attualità politica
Rimini, ottobre 1998
RENÉ GUÉNON: QUALE TRADIZIONE?
Premessa
Di quale Tradizione sono eredi e difensori i cattolici? Di quella cosiddetta Primordiale al cui servizio René Guénon ha dedicato la propria esistenza, di una delle tante tradizioni presenti presso tutti i popoli, o di un'unica - precisa e individuabile - Tradizione, testimone e prolungamento fino alla consumazione dei secoli dell'unica Rivelazione divina? E perché tanti cattolici, per lo più colti e preparati, sentono forte la suggestione delle dottrine guénoniane? E chi è René Guénon?
Sono questi i punti che tenterò di sviluppare nel corso di questo intervento, nei limiti, spero, del tempo assegnato, perché molti saranno gli aspetti che non potranno essere considerati, ma so-prattutto nei limiti con i quali ogni non specialista deve misurarsi.
René Guénon: qualche significativa notizia sulla sua vita
Fonte obbligata per le notizie di ordine biografico su Guénon è il cosiddetto Documento con-fidenziale inedito , al quale hanno attinto senza distinzione i vari studiosi che si sono occupati dell'argomento, dalla cattolica Marie-France James, ricercatrice canadese di lingua francese, ad uno dei più entusiasti discepoli di Guénon, Jean Robin .
Questo Documento, proprio per essere inedito, è stato a lungo di reperibilità non immediata, ma con l'avvento di Internet è a disposizione di tutti, ad esempio sulle pagine della "Fraternità del Web-Catena dei siti massonici", dove, con i siti dei vari Grandi Orienti o Gran Logge delle principali nazioni, con i siti a vocazione spirituale e iniziatica, con quelli dedicati agli studi comparati sulle reli-gioni o assieme a quelli dei Supremi Consigli dei 33, c'è una sezione intitolata "Testi sulla vita di Guénon" , che lo contiene.
Anche se accuratamente non precisato, autore di tale Documento fu Marcel Clavelle (1905-1984), che non ne volle mai la pubblicazione. Clavelle, più noto sotto lo pseudonimo di Jean Reyor, era un discepolo, vero figlio spirituale, di Guénon, che aveva assunto, per conto dello stesso Guénon, il segretariato di Études traditionnelles, per anni portavoce delle idee del maestro. Études traditionnelles fu il nome col quale venne ribattezzata nel 1933, per volere di Guénon - a sottolinearne il nuovo orientamento - la rivista Le Voile d'Isis, fondata dal mago Papus nel 1890 e caratterizzata da un chiaro taglio occultistico.
Clavelle fu magna pars della fondazione, avvenuta nel 1947 nel quadro del Rito Scozzese An-tico Accettato, della loggia La Grande Triade , loggia di ispirazione guénoniana con pretese rifor-mistiche in senso spiritualista della massoneria, dalla quale tuttavia si ritirò all'indomani della morte dello stesso Guénon avvenuta il 7 gennaio 1951 all'età di 65 anni.
Degna di menzione è anche la collaborazione che Clavelle prestò alla rivista le Symbolisme, sulla quale amava firmare i suoi articoli col nome di F.·. Sirius, collaborazione che durò dal 1958 al 1971, anno in cui la rivista cessava le pubblicazioni. Giova ricordare che le Symbolisme, rivista della massoneria spiritualista francese , venne fondata nel 1912 dal 33 Oswald Wirth (1860-1943), perso-naggio di spicco dell'ambiente occultista di fine secolo, già segretario del mago nero Stanislas de Guaita e autore di molti trattati, fra cui un celebre libro di magia iniziatica intitolato I Tarocchi . Wirth - che in ambiente massonico viene oggi citato come un'autorità dell'esoterismo moderno - era in rapporto con Guénon e sulla sua rivista aveva pubblicato nel 1913 l'unico intervento pubblico di Guénon, tenuto alla Sorbona, e ripetuto alla loggia spiritualista Thébah, sul tema L'insegnamento iniziatico.
* * *
Quando il giovane Clavelle conosce Guénon aveva solo 23 anni ed era il 1928. Due anni dopo, nel 1930, Guénon sarebbe partito dalla Francia, senza più farvi ritorno, alla volta dell'Egitto, da sempre terra di esoterismo e di magia, per svolgervi colà ricerche sui testi musulmani. Guénon aveva allora 44 anni e tante cose erano ormai accadute nella sua vita. Basti dire che fra i 20 e i 23 anni, cioè fra il 1906 e il 1909, aveva già toccato le vette più elevate della carriera massonica ed esoterica: uditore alla Scuola Ermetica di Papus, Superiore Incognito dell'Ordine Martinista ; affiliato alla loggia simbolica Humanidad del Rito nazionale spagnolo, posta sotto la guida da Téder, fedele di-scepolo del mago Papus; cavaliere Kadosh del capitolo swedemborghiano INRI (simile al 30° grado del Rito Scozzese), il cui emblema - un cordone di seta nera, gli venne conferito nientemeno che da Theodor Reuss, il fondatore del celebre Ordo Templi Orientis (O.T.O.), chiusa società rosicruciana, dove ancor oggi si pratica la magia tantrica o sessuale . Il giovane Guénon aveva avuto anche il tempo di diventare redattore della rivista Le Voile d'Isis; vescovo gnostico (tale amava dichiararsi) col nome di Palingenius, pseudonimo che porrà a sigillo dei suoi articoli sulla rivista La Gnose; 90° grado del Rito Egiziano di Memphis Misraïm ; Sovrano Gran Commendatore dell'Ordine del Tempio . E di questo periodo è anche la sua presenza in qualità di segretario al Congresso Masso-nico e spiritualista tenuto a Parigi la domenica di Pentecoste del 1908 su iniziativa delle logge mar-tiniste, massima assise delle società segrete dopo quella del Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893, riunita nell'intento di suscitare una federazione delle diverse scuole di pensiero, gnosi, teosofia, spiritismo, ermetismo, cabala, ecc. all'insegna della comune base esotero-occultistica e di qui partire in direzione di una riforma della massoneria in senso spiritualista . A tale Congresso Guénon partecipò esibendo il suo cordone nero di cavaliere Kadosh. Lavori congressuali che tuttavia egli abbandonò ben presto - sia pure dopo avere accompagnato i congressisti in visita a Notre-Dame per commentarne il simbolismo - per chiare divergenze dottrinali con gli spiritualisti e gli occultisti presenti.
Nel 1912 poi, tacitamente, all'insaputa di quanti lo circondavano - moglie inclusa, che non lo avrebbe mai saputo - aveva apostatato il cristianesimo per farsi iniziare presso i sûfi musulmani. Potremmo definire questi anni come l'itinerario occultistico-massonico di Guénon, che egli tuttavia presto abbandonerà e ufficialmente rinnegherà, per percorrere una via affatto originale, personale, fino a diventarne capo scuola e maestro. In ogni caso, tale fu l'ambiente nel quale maturò la "voca-zione" di Guénon.
Di questo periodo Clavelle nel suo Documento trasmette brevi informazioni, peraltro assai il-luminanti. Narra, ad esempio, che, nel 1908, mentre a Parigi era in corso una seduta spiritica, si ma-nifestò un' "entità" che dichiarava di essere nientemeno che Jacques de Molay, il Gran Maestro dell'Ordine del Tempio bruciato sul rogo da Filippo il Bello nel 1314. Lo spirito ordinò ai tre evoca-tori di recarsi presso Guénon (che non era presente alla seduta) per investirlo del compito di "rico-stituire l'Ordine del Tempio designandolo come capo della nuova milizia". Prosegue il Clavelle:
"Lo spirito delle "comunicazioni" era perfettamente nella linea della vendetta templare che costituisce l'oggetto di diversi alti gradi scozzesi. Questo spirito non fece che affermarsi attraverso le comunicazioni di Weisshaupt, il fondatore degli "Illuminati di Baviera", e quelle di Cagliostro, morto nelle prigioni dell'Inquisizione, a Roma (erratum: è morto nella fortezza di San Leo, N.d.R.), e che, lui pure, reclamava vendetta. Contro chi? Lo si indovini ."
Sappiamo che Guénon, pur con qualche riserva, fra il 1908 e il 1911 procederà al rinnovamen-to dell'Ordine del Tempio , tentativo poi abbandonato per dedicarsi alla diffusione della sua dottri-na, che nel frattempo aveva elaborato e messo a punto.
Guénon non era infatti per nulla soddisfatto delle varie dottrine spiritualiste che aveva cono-sciuto e praticato, che non esitava a definire "pseudo-iniziatiche", fra loro assai diverse e inadatte a suscitare un corpo di dottrine coerenti. In particolare ai vari occultisti e spiritualisti del tempo rim-proverava di applicare ai fenomeni spirituali il metodo sperimentale, scientifico, empirico. Per lui (e non parlava certo da sprovveduto) questi signori, attraverso la ricerca di contatti "non-umani", mi-ravano solo a conseguire, attraverso la magia , dei "poteri" sugli altri uomini e sulla natura.
Il suo colpo di genio, che lo avrebbe innalzato al ruolo di maestro della sovversione spirituali-sta della seconda metà del XX secolo, fu quello di intuire che questa scienza "delle forze spirituali", che egli attribuiva senz'altro all'ordine religioso, non doveva muovere dal basso per elevarsi, proce-dendo per successive induzioni, fino a cogliere le eventuali leggi che la reggevano, al pari degli altri fenomeni naturali, come tentavano di fare occultisti e spiritisti , bensì dall'alto, prendendo come riferimento assoluto un'antichissima scienza spirituale, assiomatica, ricca di postulati, che egli defi-niva Tradizione Primordiale, arcaica, immutabile, fuori dallo spazio e dal tempo, infallibile.
Di questa Tradizione Guénon sosteneva che si sarebbe oggi persa ogni traccia, Tradizione che ad ogni costo doveva essere recuperata e restaurata, onde disporre degli elementi per ricostituire quell'Unità iniziale che egli indicava come il coronamento sommo di un'esistenza. E partendo da questo assioma Guénon inizierà un itinerario paramassonico, fino a farne il motore primo del suo pensiero e del suo agire.
Come conseguenza immediata di queste nuove posizioni Guénon entra in rotta di collisione con la maggior parte delle organizzazioni che fino allora aveva frequentato, in particolare con quel maestoso e pittoresco personaggio di fine secolo che fu il medico Gerard Encausse, più noto come mago Papus.
Nel 1909 Guénon venne espulso dall'Ordine Martinista e nel 1911 aveva già abbandonata anche la Chiesa Gnostica, il Rito Egiziano di Memphis-Misraïm e dichiarato dissolto l'Ordine del Tempio "su ordine dei Maestri" . Solo la rivista Le Voile d'Isis fece eccezione a questa rottura ge-nerale ed è grazie agli articoli che Guénon vi scriveva che ottenne di aderire come massone regolare ad un altra loggia, la Thébah, loggia spiritualista della Gran Loggia di Francia interessata all'esoterismo e al simbolismo tradizionale, mantenendo in tal modo un filo diretto - che non si sa-rebbe peraltro mai spezzato - con la massoneria. E gli occultisti si vendicano. Di questo periodo scrive infatti il Clavelle:
"A quell'epoca, come d'altronde per la massima parte della sua vita, Guénon ha affermato di essere oggetto di attacchi psichici da parte di "maghi neri" fra i quali egli cita-va Téder (Charles Détré, collaboratore di Papus, suo successore alla testa dell'Ordine Martinista) Joanny Bricaud (Gran Maestro di uno degli Ordini Martinisti al seguito di Téder, Patriarca di una Chiesa Gnostica, successore dell'abbé Boullan alla testa di uno scisma della Chiesa del Carmelo di Vintras) (...) Era pure stato, ad una certa epoca, vit-tima di attacchi "materializzati" sotto forma di animali neri e, segnatamente, di un orso nero del quale portava al collo traccia di un morso. Da parte mia, rientrando un giorno in sua compagnia, (era uscito per "stornare" l'attacco di cui era stato preavvisato) ab-biamo trovato uno dei vetri rotto, come se fosse stato lanciato un oggetto pesante e i pezzi di vetro erano all'esterno, sul bordo della finestra."
Guénon in questi casi si rivolgeva ad un veggente di nome Tamos (pseudonimo di George Thomas), e continuò a farlo fino al momento della rottura definitiva con lui per divergenze dottrina-li. Tamos era in grado di svelare la provenienza degli attacchi, cosa che, osserva Clavelle, "permet-teva la risposta". Questi attacchi materiali (psichici nella terminologia guénoniana), erano da Guénon attribuiti alla controiniziazione, specifico termine che egli riservava alla presenza e all'azione delle "Forze Intermedie", ossia demoniache.
Clavelle è ancora la fonte delle notizie sul "viaggio in Egitto" di Guénon, avvenuta nel marzo 1930 in compagnia della ricchissima e assai versata in esoterismo Madame Dina, anch'essa, come Guénon, rimasta prematuramente vedova. Dina si dichiarava ammiratrice della "bella tradizione brahmanica" di cui Guénon era diventato l'alfiere e, per favorirne la diffusione e la conoscenza, mise a disposizione le sue notevoli ricchezze. Venne così creata a Parigi la libreria Vega e pensato un viaggio, fortemente voluto da Guénon, in Egitto, al fine dichiarato di "ricercare, far copiare e tradur-re dei testi islamici". Il soggiorno avrebbe dovuto durare tre mesi, ma ben presto si trasformò in una specie di esilio volontario che si protrasse invece fino alla morte.
La cosa appare quanto meno curiosa: Guénon al momento della sua partenza aveva già gettato le basi della sua dottrina codificandola in opere come Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (1921), Il Teosofismo (1921), L'Errore spiritistico (1923), Oriente e Occidente (1924), L'Uomo e il suo Divenire secondo i Vedânta (1925), Il Re del Mondo (1927), La crisi del mondo moderno (1927), Autorità spirituale e potere temporale (1929) ecc., e aveva radunato attorno a sé una serie di collaboratori che condividevano le sue posizioni innovatrici, attingendo soprattutto negli ambienti della Scuola Ermetica di Papus e dell'Ordine Martinista: ad un certo punto lo si vide piantare tutto in asso e partire. Di più: abbandonato da madame Dina - che nel frattempo si era risposata con un occultista proveniente dalla scuola del 33 Oswald Wirth, e che, su istigazione del nuovo marito, aveva ritirato ogni appoggio economico a Guénon - fece sapere agli amici che rimarrà in Egitto "fino a nuovo ordine" . Di chi?
Privo di sostegno economico scivola ben presto nella fame autentica e agli amici, che nel frat-tempo erano accorsi al Cairo rispondendo ai suoi appelli, appare magrissimo e in miseria. Difficoltà materiali che, sia pure in misura meno drammatica, incomberanno su di lui per tutta la vita. All'invito degli amici di ritornare in Europa oppone tuttavia un deciso e formale rifiuto. Nuovamente: perché? Preziosa è la testimonianza del fedele Clavelle:
"È chiaro - egli dice - che se non si ammette che Guénon era incaricato di una "mis-sione" che implicava indagini nei diversi ambienti a pretesa tradizionale, giustificati o no, la sua appartenenza successiva e persino simultanea agli ambienti più opposti può legittimamente sembrare inquietante: vescovo gnostico e Massone collaborante ad una rivista antimassonica , musulmano collaborante ad una rivista per l'irradiazione del Sa-cro Cuore, ecc. occorre riconoscere che tutto ciò offriva un bel campo di malevolenza" .
Incaricato da chi? È nella sua stessa opera che verosimilmente va ricercata la risposta. Nel suo libro Il Re del Mondo, la cui pubblicazione sembra gli avesse apportato una rottura con i suoi maestri indù, che non avevano apprezzato l'approccio all'argomento, Guénon offre la sua versione sull'esistenza di un inquietante centro sotterraneo iniziatico supremo chiamato Agarttha, una "Terra Santa per eccellenza", già localizzata nel corso dei secoli in molti luoghi leggendari (in Atlantide, nell'isola di Avalon, nel Regno del Prete Gianni menzionato da Marco Polo, nella mitica isola di Thule, nel monte Olimpo, nell'isola di Ogigia di Omero, nel Montsalvat dei miti di Re Artù, ecc.) e che i teosofisti collocano nel deserto del Gobi o in Tibet. Si tratterebbe del cosiddetto "Centro del mondo" che regge i destini del pianeta. Centro che si identifica in una Trinità formata dal sovrano, Manu, i cui poteri sacerdotale e regale si "manifesterebbero" in altre due figure che lo affiancano , mentre un cerchio più interno di dodici membri ne formerebbe il cosiddetto "Consiglio circolare" .
Il grande iniziato Saint-Yves d'Alveydre, che Guénon chiamava "mio compianto Maestro", nel libro Mission de l'Inde en Europe (1910) sosteneva che il Re del Mondo è il più alto esponente della Sinarchia, un'autorità spirituale mondiale, formata da alti iniziati e uomini di scienza, alla quale sarebbero sottomessi tutti i poteri della terra e che opererebbe attraverso un Consiglio Europeo degli Stati e un Consiglio Internazionale delle Chiese, in grado di ispirare e controllare i grandi avvenimenti delle Nazioni.
