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IL CASO DON GELMINI
di Matteo Castagna
Qualche giorno fa', comodamente sdraiato sulla spiaggia di Ischia, ho letto Libero, che riportava in prima pagina le disavventure di don Gelmini, il direttore spirituale di Silvio Berlusconi, accusato di violenza sessuale da alcuni giovani, precedentemente espulsi dalla sua comunità di recupero per tossicodipendenti, perchè pizzicati a rubare.
Libero non si è messo a cavalcare le accuse al sacerdote, nè ha sostenuto i luoghi comuni anticlericali e le generalizzazioni di altri quotidiani.
Più obiettivamente, ha parlato di vendetta, certamente meschina, da parte di persone che avevano un motivo per prendersela con don Pierino. Nei giorni successivi lo show-man don Mazzi e il catto-comunista don Ciotti hanno approfittato dell’occasione per attaccare don Gelmini. Squallido se per interessi di bottega. Grave, se per motivi di schieramento partitico. Anti-cristiano se per motivi di soldi o di invidia, dato che il sacerdote in questione percepisce enormi regalie dal celebre amico Cavaliere. Comunque, assai triste per chi legge, l’accanimento bavoso di chi si è messo subito a puntare il dito, dando grande credito alla parola di cinque tossici, per giunta ladri, alimentando un certo clima antireligioso ottocentesco, di matrice massonica, volto al discredito della Chiesa Cattolica e dei Suoi rappresentanti, come avvenuto negli Stati Uniti col caso dei preti pedofili.
Io non so se don Gelmini sia colpevole o innocente. Certo è che quando si vuole screditare un prete considerato scomodo o che ha pestato qualche callo a qualche uomo potente o addirittura a qualche lobby, l’accusa ricorrente è quella di violenza sessuale. Certo è che le testimonianze contro di lui non provengono, per ora, da soggetti attendibili. La Magistratura farà il suo lavoro. A me rimangono tanti dubbi e diversi interrogativi.
Rimane necessaria una considerazione fondamentale:
I vari don Gelmini, don Ciotti, don Pighi, don Mazzi, per quanto possano aver fatto molta umana carità materiale a persone bisognose, sono il prodotto mediaticamente acclamato della crisi e della decadenza determinata dalla secolarizzazione del clero e dalla perdita della sana dottrina pre-conciliare.
Dio non ricompensa la carità materiale fatta in nome della sola fratellanza umana. Dio non ricompensa la filantropia. Dio ricompensa la carità cristiana rivolta ai bisognosi per amore di Dio. Non per amore dei diritti umani. E, ancor di più, ricompensa la carità spirituale. Non di solo pane, infatti, vive l’uomo. Avete mai sentito dire a questi personaggi così loquaci sulle riviste e opinionisti onnipresenti sulle reti televisive tra attricette e culetti semi nudi, che dopo aver disintossicato qualcuno, gli hanno proposto Gesù Cristo? Forse non lo dicono, perché di questi tempi non farebbe notizia. Ma forse non lo dicono perché non lo fanno. Perché è più difficile (ma certamente più consono al ruolo del prete) convertire che far prescrivere una terapia. E’ altrettanto vero che nessuno può convincere qualcuno di una Fede che non dispone. In tal caso, diventa tutto ancor più difficile. Mi auguro che non sia il caso dei nostri.
Sicuramente, questi preti hanno costruito la loro immagine, la loro fama (e, perché non dirlo, anche il loro potere) sull’aiuto materiale che danno ai disperati. E’ sufficiente, per un sacerdote?
La Gerarchia, un tempo, avrebbe sanzionato chi si metteva a fare il prete-operaio, il prete-assistente sociale, il prete-infermiere, il prete-medico, il prete-imprenditore ecc. ecc.
Il prete deve fare il prete. E basta. Il suo ruolo nella società dovrebbe essere esclusivamente quello di insegnare la dottrina e di santificare le anime. La sua missione dovrebbe essere prettamente spirituale, trascendente e santificante. Opera di conversione e di preghiera. Lavoro di confessione, di assistenza spirituale, di officiante dei Sacramenti. A me pare che questi “don” facciano di tutto tranne che i preti.
Un autentico perseguitato, Muccioli, era laico e scelse di dedicare la vita per il recupero dei drogati. Quale è la differenza tra il mestiere del laico Muccioli e del sacerdote don Ciotti? Apparentemente non c’è differenza. Perché il sacerdote Ciotti fa le stesse cose che faceva Muccioli. In perfetta laicità. Con la stesso, umano, spirito di solidarietà. E’ questo che viene richiesto ad un sacerdote? Secondo me no. O almeno, non è richiesto solo questo.
Con l’arretramento del ruolo del sacerdozio a missione di solidarismo umano, si svilisce il ruolo e la dimensione dell’Alter Christus, si riduce a mestiere terreno ala stregua del muratore o del medico quello che è, invece, una vocazione per il cielo, indispensabile mediatrice per la salvezza delle anime. Ma qualcuno ha deciso che i “santi” moderni debbano essere così. Madre Teresa di Calcutta, ad esempio, assurge agli onori degli altari nonostante fosse risaputo che lasciasse trapassare i moribondi, ciascuno secondo la propria religione. Materialmente ella faceva un lavoro straordinario. Ma spiritualmente? Come facevano a salvarsi le anime degli indù ai quali la suora non si permetteva nemmeno di proporre la Verità cattolica?
Allo stesso modo, ai sacerdoti-imprenditori delle comunità dei giovani e dei tossicodipendenti interessa la salvezza delle anime dei loro assistiti tramite Cristo o la sola uscita dal tunnel della droga? Se ritengono come fine della loro missione la salvezza dell’anima tramite Cristo, cosa fanno per raggiungere questo scopo?