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I GIOVANI E LE ROVINE DI EVOLA

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I GIOVANI E LE ROVINE DI EVOLA




Tradizione Primordiale e Tradizione cattolica.

L'anno scorso, al nostro Convegno, parlando di René Guénon, ponevo l'accento sulla profonda differenza che separa il concetto guénoniano di Tradizione, intesa come Tradizione Primordiale, dalla Tradizione Cattolica.
Una Tradizione, quella di Guénon, aprioristica, con pretese di universalità, eterna e immutabile, che attinge alle antiche visioni indiane dell'esistenza di un Centro primordiale, di un'Identità Suprema, collocata al di fuori di ogni spazio-tempo, con caratteri di totalità, infinitudine, assolutezza. Di essa nulla si potrebbe dire, essendo, di fatto, preclusa qualsiasi forma di conoscenza, anche indiretta, e quindi, in ultima analisi, di esistenza illusoria.
Gli uomini che s'ispiravano a tale Tradizione, sosteneva Guénon, sarebbero andati incontro ad una sorta di degenerazione a causa di una forma di caduta originaria, che li avrebbe progressivamente allontanati dal Centro primordiale al quale, fino a quel momento, sarebbero stati connessi in sublime unione.
Detto centro Guénon lo identificava con la dimora della cosiddetta Tradizione Primordiale, deposito della sapienza metafisica eterna e incontaminata. Un ulteriore allontanamento e diversificazione avrebbe fatto seguito alle vicende della creazione (che egli preferiva chiamare "manifestazione"), generando la forma multipla delle varie religioni, connaturate alle particolari sensibilità dei diversi popoli, civiltà ed epoche, e delle relative rivelazioni connesse.
L'allontanamento dell'uomo dal suo Centro, fin quasi a perderne il contatto, sarebbe culminato nell'avvento dell'Umanesimo e della Riforma, per giungere ai nostri giorni, quando la distanza tra messaggio primordiale e chi lo avrebbe dovuto ricevere, si sarebbe fatta incolmabile, suscitando un "regno della quantità", della materia, in netta e inconciliabile contrapposizione con quello della "qualità" dello spirito.
Nel mondo moderno Guénon individua l'autentica degenerazione tipica dell'età nera (Kali-Yuga), caratterizzata dall'inevitabile precipitare verso quel collasso finale che - nell'ottica orientale della storia concepita non come flusso lineare di avvenimenti retti da una mano provvidenziale, bensì come un eterno ritorno lungo un percorso circolare che indefinitamente si ripeterebbe, sia pure in forme diverse - costituirebbe la fine stessa del ciclo, con l'ultimo atto della catarsi, necessaria ad introdurre, secondo il dogma iniziatico, l'umanità nella novella età dell'oro.
In tale prospettiva Guénon, dalle vette esoteriche che ha raggiunto, indica come unica via di salvezza un cammino a ritroso fino al perduto Centro primordiale, al quale l'alto iniziato può riconnettersi grazie ad opportune tecniche esoteriche. All'uopo egli promuove l'intuizione puramente in-tellettuale a mezzo elettivo di conoscenza e di ascesi lungo un percorso di contemplazione in grado di trasformare la persona, rendendole accessibili nuove evidenze. Evidenze sostanziate dalla sparizione progressiva di ogni distinzione tra soggetto e oggetto, tra conoscere ed essere, fino all'incedere dell'unica realtà che tutto lumeggia e comprende. Ivi tutto si farebbe unità, ogni dualismo, ogni contrapposizione verrebbero appianati, dissolti: in una parola l'iniziato, giunto al termine del suo pellegrinaggio, si confonderebbe con la divinità stessa, sarebbe la divinità stessa .
La Tradizione Primordiale, col suo carattere metastorico e la sua opposizione al mondo mo-derno, sarebbe in tal modo fomite di una civiltà rigorosamente gerarchica retta dagli iniziati, nella quale ogni attività sarebbe volta al trascendente. Un felice connubio, potremmo dire, tra principî sa-crali e un'élite che li applica, al fine di combattere il male, identificato tout-court con tutto quanto contribuisce a pervertire detta Tradizione.

Ben altra è invece la Tradizione Cattolica, che narra come Iddio ha voluto manifestarsi agli uomini attraverso una serie di Rivelazioni dirette, a partire dalla Rivelazione primitiva, dalla cono-scenza di Dio che ne ebbero i progenitori e i santi Patriarchi, Rivelazione ereditata e per millenni trasmessa oralmente, fino a pervenire allo scrittore sacro, che fedelmente la fissa nella Scrittura.
A questa prima Rivelazione segue una seconda, all'indirizzo soprattutto di Mosè, dei santi profeti e di Davide, Rivelazione che la Sinagoga raccoglierà nell'Antico Testamento. L'ultima Ri-velazione, a coronamento delle precedenti, è quella del Signore Gesù Cristo, che pone il sigillo de-finitivo alla serie delle Rivelazioni di Dio all'umanità, con la morte dell'ultimo Apostolo e il Nuovo Testamento, ormai completo.
La Tradizione Apostolica sarà la garante dell'autenticità delle tre Rivelazioni, spiegandone il senso e trasmettendole in modo esatto e veritiero lungo i secoli. Speculazioni teologiche secolari in-dagando la Scrittura e la tradizione orale, vi hanno tratto nuovi elementi, che il Magistero della Chiesa si è incaricato di aggiungere al tesoro del depositum fidei.
Quale delle due tradizioni, ci chiedevamo lo scorso anno, è quella vera?
La risposta era tuttavia semplice: se la Tradizione Primordiale di Guénon fosse infatti quella vera, essendo in contrasto con le Scritture, dovremmo concludere che Iddio avrebbe mentito, e che, per ciò, non sarebbe Egli quell'Essere perfetto al quale, per definizione, solo compete l'assoluta Ve-rità. Verrebbe di conseguenza meno, secondo la famosa prova ontologica di sant'Anselmo d'Aosta , la sua stessa esistenza.
Ricordiamo infine che, mentre per il cattolico la lettura e i precetti della Scrittura sono reali, come reale fu la presenza di Dio quando li ispirò all'autore sacro, per l'uomo della Tradizione Pri-mordiale la realtà per eccellenza è la mitologia, presente presso tutte le civiltà e tutti i popoli e lo stesso contenuto del Genesi vi soggiacerebbe come racconto favoloso e leggendario delle origini.

Si è voluto brevissimamente sintetizzare la dottrina di Guénon per introdurre un altro perso-naggio, che va oggi per la maggiore in ispecie presso i giovani che frequentano gli ambienti della cosiddetta destra, quella che magnificamente s'inserisce nella triade hegeliana tesi-sintesi-antitesi, cioè conservazione-mediazione-progresso, fasi che, in campo politico e, più specificamente, partitico, s'identificano in destra-centro-sinistra.
La destra, appunto, rappresenta la conservazione, una componente pertanto indispensabile di detto processo dialettico, processo che fonda tutte le odierne democrazie occidentali, e non solo: è accaduto, infatti, ad un certo Giuseppe Stalin, piccolo padre di una sterminata folla in marcia verso il fulgido sol dell'avvenir, di trovarsi, soltanto qualche decennio più tardi, relegato da un Gorbaciov tra i nazionalisti, tra i conservatori "di destra".
I risultati del gioco sono sotto gli occhi di ciascuno: buttata infatti a mare quella logica, riflesso del Logos, che fondò l'Occidente, solidamente assisa invece sulle proposizioni di vero-falso, bene-male, nella società democratica vediamo ogni situazione resa precaria, ogni verità provvisoria, nel continuo, artificioso, dipanarsi dell'assurdo divenire triadico .