Ad Agarttha, luogo dell'iniziazione suprema e deposito della Tradizione Primordiale, sarebbe nata la religione unica, di cui tutte le religioni e i loro profeti, da Rama, ai Re Magi, a Cristo, a Bud-dha e Maometto, non sarebbero che emanazioni e mandatari del misterioso centro iniziatico, venuti a perpetuare o rinnovare la Tradizione Primordiale. Ogni epoca avrebbe inoltre goduto della presenza di inviati sulla terra di questo Re, che Guénon definisce Superiori Incogniti , veri e propri Grandi Iniziati in carne e ossa, pervenuti al più alto grado di "realizzazione" spirituale e in contatto diretto con il Principio primordiale, che orienterebbero le vicende umane ai diversi livelli, pedagogico, so-ciologico, politico, iniziatico, magico e teurgico, nel senso voluto dal centro agartthiano, secondo un preciso piano . Nella rappresentazione guénoniana sono i "Maestri" che avrebbero tracciato la sua via e alla cui volontà egli si sarebbe sottoposto.
Guénon precisa che il Re del Mondo in realtà potrebbe essere solo una rappresentazione sim-bolica del centro spirituale da cui emanano i Superiori Incogniti (non escludendo comunque l'esistenza di Agarttha); ciononostante la sua descrizione permette di scorgere in filigrana la presenza nitida di un'altra figura, quella del Princeps huius mundi, dalla quale il Signore nella sua vita terrena non ha cessato di mettere in guardia i suoi apostoli, riconoscendogli un'esplicita signoria sul mondo.
Un ricco ebreo inglese, John Levy, passando per il Cairo nel 1939 e diretto in India in compa-gnia di Frithjof Schuon (1907-1998), (il discepolo convertito all'esoterismo musulmano che, con l'entusiastica approvazione di Guénon, aveva fondato a Losanna una confraternita sûfi, succursale delle tarîqah del Nord Africa, per trasmettere l'iniziazione musulmana agli europei), acquista e dona a Guénon la casa dove egli abitava assieme alla sua nuova famiglia che nel 1934 aveva formato sposando la giovane figlia di uno sceicco. Egli stesso era noto al Cairo, dove abitava nei pressi dell'università El-Azhar, come lo Sceicco Abdel Wahed Yahia, nome che portava fin dal 1912, anno del suo passaggio all'Islam, e parlava ormai correntemente l'arabo classico senza inflessione alcuna; e non solo, perché Guénon era un vero poliglotta conoscendo, oltre al sanscrito, il latino, il greco, l'ebreo, l'inglese, il tedesco, l'italiano, lo spagnolo, il russo e il polacco, con nozioni di cinese, appre-se a Parigi da orientali ivi residenti, negli anni della sua formazione sulle dottrine orientali indù e taoiste.
I collegamenti con gli ambienti esoterici europei, anche se di natura prettamente epistolare, non conobbero mai interruzione; i suoi articoli per le riviste, unica fonte sicura di guadagno, erano pun-tuali, né lesinava gli ammaestramenti per i discepoli che li richiedessero, o le risposte alla fitta corri-spondenza che gli veniva indirizzata da tutti i paesi del mondo.
Persona intelligente e preparata, illuminato e sottile indagatore di questioni metafisiche, di a-spetto ascetico e di presenza che Clavelle non esita a definire come emanante "benevolenza e cer-tezza", egli tratteneva spesso i suoi ospiti in lunghi e studiati silenzi, silenzi che (sempre Clavelle) "aggiungevano alla sua opera una potenza di penetrazione incomparabile". Abitudinario e tempo-reggiatore nato, coltivava l'avversione al cambiamento, indugiando a lungo di fronte a decisioni di una certa portata. Nel discorso - è ancora Clavelle - non prendeva mai la parola per primo ponendo sempre gran cura nell'evitare di toccare argomenti come l'Islam o la massoneria.
La dottrina guénoniana. La Tradizione Primordiale. Massoneria e Tradizione Primordiale
Guénon sostiene dunque a priori l'esistenza di una Tradizione Primordiale, che di volta in volta egli appella Tradizione Universale, o Centro comune, o Identità Suprema, entità indimostrabile e sussistente al di fuori di ogni categoria spazio-temporale. Di tale Tradizione sarebbe giunta notizia solo attraverso i miti che, ovunque simili, si riscontrano presenti presso ciascun popolo di ogni epoca (si noti già in queste premesse l'opposizione radicale del Cristianesimo, che basa se stesso su precisi eventi storici, fondati su una incomparabile raccolta di testimonianze).
I miti sarebbero una storia della creazione, una sorta di recita che, se eseguita secondo certe regole, farebbe rivivere realmente la realtà originale, una narrazione delle vicende primordiali tra-smesse oralmente, che assumerebbero credibilità e valore in funzione dell'adesione ad esse di chi le trasmette. Vi si narra di una sorta di età dell'oro, che riecheggia il biblico giardino dell'Eden, nella quale non c'era distinzione fra uomini e dei, coabitanti in unità perfetta e sublime. In seguito ad un accadimento, noto presso molti popoli come Caduta, si sarebbe generato uno iato fra Cielo e Terra, avente come conseguenza diretta un allontanamento dell'uomo dal proprio Centro primordiale, la propria dimora elettiva.
La Tradizione Primordiale, a questo punto, si sarebbe scissa generando la forma multipla delle varie religioni, connaturate alle particolari sensibilità dei diversi popoli, civiltà ed epoche, e delle relative rivelazioni connesse.
Guénon considera queste religioni alla stregua di autentiche deviazioni, stadi involutivi ultimi della Tradizione Primordiale, per loro natura incapaci di percepire l'unità fondamentale, il Centro, che le collegherebbe e che ne costituirebbe l'essenza. È ad esse che egli riconduce la distinzione maggiore, quell'allontanamento più deciso dal Centro che impedisce l'auspicabile ritorno all'indifferenziato primordiale.
Nella visione guénoniana - che attinge largamente alle dottrine orientali e soprattutto ai Veda (letteralmente: dottrina) indù - questo allontanamento in realtà sarebbe però l'effetto della creazione stessa [che Guénon preferisce appellare Manifestazione, sorta di forma visibile delle cose create; non si dimentichi, infatti, che egli, da buon esoterista, aduso agli infiniti significati che l'intuizione lasciata priva del controllo della ragione riesce attribuire ai simboli, rifugge accuratamente da ogni definizione precisa]. Creazione che, per sua natura, avrebbe introdotto una crescente diversificazio-ne, fino a sfociare nel pernicioso avvento delle varie razze, culminato ben presto nella fase di caos della Torre di Babele.
Conseguenza: l'uomo viene spostato sempre più eccentricamente rispetto alla sua posizione originaria. Il sopravvenire del moderno - che Guénon colloca temporalmente nell'avvento dell'Umanesimo e della Riforma, Umanesimo che funestamente pone l'uomo al centro dell'universo spodestando di fatto quello che egli chiama il Principio - accresce a dismisura la distanza fra il messaggio primordiale e chi lo avrebbe dovuto ricevere, a causa della brusca accelerazione impressa alla diversificazione delle cose dal grande sviluppo della scienza e della tecnica. In questa visione, l'uomo precipita senza scampo lungo l'erta china di un'Età Nera (chiamata Kali-Yuga dagli indù), preludio ad una inevitabile catastrofe di tipo universale, dalla quale peraltro, nell'ottica indù di una visione circolare, o ciclica, del tempo , dovrebbe sortire una catarsi dell'umanità in grado di introdurla in una novella età dell'oro, quella della ricostituita Unità Primordiale indifferenziata.
Le conseguenze di questa gnosi - perché con ogni evidenza è di una gnosi si tratta - sono le seguenti:
" fondamentale negatività della Creazione, che opera nel senso di una crescente differenzia-zione che allontana dalla Verità Prima identificata col Plerôma, la pienezza del Vuoto in-differenziato
" paradossale rifiuto del principio di uguaglianza fra gli uomini, e quindi dei princìpi dell'89, che elimina le caste; rifiuto della democrazia che ne deriva, che, per sua natura, tende al livellamento verso il basso del "regno della quantità", e suscita la cosiddetta "controgerarchia" per il suo carattere "satanico" nella misura in cui si opporrebbe ad ogni risalita verticale
" negazione della scienza e della tecnica, viste come elementi altamente reattivi nel processo di disgregazione dell'Unità Primordiale
" negazione della religione, che Guénon vede degenerata in moralismo e in antropocentrismo in grado soltanto di distaccare maggiormente dai principî di ordine superiore e condurre lungo le vie di perdizione dell'anti-iniziazione riservata alle masse
" negazione della stessa Storia, della sua concezione occidentale come serie di eventi inseriti nel fluire lineare di un tempo fisico, come insegnano le scienze sperimentali. Storia che nell'ottica sferica guénoniana dei cicli è nient'altro che uno "spazio notturno", espressione dell'illusione suprema del mondo materiale, che non trova alcuna collocazione nell'unica realtà vera, quella della cosiddetta Unità Primordiale, priva, per sua definizione, di ogni ri-ferimento spazio-temporale .
Al postulato dell'esistenza di una Tradizione Primordiale Guénon affianca la distinzione in-dispensabile fra esoterismo ed exoterismo, non essendo il primo accessibile che per via iniziatica, mentre il secondo, com'è noto, riguarda le dottrine di pubblico dominio, riservate alle menti comuni. Esoterismo che Guénon fa derivare direttamente, lo ripetiamo, ed esclusivamente, dalla "Tradizione anteriore a tutte le religioni particolari" , ossia dalla Tradizione Primordiale.
Viene così definita anche la via da percorrere per l'iniziato, una via strettamente esoterica - cioè riservata ad un'élite di iniziati - via che conduce alla cosiddetta realizzazione metafisica gué-noniana. Precisiamo che la metafisica di Guénon è qualcosa che si avvicina molto al significato let-terale della parola: oltre la fisica.
"La vera Metafisica, scrive Guénon, non è altro che l'insieme sintetico della conoscenza certa e immutabile, al di fuori e al di là di tutto ciò che è contingente e variabile; in con-seguenza non possiamo concepire la Verità metafisica altro che come assiomatica nei suoi princìpi e "teorematica" (= sillogistica, N.d.R.) nelle sue deduzioni, e dunque esat-tamente rigorosa come la verità matematica, di cui è un prolungamento illimitato" .
Quindi la realizzazione metafisica consisterebbe nell'accedere, con le forze che derivano dall'iniziazione, sempre per usare i termini di Guénon, agli stati superiori dell'essere, a stati non umani (leggi: gnostici) in un cammino continuo verso la ricostituzione di quella indefinita Unità Primordiale, dove l'indifferenziato regna sovrano. Ma tendere all'indifferenziato per costoro assume il significato di porsi progressivamente al di là di ogni legge, di ogni distinzione naturale, soprattutto di ogni distinzione fra bene e male, annegare nel caos del solve di ogni diversità per risorgere nel coagula dell'indistinto , in uno stato che si vuol definire divino...
Se ci soffermiamo un attimo a riflettere sul significato reale di queste asserzioni dobbiamo os-servare che il dichiararsi al di là del bene e del male non ne possiede davvero: al di là del bene, in-fatti, non può che esserci il male, come al di là della luce non c'è che la notte, l'assenza di luce. È il bene, come la luce, che ha sostanza, che rappresenta qualcosa, non la sua assenza; la pretesa di porsi quindi al di là, al di sopra, del Sommo Bene, di Dio, oltre che essere blasfema nella sua formulazione è intrinsecamente sciocca, e ricade miseramente sul suo stesso autore travolgendolo in un abisso di insondabile orgoglio.
Per Guénon il trait d'union fondamentale fra Tradizione Primordiale e stato decaduto dell'uomo, o come dicono i suoi epigoni, fra Cielo e Terra, fra Centro e periferia, fra Principio e Ma-nifestazione (= Tradizione Primordiale e creazione), è il simbolo, entità trascendente il tempo e lo spazio e al quale egli attribuisce un valore universale. Egli, infatti, ricava l'origine del simbolo nella genuina Tradizione Primordiale, attribuendogli nel contempo - grazie alla sua universale validità e al numero indefinito di interpretazioni alle quali esso si presterebbe - la facoltà di costituire il linguaggio elettivo per porsi in comunicazione con il mondo del cosiddetto non-manifestato, circon-locuzione che potrebbe significare Dio (in realtà Guénon evita accuratamente l'uso di questo voca-bolo, ma par di capire che lo intendesse come la forza all'opera in tutte le cose per ricondurle ineso-rabilmente all'Unità primordiale, Hyperthéos che tutto trascende).
Da queste sole considerazioni è dato di comprendere che in realtà Guénon esprime le teorie della massoneria più ortodossa. Ascoltate quello che scrive il Dizionario massonico:
"Tutto l'insegnamento massonico gravita attorno ai simboli, allo studio e alla interpreta-zione del linguaggio simbolico" [...] "Il simbolismo massonico rappresenta il patrimonio intangibile dell'istituzione" .
Giova poi osservare che in massoneria si privilegia il simbolo contrapponendolo alla parola, diretta e univoca, mentre il simbolo è polivalente, equivoco e, quindi, in ultima istanza, ecumenico.
L'interpretazione cristiana del simbolo invece è univoca anch'essa, come univoco è il Logos al quale il simbolo non si contrappone, ma si richiama. Possiamo infine osservare che il nucleo della dottrina massonica è la Qabbalah, cioè l'esoterismo gnostico ebraico. Ora, la parola Qabbalah in ebraico significa semplicemente Tradizione, Tradizione che i cabalisti ritengono unica e vera, tra-smessa oralmente da Dio e non figurante nella Bibbia; quindi per gli ebrei la Qabbalah - definita nel suddetto Dizionario come la "Tradizione per eccellenza" - è la Tradizione Primordiale stessa, che Guénon riprende quindi senza particolare originalità.
Lo studio e la meditazione dei simboli da parte dell'iniziato, per lo più nel contesto di precisi riti ben codificati, sarebbero dunque via e strumento per l'ascesa verso una conoscenza suprema, una gnosis, in vista della ricostituzione dell'Uomo Nuovo, il Palingenius (= rinato), l'Uomo Universale, l'Adam Kadmon della Cabala ebraica, figura che Guénon fa coincidere con il famoso Grande Architetto dell'Universo della massoneria .
La comprensione dei simboli si afferma essere personale, ineffabile e intuitiva . La ragione come strumento di indagine vi è rigorosamente bandita, la logica è "priva di interesse in se stessa" in quanto, dice Guénon, "noi ci ricolleghiamo ... al solo punto di vista iniziatico e tutto il resto è com-pletamente privo di valore ai nostri occhi" . C'è tuttavia una voluta contraddizione in tutto questo: è infatti innegabile che Guénon, nelle sue opere, ma soprattutto nelle frequenti schermaglie apologetiche che lo vedevano opposto ai cattolici (ad es. le lunghe polemiche volte a respingere gli attacchi mossigli dalla Revue International des Sociétés Secrètes), con la logica lavorava di fioretto, per non parlare delle sue connaturate abilità matematiche, regno incontrastato - per definizione - della logica.
"Siamo davanti alla cassaforte", proclama un iniziato, alludendo al metodo iniziatico di procedere per interpretazione di simboli, "contenente la più grande ricchezza e non riu-sciamo ad aprirla perché ci ostiniamo a servirci della chiave razionale, in luogo di utiliz-zare quella dei costruttori di questo scrigno: il simbolo e la simbolica" .
Ma come conseguire allora quest'indispensabile iniziazione, in grado di apportare "una modi-fica radicale dello statuto sociale e religioso dell'uomo", come ha scritto Mircèa Eliàde, e che sola può condurre alla "realizzazione metafisica"? Come giungere a quella conoscenza che per l'iniziato assume la dimensione inaudita di diventare, di essere un tutt'uno con l'oggetto conosciuto? È indi-spensabile una catena, dice Guénon, il cui primo anello attinge nella Tradizione Primordiale stessa, "al di là dell'umanità" , e che è giunta ininterrotta fino a noi grazie ad una trasmissione orale senza soluzione di continuità tra Grandi Iniziati, detentori dell'unica scienza esoterica, autentica ed orto-dossa. La validità di ogni iniziazione Guénon la vincola a questa unica modalità di trasmissione. Di qui il suo disprezzo per l'occultismo, lo spiritismo e la magia, specie per quella cerimoniale che opera al di fuori di ogni successione iniziatica, attenta solo a che le pratiche "funzionino", conferiscano cioè reali poteri.
