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Nelle parole del rabbino Di Segni, tutti gli elementi della nota "perfidia" giudaica:
Il Rabbino Capo di Roma e il dialogo con Benedetto XVI - Riccardo Di Segni: “Non siamo prevenuti verso il Papa ma attendiamo una sua visita in Sinagoga per tornare ad un clima di distensione”
di Gianluca Barile
CITTA’ DEL VATICANO - Alla luce degli ultimi avvenimenti, che hanno visto nuovamente il mondo ebraico minacciare uno stop del dialogo con la Chiesa cattolica dopo la revoca della scomunica a quattro vescovi lefebrviani, tra cui il presunto ‘negazionista’ Richard Williamson, ‘Petrus’ ha intervistato il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni (nella foto).
Dottor Di Segni, prima il Motu Proprio ‘Summorum Pontificum’ per la liberalizzazione della Messa pre-conciliare, poi la preghiera del Venerdì Santo per la conversione dei giudei, a seguire la paventata beatificazione di Pio XII, infine le dichiarazioni di Richardson: in questi anni non sono mancate le critiche da parte del mondo ebraico nei confronti di Benedetto XVI. Qualcuno sostiene che gli ebrei siano prevenuti verso il Papa tedesco…
“E’ una falsità. Noi giudichiamo di volta in volta, in modo imparziale, ciò che ci riguarda. Ci atteniamo ai fatti, non partiamo con dei preconcetti contro il Papa”.
Beh, intanto ogni situazione vi sembra utile per spargere benzina sul fuoco e per minacciare lo stop al dialogo interreligioso con i cristiani. Moltissimi Rabbini hanno addirittura denunciato un ritorno indietro di mezzo secolo, cioè a prima del Concilio, da parte di Benedetto XVI. Non Le sembra esagerato?
“Veda, il mondo ebraico è variegato, e ognuno dice la sua, senza per forza rappresentare tutti. Prenda me, ad esempio: io non mi sono in alcun modo allineato alle dichiarazioni fin troppo semplificanti di un Papa che arretra il dialogo. Iol problema non è il Papa, è ciò che storicamente sta accadendo sotto il suo pontificato”.
La goccia che sembra stia per far traboccare il vaso sono le dichiarazioni negazioniste sulla Shoah rilasciate dal lefebvriano Monsignor Richardson…
“Dichiarazione di una gravità inaudita: auspichiamo e attendiamo seri provvedimenti nei confronti di questo Vescovo”.
Di Segni, c’è da sottolineare che quando Williamson ha parlato dell’Olocausto, la scomunica ai suoi danni non era stata ancora revocata e quindi non apparteneva alla Chiesa di Roma. E, comunque, le sue erano delle affermazioni personali, che in alcun modo rappresentavano il pensiero del Papa. Per il mondo ebraico non significa nulla?
“Cosa dovrebbe significare? Ora Williamson fa parte a pieno titolo della Chiesa cattolica ed è inammissibile che non ci sia una condanna esplicita del suo modo di pensare e di parlare della Shoah. Comunque sia, in questo caso, il problema principale non è Richardson…”.
E chi o cosa, allora?
“E’ la Fraternità ‘San Pio X’, quella dei cosiddetti lefebvriani, a preoccupare di più. Le loro posizioni anti-conciliari sono note e sappiamo bene che non vogliono neanche sentire pronunciare il termine ‘dialogo interreligioso’. Con loro sì che si rischia di tornare indietro”.
Permetta, Di Segni: i membri della Fraternità sono appena quattro Vescovi e qualche centinaia di sacerdoti. Non è forse troppo azzardato pensare che così pochi elementi, per giunta appena perdonati dalla Chiesa per le famose ordinazioni episcopali illecite di Monsignor Lefebvre, possano condizionare addirittura Benedetto XVI e l’intero apparato della Santa Sede su un tema tanto delicato copme il dialogo con voi ebrei?
“Io mi attengo ai fatti, e i fatti dicono che la Fraternità ha già chiarito, malgrado la revoca della scomunica, che non accetterà neanche questa volta il Concilio e, quindi, il dialogo interreligioso”.
In questi giorni Lei ha protestato ufficialmente presso la Santa Sede?
“Sì, ho avuto dei contatti con delle autorità ecclesiastiche ed ho manifestato le nostre perplessità su Williamson e sulla Fraternità San Pio X”.
Cosa le è stato detto?
“Chiedete in Vaticano…”.
A questo punto, cosa potrebbe riportare la calma?
“Una visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma sarebbe, senza ombra di dubbio, un chiaro ed inequivocabile segno di distensione”.
Pensiamo che per il Papa non sarebbe affatto un problema: durante i suoi numerosi viaggi apostolici all’estero, ha sempre visitato delle Sinagoghe.
“Sì, ma non a Roma”.
Lei ha inoltrato un invito ufficiale al Pontefice e al Vaticano?
“Più di uno, per la verità, ma non ho mai ricevuto nessuna risposta, né positiva né negativa. Ma, chissà, magari questa è la volta buona.
Papanews.it 28/01/09