Il personaggio annunciato è Julius Evola, un pensatore italiano che, ad un certo momento della sua vita, incontrerà proprio il Guénon. Da tale incontro dal quale scaturirà quel trait d'union che ad Evola mancava per conferire alla sua dottrina un aspetto di corpus organico, vale a dire l'inserimento di essa nel grande alveo della cosiddetta Tradizione Primordiale.
Giova introdurre subito la definizione di Tradizione secondo il pensiero di Evola:
La Tradizione - dice Evola - "è un ordine gerarchico e qualitativo incentrato in una spiri-tualità trascendente e in una élite di rappresentanti qualificati e legittimi di essa" .

Quando Evola incontrò Guénon era il 1928 ed Evola aveva 30 anni, mentre Guénon ne aveva 42. Guénon gli era stato presentato da un alto iniziato, Arturo Reghini, martinista e 33° grado della massoneria di Rito Scozzese, col quale Evola aveva fondato un gruppo, che avevano chiamato col misterioso nome di Ur.
Anche Guénon era un 33 - e non solo - da ormai 17 anni. Evola invece, aveva fatto un percor-so singolare sul quale è opportuno soffermarsi onde inquadrarne meglio la figura e la dottrina.


Qualche notizia biografica fino al 1928. L'idealismo magico.

Giulio Cesare Andrea (Julius) Evola nacque a Roma il 19 maggio 1898 da una famiglia catto-lica di aristocrazia decaduta, con lontane ascendenze spagnole. Il titolo di barone, del quale si fre-giava, effettivamente era di sua spettanza, anche se le condizioni economiche non erano proporzio-nate al titolo, come parrebbe indicare il lavoro della madre, impiegata presso l'ufficio tecnico delle Poste di Roma .
L'indirizzo conferito ai suoi studi fu quello tecnico-matematico, che egli seguì fino al comple-tamento del corso di studi in ingegneria, senza peraltro conseguire la laurea, "in disprezzo del titolo", a suo dire . Parallelamente cresceva in lui un interesse ben maggiore per la filosofia e per l'arte, che verso il 1915 lo condusse ad un'attività di pittore e poeta. Ebbe frequentazioni con futuristi come Marinetti, l'autore del "Manifesto della letteratura futurista", e come Depero, assertore di un'arte pittorica d'avanguardia, sviluppando tuttavia ben presto forme figurative proprie ispirate all'esoterismo. Nel 1917 fu accolto tra gli allievi ufficiali di artiglieria e successivamente inviato sull'altipiano di Asiago, dove peraltro non partecipò a rilevanti fatti d'arme. Di quel periodo è la sua conoscenza di Giuseppe Bottai, col quale condivise la condizione militare e provvide a intessere rapporti di collaborazione, rapporti che successivamente si sarebbero rivelati preziosi, con Bottai in veste di gerarca fascista, a trarlo d'impiccio nei suoi talvolta burrascosi rapporti col regime .
La sua posizione sulla guerra era al fianco della Triplice Alleanza, in sintonia con la posizione ideologica che stava maturando e che vedeva nel mondo germanico e nello spirito prussiano la so-pravvivenza di quelle virtù eroiche e guerriere, già appannaggio della latinità, tipiche dell'uomo su-periore e, per ciò, in antitesi netta con le ideologie nazionalistiche e democratiche del tempo.
Narra il Dizionario Biografico degli Italiani che "fu proprio durante il periodo bellico che in una tensione autodistruttiva, nel tentativo di "rompere e superare la realtà dei sensi" fece per la pri-ma volta uso di stupefacenti, uso che si protrasse fino al 1925" . Incline all'azione e all'affermazione Evola aveva sempre dimostrato una spiccata insofferenza per la vita comune, vita che riteneva banale e indegna di essere vissuta. Pensiero presente già in Nietzsche quando alla mediocre e meschina società borghese del tempo opponeva un individuo, il superuomo, figura che "è a se stesso la propria legge" . Evola rimase conquistato da simili idee e la sua attività non sarà invero che una polarizzazione sul tentativo della loro attuazione pratica.
Terminata la guerra, nel 1920, Evola prende le distanze dal futurismo nazionalista e aderisce al dadaismo di Tristan Tzara, pseudonimo dell'israelita rumeno Samy Rosenstock, che, soprattutto in Francia, all'insegna di tale movimento artistico-letterario condusse una battaglia contro il linguaggio e la logica che fece parecchio scalpore. È di questo periodo una copiosa produzione pittorica di Evola che si concretizza in importanti mostre personali a Roma, Berlino e Parigi.
Si giunge così verso il 1923 quando Evola decide di porre termine alla sua esperienza artistica e poetica per dedicarsi interamente allo studio delle dottrine orientali, particolarmente del taoismo e del tantra. Approfondisce la conoscenza della filosofia atea buddhista e si accende in lui il desiderio di accedere ai cosiddetti "stati superiori dell'essere". Le fonti alle quali Evola si rivolgeva erano le stesse di Guénon, i libri del Veda, le Upanishad, dove "l'uomo è considerato esser Dio stesso, se pure in uno stato di inconsapevolezza e di stordimento" . Prende avvio la cosiddetta fase filoso-fica e speculativa di Evola che si protrarrà fino, grosso modo, al periodo dell'incontro con René Guénon e sarà feconda, se non di tutte le sue principali opere, sicuramente delle idee che le avreb-bero fondate. È anche il periodo di massimo interesse per le considerazioni che si intende svolgere in questo studio, dato che la fase successiva, quella politica, non consisterà che in un'applicazione e uno sforzo di diffusione delle idee maturate, soprattutto tra i non iniziati.
Verso il 1925 Evola ha ormai definito e sviluppato le proprie posizioni filosofiche in merito all'idealismo, posizioni che riassume nei due libri Idealismo magico e L'uomo come potenza.
Qui dobbiamo soffermarci.

Il principio idealista fondamentale afferma che ogni realtà (= non Io) è una rappresentazione che si fa l'Io, come dire che un oggetto, magari ben massiccio come una montagna, esiste nella mi-sura in cui la percepisco (l'esse est percipi del Berkeley per cui tutte le proprietà dei corpi non sa-rebbero che idee del nostro spirito ). Al di fuori di questa percezione non posso dire nulla circa la montagna, non so neppure se esista, quindi la montagna è posta, "creata", dall'Io; in altre parole è la potenza dell'Io che farebbe sì che la montagna esista (il pensante che coincide col pensato).
Ne consegue che per l'idealismo nessuna realtà si determina senza l'Io e il mondo diventa una sua rappresentazione; ne segue pure che se l'Io determina la realtà, esso è trascendente rispetto ad essa. Si può allora anche, esasperando questo concetto, giungere all'affermazione che esiste un Io assoluto, unico, potente, assolutamente libero, "al di sopra" del pensiero umano, che non si può concepire. Ma la mia esperienza (la cosiddetta "coscienza empirica") mi dimostra tuttavia che esiste un mondo diverso da me e che non è l'Io che ho postulato a determinare il mondo.
Per gli idealisti Dio non può essere trascendente, cioè distinto dal soggetto pensante, perché fuori di questo non vi è nulla. Non c'è quindi altro che l'Io assoluto, in una concezione chiaramente solipsistica e immanentistica.
Fin qui gli idealisti, il cui vessillo fu sostenuto soprattutto da celebrità come Fichte, Schelling, Hegel, Nietzsche, ma anche Benedetto Croce e Giovanni Gentile, e dai quali Evola ereditò molte affinità, specie con il Nietzsche, attingendo peraltro anche al coevo attualismo di Gentile.
Evola supera dunque questa impasse forzando il postulato dell'Io fino alle sue estreme conse-guenze. La "coscienza empirica", dice Evola, è sì limitata, ma la contraddizione tra essa e Io assoluto è solo apparente, è un'illusione che a noi non è dato di superare.
Come dire che il principio di contraddizione in cui continuamente si ricade va forzato, in con-siderazione della limitatezza della mente umana adusa ad operare solo su base logica di affermazione e negazione e quindi non in grado di concepire dimensioni altre, anche irrazionali.
La soluzione sta dunque nel colmare questa distanza fra Io assoluto e io empirico limitato dalla realtà esterna, in modo da superare la "privazione" che l'io empirico rappresenterebbe per l'Io as-soluto.
Più esplicitamente: siccome col ragionamento logico si giunge nel vicolo cieco del principio di non contraddizione, che vincola e condiziona l'io empirico, e l'Io assoluto deve comunque esistere, occorre ricongiungersi ad esso, vale a dire al proprio Io profondo, lucido, autenticamente reale, per altra via, via che Evola individua nell'iniziazione. Si giustifica per tal via il ricorso a tecniche magiche in grado di porre l'iniziato "oltre" la condizione umana comune, in condizione di accedere alla propria profondità. Di qui anche la connotazione di "idealismo magico" data a questa corrente di pensiero e della quale Evola diventa assertore, termine peraltro già adottato più di un secolo prima dal poeta romantico tedesco Novalis, nell'accezione di dominio dello spirito sul corpo e sul mondo esterno.


