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Eugenio di Savoia eroe imperiale
Aristocratico e gran condottiero, stratega abile e diplomatico accorto, voltò le spalle al Re Sole e si battè per la Vienna cristiana. Fu il flagello dei turchi e il terrore dei francesi, cioè un testimonial della vera Europa. Ci vorrebbe un film
di Marco Respinti
Nel 1707 Milano divenne austriaca. Era la fine della prima fase della Guerra di successione spagnola (1701-1714), scoppiata quando, morto Carlo II a Madrid, diverse dinastie europee rivendicarono diritti al trono iberico. Una storia già vista mille volte, ma all'inizio del secolo XVIII copriva uno scontro immane: quello fra il primo Stato-nazione europeo di tipo moderno, la Francia, e la monarchia dell'aquila bicipite, ovvero ciò che restava di un modo diverso di concepire l'organizzazione statuale, insomma quanto rimaneva del "premoderno" Sacro Romano Impero. La spuntò Filippo d'Angiò, candidato del Re Sole al trono spagnolo, ma la sua corona venne tenuta separata da quella francese. Poi Parigi, lenta e sorniona, riuscì da lì in poi a egemonizzare la diplomazia e la cultura di tutta Europa, esportando ovunque i suoi famosi e famigerati Lumi.
L'"onest'uomo" con la spada
Ora, tre secoli fa, reggitore del ducato di Milano asburgico venne nominato un personaggio che parrebbe da film, ma che invece è assolutamente vero. Il principe Eugenio di Savoia, anzi più precisamente di Savoia-Carignano, conte di Soissons. Che mai fu francese o françoisizant, ma orgogliosamente sempre imperiale. E nemico di Parigi. Il culmine della prima fase della Guerra di successione spagnola fu la battaglia di Torino, combattuta il 7 settembre 1706. In quel teatro, il principe Eugenio fu l'eroe della giornata che guidò alla vittoria le truppe imperiali vincitrici dei francesi, «l'Achille sabaudo al servizio degli Asburgo», come lo definisce la bella e ricca biografia che gli hanno dedicato Wolfgang Oppenheimer e Vittorio G. Cardinali (prefati da Otto d'Asburgo) con il titolo La straordinaria avventura del principe Eugenio, libro edito dall'Associazione Immagine per il Piemonte di Torino (tel. 335/216045) e da Alzani Editore di Pinerolo (tel.0121/ 322657). Né si può dimenticare l'importante volume dell'inglese Nicholas Henderson, Eugenio di Savoia (trad. it. Corbaccio, Milano 2005).
Eugenio nacque a Parigi nel 1663, discendente del cardinale Giulio Mazzarino, rampollo di madre complottarda contro la corona francese (e per questo esiliata in Belgio) e figlio di un generale. Fu destinato alla carriera ecclesiastica, ma la cosa non poteva interessarlo meno. Era brutto e camminava male, e per questo lo additavano per strada. Lui allora decise di dimostrare cosa valeva dentro, nel cuore, in quel suo cuore grande e generoso che per questo conoscerà un destino sublime. Appunto, da film.
Si dice che da adolescente Eugenio fosse viziosetto; probabilmente non era in realtà molto diverso dagli hidalgo del Siglo de Oro, prodi amatori e devoti cristiani, guasconi ed eroi al contempo, in un insieme barocco (nel caso di Eugenio tardo-barocco) di mondanità e devozione tipico della prima Europa moderna intrisa di cristianesimo e di umanesimo, che forse forse è però la continuazione più vera dell'homo medioevalis. Sia come sia, Eugenio imparò comunque a coltivare l'ideale dell'honnête homme, appreso compulsando pagine di san Francesco di Sales, François de La Rochefoucauld, Jean Racine. Ma era la spada che lo affascinava.
Vantando le proprie ascendenze, chiese il grado di capitano dell'esercito francese al Re Sole. Il quale se la rise. Eugenio fuggì allora da Parigi, Luigi XIV (che subito si domandò se non avesse commesso la sciocchezza maggiore della propria vita) lo fece inseguire, ma il conte di Saissons raggiunse i territori imperiali di Leopoldo I d'Asburgo. Per lui aveva del resto già combattuto suo fratello maggiore Luigi Giulio, morto da poco, 23enne, per le ferite subite nella battaglia di Petronell contro i turchi. Era il 1683.