Se la Tradizione Primordiale è dunque la fonte prima di ogni sapere e scienza iniziatiche, ne consegue che anche le religioni derivate dal suo spezzamento non possono essere altrimenti assimi-late che a raggi deviati della stessa Tradizione Primordiale da cui derivano, e dunque necessaria-mente possedere una faccia esoterica, frammento dell'esoterismo puro della Tradizione Primordiale, ed una exoterica, fra loro nello stesso rapporto (illi dicunt) che intercorre tra la polpa di un frutto e la buccia. In altre parole sarebbe possibile, partendo dalla prassi di qualsiasi religione, risalire, attra-verso una iniziazione parallela che dà accesso agli "stati superiori", il corso del fiume della Tradi-zione Primordiale, fino a giungere alle sue sorgenti, all'auto salvazione della "realizzazione metafi-sica", della fusione totale fra la divinità e l'iniziato.
Di qui la suprema indifferenza dell'appartenenza all'una o all'altra religione, per cui il pas-saggio di Guénon all'Islam non appare più come una scelta di campo fra Cristianesimo e Islam, ma piuttosto, se non si vogliono considerare tatticismi come la funzione di ponte fra Oriente e Occiden-te attribuita all'Islam, come un passo in direzione di quel Hypertheos che trascende entrambe le dette religioni.
Ben diversa e innovativa è invece l'attenzione che Guénon riserva alla pratica della religione, che egli considera premessa indispensabile di ogni iniziazione. Guénon anzi raccomanda - in ciò cat-tivo maestro - di non abbandonare la religione in cui si è nati, ma di praticarne i riti nel modo più ortodosso possibile, col fervore e la pietà del credente modello, (en-passant potrebbe essere un mo-tivo per cui i guénoniani preferiscono la Messa tradizionale di S. Pio V a quella di Paolo VI) prassi che egli paragona alle fondamenta di un erigendo edificio (quello esoterico), indispensabili a reg-gerne la costruzione successiva .
E qui cogliamo un altro aspetto della strategia di Guénon: sovrapporsi senza mai contrap-porsi, gettare il dubbio senza scoprirsi, in modo da porsi in condizione di manipolare dall'interno il dogma cattolico. Una strategia accorta, che gli aveva permesso di infiltrarsi per anni negli ambienti cattolici, sostenendo su riviste come La France antimaçonnique (dove, fra il 1913 e il 1914, si fir-mava Le Sphinx, (nome dell'allora Gran Loggia madre martinista) o La Revue Universelle du Sacré-Coeur, Regnabit (1925-1927), lunghe controversie di carattere filosofico e religioso, condotte sem-pre all'insegna della prudenza, della correttezza verbale e della profonda conoscenza degli argomenti trattati. Pare che solo il Maritain (1882-1973), che già aveva accolto Guénon nei circoli neotomisti dell'Istituto cattolico di Parigi e lo aveva aiutato - agli inizi degli anni Venti - nella pubblicazione delle sue prime opere sulle dottrine orientali, si accorgesse delle dimensioni reali del pericolo che esso rappresentava per la fede cattolica. Maritain si adoperò infatti per il suo allontanamento, e, quando negli anni 1946-47 era ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, per la condanna, o almeno la messa all'Indice, delle sue opere, cosa peraltro che a Guénon sarebbe risultata assai gradi-ta, come narra il Clavelle, per l'eccellente pubblicità che ne sarebbe scaturita al suo pensiero, pensiero che faticava alquanto ad affermarsi.
In sintesi tre sono i punti che Guénon nella sua opera non cessa di sottolineare per pervenire alla sua "realizzazione":
1. un'iniziazione valida, [giova precisare che Guénon definisce l'iniziazione esattamente così: "l'iniziazione consiste essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spi-rituale" ] ed è valida solo nella misura in cui viene trasmessa da un iniziato che a sua volta l'abbia ricevuta nell'ambito di una catena ininterrotta. Guénon sostiene che detta ini-ziazione va ricercata soprattutto in Oriente, presso quelle dottrine che a suo avviso conser-vano ancora la metafisica pura della Tradizione Primordiale, come ad esempio nel Vedân-ta e, relativamente vicino, (oggi vicinissimo) all'Europa, nell'Islam. La sua vita non sarà che un continuo sforzo per tentare di introdurre le dottrine orientali in Occidente. In Occi-dente invece il deposito iniziatico sarebbe custodito, sia pure imperfettamente, dalla sola Massoneria, alla quale dovrebbe essere affidata la missione di percorrere a ritroso il per-corso di oscuramento spirituale in atto, per approdare, attraverso varie tappe, allo stato primordiale e di qui innalzare l'iniziato fino alla Gnosi perfetta. Anche il Cattolicesimo, degenerazione spirituale della Tradizione Primordiale - che invece Guénon vede manife-stata nel Cristianesimo (ma dove?) - conserverebbe allo stato latente simboli e verità di quella che egli considera la metafisica. Ad un'élite cattolica risvegliata, attraverso la prassi dell'esoterismo cristiano, al senso della realtà metafisica si dovrebbe perciò affidare il compito di rigenerare la dottrina cristiana, integrandola coi prìncipi della filosofia indiana del Vedânta (trascendenza assoluta di Dio, immortalità personale, ecc.) e facendole assu-mere il simbolismo come unico criterio di valutazione dei fatti storici (si provi a immagi-nare come ne uscirebbe da una simile commistione la figura del Salvatore, attorno al quale Guénon, sia detto en passant, erige una cortina di indifferente silenzio). Negli anni Venti la penetrazione di Guénon negli ambienti cattolici si arenò proprio sul fallimento del ten-tativo di creazione di questa élite, grazie ai robusti anticorpi allora presenti nella Chiesa, tentativo tornato in auge nel dopoguerra, ad opera dei cosiddetti "esoteristi cristiani";
2. il rito: indispensabile "supporto" della trasmissione dell' "influenza spirituale" all'adepto, alla quale conferisce una potenza ed un'efficacia reali;
3. la prassi perfetta di una religione exoterica legittima: indispensabile premessa alla scalata della montagna esoterica. Religione che, pur ponendosi, agli occhi di Guénon, in rapporto con la luce bianca della sua Metafisica come uno dei sette colori dello spettro, rappresen-tava pur sempre una garanzia di genuinità del deposito tradizionale di una razza, in un cer-to luogo e in certo tempo. L'iniziato dovrà dunque approfondire e comprendere i fonda-menti della propria religione alla luce delle categorie della metafisica pura e della sua e-sperienza iniziatica maturata lungo la via della realizzazione suprema. Si comprende viep-più anche il rifiuto guénoniano del protestantesimo cristiano e del buddhismo , visti come deviazione e ulteriore frammentazione delle religioni originali.
A chi ci ha seguiti nel corso di questi convegni non è certo sfuggito lo stretto rapporto che in-tercorre fra le dottrine testé esposte e le dottrine massoniche. La massoneria, infatti, definisce sé stessa come "Gnosi perfetta" o "Conoscenza integrale", in perfetto parallelismo con la "Metafisica" guénoniana ("la gnosi è l'essenza e il midollo della massoneria", dice Guénon ). Al pari di Guénon anch'essa professa una caduta "verticale" dallo stato primordiale seguita da una degenerazione spiri-tuale che la avrebbe condotta lontano dalla stessa Conoscenza integrale. Concetto che Guénon ave-va sostenuto fin dalla sua prima opera, pubblicata nel 1909 e intitolata Il Demiurgo, dove egli "di-mostrava l'identità reale, nonostante alcune differenze di espressione, della dottrina gnostica con il Vedânta" . Nihil sub sole novi, dunque: la novità guénoniana, infatti, non è che un rinnovamento induista dell'antica gnosi, la madre di tutte le eresie, che intende riproporre l'antico eritis sicut Deus in forma solo più originale e ricercata.
Liberato allora dalle pastoie di un linguaggio volutamente iniziatico il pensiero guéno-niano trova la sua sintesi nel compimento del percorso di una via di liberazione per accedere alla "realizzazione suprema", cioè ad una coscienza effettiva che il Principio supremo alberga al fondo del proprio Io, Principio che coincide dunque con l'io individuale, mentre tutto il resto, tutto il mondo che ci circonda, non è che mera illusione.
Il 33° grado del Rito Scozzese Giuliano De Bernardo non manca di sottolineare l'importanza e la consustanzialità del pensiero di Guénon con quello massonico, riconoscendo a Guénon di avere rappresentato "un punto di riferimento per quanti hanno voluto avvicinarsi alla conoscenza della Massoneria e per gli stessi massoni" .
L'originalità guénoniana va ricercata anche nella forma, dotta e sottile del linguaggio usato nella descrizione delle varie forme tradizionali, fondandosi su argomentazioni che sembrano soli-damente prendere corpo super partes, senza urtare mai la sensibilità religiosa di alcuno, soprattutto quella cattolica. È quest'ultimo un aspetto che non si coglie immediatamente, ma che ha fatto brec-cia ben più delle posizioni di aperta ostilità ostentate dalla massoneria laicista e atea nei confronti del Cattolicesimo, suggestionando gli ambienti intellettuali cattolici, già nella generazione tra le due guerre, con la prospettiva di immensi orizzonti e inesplorate profondità filosofiche.
Tradizione Primordiale e Tradizione cattolica
A tal punto occorre esplicitare ciò che il cattolico intende per tradizione e procedere quindi ad un esame comparativo fra la tradizione cattolica e quella guénoniano-massonica sperando di giunge-re ad una chiarificazione delle posizioni.
Il punto di partenza non può essere che quello della fede, secondo la formula di Sant'Anselmo "Crede ut intelligas", e ci rivolgeremo subito ad esaminare il senso che le Scritture danno alla parola Tradizione.
[A ben guardare, comunque, anche Guénon chiede ai suoi iniziati un atto di fede nel dogma dell'esistenza di un Hyperthéos assiomatico, indimostrabile, ineffabile ed inesprimibile. Ma vedremo che non è la stessa cosa: il paesaggio viene infatti osservato in condizioni di luce ben differenti].
In senso cristiano la parola Tradizione è riservata esclusivamente alla parte di Rivelazione di-vina che non è stata trasmessa per iscritto (la Sacra Scrittura), bensì oralmente, mentre la sua collo-cazione rispetto alla religione è simile a quella che può essere attribuita all'involucro rispetto al suo contenuto.
La Rivelazione di Dio all'umanità ha conosciuto tre grandi fasi: la Rivelazione primitiva rice-vuta dai santi Patriarchi, che non genera alcuna Scrittura, una seconda Rivelazione raccolta nell'Antico Testamento, infine la Rivelazione del Messia che costituisce il Nuovo Testamento. Con la morte dell'ultimo apostolo a Efeso, la Rivelazione si chiude.
La Rivelazione primitiva
La Rivelazione ricevuta dai primi uomini e dai Patriarchi è stata raccolta molti secoli dopo per trasmissione orale: si può quindi, a buon diritto parlare di una Tradizione primitiva. Giova tuttavia osservare che essa non rimarrà a lungo omogenea e unica. Si narra infatti nel libro della Genesi che ben presto ha luogo la separazione di due culti: quello di Abele, sacrificio espiatorio delle primizie del suo gregge, gradito a Dio e che costituiva la vera religione soprannaturale, e quello di Caino che con trascuratezza offriva all'Eterno dei frutti della terra, nel quale si esercitava solo la religione na-turale. Se non si opera questa distinzione, se si prescinde dal contenuto e dallo spirito, non v'è ra-gione di distinguere tra le due e si può anche parlare di tradizione primordiale indifferenziata, cro-giolo, a dire degli esoteristi, di tutte le religioni, tutte di pari dignità provenienti da un'unica fonte.
Ma sappiamo che per chi crede nell'esistenza di Dio - e quindi del bene e del male - tale di-stinzione non è accettabile. Possiamo perciò sostenere l'esistenza di due tradizioni separate, quella della religione soprannaturale, che riconosce la necessità di un mediatore tra il Cielo e la terra e lo attende, e quella della religione naturale che traccia una propria via di elevazione col solo ausilio delle proprie forze. Due percorsi di segno contrario, che non sfoceranno giammai in un sincretismo, bensì condurranno ad un loro allontanamento progressivo, in aperto contrasto e ostilità, come dimo-stra fin dagli inizi l'omicidio di Caino. Dio aveva annunciato al serpente: "Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua posterità e la sua posterità" (Gen. III,15) e - sappiamo - la posterità della donna è quella di Nostro Signore, mentre quella del serpente è quella dell'Anticristo. La storia umana non è che il racconto di questa gigantesca lotta fra i due corpi mistici. Vediamo allora più da vicino queste due tradizioni.
La Tradizione dei Patriarchi
Sono i patriarchi fino a Noè che trasmettono fedelmente la Rivelazione primitiva ricevuta da Adamo. Sono pochi di fronte alle fitte schiere che seguono invece la tradizione deviata, quella del naturalismo cainita, e che Dio punisce col diluvio. All'uscita dell'arca Noè ritesse il filo della Rive-lazione divina che la Tradizione autentica trasmette fino al secondo periodo tormentato che sta fra l'edificazione della Torre di Babele - fase nella quale la Tradizione pagana è in preda ad una straor-dinaria effervescenza - e la vocazione di Abramo, che probabilmente gli viene trasmessa dal miste-rioso e santo re-sacerdote Melchisedec.
Con Abramo Dio prepara un popolo separato dagli altri al quale affida la Vera Religione, e quindi la Tradizione che la veicola, affinché essa si perpetui in attesa dei tempi messianici del suo svolgimento successivo.
È importante sottolineare che tutto questo ci è noto non attraverso la Tradizione, bensì attra-verso la Scrittura, alla quale Dio, per rimediare al deterioramento della rivelazione primordiale do-vuta al paganesimo invadente, aveva affidato la sua seconda Rivelazione, volta a ricordare e com-pletare la prima. Ed è la Sinagoga ebraica che la custodirà fedelmente e la tramanderà attraverso i secoli fino alla venuta del Redentore. E la Scrittura ci narra di un Dio personale e creatore che ha creato in sei giorni l'universo. Nessuna entità metafisica - intesa in senso guénoniano - dunque, di cui l'universo sarebbe l'emanazione o "manifestazione". Il culto è quello del sacrificio espiatorio dive-nuto necessario dopo la caduta, la profezia quella "della posterità della donna che schiaccerà il capo al serpente". E Mosé si occuperà di fissare per iscritto, sotto dettatura di Dio stesso la Tradizione patriarcale e consegnarla al suo popolo. La Tradizione patriarcale tuttavia non è abrogata e la si vede riemergere dall'ombra di molti secoli nella vicenda dei Re Magi, che dovevano averne raccolto l'essenziale, cioè la profezia della venuta di un Salvatore.
La Tradizione cainita, Tradizione spuria
Assieme alla Tradizione dei Patriarchi circola un'altra Tradizione che può vantare la stessa anzianità e che veicola tutte le varie nozioni che possono avere origine da una religiosità naturale.
Anche per questa Tradizione il riferimento sono ancora le Sacre Scritture, soprattutto dove si narrano gli episodi del diluvio e della Torre di Babele. Nel periodo antidiluviano "la malizia degli uomini era grande sopra la terra e ogni pensiero del loro cuore era rivolto in ogni tempo al male" (Gen., VI, 5) mentre "la terra era corrotta davanti a Dio e ripiena di iniquità. Avendo Dio visto che tutta la terra era corrotta, ogni uomo infatti aveva macchiato le sue vie sulla terra" (Gen, VI, 11-12). Questi sono i termini usati dalle Scritture, che spiegano anche l'origine di questa cattiva condotta e decadenza dei costumi con la perversione di quella concezione religiosa ("ogni uomo infatti aveva macchiato le sue vie sulla terra") che aveva costituito la trama della Rivelazione primordiale.
Perversione che emerge con forza nella vicenda della costruzione della Torre di Babele. L'umanità è unita, parla una sola lingua, ma non pratica il culto che Dio aveva rivelato osservando i Suoi precetti e le Sue profezie. C'è nei costruttori un desiderio di avvicinarsi a Dio, ma con mezzi prettamente umani: "facciamo una torre la cui cima arrivi al cielo, e rendiamo famoso il nostro nome prima di dividerci su tutta la terra" (Gen., XI, 4). Non sfugga l'umanitarismo ante-litteram contenuto in queste parole che pretende di volere innalzarsi a Dio, ma che in realtà invece celebra la gloria dell'umanità. E Dio, che vede l'autentica Tradizione primordiale affogare nel politeismo e nel paga-nesimo, che vede gli uomini dimentichi della misteriosa profezia sulla "posterità della donna" - l'Incarnazione del Verbo attorno alla quale tutto ruota - li disperde e li confonde.
La religione di Babele costituisce l'ultima manifestazione globale, alla quale partecipa collettivamente tutta l'umanità, della Tradizione deviata, quella cainita, ed è a partire di là che vengono elaborate, in Oriente e in Occidente le tradizioni particolari.
Deve anche essere chiaro che, quando gli storici delle religioni parlano di Tradizione Primor-diale comune a tutte le religioni, ci rinviano soltanto all'antica confusione, al pandemonium di Ba-bele, sfociato nella confusione dei linguaggi conseguente alla ribellione a Dio. Pandemonium che assume le sembianze di metafora della negazione del principio di contraddizione - che per sua in-trinseca natura nella sua univocità è riflesso di Dio - negazione che genera la pluralità delle verità e quindi dei linguaggi, e spinge l'uomo allo sforzo prometeico della costruzione di un Tempio ecu-menico comune. Ieri a Babele, oggi nell'Europa unita e, su scala planetaria, nella cosiddetta globa-lizzazione.