La "via" di Evola. Differenti vedute guénoniane.

L'assunto di Evola è quindi un "innalzamento", una trasformazione interna della persona at-traverso la magia iniziatica: mago, infatti, è colui che conosce le tecniche per acquisire il potere, ti-pico del divino, di piegare alla propria volontà il mondo fino a porsi come suo principio. Impadro-nirsi di questa Potenza, di questa volontà diventa allora il centro di tutta la costruzione filosofica di Evola.
Per questa via Evola ritiene di avere superato il limite del nichilismo di Nietzsche che egli individuava nella mancanza di un principio trascendente di riferimento, di un principio metafisico indispensabile per puntare alla liberazione dalla realtà. Si comprende a questo punto facilmente come l'incontro con Guénon fosse apportatore della soluzione. È infatti nella Tradizione Primordiale di Guénon che Evola, verso il 1928/29, riesce ad individuare il retroterra culturale per una rifondazione della civiltà umana su nuove basi, ancorché antichissime, come egli stesso ammette:
"[…] l'opera del Guénon… mi aiutò a centrare su un piano più adeguato l'intero mondo delle mie idee" .
Il giovane Evola, infatti, era fino al 1928 sostanzialmente su posizioni progressiste ed evolu-zioniste consone all'idealismo al quale aderiva, dominato dall'idea che la modernità fosse il vertice di una civiltà bimillenaria e della dialettica per la quale ogni fase storica era più completa della pre-cedente. La conoscenza di Guénon comportò un capovolgimento di queste posizioni: per la prima volta nel 1929 Evola si dichiarava apertamente antiprogressista e antimoderno in genere.
Evola, almeno in un primo momento, concordava con Guénon che l'Occidente avesse smarrito la genuina Tradizione Primordiale e non potesse volgersi che a Oriente, ma ben presto egli rovescerà le proprie posizioni impregnando invece tutta la sua opera del concetto dell'esistenza di una Tradizione Primordiale occidentale originale. Mentre il percorso tracciato dal Guénon per risalire verso il Centro primordiale, verso i cosiddetti "stati molteplici dell'essere", ricordiamolo, transitava per l'iniziazione sacerdotale e la dottrina dell'inesprimibile, la via di Evola per risolvere la questione centrale della sua filosofia, ovvero la realizzazione dell' "Io assoluto", affondava le sue radici es-senzialmente nella realizzazione iniziatica raggiungibile mediante qualunque azione umana superiore - anche se questo non escludeva a priori operazioni di tipo contemplativo - fosse essa l'ascesi guerriera, l'azione eroica o, anche, un uso "magico" della sessualità.
Lo stesso libro-manifesto della dottrina evoliana è emblematico di questa differenza di vedute: mentre, infatti, Guénon intitola il suo libro "La crisi del mondo moderno", Evola affronta lo stesso tema in modo più "dinamico" e il titolo del libro che egli destina alle élites che, nelle sue vedute, dovrebbero guidare le società umane, diventa "Rivolta contro il mondo moderno".
Il contrasto con Guénon in ultima analisi si incentrerà sulla concezione della potenza, contra-sto che progressivamente erigerà un'invalicabile barriera con la metafisica guénoniana fondata sulle dottrine orientali imperniate sulla non-azione, per cui tutto quanto è mutamento e agitazione assume una connotazione negativa, mentre per Evola l'azione e la concretezza costituivano l'essenza stessa della sua dottrina.


L'iniziazione.

