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FACCIAMO UN PO’ DI STORIA… IN AMICIZIA
Di Filippo Giannini


Ho iniziato a leggere il libro di Giampaolo Pansa
“Sconosciuto 1945” quasi in pigrizia perché convinto che contenesse notizie già note. Il mio interesse si è soffermato nelle pagine 375,376 e 377 che qui di seguito, sunteggiando, trascrivo: <Nell’ottobre 2003, era stato presentato all’ufficio comunale delle pubbliche affissioni di Massa Lombarda destinato a ricordare, in occasione del 2 novembre, giorno dei defunti, ventuno persone uccise dai partigiani a Massa Lombarda quando la guerra era finita (…). Dopo aver passato il vaglio dell’ufficio, il manifesto con l’elenco era stato affisso sui muri di Massa Lombarda il 14 ottobre con molto anticipo rispetto alla data prevista (…). Il 16 ottobre la Giunta comunale ha diffuso un comunicato per esprimere “la più profonda indignazione per l’anonima e vile provocazione di chiara matrice fascista apparsa sui muri della città, alla vigilia dell’anniversario della strage alle case Baffré Faletti” (…). Ma ancora più esasperata è stata la reazione dei DS, anzi dell’Unione comunale di Massa Lombarda dei Democratici di Sinistra. Un loro manifesto o volantino, diffuso dopo il comunicato della giunta intimava: “Vieni fuori fascista, abbi il coraggio di firmare i tuoi manifesti con cui cerchi di cambiare la storia. Vieni fuori fascista, abbi la dignità di commemorare quei morti che hai riportato nell’elenco (…). Puoi venir fuori fascista, nessuno ti picchierà con i manganelli, nessuno ti sparerà con le armi, nessuno ti brucerà la tua casa insieme ai tuoi figli. Le nostre armi saranno il pensiero, le parole e la voce della democrazia”>.
Ed io che
“vò cercando verità”, accetto il “pensiero, le parole e la voce della democrazia”.
Come premessa osservo che colui che presentò
“il manifesto dei fascisti” non era un anonimo, non poteva esserlo, perché, altrimenti quel manifesto non sarebbe stato affisso; infatti, se non sbaglio, “quel manifesto” doveva essere stato commissionato dal figlio del professor Lionello Matteucci, che voleva ricordare il padre “scomparso”, presumibilmente ucciso insieme alle persone indicate nella lista, il 7 maggio 1945 nel pieno delle “radiose giornate”.
Ripeto, sono alla ricerca della verità storica, perché leggendo le varie cronache degli anni 1943-1945 e oltre, le esposizioni sono così divergenti da apparire appartenenti ad eventi che non hanno nulla a che vedere con il periodo in questione.
Come è mio costume mi avvalgo principalmente di testimonianze e scritti della così detta
“parte vincente” la quale, poi a vedere gli ulteriori sviluppi, appare una espressione tragicomica.
Dopo questa lunga premessa, entro in argomento.

Cesare Musatti, considerato il fondatore della psicanalisi italiana, nacque a Dolo nel 1897 e visse, quindi, il pieno Regime fascista. Partecipò da volontario alla Prima guerra mondiale, fu deputato socialista al Parlamento italiano, professore universitario. A seguito delle leggi razziali del 1938, Musatti, ebreo da parte del padre, fu declassato a insegnante di liceo. Nel Secondo conflitto mondiale combatté come ufficiale. Settembre 1943: come ha scritto Giuliana Proietti quando <le sorti della guerra volgevano decisamente a favore degli Alleati, si ritrovò con alcuni vecchi socialisti intorno a Lelio Basso con l’ambizione di costruire un partito (PSIUP) (…). A Musatti fu dato l’incarico di reperire il denaro per una prima organizzazione, e poi di cercare di allacciare rapporti con il Partito Comunista clandestino (…)>. Quindi era persona ben allineata (almeno dal 1943), ma anche di credibile onestà, eppure nel 1983 scrisse: <Diciamo finalmente la verità VERA (maiuscolo nel testo, nda): in un certo momento il 98% degli italiani era per Mussolini>. Chi scrive queste note nacque nel 1931 e, anche se appena adolescente ricorda benissimo quel periodo di storia del fascismo e può affermare di condividere le parole di Cesare Musatti, anche se, con i sacrifici della guerra, che la maggior parte degli italiani aveva reclamato, la popolarità di Mussolini andava scemando.