La Tradizione della Sinagoga
Sono i sacerdoti della Sinagoga che codificano con grande cura ed esattezza le progressive ri-velazioni che stanno fra la legge mosaica e l'Avvento del Messia.
È tuttavia innegabile che a fianco della rivelazione genuina che trova il suo compimento e la sua completa esplicazione nel Nuovo Testamento, sorge parallelamente una tradizione orale ebraica, una Qabbalah, fondata sui commenti alle Scritture, non omogenea né con Tradizione patriarcale né con la successiva Tradizione apostolica. Essa si pone nella linea della tradizione spuria e ne riproduce tutta la complessità. Perché ha potuto accadere? Per due ordini di ragioni: la prima che le profezie dell'Antico Testamento non si potevano comprendere a fondo se non solo successivamente, alla luce del Nuovo, dove nel loro compimento appaiono chiare e finalizzate, Nuovo Testamento che gli ebrei hanno rifiutato; la seconda, più importante - come osserva giustamente Jean Vaquié - è l'assistenza dello Spirito Santo, negata alla Sinagoga dopo la venuta del Signore e garantita invece alla Sua Chiesa. La Tradizione antica, compiuta con la venuta del Messia, perde di importanza ed è il Signore stesso che lo sottolinea quando, rivolto agli Scribi e ai Farisei dice loro:
"Perché anche voi trasgredite la legge di Dio in nome della vostra Tradizione?" (Mt., XV, 3), al quale fa eco San Paolo, parlando ai Colossesi: "Badate che nessuno vi seduca per mezzo della filosofia inutile e ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo" (Col., II; 8).
E se cercavamo una prova decisiva dell'esistenza delle due tradizioni, non può essere che questa.
La Tradizione Apostolica
Il frammento scoperto a Qumran del Vangelo di Marco ci garantisce che l'insegnamento di Gesù era stato messo per iscritto pochi anni dopo la morte del Maestro, ma si può ragionevolmente ritenere che fino allora, la trasmissione del Vangelo fosse avvenuta oralmente. La chiesa dei tempi apostolici mette mano ai testi sacri e, nello spirito della continuità della Tradizione, sotto la guida dello Spirito Santo separa i testi di sicura canonicità del Vecchio Testamento da quelli sospetti di errore. La Rivelazione divina è divenuta ormai un corpus organico fondato sui grandi avvenimenti che hanno preceduto la venuta del Signore e sul compimento e perfezionamento della Legge antica apportato dal Signore stesso.
Gli Apostoli, dal canto loro, fissano per iscritto solo una parte delle parole del Maestro, che invece trasmettono a viva voce nel corso del loro insegnamento. È ancora san Paolo che ne fa men-zione quando esorta i Tessalonicesi: "Fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera" (II Tess., 15; v. anche Giov., III, 13-14).
Alla morte degli Apostoli, il loro insegnamento venne raccolto con attenzione e pietà da coloro che l'avevano udito, onde costituire la Tradizione Apostolica, quella che la Chiesa considera come la seconda fonte della Rivelazione, generalmente non considerata invece dai protestanti che, rifiutando il Magistero, si attengono alla sola Scriptura. La Tradizione Apostolica riposa su una vastissima ri-serva documentale, confermata dai Padri e dai Dottori della Chiesa, sui "Simboli" - il Credo nelle sue varie forme - la liturgia della Messa, considerata come il massimo grado di fedeltà alla Tradizione, le preghiere delle Ore, i Sacramenti, i sacramentali, le determinazioni dei Concilî ecumenici, ma anche l'agiografia, l'architettura cristiana, ecc.. Una dottrina rimasta uguale a se stes-sa per secoli tanto che il Concilio di Trento potrà dichiarare:
"La Chiesa riceve con lo stesso rispetto e la stessa pietà i Libri Santi e le tradizioni sulla fede e i costumi che ci vengono da Gesù Cristo attraverso gli Apostoli o che gli Apostoli ci hanno lasciato sotto l'ispirazione dello Spirito Santo" .
La Tradizione Apostolica arricchisce la Scrittura, spiegandone il senso e aiutando a rischiararne i passaggi. Vi aggiunge anche nuovi elementi, quali ad esempio la dottrina del Purgatorio, dell'Immacolata Concezione, ecc.. È ad essa che occorre rivolgersi per trarne quelle novità periodi-camente necessarie al rinnovamento della Chiesa, e non al mondo, come dicono i modernisti e inse-gna il Vaticano II; è quella parte del tesoro, cioè della Rivelazione, da cui il padre di famiglia del Vangelo, assimilato da Matteo al discepolo del regno dei cieli, trae per i suoi figli cose nuove.
Conclusione
Abbiamo visto come la Tradizione Apostolica, pervenuta a noi immutata attraverso la Chiesa, e predicata per secoli dai tetti sulla scorta del comando del Divino Maestro, sia l'atto ultimo di una Rivelazione progressiva che, prendendo le mosse all'alba dell'umanità, con la Rivelazione divina primitiva, affonda le sue radici nei lunghi secoli di paziente attesa del Redentore. Una Tradizione coerente, articolata su un disegno preciso, disegno che Dio aveva voluto manifestare ancora nel giardino dell'Eden parlando di una "posterità della donna" che schiaccerà il capo a quella del ser-pente. Una Tradizione luminosa, che mai si contraddice, unica, in quanto sovrannaturale, di cui essere fieri e degni eredi.
E su questo punto Guénon è costretto, diciamolo infine, a scoprirsi:
"... nessuna intesa", dice, "è realmente possibile con chi ha la pretesa di riservare ad una sola e unica forma tradizionale, escludendo tutte le altre, il monopolio della rivelazione e del soprannaturale" .
Ma è tempo ormai di porre il quesito fondamentale del mio intervento: la Tradizione Primor-diale postulata da Guénon può ciononostante avvicinarsi in qualche modo o addirittura sostituirsi a quella che il cattolico riconosce come autentica e unica?
Per rispondere osserviamo dapprima che la Tradizione Primordiale di Guénon presenta carat-teri solo apparentemente umani, nel senso che si avvale di mezzi che dichiara puramente umani per conseguire degli stati di "superiore" conoscenza. Ma è un proprio della Tradizione deviata, della Tradizione cainita, e quindi della religione naturale, la pretesa di giungere a Dio col solo ausilio delle proprie forze. In realtà questa pretesa è solo l'antica suggestione del non serviam, perché - anche se corrisponde al vero che l'esoterismo si presenta come un ricorso a conoscenze e tecniche essenzial-mente umane che lo rende idoneo a conferire all'adepto quei poteri che gli permettono di accedere allo stato di Alto Iniziato, di Autorità sedicente di diritto divino, che, per ciò, deve dominare e orientare le coscienze degli altri uomini - essa è di ben altra provenienza. E quel riconosciuto stu-dioso dell'esoterismo che fu il 33 Oswald Wirth, lo dice con lettere a tutto tondo: "Sulla terra nessuno può regnare - egli dice - se non fa alleanza con il Principe di questo Mondo" . Fatto arci-noto, prima ancora che ai cattolici, agli Alti Iniziati stessi.
Guénon, per sua somma sventura, si riteneva immune da una "influenza spirituale" siffatta. Per lui infatti i demoni non erano che una trasposizione teologica di quelli che egli definiva "stati inferiori dell'essere", agenti nel mondo "sottile" (= dell'incorporeo) , mondo che egli definiva infe-riore a quello "metafisico" nel quale riteneva ormai di muoversi:
"non c'è che un dominio - scriveva - che gli (al diavolo, N.d.R.) sia rigorosamente vietato ed è quello della metafisica pura (ossia la via della "realizzazione" guénoniana, N.d.R.) ".
Affermazione in singolare contrasto con gli "attacchi psichici" denunciati dal fedele Clavelle, che spesso avrebbero tormentato il maestro nel corso della sua esistenza.
Aggiungiamo che nei Vangeli il Signore fa risuonare alta e ripetuta la condanna dell'esoterismo, quando, ad esempio, condotto davanti al Gran Sacerdote Anna, gli si rivolge con queste parole:
"Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto" (Giov., XVIII, 20) o quando istrui-sce i discepoli che: "non c'è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, e nulla è segreto che non venga in luce", (Mc. 4,22) o altrove: "la condanna poi è questa: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce e non viene alla luce affinché non siano svelate le opere sue" (Giov. 3,19-20).
Argomento che ci introdurrebbe al discorso del sedicente esoterismo cristiano e della sua attu-ale penetrazione nella Chiesa, tema che non trova tuttavia spazio qui e che forse potrà essere svilup-pato in futuro.
In secondo luogo osserviamo che Guénon era massone, la sua attività ha preso le mosse in ambito massonico, ed è rimasto massone fino alla morte, talché l'ex Gran Maestro del Rito Scozzese italiano, il 33 Giuliano De Bernardo, e altre, innumerevoli, "Potenze massoniche", fanno a gara a presentarlo come uno dei massimi esponenti dell'esoterismo massonico, autorevolissimo codificatore dell'esoterismo dottrinale del XX secolo.
Allora, se Guénon è stato indubitabilmente ed essenzialmente uno gnostico, formato sui ban-chi di scuola della loggia, e la sua dottrina è riconosciuta ottima, modello di adozione per le stesse logge, possiamo affermare con convincente certezza che la Tradizione Primordiale di cui egli argo-menta, posta a fulcro di tutta la sua opera, questa Tradizione perpetua che assorbirebbe in sé ogni altra tradizione, coincide esattamente con la Tradizione cainita.
Per chiudere il cerchio resterebbe da dimostrare che la Tradizione cainita è davvero la Tradi-zione elettiva alla quale la massoneria moderna si ispira e segue fedelmente.
La risposta va ricercata nelle Costituzioni di Anderson del 1723, che vengono precedute da una premessa, (stranamente espunta nella traduzione italiana effettuata a cura dell'allora Gran Maestro Giordano Gamberini), della quale amiamo riportare qui un passo cruciale, attinto direttamente da una testo francese del 1742, in grado di sciogliere il nostro dubbio. Eccolo:
" [...] ben presto Caino costruisce una Città, che chiama Dedicata, dal nome del suo figlio Enoch. Questo Principe della metà del Genere Umano (Enoch, l'altra metà la si fa risalire a suo fratello, il pio Seth N.d.R.) ne diviene in tal modo il Gran Maestro Massone" .
Il primo discendente della stirpe di Caino, quindi, viene posto dunque come primo, archetipi-co, Gran Maestro della Massoneria.
Per capire la rilevanza di queste Costituzioni, sufficiunt le solenni parole pronunciate con rive-renza dal Grande Oriente di Francia:
"Tutte le Grandi Logge del mondo, tutte le Logge, tutti i Massoni, considerano il testo degli Antichi Doveri come la Legge fondamentale della Massoneria Universale".
Non possiamo, a questo punto, chiudere il nostro discorso senza tentare almeno di capire i motivi del trasbordo ideologico - più o meno avvertito - di molte, talora assai valide, menti cattoli-che, su posizioni guénoniane.
Mi arrischio ad avanzare varie ipotesi:
1. fascino dell'esposizione guénoniana, rivestita di grande autorità, incontestabilmente intel-ligente, e coerente (almeno in apparenza) nelle asserzioni;
2. ignoranza dei veri fini della dottrina guénoniana per carenza di studio approfondito e as-senza di precisi orientamenti magisteriali;
3. rifiuto condiviso del mondo moderno, fondato sul laicismo e sull'ateismo che minano - è pur vero - le stesse basi della Tradizione cattolica, coniugato ad assenza di reazione da parte della Gerarchia cattolica: di qui anche la tentazione per taluni di appoggiare la difesa della Tradizione su basi diverse, più larghe, dichiaratamente in contrasto col razionalismo imperante. Ricerca di una spiritualità più profonda, disgustati dal sentimentalismo e dal solidarismo predicato dai pulpiti specie dopo il Vaticano II;
4. suggestione e lusinga di muoversi lungo un itinerario spirituale riservato a pochi eletti, un cammino di perfezione verso le radici autentiche dell'umanità, verso orizzonti sconfinati accessibili, pur continuando a rimanere nella rassicurante prassi integrale della religione dei padri;
5. orgoglio e curiosità intellettuale; rinuncia alla parte modesta assegnata al semplice cristiano in questa vita per rivolgersi ad una "sapienza esoterica" in grado di porlo al di sopra della massa;
6. infine duplicità "integrale", consapevole e responsabile, per far crollare dall'interno il cat-tolicesimo scompigliandone le fila.
Mi preme infine sottolineare che noi, cattolici della Tradizione, dovremmo avere sempre ben presente il fatto che, come il Signore ha promesso di essere al nostro fianco colla Sua grazia fino alla fine dei tempi, così, per oppositum, il mysterium iniquitatis è tutt'altro che un'astrazione teologica lontana, ma è invece una realtà viva e operante, attraverso i suoi comandanti, il suo esercito, i suoi sacerdoti, la sua liturgia, i suoi sacramenti, la sua escatologia. Né deve sfuggire, nonostante il pro-fondo e complice silenzio osservato in tema dai mezzi di informazione, e dalla stessa Chiesa ufficiale, che la massoneria è, e rimane, il Tempio della Gnosi, e che la Gnosi è l'essenza stessa del paganesimo, il quale, a sua volta, per la sua radicale opposizione alla Verità, che è Cristo, è il falso, il male.
Chi ritenesse questa visione un tentativo obsoleto di rievocazione di "antichi steccati", farebbe bene a meditare un passo del discorso che il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, il 33 Virgilio Gaito, in una circolare riservata a tutti i massoni in occasione del Solstizio d'Estate di quest'anno, ha inviato dalla Villa "Il Vascello" in Roma, (Balaustra N° 5/VG), sotto il titolo: Fiat Lux et Maneat Semper. Ecco il passaggio:
" ... Nel contempo, memori della lezione storica degli Orazi e dei Curiazi, abbiamo agito nei confronti dei nostri tradizionali e più recenti avversari con la tattica della divisione, instaurando contatti sempre più intensi e qualificati con esponenti via via più elevati del-la gerarchia ecclesiale cattolica ... ".
L'annunziata estate del copioso raccolto dopo le bizze primaverili legate alla cattiva interpretazione del Concilio Vaticano II non si farà dunque attendere, poiché, prosegue il Gran Maestro:
" ... i segnali di nuova e favorevole attenzione verso di noi giungono a ritmo crescente, come è avvenuto poche settimane fa quando, a Terni, il Vescovo di quella città è inter-venuto alla celebrazione del ventennale della loggia "Giuseppe Petroni" con espressioni di rispetto e di stima che sono culminate nella benedizione di Dio invocata sui massoni".
Fred Kleinknecht, Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio (dei 33, N.d.R.) della Giurisdizione Sud degli Stati Uniti del Rito Scozzese Antico Accettato - Giurisdizione che si pone l'obiettivo di diventare entro il 2010 "la fonte preminente dell'istruzione massonica nel mondo" - nel corso del suo intervento alla 41a Conferenza dei Sovrani Gran Commendatori svoltasi a Vienna il 7-10 marzo 1997, dopo aver ricordato che i massoni devono "apprendere le grandi lezioni di tolle-ranza, dignità umana, il diritto alla libertà e l'amore del bello e del vero che il nostro Rito insegna", ha concluso con queste parole:
"Quando, in tutto il mondo, la Verità avrà preso il posto dell'Errore, la Libertà del Dispotismo, la Giustizia dell'Iniquità, e la Tolleranza della Persecuzione, il Santo Impero della Massoneria Scozzese sarà stabilito" .
Un impero efficacemente tratteggiato nei suoi aspetti più exoterici, e quindi meno importanti, da Henry Kissinger, massone israelita blasonato dei più prestigiosi titoli mondialisti, al quale si at-tribuisce questa dichiarazione:
"Se si ha il controllo sugli alimenti, si ha il controllo del popolo. Se si ha il controllo del pe-trolio si ha il controllo delle Nazioni. Se si ha il controllo del denaro, si controlla il mondo" .
La dichiarazione di Kleinknecht ne richiama e si salda con un'altra, di ben altra portata di quella di Kissinger, dichiarazione risalente a più di un secolo fa, che oggi possiamo dire lucidamente profetica, fatta da Albert Pike, Sovrano Gran Commendatore della stessa Giurisdizione Sud, auto-revolissimo dottrinario dello stesso Rito ed estensore della celebre "bibbia" massonica intitolata Morals and Dogma:
"Quando Luigi XVI fu giustiziato la metà del lavoro era fatta e quindi da allora l'Armata del Tempio doveva indirizzare tutti i suoi sforzi contro il Papato".
e per chi, in questi anni, ci ha seguiti non c'è bisogno di nessun ulteriore commento.