Per tentare di cogliere l'essenza della "realizzazione" iniziatica, da interpretare come trasfor-mazione interna dell'individuo per accedere agli "stati superiori dell'essere", la lettura di libri come "Il mistero del Graal" o "La tradizione ermetica" di Evola è assai giovevole e illuminante.
Trattasi di due versioni dello stesso tema, che si integrano e si lumeggiano a vicenda, di più immediata accessibilità di opere similari come, ad esempio, "L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta" (René Guénon, 1926), di non facile lettura e comprensione per via dei serrati riferimenti ai nebulosi e ostici concetti iniziatici delle dottrine indù. Aspetti, peraltro, che non ponevano diffi-coltà alcuna ad Evola e ai quali fece anzi costante riferimento nell'elaborazione della sua "Tradizione ermetica", data alle stampe nel 1931.
Fin dalle prime pagine di quest'opera Evola si richiama a "un insegnamento segreto, di natura sapienziale e simultaneamente pratica, operativa", ad una "[…] scienza reale", con "significato con-creto e ontologico, tanto da conferire eventualmente certi poteri sovranormali", "una scienza sacra" designata prevalentemente col termine di Ars Regia, filiazione diretta e legittima della Tradizione Primordiale .
Praticata dagli antichi alchimisti fin dal Medioevo, l'Ars Regia si celava sotto molteplici si-gnificati e fumose allusioni a conoscenze astrologiche e agli elementi chimici, ricorrendo ad un simbolismo che allo sguardo diffidente della Chiesa e dei non iniziati la facevano apparire più come una scienza sperimentale, rozzo succedaneo della moderna chimica, che una prassi iniziatica: "E-stranea allo spirito cristiano, la dottrina ermetica, appunto grazie all'impenetrabilità del suo trave-stimento metallurgico, ha potuto continuare nei periodi storici dominati dall'islamismo e dal cattoli-cesimo, (…) senza subire, per tale via, deformazioni di rilievo" .
Il percorso iniziatico che dovrà condurre alla Grande Opera, alla Costruzione del Tempio, al-legorie che entrambe descrivono il raggiungimento di uno stato ontologico superiore, transiterebbe dunque, a dire dell'Evola, anzitutto attraverso una travagliata, ma reale, separazione del corpo dall'anima" (fase che corrisponde alla cosiddetta "Arte spagirica", l'arte 'separatoria' dei testi mas-sonici), durante la quale la costanza dell'iniziato verrebbe messa a dura prova nello sforzo di man-tenere desta la coscienza "affermando il proprio spirito contro tutti i pericoli dell'allucinazione e dello spavento" .
Lo sguardo e l'attenzione devono essere rivolti a "rendersi padroni assoluti dell'involucro a-nimale", ad alimentare un continuo sentimento di superiorità assoluta sulla materia, in modo da […] "sciogliere la volontà da qualsiasi dipendenza e abituarla a dominare", con un'incrollabilità tesa a conseguire un dominio mentale assoluto, imperturbabile, da estendere in ambito successivo non più soltanto alla pura corporeità, ma anche alle proprie passioni e affezioni, nei cui riguardi l'iniziato deve giungere a nutrire suprema indifferenza . Dove giova cogliere la stretta rassomiglianza con l' "ascesa" buddhistica che conduce allo stato nirvanico (nirvâna = estinzione dell'agitazione), su-prema alienazione da ogni realtà materiale.
In uno stato estatico simile alla trance, al quale l'iniziato accederebbe con assiduo esercizio, esponendosi a seri rischi psicofisici (uno stato descrivibile quasi come un sogno magico dove la co-scienza rimarrebbe vigilmente ancorata all'esaltazione assoluta della propria volontà, in questo "pa-droneggiamento dell'estasi attiva") ad un certo punto sovverrebbe all'iniziato una misteriosa "mani-festazione della Luce".
È lo stadio del "superamento del sonno", tipico "dell'arte regale degli eroi", dove eroe è colui che ha superato la mors triumphalis spirituale e perciò degno di ripristinare il tempo dell'età dell'oro. Sono gli alchimisti che "liberano il piombo dalle sue 'lebbre', dalle sue imperfezioni e oscurità, trasmutandolo in oro e attuando per tal via 'il Mistero della Pietra', (dove) oro, e […] 'pietra di fondamento', sono altrettanti rinvii alla tradizione regale primordiale" .
In questa fase di "risveglio" interiore, di riscoperta e di riemersione della deità latente nelle profondità di se stesso, l'iniziato viene rapito dal "canto degli uccelli", la lingua degli esseri dell'aria, e quindi non terrestre, che simboleggia quella superterrena degli dei e degli angeli, lingua che gli dà accesso alla comprensione della lingua segreta della natura e delle relazioni misteriose che sorreg-gerebbero la trama dell'universo .
Non può sfuggire come Evola faccia riferimento ad autori che identificano, nel cifrato lin-guaggio alchemico, la "Luce" che improvvisamente si manifesta all'adepto palesandogli la suprema essenza dell'iniziazione - Luce chiamata anche "Oro", o "Sole", entrambi simboli che rimandano alla Tradizione Primordiale - con lo "spirito occulto del Mondo" .
"Chi ha già un certo filo d'Arianna può avventurarvisi da sé" (in tali interpretazioni), aggiunge Evola, e al cattolico, non dimentico delle parole di S. Giovanni sullo spirito del mondo, esso non dovrebbe far certo difetto.
La logica porta a conclusioni che non devono quindi sorprendere: leggendo, infatti, il percorso iniziatico descritto dall'Evola, e qui tratteggiato per tratti davvero sommari, facilmente vi si coglie un aspetto parodico della Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore.
Passione e Morte sono rappresentate dal travaglio dell'iniziato che, con arti magiche, deve staccarsi dalla propria corporeità e da ogni affezione mondana, necessaria fase del solve di ogni a-spetto della vita precedente di essere umano "comune" in fideistica attesa di una "risurrezione" in un essere superiore di natura affatto diversa e superiore a quella dei comuni mortali. Tale momento, che gli iniziati contrassegnano con la presenza emblematica del sangue e dell'acqua , dovrà condurre l'adepto ad "estrarre la spada dalla roccia", ovvero a liberare un potere di ordine superiore (la sapienza esoterica) che la materialità, raffigurata nella pietra, cela in se stessa, portandolo alla luce del sole, a imitazione delle vicende di Artur, il Re-guerriero della Tavola Rotonda che, sotto la guida di Merlino, il mago personificazione del suo stesso lato trascendente, riesce nell'impresa di acquisire una conoscenza e un potere super-naturali.
La morte iniziatica, seguita dalla "discesa agli inferi", è assimilata al 'principio orizzontale', simbolo della cessazione di ogni materialità, in attesa di riproporsi 'verticale', ovvero in senso tra-scendente, nella fase successiva del coagula, caratterizzato da resurrezione spirituale e "ascensione" al cielo. I due momenti si reintegrano a formare la croce, questa volta però con una rosa in centro, simbolo di resurrezione e risveglio alla raggiunta immortalità .
La "realizzazione" dunque, la palingenesi liberatoria, con la fase della "manifestazione della Luce" sarebbe a tal punto completata, liberando tutto il suo potenziale di "carattere di realtà" asso-luto . Le conseguenze sarebbero allora delle più importanti. Anzitutto l'uomo rigenerato nella Grande Opera, l'Adepto "congiunto con la Luce", chiamato anche "Oro Bianco" o "Pietra Bianca" o "Solfo" o "il Vivente", sarebbe sottratto alla sua natura di uomo mortale, muovendo in una nuova condizione esistenziale, in dimensioni non limitate da vincoli naturali, assolutamente avulso dalla "folla di coloro che non sono iniziati", che anzi egli, dall'empireo in cui muove, scorge "schiacciarsi e spingersi nel fango e nelle tenebre" .
L'uomo 'differenziato' - altra locuzione designatoria di questa figura superiore - giace ormai sotto l'influsso di "influenze spirituali" che comportano non solo "il conseguimento di una gnosi", "ma anche (di) un potere (corsivo originale, N.d.R.)". Tali influenze esplicano un'azione, (che) "se non è sempre apparente, pure oltrepassa incommensurabilmente tutto ciò che è nel potere dell'uomo" .
Il rinato "non è più toccato dalla morte"; il corpo è trasmutato nel "corpo glorioso" dove "Spi-rito e Corpo sono diventati una sola cosa". La trasformazione ha carattere permanente: egli è dive-nuto un tutto con la "forza di vita" che sostiene il corpo, per cui "è naturale che ben poco possa venir colpito dal disfarsi e perire del suo corpo" . "Quando a lui piace di morire - di uscire dalla con-dizione umana - (ritorna la parodia del Signore Gesù) sceglie una persona capace di succedergli, cioè di assumerne la funzione, che in tal guisa si continua immutata" .
"L'illuminazione e l'esaltazione di tutte le umane facoltà " fanno in modo che l'Ars Regia nelle sue mani non abbia più segreti, e possa usarne per esercitare il dominio che gli spetta sulla sterminata folla dei non iniziati: "[…] Egli bada soltanto che alcune cose accadano (corsivo origi-nale, N.d.R.): pone esattamente i mezzi e le condizioni, opera e questo è tutto" . Si tratta dunque di una "scienza profetica" che si spiega "con lo stato di un Io unito a certe potenze determinanti gli avvenimenti del mondo esteriore" .
Potenze alle quali è stato concesso di regnare sulla terra e che S. Giovanni nella sua prima Lettera determina con solare chiarezza.


La magia e i suoi effetti.