E allora, se le parole di Musatti hanno un fondamento di verità, cioè che il
“98% degli italiani era per Mussolini”, come mai questa percentuale in una manciata di anni, stando alla storiografia del dopoguerra, si sarebbe quasi rovesciata? Per gli studi compiuti sull’argomento e per quello spicchio di vita vissuta, posso affermare che tantissimi italiani, sino agli ultimissimi anni della guerra e oltre mantennero intatta quella fiducia. Come controprova, e questo fu un fenomeno eclatante non solo per la storia italiana, quando appariva ormai chiaro che le possibilità di una nostra vittoria finale era una semplice illusione, centinaia di migliaia di giovani e meno giovani accorsero “per cercar la bella morte” accanto al loro Duce. Gli altri, come è nel carattere umano, caratteristica di tutti i popoli, ritennero opportuno salire sul carro dei vincitori.
E veniamo al tragico periodo1943-1945.
Sempre assetato di verità, una volta incontrai Giorgio Pisanò il quale, come è noto, fu volontario nella Rsi, egli mi disse che nella tarda primavera del 1943, quando apparve chiaro che la guerra era ormai persa, sarebbe stato naturale accordarsi con gli anglo-americani per cercare una onorevole via d’uscita. Ma una onorevole via d’uscita, non come fu condotta quella tragica, umiliante vicenda (3-8 settembre 1943) con la fuga precipitosa della Casa regnante, del Governo e dello Stato Maggiore e conseguente rifugio nel campo nemico. Nemici erano ancora gli Alleati perché un
“armistizio” è “una sospensione, totale o parziale, delle ostilità fra belligeranti”. Questo sconcio, mi disse Giorgio Pisanò, lo spinse a ricusare quell’atto disonorevole. Come lui, sottolineò, lo sentirono centinaia di migliaia di altri italiani. Quello “sconcio” lasciò in balia della furia teutonica il popolo italiano, l’esercito e gli ebrei che sino ad allora erano stati protetti dal governo e dalle autorità civili e militari italiane, come viene riconosciuto da tanti storici israeliti e di cui la documentazione è ricca.
Ancora per continuare la trattazione sul binario del
“pensiero, delle parole e della voce della democrazia”, senza quella “Repubblica di Salò”, quella “Repubblica fantoccio”, come viene comunemente vilipesa dai così detti “vincitori”, si può solo immaginare come sarebbe stata l’Italia centro-settentrionale sotto il tallone inferocito dei tedeschi. Sicuramente peggio di come fu trattata la Polonia. Questo è riconosciuto da tanti storici, fra i quali Renzo de Felice il diplomatico Hitaka. Il primo ha scritto (“Mussolini, l’alleato”, pag. 60): <Se Mussolini non avesse accettato (di costituire la Rsi, nda), egli (Hitler) avrebbe fatto dell’Italia terra bruciata, come del resto, dopo il suo tradimento essameritava>. E il secondo (Hidaka) ha ricordato: <Di fronte alle incomprensioni dei tedeschi, alle rapine di quanto le fabbriche italiane producevano, alle ingiuste provocazioni, talora deliberatamente malvagie che gli infliggevano, come se lui dovesse pagare il tradimento del Re e Badoglio, sentii la grandezza dell’uomo che, senza più speranze di gloria agiva come lo scudo dell’Italia>. Il “tradimento del Re e Badoglio”: ecco la causa di quella che comunemente viene ricordata come la “guerra civile fra italiani”.
Vediamo, sempre sopportati dalla documentazione, come si svolse la
“guerra civile”.
Se è vero che le operazioni violente condotte negli anni 1943-1945 (e oltre) ad opera di partigiani contro militari italiani, tedeschi (questi ultimi chiamati in Italia dal “Governo Badoglio” nell’agosto precedente) erano azioni contrarie a quanto stabilito dalle Convenzioni di guerra allora vigenti, esaminiamo brevemente quali erano i dettami di quelle leggi.