Rimini, ottobre 1998
RENÉ GUÉNON: QUALE TRADIZIONE?
Premessa
Di quale Tradizione sono eredi e difensori i cattolici? Di quella cosiddetta Primordiale al cui servizio René Guénon ha dedicato la propria esistenza, di una delle tante tradizioni presenti presso tutti i popoli, o di un'unica - precisa e individuabile - Tradizione, testimone e prolungamento fino alla consumazione dei secoli dell'unica Rivelazione divina? E perché tanti cattolici, per lo più colti e preparati, sentono forte la suggestione delle dottrine guénoniane? E chi è René Guénon?
Sono questi i punti che tenterò di sviluppare nel corso di questo intervento, nei limiti, spero, del tempo assegnato, perché molti saranno gli aspetti che non potranno essere considerati, ma so-prattutto nei limiti con i quali ogni non specialista deve misurarsi.
René Guénon: qualche significativa notizia sulla sua vita
Fonte obbligata per le notizie di ordine biografico su Guénon è il cosiddetto Documento con-fidenziale inedito , al quale hanno attinto senza distinzione i vari studiosi che si sono occupati dell'argomento, dalla cattolica Marie-France James, ricercatrice canadese di lingua francese, ad uno dei più entusiasti discepoli di Guénon, Jean Robin .
Questo Documento, proprio per essere inedito, è stato a lungo di reperibilità non immediata, ma con l'avvento di Internet è a disposizione di tutti, ad esempio sulle pagine della "Fraternità del Web-Catena dei siti massonici", dove, con i siti dei vari Grandi Orienti o Gran Logge delle principali nazioni, con i siti a vocazione spirituale e iniziatica, con quelli dedicati agli studi comparati sulle reli-gioni o assieme a quelli dei Supremi Consigli dei 33, c'è una sezione intitolata "Testi sulla vita di Guénon" , che lo contiene.
Anche se accuratamente non precisato, autore di tale Documento fu Marcel Clavelle (1905-1984), che non ne volle mai la pubblicazione. Clavelle, più noto sotto lo pseudonimo di Jean Reyor, era un discepolo, vero figlio spirituale, di Guénon, che aveva assunto, per conto dello stesso Gué-non, il segretariato di Études traditionnelles, per anni portavoce delle idee del maestro. Études tra-ditionnelles fu il nome col quale venne ribattezzata nel 1933, per volere di Guénon - a sottolinearne il nuovo orientamento - la rivista Le Voile d'Isis, fondata dal mago Papus nel 1890 e caratterizzata da un chiaro taglio occultistico.
Clavelle fu magna pars della fondazione, avvenuta nel 1947 nel quadro del Rito Scozzese An-tico Accettato, della loggia La Grande Triade , loggia di ispirazione guénoniana con pretese rifor-mistiche in senso spiritualista della massoneria, dalla quale tuttavia si ritirò all'indomani della morte dello stesso Guénon avvenuta il 7 gennaio 1951 all'età di 65 anni.
Degna di menzione è anche la collaborazione che Clavelle prestò alla rivista le Symbolisme, sulla quale amava firmare i suoi articoli col nome di F.·. Sirius, collaborazione che durò dal 1958 al 1971, anno in cui la rivista cessava le pubblicazioni. Giova ricordare che le Symbolisme, rivista della massoneria spiritualista francese , venne fondata nel 1912 dal 33 Oswald Wirth (1860-1943), perso-naggio di spicco dell'ambiente occultista di fine secolo, già segretario del mago nero Stanislas de Guaita e autore di molti trattati, fra cui un celebre libro di magia iniziatica intitolato I Tarocchi . Wirth - che in ambiente massonico viene oggi citato come un'autorità dell'esoterismo moderno - era in rapporto con Guénon e sulla sua rivista aveva pubblicato nel 1913 l'unico intervento pubblico di Guénon, tenuto alla Sorbona, e ripetuto alla loggia spiritualista Thébah, sul tema L'insegnamento iniziatico.
* * *
Quando il giovane Clavelle conosce Guénon aveva solo 23 anni ed era il 1928. Due anni dopo, nel 1930, Guénon sarebbe partito dalla Francia, senza più farvi ritorno, alla volta dell'Egitto, da sempre terra di esoterismo e di magia, per svolgervi colà ricerche sui testi musulmani. Guénon aveva allora 44 anni e tante cose erano ormai accadute nella sua vita. Basti dire che fra i 20 e i 23 anni, cioè fra il 1906 e il 1909, aveva già toccato le vette più elevate della carriera massonica ed esoterica: uditore alla Scuola Ermetica di Papus, Superiore Incognito dell'Ordine Martinista ; affiliato alla loggia simbolica Humanidad del Rito nazionale spagnolo, posta sotto la guida da Téder, fedele di-scepolo del mago Papus; cavaliere Kadosh del capitolo swedemborghiano INRI (simile al 30° grado del Rito Scozzese), il cui emblema - un cordone di seta nera, gli venne conferito nientemeno che da Theodor Reuss, il fondatore del celebre Ordo Templi Orientis (O.T.O.), chiusa società rosicruciana, dove ancor oggi si pratica la magia tantrica o sessuale . Il giovane Guénon aveva avuto anche il tempo di diventare redattore della rivista Le Voile d'Isis; vescovo gnostico (tale amava dichiararsi) col nome di Palingenius, pseudonimo che porrà a sigillo dei suoi articoli sulla rivista La Gnose; 90° grado del Rito Egiziano di Memphis Misraïm ; Sovrano Gran Commendatore dell'Ordine del Tempio . E di questo periodo è anche la sua presenza in qualità di segretario al Congresso Masso-nico e spiritualista tenuto a Parigi la domenica di Pentecoste del 1908 su iniziativa delle logge mar-tiniste, massima assise delle società segrete dopo quella del Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893, riunita nell'intento di suscitare una federazione delle diverse scuole di pensiero, gnosi, teosofia, spiritismo, ermetismo, cabala, ecc. all'insegna della comune base esotero-occultistica e di qui partire in direzione di una riforma della massoneria in senso spiritualista . A tale Congresso Guénon partecipò esibendo il suo cordone nero di cavaliere Kadosh. Lavori congressuali che tuttavia egli abbandonò ben presto - sia pure dopo avere accompagnato i congressisti in visita a Notre-Dame per commentarne il simbolismo - per chiare divergenze dottrinali con gli spiritualisti e gli occultisti presenti.
Nel 1912 poi, tacitamente, all'insaputa di quanti lo circondavano - moglie inclusa, che non lo avrebbe mai saputo - aveva apostatato il cristianesimo per farsi iniziare presso i sûfi musulmani. Potremmo definire questi anni come l'itinerario occultistico-massonico di Guénon, che egli tuttavia presto abbandonerà e ufficialmente rinnegherà, per percorrere una via affatto originale, personale, fino a diventarne capo scuola e maestro. In ogni caso, tale fu l'ambiente nel quale maturò la "voca-zione" di Guénon.
Di questo periodo Clavelle nel suo Documento trasmette brevi informazioni, peraltro assai il-luminanti. Narra, ad esempio, che, nel 1908, mentre a Parigi era in corso una seduta spiritica, si ma-nifestò un' "entità" che dichiarava di essere nientemeno che Jacques de Molay, il Gran Maestro dell'Ordine del Tempio bruciato sul rogo da Filippo il Bello nel 1314. Lo spirito ordinò ai tre evoca-tori di recarsi presso Guénon (che non era presente alla seduta) per investirlo del compito di "rico-stituire l'Ordine del Tempio designandolo come capo della nuova milizia". Prosegue il Clavelle:
"Lo spirito delle "comunicazioni" era perfettamente nella linea della vendetta templare che costituisce l'oggetto di diversi alti gradi scozzesi. Questo spirito non fece che affermarsi attraverso le comunicazioni di Weisshaupt, il fondatore degli "Illuminati di Baviera", e quelle di Cagliostro, morto nelle prigioni dell'Inquisizione, a Roma (erratum: è morto nella fortezza di San Leo, N.d.R.), e che, lui pure, reclamava vendetta. Contro chi? Lo si indovini ."
Sappiamo che Guénon, pur con qualche riserva, fra il 1908 e il 1911 procederà al rinnovamen-to dell'Ordine del Tempio , tentativo poi abbandonato per dedicarsi alla diffusione della sua dottri-na, che nel frattempo aveva elaborato e messo a punto.
Guénon non era infatti per nulla soddisfatto delle varie dottrine spiritualiste che aveva cono-sciuto e praticato, che non esitava a definire "pseudo-iniziatiche", fra loro assai diverse e inadatte a suscitare un corpo di dottrine coerenti. In particolare ai vari occultisti e spiritualisti del tempo rim-proverava di applicare ai fenomeni spirituali il metodo sperimentale, scientifico, empirico. Per lui (e non parlava certo da sprovveduto) questi signori, attraverso la ricerca di contatti "non-umani", mi-ravano solo a conseguire, attraverso la magia , dei "poteri" sugli altri uomini e sulla natura.
Il suo colpo di genio, che lo avrebbe innalzato al ruolo di maestro della sovversione spirituali-sta della seconda metà del XX secolo, fu quello di intuire che questa scienza "delle forze spirituali", che egli attribuiva senz'altro all'ordine religioso, non doveva muovere dal basso per elevarsi, proce-dendo per successive induzioni, fino a cogliere le eventuali leggi che la reggevano, al pari degli altri fenomeni naturali, come tentavano di fare occultisti e spiritisti , bensì dall'alto, prendendo come riferimento assoluto un'antichissima scienza spirituale, assiomatica, ricca di postulati, che egli defi-niva Tradizione Primordiale, arcaica, immutabile, fuori dallo spazio e dal tempo, infallibile.
Di questa Tradizione Guénon sosteneva che si sarebbe oggi persa ogni traccia, Tradizione che ad ogni costo doveva essere recuperata e restaurata, onde disporre degli elementi per ricostituire quell'Unità iniziale che egli indicava come il coronamento sommo di un'esistenza. E partendo da questo assioma Guénon inizierà un itinerario paramassonico, fino a farne il motore primo del suo pensiero e del suo agire.
Come conseguenza immediata di queste nuove posizioni Guénon entra in rotta di collisione con la maggior parte delle organizzazioni che fino allora aveva frequentato, in particolare con quel maestoso e pittoresco personaggio di fine secolo che fu il medico Gerard Encausse, più noto come mago Papus.
Nel 1909 Guénon venne espulso dall'Ordine Martinista e nel 1911 aveva già abbandonata an-che la Chiesa Gnostica, il Rito Egiziano di Memphis-Misraïm e dichiarato dissolto l'Ordine del Tempio "su ordine dei Maestri" . Solo la rivista Le Voile d'Isis fece eccezione a questa rottura ge-nerale ed è grazie agli articoli che Guénon vi scriveva che ottenne di aderire come massone regolare ad un altra loggia, la Thébah, loggia spiritualista della Gran Loggia di Francia interessata all'esoterismo e al simbolismo tradizionale, mantenendo in tal modo un filo diretto - che non si sa-rebbe peraltro mai spezzato - con la massoneria. E gli occultisti si vendicano. Di questo periodo scrive infatti il Clavelle:
"A quell'epoca, come d'altronde per la massima parte della sua vita, Guénon ha affer-mato di essere oggetto di attacchi psichici da parte di "maghi neri" fra i quali egli cita-va Téder (Charles Détré, collaboratore di Papus, suo successore alla testa dell'Ordine Martinista) Joanny Bricaud (Gran Maestro di uno degli Ordini Martinisti al seguito di Téder, Patriarca di una Chiesa Gnostica, successore dell'abbé Boullan alla testa di uno scisma della Chiesa del Carmelo di Vintras) (...) Era pure stato, ad una certa epoca, vit-tima di attacchi "materializzati" sotto forma di animali neri e, segnatamente, di un orso nero del quale portava al collo traccia di un morso. Da parte mia, rientrando un giorno in sua compagnia, (era uscito per "stornare" l'attacco di cui era stato preavvisato) ab-biamo trovato uno dei vetri rotto, come se fosse stato lanciato un oggetto pesante e i pezzi di vetro erano all'esterno, sul bordo della finestra."
Guénon in questi casi si rivolgeva ad un veggente di nome Tamos (pseudonimo di George Thomas), e continuò a farlo fino al momento della rottura definitiva con lui per divergenze dottrina-li. Tamos era in grado di svelare la provenienza degli attacchi, cosa che, osserva Clavelle, "permet-teva la risposta". Questi attacchi materiali (psichici nella terminologia guénoniana), erano da Guénon attribuiti alla controiniziazione, specifico termine che egli riservava alla presenza e all'azione delle "Forze Intermedie", ossia demoniache.
Clavelle è ancora la fonte delle notizie sul "viaggio in Egitto" di Guénon, avvenuta nel marzo 1930 in compagnia della ricchissima e assai versata in esoterismo Madame Dina, anch'essa, come Guénon, rimasta prematuramente vedova. Dina si dichiarava ammiratrice della "bella tradizione brahmanica" di cui Guénon era diventato l'alfiere e, per favorirne la diffusione e la conoscenza, mise a disposizione le sue notevoli ricchezze. Venne così creata a Parigi la libreria Vega e pensato un viaggio, fortemente voluto da Guénon, in Egitto, al fine dichiarato di "ricercare, far copiare e tradur-re dei testi islamici". Il soggiorno avrebbe dovuto durare tre mesi, ma ben presto si trasformò in una specie di esilio volontario che si protrasse invece fino alla morte.
La cosa appare quanto meno curiosa: Guénon al momento della sua partenza aveva già gettato le basi della sua dottrina codificandola in opere come Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (1921), Il Teosofismo (1921), L'Errore spiritistico (1923), Oriente e Occidente (1924), L'Uomo e il suo Divenire secondo i Vedânta (1925), Il Re del Mondo (1927), La crisi del mondo moderno (1927), Autorità spirituale e potere temporale (1929) ecc., e aveva radunato attorno a sé una serie di collaboratori che condividevano le sue posizioni innovatrici, attingendo soprattutto negli ambienti della Scuola Ermetica di Papus e dell'Ordine Martinista: ad un certo punto lo si vide piantare tutto in asso e partire. Di più: abbandonato da madame Dina - che nel frattempo si era risposata con un occultista proveniente dalla scuola del 33 Oswald Wirth, e che, su istigazione del nuovo marito, aveva ritirato ogni appoggio economico a Guénon - fece sapere agli amici che rimarrà in Egitto "fino a nuovo ordine" . Di chi?
Privo di sostegno economico scivola ben presto nella fame autentica e agli amici, che nel frat-tempo erano accorsi al Cairo rispondendo ai suoi appelli, appare magrissimo e in miseria. Difficoltà materiali che, sia pure in misura meno drammatica, incomberanno su di lui per tutta la vita. All'invito degli amici di ritornare in Europa oppone tuttavia un deciso e formale rifiuto. Nuovamente: perché? Preziosa è la testimonianza del fedele Clavelle:
"È chiaro - egli dice - che se non si ammette che Guénon era incaricato di una "mis-sione" che implicava indagini nei diversi ambienti a pretesa tradizionale, giustificati o no, la sua appartenenza successiva e persino simultanea agli ambienti più opposti può legittimamente sembrare inquietante: vescovo gnostico e Massone collaborante ad una rivista antimassonica , musulmano collaborante ad una rivista per l'irradiazione del Sa-cro Cuore, ecc. occorre riconoscere che tutto ciò offriva un bel campo di malevolenza" .
Incaricato da chi? È nella sua stessa opera che verosimilmente va ricercata la risposta. Nel suo libro Il Re del Mondo, la cui pubblicazione sembra gli avesse apportato una rottura con i suoi maestri indù, che non avevano apprezzato l'approccio all'argomento, Guénon offre la sua versione sull'esistenza di un inquietante centro sotterraneo iniziatico supremo chiamato Agarttha, una "Terra Santa per eccellenza", già localizzata nel corso dei secoli in molti luoghi leggendari (in Atlantide, nell'isola di Avalon, nel Regno del Prete Gianni menzionato da Marco Polo, nella mitica isola di Thule, nel monte Olimpo, nell'isola di Ogigia di Omero, nel Montsalvat dei miti di Re Artù, ecc.) e che i teosofisti collocano nel deserto del Gobi o in Tibet. Si tratterebbe del cosiddetto "Centro del mondo" che regge i destini del pianeta. Centro che si identifica in una Trinità formata dal sovrano, Manu, i cui poteri sacerdotale e regale si "manifesterebbero" in altre due figure che lo affiancano , mentre un cerchio più interno di dodici membri ne formerebbe il cosiddetto "Consiglio circolare" .
Il grande iniziato Saint-Yves d'Alveydre, che Guénon chiamava "mio compianto Maestro", nel libro Mission de l'Inde en Europe (1910) sosteneva che il Re del Mondo è il più alto esponente della Sinarchia, un'autorità spirituale mondiale, formata da alti iniziati e uomini di scienza, alla quale sarebbero sottomessi tutti i poteri della terra e che opererebbe attraverso un Consiglio Europeo degli Stati e un Consiglio Internazionale delle Chiese, in grado di ispirare e controllare i grandi avvenimenti delle Nazioni.