Non si può eludere a tal punto lo scoglio della quaestio se la magia possa davvero essere ap-portatrice di poteri reali, o non si riduca, piuttosto, ad una congerie di suggestioni, se non proprio ciarlatanerie o frutto di immaginazioni fervide o malate.
Ci si consenta un'argomentazione: è assodato che oggi le massonerie di alto grado, i cenacoli occulti più elevati, le riservate società superiori che si esprimono in insuperabili concentrazioni di potere delle quali organismi sovrannazionali come l'ONU sono espressione , sono, di fatto, i reggi-tori veri dei popoli ed esercitano la loro volontà secondo piani quanto meno coerenti. Il numero dei reggitori è assai esiguo: se ne inferisce che solo da un grandissimo potere loro conferito può venire l'indispensabile obbedienza totale del ben più popolato gruppo direttivo che staziona ai livelli ese-cutivi inferiori. Un potere che, per sua natura, non può emanare in alcun modo dal popolo, come in-vece proclama l'illusorio dogma laicista e democratico: donde quindi?
Cediamo la parola al dotto esoterista René Guénon, la cui autorevolezza in merito è fuori di-scussione, al pari dell'intima, diretta, conoscenza di questi arcani:
"[…] la magia è propriamente una scienza sperimentale […]. Se la magia è stata considerata più o meno una 'scienza occulta', riservata a una minoranza, è per i gravi pericoli che presenta. Da questo punto di vista c'è differenza tra chi, circondandosi di tutte le precauzioni necessarie, provoca coscientemente fenomeni di cui ha studiato le leggi, e chi invece, tutto ignorando di tali leggi, si mette in balia di forze sconosciute" .
Pericoli adombrati - come visto - anche dall'Evola, egli pure certamente non del tutto sprov-veduto in materia:
"Noi crediamo - dice Evola - che non si possa indagare seriamente la storia delle società se-grete degli ultimi secoli, massoneria compresa, se non si pensa alla possibilità che forze oscure, ad un certo momento, abbiano agito su personalità avventuratesi nel sovrasensibile, senza avere la qua-lificazione richiesta per essere davvero degli 'illuminati' e quindi per prevenire le insidie proprie ad un tale dominio" . E prosegue:
"[…] Considerando … la 'direzione di efficacia' dell'organizzazione (della massoneria mo-derna, N.d.R.) ... sorge la sensazione precisa di avere di fronte ... una forza oscura. Ed allora è ben possibile che i suoi riti siano meno inoffensivi di quel che si possa credere (grassetto non origi-nale), che in molto casi essi, senza che coloro che vi partecipano se ne rendano conto, stabiliscano appunto il contatto con questa forza, inafferrabile per la coscienza ordinaria" .
Osserva perciò il Guénon:
"[…] D'altra parte è necessario notare che coloro i quali hanno una conoscenza completa e profonda di tali cose si astengono sempre rigorosamente dalle pratiche magiche, a parte alcuni casi del tutto eccezionali, nei quali del resto agiscono in modo del tutto diverso dal mago ordinario […] che non sempre conosce le vere ragioni di tutto ciò che fa".
Guénon opera un'ulteriore distinzione tra la magia, che dice sfruttare le sole forze naturali, e la teurgia (ovvero la magia sacra tesa ad asservire il divino alla propria volontà, N.d.R.) i cui effetti, "[…] anche quando assomigliano a quelli della magia, ne differiscono totalmente per quanto ri-guarda la causa; ed è precisamente la causa - e non il fenomeno da essa prodotto - a essere in questo caso di ordine trascendente". In proposito egli ricorre ad un'analogia con la dottrina cattolica, forse l'unica volta in tutta la sua opera:
"[…] vi sono fenomeni, esteriormente del tutto simili, che sono stati constatati in santi e stre-goni ; ora, è evidente che solamente nel primo caso può loro essere attribuito un carattere "miraco-loso" e propriamente "soprannaturale"; nel secondo caso essi possono tutt'al più essere "preternatu-rali" . Pertanto, se i fenomeni sono gli stessi, la differenza non risiederà nella loro natura ma uni-camente nella loro causa […]" .
C'è un modo d'agire, conclude il Guénon,
"[…] il cui principio consiste nel condensare in sé le influenze ("erranti" le definisce, dovute a esseri non umani dello "stato sottile", N.d.R.) in modo da potersene servire a volontà, e da avere così a disposizione una possibilità permanente di produrre determinati fenomeni." .
Se dobbiamo dunque credere a Guénon occorre ammettere l'esistenza di un rapporto di causa ed effetto tra pratiche magiche e poteri quasi illimitati conferiti al mago. Acquistano così valore probatorio anche dichiarazioni come quella colta in un libro del 33° grado del Rito Scozzese Jaime Ayala Ponce, membro del Supremo Consiglio del Messico:
"È davvero necessario rendersi conto che le scienze occulte non sono immaginarie come lo descrivono le comuni enciclopedie. Sono reali e assolutamente vere e valide, soprattutto estre-mamente allarmanti e pericolose in mano di chi non sa farne buon uso. Insegnano ad utilizzare i se-greti della natura per potenziare le facoltà latenti nell'uomo, cosa che lo pone in ingiusto vantaggio in relazione ad altri più ignoranti su questo tema. [...] Se l'occultista, invece di porre al servizio dell'umanità le sue conoscenze, forza di volontà e poteri mentali con umiltà e abnegazione, lo fa in-vece per un suo profitto particolare ed egoista, si trasforma in un nemico terribile del genere umano, in quanto le conoscenze e i poteri acquisiti lo pongono ben al di sopra di una persona qualun-que, di tutti i giorni. Chiunque intenda addentrarsi nell'occultismo senza una profonda conoscenza della ragione filosofica dei poteri citati, è simile a un missile a testata nucleare lanciato senza un bersaglio fisso. Si ricordi Hitler e la seconda guerra mondiale!"
Ma insomma, quali sarebbero questi poteri? A detta di Evola sarebbero i seguenti: lettura del pensiero; capacità "di destare in altri esseri determinati pensieri, immagini o schemi di atti ("comandi mentali")"; "proiettare in altri esseri non solo immagini, ma anche emozioni e stati affettivi in genere"; possibilità di padroneggiare una 'forma' o 'corpo sottile' sciolto dal corpo fisico con fe-nomeni di bilocazione, assunzione di altre forme diverse dal corpo; possibilità di portarsi istantane-amente in un qualsiasi punto dello spazio; invisibilità; poteri sulle forze della natura .
Ecco pianamente spiegato anche il motivo per cui le principali corporations americane riten-gono di dover investire, dieci anni or sono, cifre dell'ordine dei quattro miliardi di dollari l'anno per consulenze New Age in grado di "elevare la consapevolezza" dei propri dirigenti, mediante pratiche magiche .