Le Convenzioni Internazionali dell’Aja del 1899 e del 1907, per stabilire senza possibilità di dubbio le figure giuridiche del
“legittimo combattente” e dell’”illegittimo combattente” puntualizzarono quanto segue: <Il termine legittimo combattente si riferisce alle persone fisiche che possono esercitare la violenza bellica senza compiere, per questo solo fatto, alcun illecito di diritto internazionale o interno>. Vengono poi puntualizzate le caratteristiche del “legittimo combattente”, e quelle dell’”illegittimo combattente”. Per essere riconosciuto tale, il primo, il “legittimo combattente”, doveva rispondere a queste norme: a) portare apertamente le armi; b) dipendere da ufficiali responsabili; c) indossare una uniforme riconosciuta dal nemico; d) rispettare le Convenzioni di guerra. I reparti della Rsi rientravano ampiamente in quanto precisato dal diritto Internazionale; i partigiani, invece, non rispettarono alcuna di quelle norme: pertanto erano“illegittimi combattenti”. Tutto ciò è confermato da una sentenza del Tribunale Supremo Militare emessa il 26 aprile 1954, la quale esaminava anche l’autorità del così detto “Regno del Sud”. Detta sentenza afferma: <Il Governo del Re era un governo che esercitava il suo potere “sub-condicione”, nei limiti assegnati dal Comando degli eserciti nemici (…). Indubbiamente pressoché immutato era rimasto l’ordinamento giuridico esistente nella Repubblica Sociale Italiana (…). Indubbiamente le autorità della Repubblica Sociale Italiana subirono talvolta la pressione e le direttive del loro alleato, pur opponendosi spesso con energia alle sue iniziative; ma tutto ciò non può mutare la posizione giuridica della Repubblica Sociale Italiana, di essere un Governo di fatto, sia pure a titolo provvisorio (…)>.
Per quanto riguarda la personalità giuridica dei partigiani, la sentenza, dopo aver richiamato i punti a), b), c) e d), sopra ricordati, stabiliva: <
(…) per lo espresso disposto all’articolo 1 del Decreto legge 6 settembre 1946 n. 93, non possono essere considerati belligeranti, non ricorrendo nei loro confronti le condizioni che le norme di diritto internazionale cumulativamente richiedono>. A questo ci portò la cervellotica e, direi, criminale operazione condotta da Vittorio Emanuele III e da Badoglio in quel settembre 1943.
Chi concepì, volle e ottenne la
“guerra civile”?
Dopo accurate ricerche da me condotte, posso affermare, senza alcun dubbio, che tutti indistintamente i combattenti della Rsi si arruolarono nella netta convinzione e volontà di combattere contro il nemico angloamericano, e non uno lo fece per cimentarsi contro i propri connazionali. La
“guerra civile” fu iniziata pochi giorni dopo la divulgazione dell’”armistizio”. Infatti, ecco solo alcune note: il 29 settembre fu ucciso Salvatore Morelli, studente diciottenne e allievo ufficiale della Legione “M”, a Torino il 24 ottobre cadde il Seniore della Milizia Domenico Giardina, il 31 a Brescia un ordigno esplose contro una caserma facendo due vittime, il 5 novembre a Imola fu ucciso il Seniore della Milizia Fernando Baroni, il 6 nei pressi di Bologna furono trucidati due fascisti e due carabinieri, il 7 a San Gaudenzio furono freddati altri quattro fascisti e così di seguito a Como, a Follonica, a Verona, a Desio, a Vercelli, a Sarzana, a Venezia e ancora e ancora. A tali uccisioni, per espresso ordine di Mussolini, non seguì alcuna rappresaglia. La prima avvenne il 14 novembre; quel giorno si era aperto a Verona il primo Congresso del Partito Fascista Repubblicano, quando nella sala piombò, come una bomba, la notizia che il Federale di Ferrara Igino Ghisellini era stato ucciso per le sue “doti di moderatore e di equilibrio”. Nella sala esplose un grido immediatamente raccolto: a Ferrara, a Ferrara. Così caddero, come ho scritto nel mio libro, alcuni gentiluomini che con la morte di Ghisellini non avevano nulla a che vedere. E’ da aggiungere che quando Mussolini il giorno dopo apprese la notizia, si infuriò contro Pavolini, ma questi gli presentò un foglio nel quale erano elencati i nomi dei fascisti assassinati in poco più di un mese, e questo lo calmò, ma comprese che i fascisti erano caduti nella trappola tesa dal Cln.