L'imperatore lo mise al servizio del comandante supremo del proprio esercito, suo cognato, Carlo V di Lorena. La missione? Nientemeno che liberare Vienna dall'assedio degli ottomani di Maometto IV, la famosa battaglia di Vienna che raccolse l'intera Cristianità (compresi persino un po' di protestanti) contro l'islam, la battaglia suprema che (per riprendere la suggestione di Edward Gibbon a proposito della battaglia di Poitiers del 732) se fosse stata persa oggi a Londra si leggerebbe non la Bibbia ma il Corano (più di quanto cioè già non si faccia nel Londonistan..), la battaglia di padre Marco d'Aviano, la battaglia che, vinta, portò l'effigie della Madonna sulle bandiere austriache fino a che non la tolse Adolf Hitler, la battaglia dell'eroico re polacco Giovanni III Sobieski. Eugenio ricevette qui il battesimo del fuoco e fu poi anche a Kahlenberg, dove i cristiani, in forte minoranza, vinsero definitivamente i turchi. Una Lepanto bis, insomma: da allora l'islam ha smesso di premere sull'Occidente in quel modo lì; certo ne ha scelto un altro, lo sappiamo, ma così come allora non è accaduto più. Forse non accadrà mai più. Il principe Eugenio c'era.
Un fulmine di guerra
Dopo la vittoria inseguì a lungo gli ottomani e ne cavò le stellette da colonnello di quei dragoni già capitanati dal fratello. Oramai era un campione della Cristianità e il terrore dei turchi, a cui non darà mai requiem. Nel 1687 diede apporto decisivo alla vittoria di Mohács in Ungheria. Fu promosso tenente generale. Agli ordini del Principe Elettore di Baviera Massimiliano II Emanuele, liberò Belgrado nel 1688 e fu ferito a una gamba, altro che Garibaldi che comanda. Nel 1689 combatté i francesi sul Reno, l'antico limes, sacro, della civiltà. Fu ferito ancora, stavolta alla testa. Generale di cavalleria nel 1690, soccorse nel Piemonte invaso dal Re Sole il cugino duca Vittorio Amedeo II, un altro Savoia che aveva lasciato la Francia per l'imperiale Lega di Augusta austro-spagnola. Vi stette in armi per sei lunghi anni, robetta da poco.
Da quelle parti, sempre sotto organico, l'equipaggiamento poco probabile, l'organizzazione pure, subì successi e rovesci. La sconfitta più pesante la ebbe a Orbassano, un tiro di schioppo francese da Torino, nell'autunno 1693. Vittorio Amedeo decise di fare pace con la Francia. Accadde nel 1696, e significò il cambio di fronte di questo Savoia. L'altro, invece, l'eroico principe Eugenio no, riprese subito le armi contro Parigi in nome di Vienna.
Ma erano sempre i turchi la corona di spine dell'Europa cristiana. Avevano ripreso Belgrado. Eugenio, ora feldmaresciallo, era però pronto. Divenuto capo supremo dell'esercito imperiale cristiano, nel settembre 1697, a Zenta, batté gli ottomani, poi l'incalzò in Bosnia e li raggiunse a Sarajevo nel 1699.
Fu la spada del principe che portò la pace e che conquistò all'Austria la Transilvania, l'Ungheria, la Croazia e la Slavonia.
Venne poi la Guerra di successione spagnola. Eugenio fu nuovamente in Italia a guerreggiare i francesi. Vero genio militare, nel 1703 fu nominato presidente del Consiglio Aulico di guerra che amministrava l'esercito imperiale. L'anno dopo sconfisse i franco-bavaresi sul Danubio assieme all'amico inglese John Churchill, 1° duca di Marlborough, antenato di Winston Churchill (che ne scriverà la biografia). La Baviera divenne allora austriaca e Vittorio Amedeo II, nello Stivale, mutò ancora una volta gabbana. Eugenio tornò dunque in Italia, nel 1705, per aiutarlo contro i francesi. Perse, vinse e perse ancora. Poi rivinse, per anni. Governatore del ducato di Milano nel 1707, lasciò l'incarico nel 1716 per divenire governatore dei Paesi Bassi spagnoli. Tornarono i turchi, stavolta contro la repubblica di Venezia. Eugenio li sorprese nel 1716 e li batté alla grande. Riprese Belgrado nel 1717 e portò Banato, Serbia Settentrionale e Valacchia all'Austria. L'impero era all'apogeo, Prinz Eugen il suo eroe.
Fu forte pure in diplomazia, avvicinando Russia e Austria, dividendo Prussia e Francia, unendo Londra a Vienna. Durante la Guerra di successione polacca (1733) comandò gl'imperiali sul Reno. Le sue ultime battaglie le combatté a 70 anni.
Morì nel 1736, con esequie degne di un re nel Duomo di Santo Stefano a Vienna. Funerali ne ebbe pure a Torino. Il suo corpo venne inumato nella capitale imperiale; il suo vecchio, generoso cuore di ufficiale gentiluomo cristiano riposa invece nella cripta della Basilica di Superga. Vogliamo un film, un film sul principe Eugenio matamoros e araldo del Sacro Romano Impero, il cui nome si mormora ancora in quei tanti bei Paesi d'Europa dove molte sono sempre le Termopili, sconvolti poi dalla follia umana.