Evola e il tantrismo. Il Gruppo di Ur

Generalizzando potremmo dire, senza tema di essere smentiti, che il proprio di ogni alto ini-ziato è sostituire l'Io a Dio, o, evolianamente: di trasformarsi in "quell'essere che si è voluti essere" .
Un processo, ripetiamo, quello della "realizzazione metafisica", che si giova, a dire degli stessi iniziati, di un'ascesi progressiva, imperniata sullo strumento intuitivo e sull'uso di tecniche magiche. Da questo cammino la ragione deve essere rigorosamente espunta in quanto strumento inferiore, del tutto inadatto ad addentrarsi nelle "spazialità" superumane, le stesse, affermano, delle elevazioni dei mistici cristiani, riuscendo in tal guisa a confondere l'ascesi mistica per grazia con l'itinerario faustiano, e cioè un percorso di autosalvazione guidato da forze di chiara origine infera.
Evola questa fase la visse presumibilmente verso la fine degli anni Venti nei cenacoli che fa-cevano capo al Gruppo di Ur, [Ur è definito come "il Fuoco terribile delle iniziazioni magiche" , fuoco che si richiama ai primordi, come sta a indicare in tedesco, dove come vocabolo è utilizzato nell'uso di prefisso] fondato assieme a Reghini nel 1927 e da Evola diretto fino al 1929. Il Gruppo di Ur fu l'esito di un percorso che lo aveva visto impegnato nello studio delle dottrine orientali, so-prattutto dei Tantra dell'antica India .
I Tantra corrispondevano a meraviglia alla visione elitaria e aristocratica di Evola. La loro dottrina, infatti, è incentrata sul concetto di potenza dell'uomo superiore il quale, negando qualsiasi dualismo tra il mondo e Dio, giunge ad affermare che il mondo e l'universo sono sua creazione, in tal modo identificandosi con lo stesso principio assoluto Brahma.
L'uomo Tantra è l'uomo eroico, il Vîra, che "superando ogni vincolo, ogni dualismo di bene e di male, di virtù e di colpa, di onore e di vergogna, assurge all'assoluta anomìa (assenza di legge), diventando 'colui che ha per unica legge la propria virtù'" . Non v'è chi non veda la strettissima comunanza di vedute con le correnti filosofiche superomistiche che Nietzsche nella sua dottrina a-veva poi solo ereditato dall'Oriente.
Sulla scorta delle conoscenze acquisite Evola scrive L'uomo come potenza dove, assieme alla dottrina della potenza, vengono considerate le varie forme di Yoga, ossia delle tecniche per acquisire questa potenza e, mediante esse, conquistare la trascendenza. In particolare egli si sofferma ad approfondire alcune particolari forme di Yoga, meno contemplative di altre e atte a liberare median-te rituali iniziatici la potenza latente nell'uomo onde elevarlo ad un livello superiore, farne un dominatore .
Aggiungiamo che i Tantra sono testi canonici del culto di Durga o Kali o Parvati, moglie di Shiva); prescrizioni alle quali non sono estranee oscenità e orge. Il misticismo erotico tantrico si au-togiustifica col principio secondo cui anche gli atti immorali ordinariamente riprovati, una volta li-berati dalla relatività mondana, diventano mezzo per conseguire forme di illuminazione, mentre proprio l'esaltazione delle forze del sesso, volontariamente suscitate, mette a prova l'incorruttibilità dello yogi perfetto (siddha) al contatto con qualsiasi impurità morale.
Trattasi di un percorso al quale Evola dedicò varie opere tra cui "Metafisica del sesso", pub-blicata per la prima volta nel 1958. In quel volume viene esplorata la magia sessuale tantrica quale possibile strumento di accesso all'Io assoluto . Si tratta di un'opera che punta sulla cosiddetta Via della Mano Sinistra , riservata a "coloro la cui qualificazione.. è 'virile' o 'eroica' […], così quali-ficati da poter tenere in nessun conto ogni dualità di contrarî, bene e male, merito e colpa, e ogni analoga opposizione di valori umani" .
Nella sua versione distruttiva e dissolutiva la Via della Mano Sinistra nelle pratiche tantriche conduce al "disprezzo per ogni legge e norma", onde l'adepto, o siddha, può fare tutto ciò che vuo-le" , negando in tal modo "ogni vera distanza fra creatore e creatura, con una dichiarata anomìa - cioè con un disprezzo sia delle leggi umane che di quelle divine" .
In sostanza si diventerebbe dei peccando in profondità: solo peccando in profondità, infatti, si raggiungerebbe, per gli gnostici, la libertà dalla "Legge" del Demiurgo. Evola lo fa mediante la par-tecipazione a perverse "unioni mistiche" tese alla ricostituzione dell' "androgine originale", della "coppia divina eterna" della Tradizione Primordiale, per processi di "transustanziazione" - come la chiama Evola mutuando il termine dal cattolicesimo - che farebbe affiorare delle 'presenze reali' in grado di propiziare l'innesto di forze trasfiguranti e che noi tranquillamente non esitiamo a definire sataniche.


Arturo Reghini

Il neopagano Arturo Reghini (1878-1946), alla guida del pitagorismo italiano , fu figura assai significativa nella formazione evoliana. Reghini era un mago, 33° grado della massoneria di Rito Scozzese di Piazza del Gesù di Roma , animatore nel 1924 delle riviste di studi iniziatici Ignis e Atanòr , riviste la cui pubblicazione durò tre soli anni e che Reghini affidò alla guida di Evola.
È sempre a Reghini che Evola doveva il suo approfondimento delle tradizioni sacrali e inizia-tiche dell'antica Roma. Fu costui massone d'alta levatura: membro del Rito egiziano di Memphis Misraim, del 'Rito Filosofico Italiano' (al quale associò in data 20.10.1913 come membro onorario il mago nero Aleister Crowley), passò quindi al martinismo e successivamente su posizioni a quest'ultimo avverse. Membro dell'Ordo Templi Orientis - lo stesso di Crowley - dove si praticava la magia rossa, o sessuale , il suo nome venne annoverato tra quelli dei fondatori della Società Teo-sofica in Italia. Trattando dell'ambiente iniziatico e magico di quegli anni, l'evoliano Sebastiano Fusco scrive che esso trovava "uno dei suoi più illuminati esponenti nel grande Arturo Reghini, i cui stretti rapporti iniziatici con Aleister Crowley sono ben noti e che (Reghini, N.d.R.) amava definire se stesso il Vicario di Satana" .
Ferocemente anticristiano e antidemocratico, Reghini appoggiò il fascismo fin dal suo nascere, assegnandogli come simbolo il fascio littorio , un fascio di dodici verghe legate assieme ad un'ascia che i littori dell'antica Roma, figure emblematiche che in numero di dodici precedevano a mo' di scorta i magistrati maggiori, adottavano per eseguire anche le condanne a morte. Lo stesso termine "fascismo" riconduceva in tal guisa all'unità e alla severità del costume romano che il fascio littorio simboleggiava. Annota il giornalista Maurizio Blondet, attento scrutatore delle effervescenze dello sfuggente mondo dell'esoterismo, che il Reghini "si vantava di avere "creato" magicamente il fascismo attraverso un rito pagano propiziatorio, in cui pare fosse stata usata un'ascia bipenne" .
In proposito si narra anche "di una misteriosa operazione iniziata nel 1913 con il ritrovamento in una tomba romana di uno scettro e di una benda, con sopra tracciati i segni di un rito. E si con-clude dopo la Marcia su Roma, nel 1923, con un omaggio al Capo del Governo. Si legge sul "Picco-lo" del 24 maggio 1923 che a Mussolini viene donato un fascio formato da un'ascia di bronzo pro-veniente da una tomba etrusca bimillenaria e dodici verghe di betulla legate con strisce di cuoio ros-so" .
L'appoggio di Reghini al fascismo durò fin quando egli poté nutrire la fondata speranza di vedere in Mussolini un restauratore del paganesimo, ma ben presto i Patti Lateranensi lo avrebbero disilluso convincendolo che l'auspicata rottura col cristianesimo - rottura caldeggiata e perseguita con forza anche da Evola, in favore de "l'ardita scelta delle tradizioni, la volontà di prendere una di-rezione nuova, unicamente sulla quale, fra l'altro poteva essere legittimo il riferimento a Roma quale simbolo politico" - non sarebbe mai avvenuta. Reghini se ne andò con grande clamore, sdegnato.
Annota l'iniziato Elémire Zolla, gran detrattore di Evola: "[…] (Reghini) scriveva con pseu-donimo su 'Ur', la rivista affidata ad Evola. Evola deviava però dalle idee di Reghini, pur accettan-done una quantità di elementi senza ringraziarne l'autore. Era sembrato adatto a dirigere secondo intenti massonici, pur non essendo massone , una rivista ermetica, ma (...) l'accordo con lui fallì e lasciò Reghini solitario e sconfitto. Lanciò le sue accuse ad Evola (…) e si ritirò in Emilia a fare il professore di matematica, in una scuola secondaria fino alla morte, nel 1946" .

