tema sarà di primaria importanza nei colloqui con Roma, visto che il concilio ha consapevolmente riconosciuto “elementi” di ecclesialità al di fuori della chiesa.
Schmidberger si pronuncia – in forma diplomatica – sulla questione, se la sua comunità aderisce al dialogo cattolico-ebraico. “In linea di massima” si è sempre a favore della discussione con credenti di altri religioni. Segue però una parola di netta demarcazione: il concetto di “dialogo” è diventato nella chiesa postconciliare l’antitesi della missione, che però rappresenta secondo la volontà del Cristo il vero compito della chiesa. “Noi cristiani di tutte le confessioni crediamo che Gesù di Nazaret è il messia di tutto il mondo, colui che è stato promesso al popolo ebraico e dal quale è anche nato”, rileva Schmidberger. “Gli ebrei odierni per la maggioranza non ci credono, anche se certamente ci sono degli ebrei battezzati e questa differenza non va dimenticata”.
Questo passo corrisponde alla preghiera del venerdì santo formulata da Benedetto XVI come forma straordinaria del rito romano, nella quale si prega per l’illuminazione degli ebrei, affinché riconoscano Gesù Cristo come salvatore di tutti gli uomini, asserzione velata della missione degli ebrei, alla quale si oppongono teologi cattolici e rappresentanti dell’ebraismo da quando è stato pubblicato il testo liturgico del venerdì santo.
I padri conciliari hanno rotto con la vecchia tesi degli ebrei come deicidi. Anche la Fraternità fa parte di questo distacco? A questo punto Schmidberger si dimostra “totalmente” d’accordo con la risposta data dal concilio. “La Passione e la morte di Gesù non possono essere messe indistintamente a carico, ne di tutti gli ebrei viventi all’epoca, ne di quelli nati dopo, in altri tempi e in altri paesi. Ogni singolo peccatore e cioè ogni uomo è fautore ed esecutore delle sofferenze del Salvatore. La colpa colpisce anzitutto coloro che peccano ripetutamente e godono nei vizi soprattutto se sono cristiani”.
Nel caso di un reinserimento della Fraternità nella chiesa appoggerebbe gli sforzi ecumenici? Schmidberger allora richiama l’attenzione sul fatto che la tendenza e lo sforzo per l’unità dei cristiani esisteva già prima del concilio. “Questi sforzi però non devono mettere fra parentesi la questione della verità. Un successo sarebbe da auspicare con gli ortodossi che dal punto di vista della fede sono i più vicini”.