Ad Agarttha, luogo dell'iniziazione suprema e deposito della Tradizione Primordiale, sarebbe nata la religione unica, di cui tutte le religioni e i loro profeti, da Rama, ai Re Magi, a Cristo, a Bud-dha e Maometto, non sarebbero che emanazioni e mandatari del misterioso centro iniziatico, venuti a perpetuare o rinnovare la Tradizione Primordiale. Ogni epoca avrebbe inoltre goduto della presenza di inviati sulla terra di questo Re, che Guénon definisce Superiori Incogniti , veri e propri Grandi Iniziati in carne e ossa, pervenuti al più alto grado di "realizzazione" spirituale e in contatto diretto con il Principio primordiale, che orienterebbero le vicende umane ai diversi livelli, pedagogico, so-ciologico, politico, iniziatico, magico e teurgico, nel senso voluto dal centro agartthiano, secondo un preciso piano . Nella rappresentazione guénoniana sono i "Maestri" che avrebbero tracciato la sua via e alla cui volontà egli si sarebbe sottoposto.
Guénon precisa che il Re del Mondo in realtà potrebbe essere solo una rappresentazione sim-bolica del centro spirituale da cui emanano i Superiori Incogniti (non escludendo comunque l'esistenza di Agarttha); ciononostante la sua descrizione permette di scorgere in filigrana la presenza nitida di un'altra figura, quella del Princeps huius mundi, dalla quale il Signore nella sua vita terrena non ha cessato di mettere in guardia i suoi apostoli, riconoscendogli un'esplicita signoria sul mondo.
Un ricco ebreo inglese, John Levy, passando per il Cairo nel 1939 e diretto in India in compa-gnia di Frithjof Schuon (1907-1998), (il discepolo convertito all'esoterismo musulmano che, con l'entusiastica approvazione di Guénon, aveva fondato a Losanna una confraternita sûfi, succursale delle tarîqah del Nord Africa, per trasmettere l'iniziazione musulmana agli europei), acquista e dona a Guénon la casa dove egli abitava assieme alla sua nuova famiglia che nel 1934 aveva formato sposando la giovane figlia di uno sceicco. Egli stesso era noto al Cairo, dove abitava nei pressi dell'università El-Azhar, come lo Sceicco Abdel Wahed Yahia, nome che portava fin dal 1912, anno del suo passaggio all'Islam, e parlava ormai correntemente l'arabo classico senza inflessione alcuna; e non solo, perché Guénon era un vero poliglotta conoscendo, oltre al sanscrito, il latino, il greco, l'ebreo, l'inglese, il tedesco, l'italiano, lo spagnolo, il russo e il polacco, con nozioni di cinese, appre-se a Parigi da orientali ivi residenti, negli anni della sua formazione sulle dottrine orientali indù e taoiste.
I collegamenti con gli ambienti esoterici europei, anche se di natura prettamente epistolare, non conobbero mai interruzione; i suoi articoli per le riviste, unica fonte sicura di guadagno, erano pun-tuali, né lesinava gli ammaestramenti per i discepoli che li richiedessero, o le risposte alla fitta corri-spondenza che gli veniva indirizzata da tutti i paesi del mondo.
Persona intelligente e preparata, illuminato e sottile indagatore di questioni metafisiche, di a-spetto ascetico e di presenza che Clavelle non esita a definire come emanante "benevolenza e cer-tezza", egli tratteneva spesso i suoi ospiti in lunghi e studiati silenzi, silenzi che (sempre Clavelle) "aggiungevano alla sua opera una potenza di penetrazione incomparabile". Abitudinario e tempo-reggiatore nato, coltivava l'avversione al cambiamento, indugiando a lungo di fronte a decisioni di una certa portata. Nel discorso - è ancora Clavelle - non prendeva mai la parola per primo ponendo sempre gran cura nell'evitare di toccare argomenti come l'Islam o la massoneria.
La dottrina guénoniana. La Tradizione Primordiale. Massoneria e Tradizione Primordiale
Guénon sostiene dunque a priori l'esistenza di una Tradizione Primordiale, che di volta in volta egli appella Tradizione Universale, o Centro comune, o Identità Suprema, entità indimostrabile e sussistente al di fuori di ogni categoria spazio-temporale. Di tale Tradizione sarebbe giunta notizia solo attraverso i miti che, ovunque simili, si riscontrano presenti presso ciascun popolo di ogni epoca (si noti già in queste premesse l'opposizione radicale del Cristianesimo, che basa se stesso su precisi eventi storici, fondati su una incomparabile raccolta di testimonianze).
I miti sarebbero una storia della creazione, una sorta di recita che, se eseguita secondo certe regole, farebbe rivivere realmente la realtà originale, una narrazione delle vicende primordiali tra-smesse oralmente, che assumerebbero credibilità e valore in funzione dell'adesione ad esse di chi le trasmette. Vi si narra di una sorta di età dell'oro, che riecheggia il biblico giardino dell'Eden, nella quale non c'era distinzione fra uomini e dei, coabitanti in unità perfetta e sublime. In seguito ad un accadimento, noto presso molti popoli come Caduta, si sarebbe generato uno iato fra Cielo e Terra, avente come conseguenza diretta un allontanamento dell'uomo dal proprio Centro primordiale, la propria dimora elettiva.
La Tradizione Primordiale, a questo punto, si sarebbe scissa generando la forma multipla delle varie religioni, connaturate alle particolari sensibilità dei diversi popoli, civiltà ed epoche, e delle relative rivelazioni connesse.
Guénon considera queste religioni alla stregua di autentiche deviazioni, stadi involutivi ultimi della Tradizione Primordiale, per loro natura incapaci di percepire l'unità fondamentale, il Centro, che le collegherebbe e che ne costituirebbe l'essenza. È ad esse che egli riconduce la distinzione maggiore, quell'allontanamento più deciso dal Centro che impedisce l'auspicabile ritorno all'indifferenziato primordiale.
Nella visione guénoniana - che attinge largamente alle dottrine orientali e soprattutto ai Veda (letteralmente: dottrina) indù - questo allontanamento in realtà sarebbe però l'effetto della creazione stessa [che Guénon preferisce appellare Manifestazione, sorta di forma visibile delle cose create; non si dimentichi, infatti, che egli, da buon esoterista, aduso agli infiniti significati che l'intuizione lasciata priva del controllo della ragione riesce attribuire ai simboli, rifugge accuratamente da ogni definizione precisa]. Creazione che, per sua natura, avrebbe introdotto una crescente diversificazio-ne, fino a sfociare nel pernicioso avvento delle varie razze, culminato ben presto nella fase di caos della Torre di Babele.
Conseguenza: l'uomo viene spostato sempre più eccentricamente rispetto alla sua posizione originaria. Il sopravvenire del moderno - che Guénon colloca temporalmente nell'avvento dell'Umanesimo e della Riforma, Umanesimo che funestamente pone l'uomo al centro dell'universo spodestando di fatto quello che egli chiama il Principio - accresce a dismisura la distanza fra il messaggio primordiale e chi lo avrebbe dovuto ricevere, a causa della brusca accelerazione impressa alla diversificazione delle cose dal grande sviluppo della scienza e della tecnica. In questa visione, l'uomo precipita senza scampo lungo l'erta china di un'Età Nera (chiamata Kali-Yuga dagli indù), preludio ad una inevitabile catastrofe di tipo universale, dalla quale peraltro, nell'ottica indù di una visione circolare, o ciclica, del tempo , dovrebbe sortire una catarsi dell'umanità in grado di introdurla in una novella età dell'oro, quella della ricostituita Unità Primordiale indifferenziata.
Le conseguenze di questa gnosi - perché con ogni evidenza è di una gnosi si tratta - sono le seguenti:
" fondamentale negatività della Creazione, che opera nel senso di una crescente differenzia-zione che allontana dalla Verità Prima identificata col Plerôma, la pienezza del Vuoto in-differenziato
" paradossale rifiuto del principio di uguaglianza fra gli uomini, e quindi dei princìpi dell'89, che elimina le caste; rifiuto della democrazia che ne deriva, che, per sua natura, tende al livellamento verso il basso del "regno della quantità", e suscita la cosiddetta "controgerarchia" per il suo carattere "satanico" nella misura in cui si opporrebbe ad ogni risalita verticale
" negazione della scienza e della tecnica, viste come elementi altamente reattivi nel processo di disgregazione dell'Unità Primordiale
" negazione della religione, che Guénon vede degenerata in moralismo e in antropocentrismo in grado soltanto di distaccare maggiormente dai principî di ordine superiore e condurre lungo le vie di perdizione dell'anti-iniziazione riservata alle masse
" negazione della stessa Storia, della sua concezione occidentale come serie di eventi inseriti nel fluire lineare di un tempo fisico, come insegnano le scienze sperimentali. Storia che nell'ottica sferica guénoniana dei cicli è nient'altro che uno "spazio notturno", espressione dell'illusione suprema del mondo materiale, che non trova alcuna collocazione nell'unica realtà vera, quella della cosiddetta Unità Primordiale, priva, per sua definizione, di ogni ri-ferimento spazio-temporale .
Al postulato dell'esistenza di una Tradizione Primordiale Guénon affianca la distinzione in-dispensabile fra esoterismo ed exoterismo, non essendo il primo accessibile che per via iniziatica, mentre il secondo, com'è noto, riguarda le dottrine di pubblico dominio, riservate alle menti comuni. Esoterismo che Guénon fa derivare direttamente, lo ripetiamo, ed esclusivamente, dalla "Tradizione anteriore a tutte le religioni particolari" , ossia dalla Tradizione Primordiale.
Viene così definita anche la via da percorrere per l'iniziato, una via strettamente esoterica - cioè riservata ad un'élite di iniziati - via che conduce alla cosiddetta realizzazione metafisica gué-noniana. Precisiamo che la metafisica di Guénon è qualcosa che si avvicina molto al significato let-terale della parola: oltre la fisica.
"La vera Metafisica, scrive Guénon, non è altro che l'insieme sintetico della conoscenza certa e immutabile, al di fuori e al di là di tutto ciò che è contingente e variabile; in con-seguenza non possiamo concepire la Verità metafisica altro che come assiomatica nei suoi princìpi e "teorematica" (= sillogistica, N.d.R.) nelle sue deduzioni, e dunque esat-tamente rigorosa come la verità matematica, di cui è un prolungamento illimitato" .
Quindi la realizzazione metafisica consisterebbe nell'accedere, con le forze che derivano dall'iniziazione, sempre per usare i termini di Guénon, agli stati superiori dell'essere, a stati non umani (leggi: gnostici) in un cammino continuo verso la ricostituzione di quella indefinita Unità Primordiale, dove l'indifferenziato regna sovrano. Ma tendere all'indifferenziato per costoro assume il significato di porsi progressivamente al di là di ogni legge, di ogni distinzione naturale, soprattutto di ogni distinzione fra bene e male, annegare nel caos del solve di ogni diversità per risorgere nel coagula dell'indistinto , in uno stato che si vuol definire divino...
Se ci soffermiamo un attimo a riflettere sul significato reale di queste asserzioni dobbiamo os-servare che il dichiararsi al di là del bene e del male non ne possiede davvero: al di là del bene, in-fatti, non può che esserci il male, come al di là della luce non c'è che la notte, l'assenza di luce. È il bene, come la luce, che ha sostanza, che rappresenta qualcosa, non la sua assenza; la pretesa di porsi quindi al di là, al di sopra, del Sommo Bene, di Dio, oltre che essere blasfema nella sua formulazione è intrinsecamente sciocca, e ricade miseramente sul suo stesso autore travolgendolo in un abisso di insondabile orgoglio.
Per Guénon il trait d'union fondamentale fra Tradizione Primordiale e stato decaduto dell'uomo, o come dicono i suoi epigoni, fra Cielo e Terra, fra Centro e periferia, fra Principio e Ma-nifestazione (= Tradizione Primordiale e creazione), è il simbolo, entità trascendente il tempo e lo spazio e al quale egli attribuisce un valore universale. Egli, infatti, ricava l'origine del simbolo nella genuina Tradizione Primordiale, attribuendogli nel contempo - grazie alla sua universale validità e al numero indefinito di interpretazioni alle quali esso si presterebbe - la facoltà di costituire il linguaggio elettivo per porsi in comunicazione con il mondo del cosiddetto non-manifestato, circon-locuzione che potrebbe significare Dio (in realtà Guénon evita accuratamente l'uso di questo voca-bolo, ma par di capire che lo intendesse come la forza all'opera in tutte le cose per ricondurle ineso-rabilmente all'Unità primordiale, Hyperthéos che tutto trascende).
Da queste sole considerazioni è dato di comprendere che in realtà Guénon esprime le teorie della massoneria più ortodossa. Ascoltate quello che scrive il Dizionario massonico:
"Tutto l'insegnamento massonico gravita attorno ai simboli, allo studio e alla interpreta-zione del linguaggio simbolico" [...] "Il simbolismo massonico rappresenta il patrimonio intangibile dell'istituzione" .
Giova poi osservare che in massoneria si privilegia il simbolo contrapponendolo alla parola, diretta e univoca, mentre il simbolo è polivalente, equivoco e, quindi, in ultima istanza, ecumenico.
L'interpretazione cristiana del simbolo invece è univoca anch'essa, come univoco è il Logos al quale il simbolo non si contrappone, ma si richiama. Possiamo infine osservare che il nucleo della dottrina massonica è la Qabbalah, cioè l'esoterismo gnostico ebraico. Ora, la parola Qabbalah in ebraico significa semplicemente Tradizione, Tradizione che i cabalisti ritengono unica e vera, tra-smessa oralmente da Dio e non figurante nella Bibbia; quindi per gli ebrei la Qabbalah - definita nel suddetto Dizionario come la "Tradizione per eccellenza" - è la Tradizione Primordiale stessa, che Guénon riprende quindi senza particolare originalità.
Lo studio e la meditazione dei simboli da parte dell'iniziato, per lo più nel contesto di precisi riti ben codificati, sarebbero dunque via e strumento per l'ascesa verso una conoscenza suprema, una gnosis, in vista della ricostituzione dell'Uomo Nuovo, il Palingenius (= rinato), l'Uomo Universale, l'Adam Kadmon della Cabala ebraica, figura che Guénon fa coincidere con il famoso Grande Architetto dell'Universo della massoneria .
La comprensione dei simboli si afferma essere personale, ineffabile e intuitiva . La ragione come strumento di indagine vi è rigorosamente bandita, la logica è "priva di interesse in se stessa" in quanto, dice Guénon, "noi ci ricolleghiamo ... al solo punto di vista iniziatico e tutto il resto è com-pletamente privo di valore ai nostri occhi" . C'è tuttavia una voluta contraddizione in tutto questo: è infatti innegabile che Guénon, nelle sue opere, ma soprattutto nelle frequenti schermaglie apologetiche che lo vedevano opposto ai cattolici (ad es. le lunghe polemiche volte a respingere gli attacchi mossigli dalla Revue International des Sociétés Secrètes), con la logica lavorava di fioretto, per non parlare delle sue connaturate abilità matematiche, regno incontrastato - per definizione - della logica.
"Siamo davanti alla cassaforte", proclama un iniziato, alludendo al metodo iniziatico di procedere per interpretazione di simboli, "contenente la più grande ricchezza e non riu-sciamo ad aprirla perché ci ostiniamo a servirci della chiave razionale, in luogo di utiliz-zare quella dei costruttori di questo scrigno: il simbolo e la simbolica" .
Ma come conseguire allora quest'indispensabile iniziazione, in grado di apportare "una modi-fica radicale dello statuto sociale e religioso dell'uomo", come ha scritto Mircèa Eliàde, e che sola può condurre alla "realizzazione metafisica"? Come giungere a quella conoscenza che per l'iniziato assume la dimensione inaudita di diventare, di essere un tutt'uno con l'oggetto conosciuto? È indi-spensabile una catena, dice Guénon, il cui primo anello attinge nella Tradizione Primordiale stessa, "al di là dell'umanità" , e che è giunta ininterrotta fino a noi grazie ad una trasmissione orale senza soluzione di continuità tra Grandi Iniziati, detentori dell'unica scienza esoterica, autentica ed orto-dossa. La validità di ogni iniziazione Guénon la vincola a questa unica modalità di trasmissione. Di qui il suo disprezzo per l'occultismo, lo spiritismo e la magia, specie per quella cerimoniale che opera al di fuori di ogni successione iniziatica, attenta solo a che le pratiche "funzionino", conferiscano cioè reali poteri.