A questo punto non è male ricordare che i legislatori che concepirono le citate Convenzioni Internazionali di guerra allo scopo di rendere i loro concetti ancora più chiari, stabilirono: <
Gli “illegittimi combattenti” vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale>. Ma i legislatori, ricordiamo di nuovo che dette Convenzioni furono concepite nel 1899 e 1907, quindi ben lontane dal periodo in esame, erano talmente severi contro gli “illegittimi combattenti” da prevedere anche il “diritto di rappresaglia”; con queste parole: <La rappresaglia condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita (…). La rappresaglia è, fondamentalmente, una “sanzione , cioé una reazione all’atto illecito, e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito> (1).
Premesso tutto ciò, debbo constatare che la storiografia dettata dal dopoguerra ad oggi, ha capovolto i principi stabiliti dai legislatori nel 1899 e 1907: infatti sembra di capire che se il partigiano aveva il diritto di arrecar danno e morte al
“legittimo combattente”, questo doveva subire il danno senza alcun diritto di difesa.
E veniamo alla
“strage alle case Baffé e Faletti”, ricordata dalla Giunta Comunale di Massa Lombarda. Quanto verrò a trascrivere è ricavato da un sito dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani). Nel testo è indicato che all’azione contro i Baffé avrebbe partecipato una formazione “nazifascista” e non solo “nazista” come credo. Ma una cosa è certa, è affermato nel sito: <Uno ad uno i Baffé cadranno. Io li vedo tutti e dieci, in quella tragica notte che li ha radunati: Giuseppe, il Pippo dei partigiani, comunista come tutti i Baffé (…). Di lui dirò una cosa sola, dirò che nelle prime Brigate Romagnole che lui stesso ha organizzato ha incluso tutti i suoi figli (…)>. Quindi è più che chiaro che tutti i componenti della famiglia fossero partigiani; ma non è chiaro, perché nel testo non è ricordato, quali danni e quanti “fascisti abbiano fatto fuori”. E’ da supporre che i Baffé si siano difesi coraggiosamente contro l’attacco dei “nazifascisti” accettando le conseguenze che poi ne sono derivate; salvo che disconoscere il “diritto di difesa” degli uni e disconoscendo quelle degli altri. E la cosa, mi si permetta, mi sembra poco “democratica”.
Oggi il concetto di “Angeli del Bene” viene esteso sino ai comunisti più ortodossi tanto da conferire loro le più alte cariche dello Stato. Non è stata mai cambiata la collocazione dei fascisti tutt’ora rinchiusi nel recinto degli “Angeli del Male”, ai quali è proibita alcuna replica, anche e soprattutto quando la loro storia è al centro di una trasmissione o di un dibattito.
Queste sono le norme della Democrazia, anche se spero di non essermi allontanato dal
“pensiero,le parole e la voce della Democrazia”.



1) Dal 1949 il “Diritto di rappresaglia” venne inibito con queste parole: <L’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei Regolamenti dell’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto>. Ma questa norma venne - ed è obliata - dai vincitori dell’ultimo conflitto mondiale. Così, mentre vengono perseguiti coloro che attuarono il “Diritto di rappresaglia” quando questo era un atto legittimo, oggi che detto “Diritto” è, come abbiamo visto, disconosciuto, nessuno si preoccupa quando la rappresaglia viene attuata; e mi riferisco nel caso dei sovietici in Afghanistan, e dei russi in Cecenia, degli israeliani a danno degli arabi, degli americani in Corea, in Vietnam, in Iraq, in Afghanistan e mi scuso se ho tralasciato qualche Paese sul quale passarono e passano gli “Angeli del Bene”.



Per informazioni | christusrex@libero.it

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