Scopo dichiarato del Gruppo di Ur, che si giovava anche della collaborazione di psicologi come Emilio Servadio - uno dei padri della psicanalisi italiana - era di trattare discipline esoteriche e iniziatiche "accentuando maggiormente il loro lato pratico e sperimentale", onde conseguire "un dominio tecnico sull'esoterismo" : un tentativo, in ultima analisi, di conseguire praticamente, at-traverso la magia, quei poteri superumani che gli iniziati stimano necessari ad accedere all'Io asso-luto, alla divinità. La magia infatti - diceva Evola - "implica in un modo o nell'altro la sospensione della barriera tra io e non-io, una rimozione del limite della comune individualità" .
Gli atti di queste esperienze, rigorosamente anonimi e raccolti in monografie uscite a cadenze regolari, vennero raccolti in tre volumi dal titolo Introduzione alla magia, pubblicati per la prima volta dall'editore Bocca nel 1955, e negli anni Sessanta a Roma dalle Edizioni Mediterranee - che in Evola avevano il costante riferimento culturale - per complessive più di 1300 pagine. Pare che sotto gli pseudonimi di Agarda e Iagla, che apparivano in calce a taluni articoli delle riviste Ur e Krur si nascondesse Evola stesso . Degno di menzione è il fatto narrato dall'Evola che all'interno del Gruppo di Ur ad un certo momento si fosse dato l'avvio al tentativo di creazione di una "catena" magica, con due elementi "dotati di reali poteri", per esercitare dall'alto, operando nella penombra delle quinte, un'azione sul fascismo in senso anticristiano .
Evola godeva ormai di consolidata fama di profondo conoscitore dell'esoterismo, tanto da es-sere chiamato a stilare la voce atanòr (e pare anche altre) per la celebre Enciclopedia Italiana di Giovanni Treccani.

Dopo la fine del Gruppo di Ur, che nel 1929 aveva assunto l'originale denominazione - invero arcana - di Krur, fine propiziata, sembra, da contrasti interni , Evola non tentò più di radunare i suoi discepoli in un vero e proprio movimento magico, salvo un tentativo, caldeggiato dagli stessi, di un Ordine con tre gradi interni, riservato ai soli uomini, che intendeva chiamare Ordine della Corona di Ferro, ispirato ad una spiritualità sacrale e gerarchica .


La rivista "La Torre". Il razzismo evoliano

Krur cessò dunque le sue pubblicazioni nel dicembre 1929 per riproporsi ai lettori il 1° febbraio 1930 in veste di quindicinale di taglio aristocratico dal titolo "La Torre - Foglio di espressioni varie e di tradizione una".
Compito che Evola intendeva assegnare alla rivista era quello di trasporre in dimensione poli-tica i contenuti iniziatici del Gruppo di Ur, tentando così di influenzare, da posizioni dichiaratamen-te pagane e anticristiane, il piano della cultura ufficiale del regime. Anche questa pubblicazione ebbe tuttavia una vita effimera, che si esaurirà il 15 giugno 1930 col decimo numero , pare soprattutto perché assai scomoda e nociva ad alcuni notabili del regime, come il massone di Piazza del Gesù Roberto Farinacci, il potente gerarca di Cremona che divenne segretario generale del Partito Na-zionale Fascista (P.N.F.) tra il 1925 e il 1926 e che mal tollerava l'influenza di Evola su Mussolini.
La rivista rifletteva l'attività di un gruppo di scrittori che si raccoglievano attorno ad Evola , all'uopo giovandosi soprattutto di una pungente rubrica dal titolo "L'arco e la clava" ("l'arco per colpire lontano, la clava per abbattere da vicino", spiegava Evola), ricca di vis polemica anticristiana, antiborghese, rivolta a combattere ogni forma di progressismo.
Le polemiche della rubrica erano durissime e dirette, contrapponendo sistematicamente, con la massima indifferenza per il rischioso clima di attento controllo generalizzato, "L'arco e la clava" agli ambienti della cultura fascista e squadrista. In realtà il motivo vero per cui Evola riusciva a con-trastare la pressione dei gerarchi che gli erano avversi era da ricercare non tanto nell'appoggio di volta in volta offerto dai vari Benedetto Croce, Giovanni Preziosi, Giovanni Gentile o Leandro Ar-pinati, ma in quello, che mai gli aveva fatto difetto, dello stesso Mussolini. Il 33 honoris causa Be-nito Mussolini , infatti, nutriva un'ostentata ammirazione per la natura intransigente e l'impegno culturale evoliano, al pari delle prospettive offerte dalla sua dottrina sulla salvezza dell'Occidente o delle sue tesi sulla razza, tesi che Mussolini riteneva potessero offrire al fascismo quell'originalità e il necessario distacco, a lungo ricercati, da quelle radicali - incondivisibili dall'animo latino - dell'ingombrante alleato tedesco.
Non si dimentichi che il razzismo tedesco era quello de "Il Mito del Sangue del XX secolo" di Alfred Rosenberg, un razzismo a connotati fisici e biologici, che Evola definiva "del corpo", ten-dente a far emergere differenze dichiaratamente insuperabili di natura genetica, antropologica ed e-reditaria tra le varie razze. Dottrina che logicamente riconduceva ad una gerarchia delle razze, do-minata dalla razza nordico-ariana, di origine indoeuropea, considerata in linea di discendenza diretta con quella iperboreo-solare degli antichi Germani: di qui i "diritti" di supremazia del gruppo umano nordico sugli altri popoli con le notorie aberrazioni e i misfatti che la storia ci ha trasmesso.
Evola rifiutava una simile concezione, limitata alla sola "razza del corpo", e ancor più energi-camente respingeva ogni tentativo di una sua assolutizzazione. Coerentemente con il suo percorso iniziatico egli intese invece sostituirla con una dottrina in sintonia con esso, suscitando posizioni i-deologiche totalmente estranee alle dottrine razziali nazionalsocialiste.
Il dissenso di Berlino, che puntava decisamente ad una maggiore attenzione da parte italiana alla questione razziale - ben conscio di quanto poco storicamente essa fosse percepita nella Penisola - fu immediato. Evola ne trasse un raffreddamento dei suoi sino allora piuttosto fruttuosi rapporti con la Germania, accompagnato da un clima di sospetto e da una discreta sorveglianza. Le sue pubblicazioni in Germania tuttavia non subirono particolari censure, anche se la preferenza tedesca in tema razziale andava progressivamente focalizzandosi in Italia su un altro personaggio, ben più disponibile a seguirli sul terreno delle idee: Giovanni Preziosi, un ex prete di sentimenti ferocemente antiebraici e antimassonici fino all'ossessione .
Evola concepiva dunque la razza come una realtà fisico-spirituale fondata su tre componenti: la "razza del corpo" (razza somatica), la "razza dell'anima" (forma del carattere, dello stile collettivo, ereditario della esperienza e della posizione verso l'ambiente e la società) e la "razza dello spirito" (stile della posizione di fronte al divino e al sovrasensibile, forma delle inclinazioni spirituali) .
In base a tali parametri gli ebrei, ad esempio, non erano considerati, more nazionalsocialista, come una razza biologicamente degenere, quanto piuttosto come "una unità della razza dell'anima", nell'accezione suesposta, ossia un modo di essere, modo al quale egli riconosceva una propria in-trinseca forza. Forza che tuttavia egli connotava negativamente per le sue valenze denunciate come contaminanti e disgreganti di ogni altra razza con la quale essa fosse venuta a contatto e, con netto riferimento a quella ario-romana, ne paventava come esito l'allentamento della tensione interiore e l'indebolimento della tradizione. Di qui, concludeva Evola, una "assoluta necessità del risanamento degli elementi interiormente ebraicizzati" .
Evola, invocando l'armoniosa fusione delle tre componenti della razza citate, voleva pervenire ad una purezza razziale sui generis, concepita come supremazia della razza "interiore" (il "tipo di uomo superiore") rispetto a quella bassamente biologica ed esterna "del corpo", sostenuta invece dai tedeschi. Teorie che Evola sviluppò in libri come "Il mito del sangue" (Ed. Hoepli), pubblicato nel 1936, opera che troverà il suo successivo completamento nella "Sintesi di dottrina della razza" (Ed. Hoepli, Milano, 1941).
Per quanto fin qui detto è allora lecito sostenere che il razzismo evoliano tendesse unicamente ad enucleare e separare gli iniziati, la cosiddetta "razza dello spirito", dal resto della massa; se una razza doveva imporsi, ai suoi occhi essa non poteva essere che la aria, l'iperborea, quella degli alti iniziati in discendenza diretta dalla Tradizione Primordiale. Con queste categorie Evola muove allo studio della realtà etnica italiana concludendo sulla superiorità della visione del mondo della razza "spirituale" ario-romana, che egli indicava in filiazione diretta, attraverso i fasti dell'Impero romano, come si dirà, dell'Età dell'Oro primordiale.