Se la Tradizione Primordiale è dunque la fonte prima di ogni sapere e scienza iniziatiche, ne consegue che anche le religioni derivate dal suo spezzamento non possono essere altrimenti assimi-late che a raggi deviati della stessa Tradizione Primordiale da cui derivano, e dunque necessaria-mente possedere una faccia esoterica, frammento dell'esoterismo puro della Tradizione Primordiale, ed una exoterica, fra loro nello stesso rapporto (illi dicunt) che intercorre tra la polpa di un frutto e la buccia. In altre parole sarebbe possibile, partendo dalla prassi di qualsiasi religione, risalire, attra-verso una iniziazione parallela che dà accesso agli "stati superiori", il corso del fiume della Tradi-zione Primordiale, fino a giungere alle sue sorgenti, all'auto salvazione della "realizzazione metafi-sica", della fusione totale fra la divinità e l'iniziato.
Di qui la suprema indifferenza dell'appartenenza all'una o all'altra religione, per cui il pas-saggio di Guénon all'Islam non appare più come una scelta di campo fra Cristianesimo e Islam, ma piuttosto, se non si vogliono considerare tatticismi come la funzione di ponte fra Oriente e Occiden-te attribuita all'Islam, come un passo in direzione di quel Hypertheos che trascende entrambe le dette religioni.
Ben diversa e innovativa è invece l'attenzione che Guénon riserva alla pratica della religione, che egli considera premessa indispensabile di ogni iniziazione. Guénon anzi raccomanda - in ciò cat-tivo maestro - di non abbandonare la religione in cui si è nati, ma di praticarne i riti nel modo più ortodosso possibile, col fervore e la pietà del credente modello, (en-passant potrebbe essere un mo-tivo per cui i guénoniani preferiscono la Messa tradizionale di S. Pio V a quella di Paolo VI) prassi che egli paragona alle fondamenta di un erigendo edificio (quello esoterico), indispensabili a reg-gerne la costruzione successiva .
E qui cogliamo un altro aspetto della strategia di Guénon: sovrapporsi senza mai contrap-porsi, gettare il dubbio senza scoprirsi, in modo da porsi in condizione di manipolare dall'interno il dogma cattolico. Una strategia accorta, che gli aveva permesso di infiltrarsi per anni negli ambienti cattolici, sostenendo su riviste come La France antimaçonnique (dove, fra il 1913 e il 1914, si fir-mava Le Sphinx, (nome dell'allora Gran Loggia madre martinista) o La Revue Universelle du Sacré-Coeur, Regnabit (1925-1927), lunghe controversie di carattere filosofico e religioso, condotte sem-pre all'insegna della prudenza, della correttezza verbale e della profonda conoscenza degli argomenti trattati. Pare che solo il Maritain (1882-1973), che già aveva accolto Guénon nei circoli neotomisti dell'Istituto cattolico di Parigi e lo aveva aiutato - agli inizi degli anni Venti - nella pubblicazione delle sue prime opere sulle dottrine orientali, si accorgesse delle dimensioni reali del pericolo che esso rappresentava per la fede cattolica. Maritain si adoperò infatti per il suo allontanamento, e, quando negli anni 1946-47 era ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, per la condanna, o almeno la messa all'Indice, delle sue opere, cosa peraltro che a Guénon sarebbe risultata assai gradi-ta, come narra il Clavelle, per l'eccellente pubblicità che ne sarebbe scaturita al suo pensiero, pensiero che faticava alquanto ad affermarsi.
In sintesi tre sono i punti che Guénon nella sua opera non cessa di sottolineare per pervenire alla sua "realizzazione":
1. un'iniziazione valida, [giova precisare che Guénon definisce l'iniziazione esattamente così: "l'iniziazione consiste essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spi-rituale" ] ed è valida solo nella misura in cui viene trasmessa da un iniziato che a sua volta l'abbia ricevuta nell'ambito di una catena ininterrotta. Guénon sostiene che detta ini-ziazione va ricercata soprattutto in Oriente, presso quelle dottrine che a suo avviso conser-vano ancora la metafisica pura della Tradizione Primordiale, come ad esempio nel Vedân-ta e, relativamente vicino, (oggi vicinissimo) all'Europa, nell'Islam. La sua vita non sarà che un continuo sforzo per tentare di introdurre le dottrine orientali in Occidente. In Occi-dente invece il deposito iniziatico sarebbe custodito, sia pure imperfettamente, dalla sola Massoneria, alla quale dovrebbe essere affidata la missione di percorrere a ritroso il per-corso di oscuramento spirituale in atto, per approdare, attraverso varie tappe, allo stato primordiale e di qui innalzare l'iniziato fino alla Gnosi perfetta. Anche il Cattolicesimo, degenerazione spirituale della Tradizione Primordiale - che invece Guénon vede manife-stata nel Cristianesimo (ma dove?) - conserverebbe allo stato latente simboli e verità di quella che egli considera la metafisica. Ad un'élite cattolica risvegliata, attraverso la prassi dell'esoterismo cristiano, al senso della realtà metafisica si dovrebbe perciò affidare il compito di rigenerare la dottrina cristiana, integrandola coi prìncipi della filosofia indiana del Vedânta (trascendenza assoluta di Dio, immortalità personale, ecc.) e facendole assu-mere il simbolismo come unico criterio di valutazione dei fatti storici (si provi a immagi-nare come ne uscirebbe da una simile commistione la figura del Salvatore, attorno al quale Guénon, sia detto en passant, erige una cortina di indifferente silenzio). Negli anni Venti la penetrazione di Guénon negli ambienti cattolici si arenò proprio sul fallimento del ten-tativo di creazione di questa élite, grazie ai robusti anticorpi allora presenti nella Chiesa, tentativo tornato in auge nel dopoguerra, ad opera dei cosiddetti "esoteristi cristiani";
2. il rito: indispensabile "supporto" della trasmissione dell' "influenza spirituale" all'adepto, alla quale conferisce una potenza ed un'efficacia reali;
3. la prassi perfetta di una religione exoterica legittima: indispensabile premessa alla scalata della montagna esoterica. Religione che, pur ponendosi, agli occhi di Guénon, in rapporto con la luce bianca della sua Metafisica come uno dei sette colori dello spettro, rappresen-tava pur sempre una garanzia di genuinità del deposito tradizionale di una razza, in un cer-to luogo e in certo tempo. L'iniziato dovrà dunque approfondire e comprendere i fonda-menti della propria religione alla luce delle categorie della metafisica pura e della sua e-sperienza iniziatica maturata lungo la via della realizzazione suprema. Si comprende viep-più anche il rifiuto guénoniano del protestantesimo cristiano e del buddhismo , visti come deviazione e ulteriore frammentazione delle religioni originali.
A chi ci ha seguiti nel corso di questi convegni non è certo sfuggito lo stretto rapporto che in-tercorre fra le dottrine testé esposte e le dottrine massoniche. La massoneria, infatti, definisce sé stessa come "Gnosi perfetta" o "Conoscenza integrale", in perfetto parallelismo con la "Metafisica" guénoniana ("la gnosi è l'essenza e il midollo della massoneria", dice Guénon ). Al pari di Guénon anch'essa professa una caduta "verticale" dallo stato primordiale seguita da una degenerazione spiri-tuale che la avrebbe condotta lontano dalla stessa Conoscenza integrale. Concetto che Guénon ave-va sostenuto fin dalla sua prima opera, pubblicata nel 1909 e intitolata Il Demiurgo, dove egli "di-mostrava l'identità reale, nonostante alcune differenze di espressione, della dottrina gnostica con il Vedânta" . Nihil sub sole novi, dunque: la novità guénoniana, infatti, non è che un rinnovamento induista dell'antica gnosi, la madre di tutte le eresie, che intende riproporre l'antico eritis sicut Deus in forma solo più originale e ricercata.
Liberato allora dalle pastoie di un linguaggio volutamente iniziatico il pensiero guéno-niano trova la sua sintesi nel compimento del percorso di una via di liberazione per accedere alla "realizzazione suprema", cioè ad una coscienza effettiva che il Principio supremo alberga al fondo del proprio Io, Principio che coincide dunque con l'io individuale, mentre tutto il resto, tutto il mondo che ci circonda, non è che mera illusione.
Il 33° grado del Rito Scozzese Giuliano De Bernardo non manca di sottolineare l'importanza e la consustanzialità del pensiero di Guénon con quello massonico, riconoscendo a Guénon di avere rappresentato "un punto di riferimento per quanti hanno voluto avvicinarsi alla conoscenza della Massoneria e per gli stessi massoni" .
L'originalità guénoniana va ricercata anche nella forma, dotta e sottile del linguaggio usato nella descrizione delle varie forme tradizionali, fondandosi su argomentazioni che sembrano soli-damente prendere corpo super partes, senza urtare mai la sensibilità religiosa di alcuno, soprattutto quella cattolica. È quest'ultimo un aspetto che non si coglie immediatamente, ma che ha fatto brec-cia ben più delle posizioni di aperta ostilità ostentate dalla massoneria laicista e atea nei confronti del Cattolicesimo, suggestionando gli ambienti intellettuali cattolici, già nella generazione tra le due guerre, con la prospettiva di immensi orizzonti e inesplorate profondità filosofiche.
Tradizione Primordiale e Tradizione cattolica
A tal punto occorre esplicitare ciò che il cattolico intende per tradizione e procedere quindi ad un esame comparativo fra la tradizione cattolica e quella guénoniano-massonica sperando di giunge-re ad una chiarificazione delle posizioni.
Il punto di partenza non può essere che quello della fede, secondo la formula di Sant'Anselmo "Crede ut intelligas", e ci rivolgeremo subito ad esaminare il senso che le Scritture danno alla parola Tradizione.
[A ben guardare, comunque, anche Guénon chiede ai suoi iniziati un atto di fede nel dogma dell'esistenza di un Hyperthéos assiomatico, indimostrabile, ineffabile ed inesprimibile. Ma vedremo che non è la stessa cosa: il paesaggio viene infatti osservato in condizioni di luce ben differenti].
In senso cristiano la parola Tradizione è riservata esclusivamente alla parte di Rivelazione di-vina che non è stata trasmessa per iscritto (la Sacra Scrittura), bensì oralmente, mentre la sua collo-cazione rispetto alla religione è simile a quella che può essere attribuita all'involucro rispetto al suo contenuto.
La Rivelazione di Dio all'umanità ha conosciuto tre grandi fasi: la Rivelazione primitiva rice-vuta dai santi Patriarchi, che non genera alcuna Scrittura, una seconda Rivelazione raccolta nell'Antico Testamento, infine la Rivelazione del Messia che costituisce il Nuovo Testamento. Con la morte dell'ultimo apostolo a Efeso, la Rivelazione si chiude.
La Rivelazione primitiva
La Rivelazione ricevuta dai primi uomini e dai Patriarchi è stata raccolta molti secoli dopo per trasmissione orale: si può quindi, a buon diritto parlare di una Tradizione primitiva. Giova tuttavia osservare che essa non rimarrà a lungo omogenea e unica. Si narra infatti nel libro della Genesi che ben presto ha luogo la separazione di due culti: quello di Abele, sacrificio espiatorio delle primizie del suo gregge, gradito a Dio e che costituiva la vera religione soprannaturale, e quello di Caino che con trascuratezza offriva all'Eterno dei frutti della terra, nel quale si esercitava solo la religione na-turale. Se non si opera questa distinzione, se si prescinde dal contenuto e dallo spirito, non v'è ra-gione di distinguere tra le due e si può anche parlare di tradizione primordiale indifferenziata, cro-giolo, a dire degli esoteristi, di tutte le religioni, tutte di pari dignità provenienti da un'unica fonte.
Ma sappiamo che per chi crede nell'esistenza di Dio - e quindi del bene e del male - tale di-stinzione non è accettabile. Possiamo perciò sostenere l'esistenza di due tradizioni separate, quella della religione soprannaturale, che riconosce la necessità di un mediatore tra il Cielo e la terra e lo attende, e quella della religione naturale che traccia una propria via di elevazione col solo ausilio delle proprie forze. Due percorsi di segno contrario, che non sfoceranno giammai in un sincretismo, bensì condurranno ad un loro allontanamento progressivo, in aperto contrasto e ostilità, come dimo-stra fin dagli inizi l'omicidio di Caino. Dio aveva annunciato al serpente: "Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua posterità e la sua posterità" (Gen. III,15) e - sappiamo - la posterità della donna è quella di Nostro Signore, mentre quella del serpente è quella dell'Anticristo. La storia umana non è che il racconto di questa gigantesca lotta fra i due corpi mistici. Vediamo allora più da vicino queste due tradizioni.
La Tradizione dei Patriarchi
Sono i patriarchi fino a Noè che trasmettono fedelmente la Rivelazione primitiva ricevuta da Adamo. Sono pochi di fronte alle fitte schiere che seguono invece la tradizione deviata, quella del naturalismo cainita, e che Dio punisce col diluvio. All'uscita dell'arca Noè ritesse il filo della Rive-lazione divina che la Tradizione autentica trasmette fino al secondo periodo tormentato che sta fra l'edificazione della Torre di Babele - fase nella quale la Tradizione pagana è in preda ad una straor-dinaria effervescenza - e la vocazione di Abramo, che probabilmente gli viene trasmessa dal miste-rioso e santo re-sacerdote Melchisedec.
Con Abramo Dio prepara un popolo separato dagli altri al quale affida la Vera Religione, e quindi la Tradizione che la veicola, affinché essa si perpetui in attesa dei tempi messianici del suo svolgimento successivo.
È importante sottolineare che tutto questo ci è noto non attraverso la Tradizione, bensì attra-verso la Scrittura, alla quale Dio, per rimediare al deterioramento della rivelazione primordiale do-vuta al paganesimo invadente, aveva affidato la sua seconda Rivelazione, volta a ricordare e com-pletare la prima. Ed è la Sinagoga ebraica che la custodirà fedelmente e la tramanderà attraverso i secoli fino alla venuta del Redentore. E la Scrittura ci narra di un Dio personale e creatore che ha creato in sei giorni l'universo. Nessuna entità metafisica - intesa in senso guénoniano - dunque, di cui l'universo sarebbe l'emanazione o "manifestazione". Il culto è quello del sacrificio espiatorio dive-nuto necessario dopo la caduta, la profezia quella "della posterità della donna che schiaccerà il capo al serpente". E Mosé si occuperà di fissare per iscritto, sotto dettatura di Dio stesso la Tradizione patriarcale e consegnarla al suo popolo. La Tradizione patriarcale tuttavia non è abrogata e la si vede riemergere dall'ombra di molti secoli nella vicenda dei Re Magi, che dovevano averne raccolto l'essenziale, cioè la profezia della venuta di un Salvatore.
La Tradizione cainita, Tradizione spuria
Assieme alla Tradizione dei Patriarchi circola un'altra Tradizione che può vantare la stessa anzianità e che veicola tutte le varie nozioni che possono avere origine da una religiosità naturale.
Anche per questa Tradizione il riferimento sono ancora le Sacre Scritture, soprattutto dove si narrano gli episodi del diluvio e della Torre di Babele. Nel periodo antidiluviano "la malizia degli uomini era grande sopra la terra e ogni pensiero del loro cuore era rivolto in ogni tempo al male" (Gen., VI, 5) mentre "la terra era corrotta davanti a Dio e ripiena di iniquità. Avendo Dio visto che tutta la terra era corrotta, ogni uomo infatti aveva macchiato le sue vie sulla terra" (Gen, VI, 11-12). Questi sono i termini usati dalle Scritture, che spiegano anche l'origine di questa cattiva condotta e decadenza dei costumi con la perversione di quella concezione religiosa ("ogni uomo infatti aveva macchiato le sue vie sulla terra") che aveva costituito la trama della Rivelazione primordiale.
Perversione che emerge con forza nella vicenda della costruzione della Torre di Babele. L'umanità è unita, parla una sola lingua, ma non pratica il culto che Dio aveva rivelato osservando i Suoi precetti e le Sue profezie. C'è nei costruttori un desiderio di avvicinarsi a Dio, ma con mezzi prettamente umani: "facciamo una torre la cui cima arrivi al cielo, e rendiamo famoso il nostro nome prima di dividerci su tutta la terra" (Gen., XI, 4). Non sfugga l'umanitarismo ante-litteram contenuto in queste parole che pretende di volere innalzarsi a Dio, ma che in realtà invece celebra la gloria dell'umanità. E Dio, che vede l'autentica Tradizione primordiale affogare nel politeismo e nel paga-nesimo, che vede gli uomini dimentichi della misteriosa profezia sulla "posterità della donna" - l'Incarnazione del Verbo attorno alla quale tutto ruota - li disperde e li confonde.
La religione di Babele costituisce l'ultima manifestazione globale, alla quale partecipa collettivamente tutta l'umanità, della Tradizione deviata, quella cainita, ed è a partire di là che vengono elaborate, in Oriente e in Occidente le tradizioni particolari.
Deve anche essere chiaro che, quando gli storici delle religioni parlano di Tradizione Primor-diale comune a tutte le religioni, ci rinviano soltanto all'antica confusione, al pandemonium di Ba-bele, sfociato nella confusione dei linguaggi conseguente alla ribellione a Dio. Pandemonium che assume le sembianze di metafora della negazione del principio di contraddizione - che per sua in-trinseca natura nella sua univocità è riflesso di Dio - negazione che genera la pluralità delle verità e quindi dei linguaggi, e spinge l'uomo allo sforzo prometeico della costruzione di un Tempio ecu-menico comune. Ieri a Babele, oggi nell'Europa unita e, su scala planetaria, nella cosiddetta globa-lizzazione.
