Menu principale:
politica > Politica 5
*Santa Sede: limitare la libertà religiosa è "sintomo allarmante della
mancanza di pace"*
L'Arcivescovo Migliore interviene davanti all'Assemblea Plenaria dell'ONU
NEW YORK, mercoledì, 31 ottobre 2007 (ZENIT.org <http://www.zenit.org/>).- Le
limitazioni alla libertà religiosa ancora oggi presenti in vari Paesi sono
per la Santa Sede un sintomo della "mancanza di pace".
Lo ha affermato l'Arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente
della Santa Sede presso le Nazioni Unite, prendendo la parola questo martedì
a New York davanti alla Plenaria della 62ª Assemblea Generale sull'item 49,
"La cultura della pace".
Il diritto alla libertà religiosa, ha spiegato, "non può essere soggetto al
capriccio umano".
"Le difficoltà che molti seguaci di varie religioni incontrano ancora di
frequente nell'esercitare liberamente il proprio diritto alla libertà
religiosa sono un sintomo allarmante della mancanza di pace", ha denunciato.
"Non solo sono ostacolati nell'esercizio pubblico di questo diritto - ha
aggiunto -; in alcuni posti sono perseguitati e soggetti a violenze".
Il presule ha osservato che "un diritto umano fondamentale viene violato,
con serie ripercussioni per la coesistenza pacifica, quando uno Stato impone
una religione a tutti e proibisce tutte le altre, o quando un sistema
secolare denigra le credenze religiose e nega lo spazio pubblico alla
religione".
Da parte loro, le religioni "sono chiamate a lavorare per la pace e a
promuovere la riconciliazione tra i popoli".
"Di fronte a un mondo lacerato dal conflitto, le religioni non devono mai
diventare veicolo di odio, e non possono mai giustificare il male e la
violenza invocando il nome di Dio".
Se non si può disporre liberamente del diritto alla libertà religiosa, ha
proseguito l'osservatore permanente, lo stesso vale per il diritto alla
vita.
"La nostra capacità di distinguere tra ciò di cui possiamo disporre e ciò di
cui non possiamo disporre è oggetto di sfida quando si tratta di difendere
la vita nelle sue fasi più vulnerabili", ha commentato.
E' a proposito del rispetto per la vita che va considerata l'abolizione
della pena di morte, ha continuato, sottolineando che "anche in piena
guerra, tutti devono rispettare il diritto umanitario internazionale".
"Quando, nonostante ogni sforzo, scoppia il conflitto, almeno i principi
fondamentali dell'umanità devono essere salvaguardati e bisogna stabilire
norme di condotta per limitare i danni il più possibile e alleviare le
sofferenze dei civili e di tutte le vittime".
Il presule ha poi ricordato lo "strettissimo legame tra la pace e il
rispetto per i diritti umani fondamentali".
I successi ottenuti nel campo dei diritti umani, ha osservato, "indicano che
l'inseparabilità tra la pace e il rispetto per i diritti e la dignità della
persona è ora accettata come evidente, universale e inalienabile".
Il rispetto per la dignità umana è "la più profonda base etica nella nostra
ricerca della pace e nella costruzione di rapporti internazionali che
corrispondano ai requisiti della nostra comune umanità".
Il fatto di dimenticare o accettare in modo parziale e selettivo questo
principio di fondo, ha ricordato l'Arcivescovo, è alla base dei conflitti,
del degrado ambientale e delle ingiustizie sociali ed economiche.
Visto che i diritti umani "si basano sui requisiti oggettivi della natura
data all'uomo", "le leggi contrarie alla dignità umana non possono mai
essere accettate e il progresso in ogni campo non può essere misurato da ciò
che è possibile, ma dalla sua compatibilità con la dignità umana".
La Carta dell'ONU, ha rammentato, esorta l'organizzazione ad esercitare la *
leadership* nella promozione dei diritti umani.
"Nel fare questo, non deve perdere di vista il principio per cui questi
diritti sono considerati giusti non a causa di un corpo decisionale che li
afferma, ma perché derivano dalla dignità inalienabile di ogni persona
umana".