La Tradizione della Sinagoga
Sono i sacerdoti della Sinagoga che codificano con grande cura ed esattezza le progressive ri-velazioni che stanno fra la legge mosaica e l'Avvento del Messia.
È tuttavia innegabile che a fianco della rivelazione genuina che trova il suo compimento e la sua completa esplicazione nel Nuovo Testamento, sorge parallelamente una tradizione orale ebraica, una Qabbalah, fondata sui commenti alle Scritture, non omogenea né con Tradizione patriarcale né con la successiva Tradizione apostolica. Essa si pone nella linea della tradizione spuria e ne riproduce tutta la complessità. Perché ha potuto accadere? Per due ordini di ragioni: la prima che le profezie dell'Antico Testamento non si potevano comprendere a fondo se non solo successivamente, alla luce del Nuovo, dove nel loro compimento appaiono chiare e finalizzate, Nuovo Testamento che gli ebrei hanno rifiutato; la seconda, più importante - come osserva giustamente Jean Vaquié - è l'assistenza dello Spirito Santo, negata alla Sinagoga dopo la venuta del Signore e garantita invece alla Sua Chiesa. La Tradizione antica, compiuta con la venuta del Messia, perde di importanza ed è il Signore stesso che lo sottolinea quando, rivolto agli Scribi e ai Farisei dice loro:
"Perché anche voi trasgredite la legge di Dio in nome della vostra Tradizione?" (Mt., XV, 3), al quale fa eco San Paolo, parlando ai Colossesi: "Badate che nessuno vi seduca per mezzo della filosofia inutile e ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo" (Col., II; 8).
E se cercavamo una prova decisiva dell'esistenza delle due tradizioni, non può essere che questa.
La Tradizione Apostolica
Il frammento scoperto a Qumran del Vangelo di Marco ci garantisce che l'insegnamento di Gesù era stato messo per iscritto pochi anni dopo la morte del Maestro, ma si può ragionevolmente ritenere che fino allora, la trasmissione del Vangelo fosse avvenuta oralmente. La chiesa dei tempi apostolici mette mano ai testi sacri e, nello spirito della continuità della Tradizione, sotto la guida dello Spirito Santo separa i testi di sicura canonicità del Vecchio Testamento da quelli sospetti di errore. La Rivelazione divina è divenuta ormai un corpus organico fondato sui grandi avvenimenti che hanno preceduto la venuta del Signore e sul compimento e perfezionamento della Legge antica apportato dal Signore stesso.
Gli Apostoli, dal canto loro, fissano per iscritto solo una parte delle parole del Maestro, che invece trasmettono a viva voce nel corso del loro insegnamento. È ancora san Paolo che ne fa men-zione quando esorta i Tessalonicesi: "Fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera" (II Tess., 15; v. anche Giov., III, 13-14).
Alla morte degli Apostoli, il loro insegnamento venne raccolto con attenzione e pietà da coloro che l'avevano udito, onde costituire la Tradizione Apostolica, quella che la Chiesa considera come la seconda fonte della Rivelazione, generalmente non considerata invece dai protestanti che, rifiutando il Magistero, si attengono alla sola Scriptura. La Tradizione Apostolica riposa su una vastissima ri-serva documentale, confermata dai Padri e dai Dottori della Chiesa, sui "Simboli" - il Credo nelle sue varie forme - la liturgia della Messa, considerata come il massimo grado di fedeltà alla Tradizione, le preghiere delle Ore, i Sacramenti, i sacramentali, le determinazioni dei Concilî ecumenici, ma anche l'agiografia, l'architettura cristiana, ecc.. Una dottrina rimasta uguale a se stes-sa per secoli tanto che il Concilio di Trento potrà dichiarare:
"La Chiesa riceve con lo stesso rispetto e la stessa pietà i Libri Santi e le tradizioni sulla fede e i costumi che ci vengono da Gesù Cristo attraverso gli Apostoli o che gli Apostoli ci hanno lasciato sotto l'ispirazione dello Spirito Santo" .
La Tradizione Apostolica arricchisce la Scrittura, spiegandone il senso e aiutando a rischiararne i passaggi. Vi aggiunge anche nuovi elementi, quali ad esempio la dottrina del Purgatorio, dell'Immacolata Concezione, ecc.. È ad essa che occorre rivolgersi per trarne quelle novità periodi-camente necessarie al rinnovamento della Chiesa, e non al mondo, come dicono i modernisti e inse-gna il Vaticano II; è quella parte del tesoro, cioè della Rivelazione, da cui il padre di famiglia del Vangelo, assimilato da Matteo al discepolo del regno dei cieli, trae per i suoi figli cose nuove.
Conclusione
Abbiamo visto come la Tradizione Apostolica, pervenuta a noi immutata attraverso la Chiesa, e predicata per secoli dai tetti sulla scorta del comando del Divino Maestro, sia l'atto ultimo di una Rivelazione progressiva che, prendendo le mosse all'alba dell'umanità, con la Rivelazione divina primitiva, affonda le sue radici nei lunghi secoli di paziente attesa del Redentore. Una Tradizione coerente, articolata su un disegno preciso, disegno che Dio aveva voluto manifestare ancora nel giardino dell'Eden parlando di una "posterità della donna" che schiaccerà il capo a quella del ser-pente. Una Tradizione luminosa, che mai si contraddice, unica, in quanto sovrannaturale, di cui essere fieri e degni eredi.
E su questo punto Guénon è costretto, diciamolo infine, a scoprirsi:
"... nessuna intesa", dice, "è realmente possibile con chi ha la pretesa di riservare ad una sola e unica forma tradizionale, escludendo tutte le altre, il monopolio della rivelazione e del soprannaturale" .
Ma è tempo ormai di porre il quesito fondamentale del mio intervento: la Tradizione Primor-diale postulata da Guénon può ciononostante avvicinarsi in qualche modo o addirittura sostituirsi a quella che il cattolico riconosce come autentica e unica?
Per rispondere osserviamo dapprima che la Tradizione Primordiale di Guénon presenta carat-teri solo apparentemente umani, nel senso che si avvale di mezzi che dichiara puramente umani per conseguire degli stati di "superiore" conoscenza. Ma è un proprio della Tradizione deviata, della Tradizione cainita, e quindi della religione naturale, la pretesa di giungere a Dio col solo ausilio delle proprie forze. In realtà questa pretesa è solo l'antica suggestione del non serviam, perché - anche se corrisponde al vero che l'esoterismo si presenta come un ricorso a conoscenze e tecniche essenzial-mente umane che lo rende idoneo a conferire all'adepto quei poteri che gli permettono di accedere allo stato di Alto Iniziato, di Autorità sedicente di diritto divino, che, per ciò, deve dominare e orientare le coscienze degli altri uomini - essa è di ben altra provenienza. E quel riconosciuto stu-dioso dell'esoterismo che fu il 33 Oswald Wirth, lo dice con lettere a tutto tondo: "Sulla terra nessuno può regnare - egli dice - se non fa alleanza con il Principe di questo Mondo" . Fatto arci-noto, prima ancora che ai cattolici, agli Alti Iniziati stessi.
Guénon, per sua somma sventura, si riteneva immune da una "influenza spirituale" siffatta. Per lui infatti i demoni non erano che una trasposizione teologica di quelli che egli definiva "stati inferiori dell'essere", agenti nel mondo "sottile" (= dell'incorporeo) , mondo che egli definiva infe-riore a quello "metafisico" nel quale riteneva ormai di muoversi:
"non c'è che un dominio - scriveva - che gli (al diavolo, N.d.R.) sia rigorosamente vietato ed è quello della metafisica pura (ossia la via della "realizzazione" guénoniana, N.d.R.) ".
Affermazione in singolare contrasto con gli "attacchi psichici" denunciati dal fedele Clavelle, che spesso avrebbero tormentato il maestro nel corso della sua esistenza.
Aggiungiamo che nei Vangeli il Signore fa risuonare alta e ripetuta la condanna dell'esoterismo, quando, ad esempio, condotto davanti al Gran Sacerdote Anna, gli si rivolge con queste parole:
"Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto" (Giov., XVIII, 20) o quando istrui-sce i discepoli che: "non c'è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, e nulla è segreto che non venga in luce", (Mc. 4,22) o altrove: "la condanna poi è questa: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce e non viene alla luce affinché non siano svelate le opere sue" (Giov. 3,19-20).
Argomento che ci introdurrebbe al discorso del sedicente esoterismo cristiano e della sua attu-ale penetrazione nella Chiesa, tema che non trova tuttavia spazio qui e che forse potrà essere svilup-pato in futuro.
In secondo luogo osserviamo che Guénon era massone, la sua attività ha preso le mosse in ambito massonico, ed è rimasto massone fino alla morte, talché l'ex Gran Maestro del Rito Scozzese italiano, il 33 Giuliano De Bernardo, e altre, innumerevoli, "Potenze massoniche", fanno a gara a presentarlo come uno dei massimi esponenti dell'esoterismo massonico, autorevolissimo codificatore dell'esoterismo dottrinale del XX secolo.
Allora, se Guénon è stato indubitabilmente ed essenzialmente uno gnostico, formato sui ban-chi di scuola della loggia, e la sua dottrina è riconosciuta ottima, modello di adozione per le stesse logge, possiamo affermare con convincente certezza che la Tradizione Primordiale di cui egli argo-menta, posta a fulcro di tutta la sua opera, questa Tradizione perpetua che assorbirebbe in sé ogni altra tradizione, coincide esattamente con la Tradizione cainita.
Per chiudere il cerchio resterebbe da dimostrare che la Tradizione cainita è davvero la Tradi-zione elettiva alla quale la massoneria moderna si ispira e segue fedelmente.
La risposta va ricercata nelle Costituzioni di Anderson del 1723, che vengono precedute da una premessa, (stranamente espunta nella traduzione italiana effettuata a cura dell'allora Gran Maestro Giordano Gamberini), della quale amiamo riportare qui un passo cruciale, attinto direttamente da una testo francese del 1742, in grado di sciogliere il nostro dubbio. Eccolo:
" [...] ben presto Caino costruisce una Città, che chiama Dedicata, dal nome del suo figlio Enoch. Questo Principe della metà del Genere Umano (Enoch, l'altra metà la si fa risalire a suo fratello, il pio Seth N.d.R.) ne diviene in tal modo il Gran Maestro Massone" .
Il primo discendente della stirpe di Caino, quindi, viene posto dunque come primo, archetipi-co, Gran Maestro della Massoneria.
Per capire la rilevanza di queste Costituzioni, sufficiunt le solenni parole pronunciate con rive-renza dal Grande Oriente di Francia:
"Tutte le Grandi Logge del mondo, tutte le Logge, tutti i Massoni, considerano il testo degli Antichi Doveri come la Legge fondamentale della Massoneria Universale".
Non possiamo, a questo punto, chiudere il nostro discorso senza tentare almeno di capire i motivi del trasbordo ideologico - più o meno avvertito - di molte, talora assai valide, menti cattoli-che, su posizioni guénoniane.
Mi arrischio ad avanzare varie ipotesi:
1. fascino dell'esposizione guénoniana, rivestita di grande autorità, incontestabilmente intel-ligente, e coerente (almeno in apparenza) nelle asserzioni;
2. ignoranza dei veri fini della dottrina guénoniana per carenza di studio approfondito e as-senza di precisi orientamenti magisteriali;
3. rifiuto condiviso del mondo moderno, fondato sul laicismo e sull'ateismo che minano - è pur vero - le stesse basi della Tradizione cattolica, coniugato ad assenza di reazione da parte della Gerarchia cattolica: di qui anche la tentazione per taluni di appoggiare la difesa della Tradizione su basi diverse, più larghe, dichiaratamente in contrasto col razionalismo imperante. Ricerca di una spiritualità più profonda, disgustati dal sentimentalismo e dal solidarismo predicato dai pulpiti specie dopo il Vaticano II;
4. suggestione e lusinga di muoversi lungo un itinerario spirituale riservato a pochi eletti, un cammino di perfezione verso le radici autentiche dell'umanità, verso orizzonti sconfinati accessibili, pur continuando a rimanere nella rassicurante prassi integrale della religione dei padri;
5. orgoglio e curiosità intellettuale; rinuncia alla parte modesta assegnata al semplice cristiano in questa vita per rivolgersi ad una "sapienza esoterica" in grado di porlo al di sopra della massa;
6. infine duplicità "integrale", consapevole e responsabile, per far crollare dall'interno il cat-tolicesimo scompigliandone le fila.
Mi preme infine sottolineare che noi, cattolici della Tradizione, dovremmo avere sempre ben presente il fatto che, come il Signore ha promesso di essere al nostro fianco colla Sua grazia fino alla fine dei tempi, così, per oppositum, il mysterium iniquitatis è tutt'altro che un'astrazione teologica lontana, ma è invece una realtà viva e operante, attraverso i suoi comandanti, il suo esercito, i suoi sacerdoti, la sua liturgia, i suoi sacramenti, la sua escatologia. Né deve sfuggire, nonostante il pro-fondo e complice silenzio osservato in tema dai mezzi di informazione, e dalla stessa Chiesa ufficiale, che la massoneria è, e rimane, il Tempio della Gnosi, e che la Gnosi è l'essenza stessa del paganesimo, il quale, a sua volta, per la sua radicale opposizione alla Verità, che è Cristo, è il falso, il male.
Chi ritenesse questa visione un tentativo obsoleto di rievocazione di "antichi steccati", farebbe bene a meditare un passo del discorso che il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, il 33 Virgilio Gaito, in una circolare riservata a tutti i massoni in occasione del Solstizio d'Estate di quest'anno, ha inviato dalla Villa "Il Vascello" in Roma, (Balaustra N° 5/VG), sotto il titolo: Fiat Lux et Maneat Semper. Ecco il passaggio:
" ... Nel contempo, memori della lezione storica degli Orazi e dei Curiazi, abbiamo agito nei confronti dei nostri tradizionali e più recenti avversari con la tattica della divisione, instaurando contatti sempre più intensi e qualificati con esponenti via via più elevati del-la gerarchia ecclesiale cattolica ... ".
L'annunziata estate del copioso raccolto dopo le bizze primaverili legate alla cattiva interpretazione del Concilio Vaticano II non si farà dunque attendere, poiché, prosegue il Gran Maestro:
" ... i segnali di nuova e favorevole attenzione verso di noi giungono a ritmo crescente, come è avvenuto poche settimane fa quando, a Terni, il Vescovo di quella città è inter-venuto alla celebrazione del ventennale della loggia "Giuseppe Petroni" con espressioni di rispetto e di stima che sono culminate nella benedizione di Dio invocata sui massoni".
Fred Kleinknecht, Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio (dei 33, N.d.R.) della Giurisdizione Sud degli Stati Uniti del Rito Scozzese Antico Accettato - Giurisdizione che si pone l'obiettivo di diventare entro il 2010 "la fonte preminente dell'istruzione massonica nel mondo" - nel corso del suo intervento alla 41a Conferenza dei Sovrani Gran Commendatori svoltasi a Vienna il 7-10 marzo 1997, dopo aver ricordato che i massoni devono "apprendere le grandi lezioni di tolle-ranza, dignità umana, il diritto alla libertà e l'amore del bello e del vero che il nostro Rito insegna", ha concluso con queste parole:
"Quando, in tutto il mondo, la Verità avrà preso il posto dell'Errore, la Libertà del Dispotismo, la Giustizia dell'Iniquità, e la Tolleranza della Persecuzione, il Santo Impero della Massoneria Scozzese sarà stabilito" .
Un impero efficacemente tratteggiato nei suoi aspetti più exoterici, e quindi meno importanti, da Henry Kissinger, massone israelita blasonato dei più prestigiosi titoli mondialisti, al quale si at-tribuisce questa dichiarazione:
"Se si ha il controllo sugli alimenti, si ha il controllo del popolo. Se si ha il controllo del pe-trolio si ha il controllo delle Nazioni. Se si ha il controllo del denaro, si controlla il mondo" .
La dichiarazione di Kleinknecht ne richiama e si salda con un'altra, di ben altra portata di quella di Kissinger, dichiarazione risalente a più di un secolo fa, che oggi possiamo dire lucidamente profetica, fatta da Albert Pike, Sovrano Gran Commendatore della stessa Giurisdizione Sud, auto-revolissimo dottrinario dello stesso Rito ed estensore della celebre "bibbia" massonica intitolata Morals and Dogma:
"Quando Luigi XVI fu giustiziato la metà del lavoro era fatta e quindi da allora l'Armata del Tempio doveva indirizzare tutti i suoi sforzi contro il Papato".
e per chi, in questi anni, ci ha seguiti non c'è bisogno di nessun ulteriore commento.