Chi abbia sin qui colto l'essenza della Tradizione spuria che regge i teoremi degli iniziati e l'architettura della loro costruzione intellettuale, non faticherà molto ad intendere il senso autentico che il razzismo assume agli occhi degli alti iniziati. La loro dichiarata superiorità, che essi percepi-scono come un elevarsi ad incommensurabile distanza dal resto dell'umanità, opera già una scissura insanabile con quest'ultima, considerata nulla più che informe espressione delle forze infere del caos e della dissoluzione. È quindi del tutto normale che essi discriminino uomini e popoli in base al solo cammino percorso in senso iniziatico, piuttosto che in base a parametri fisici o biologici come il colore della pelle. Non si dimentichi quanto affermava uno dei caposcuola del moderno esoterismo, René Guénon: "noi ci ricolleghiamo [...] al solo punto di vista iniziatico e tutto il resto è completa-mente privo di valore ai nostri occhi" .
Evola non è da meno e più direttamente statuisce:
"[…] un 'sano razzismo' non ha a che fare col pregiudizio della 'pelle bianca'; si tratta essen-zialmente di una gerarchia di valori, in base alla quale diciamo "no" ai negri, a tutto ciò che è negro e alle contaminazioni negre (le razze negre, in tale gerarchia, stanno appena al di sopra dei primitivi dell'Australia; secondo una nota morfologia corrispondono principalmente al tipo delle razze 'not-turne' e 'telluriche', in opposto a quelle 'diurne' ), mentre saremmo stati disposti senz'altro ad ammettere una superiorità ai 'bianchi' degli strati superiori indù, cinesi, giapponesi e di alcuni ceppi arabi malgrado la pelle non bianca - dato ciò a cui si era già ridotta la razza bianca all'epoca dell'espansione mercantilistico-coloniale" .


Razzismo degli alti iniziati e attuale neorazzismo mondialista

Tale è dunque il razzismo viscerale degli alti iniziati per il resto dell'umanità, razzismo so-stanziato in quell'atteggiamento di insanabile disprezzo, che, già nella società indiana - modello i-deale di società per i Guénon e gli Evola - riempiva di orrore i brahmani al pensiero di un possibile, contaminante, contatto con i paria, la gente umile di tutti i giorni.
Di passata ci si consenta di soffermarci su un frutto velenoso dell'odio metafisico degli iniziati per la società occidentale nelle sue più autentiche espressioni che ancora vi sopravvivono, odio che oggi sta mutando il volto dell'Europa offrendo un quadro di involuzione almeno pari a quello rigorosamente classista dell'India di un secolo fa.
La classe degli alti iniziati, che detiene l'Autorità e guida le figure del Potere, ha infatti posto in essere il trasferimento massivo di popoli dal sud del mondo, sradicandoli dalle proprie terre per trapiantarli nel tessuto del Vecchio Continente. Leggi draconiane apparse quasi all'improvviso in questi ultimi dieci anni nei vari paesi occidentali reprimono con la forza qualsiasi tentativo di difesa, anche legittima, della propria identità, accompagnate da un parallelo prolificare di altre leggi, schierate a sostegno (meglio: a imposizione) di un artificioso amalgama di culture diverse, con tutta la carica dirompente che un'operazione del genere inevitabilmente produce, per gli immensi problemi di convivenza fra popolazioni con costumi fra loro assai diversi , dalla sicurezza pubblica, all'occupazione, alla sanità.
Fenomeni in Italia sconosciuti come l'intolleranza razziale cominciano a prendere piede, epi-sodi limitati e circoscritti vengono all'uopo amplificati e stimolati dall'azione concertata dei mezzi di comunicazione, tendente a inculcare il concetto di un'ineluttabilità dell'integrazione razziale, ac-creditando come abominevole delitto ogni posizione di resistenza alla sopraffazione e alla difesa della propria identità, religione e cultura. Né giova appellarsi all'esperienza fallimentare di un secolo e mezzo di stentata convivenza tra le varie etnie degli Stati Uniti, dove, di fatto, nelle grandi città neri e latino-americani vivono emarginati nei ghetti e la supremazia dell'uomo WASP (White Anglo-Saxon Protestant) è indiscussa: l'obiettivo dissolutorio di ciò che rimane della Civitas Christiana è troppo ambizioso per perdersi in simili quisquilie.
Per raggiungere tale scopo i piloti della Grande Opera, leggi Governo Mondiale, confondono fra loro religioni e tradizioni mediante migrazioni di proporzioni tali da fare impallidire quelle con-seguenti alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Essi, attraverso la distruzione dei popoli da perseguire - per usare precisamente le parole del National Committee for Furtherance of Jewish Education - attraverso "il suicidio nazionale", si propongono di far emergere un mescolone sincreti-stico, ufficialmente designato col termine di New Age o Età dell'Acquario, atto a forgiare l'Uomo Nuovo.
In questo contesto l'obiettivo della fusione delle razze diventa allora solo un falso scopo: quello cui in realtà gli alti iniziati mirano non è la scomparsa delle razze separate in quanto tali, ma la scomparsa delle tradizioni separate, o comunque incompatibili con la dottrina e coi loro programmi, quella cattolica, in primis .
Il mezzo adottato dagli alti iniziati per demonizzare le inevitabili opposizioni è il ricorso, grossolanamente equivoco e semplificante, alla parola magica "razzismo", resa odiosa dal recente ricordo degli orrori del nazismo hitleriano.
L'identità razzismo (inteso in senso surrettiziamente allargato) = nazionalsocialismo, diventa così, nelle mani degli alti iniziati, lo strumento per colpire chiunque si opponga a questa immane operazione alchemica di trasformazione in senso laicista e bassamente materiale dell'intero genere umano. Risulta peraltro evidente che porre una contrapposizione fra mondo cristiano occidentale e popoli, per lo più musulmani, immigrati nei nostri paesi, in termini razziali, di un razzismo alla Hitler, è mistificante e ridicolo.
Ad un osservatore attento esso suona, piuttosto, come prova irrefutabile dell'immenso potere concentrato nelle mani degli alti iniziati, in grado di avallare, sostenere e capillarmente diffondere ogni opinione e menzogna, purché funzionali ai propri ultimi fini.


L'organizzazione della società tradizionale degli iniziati nella visione evoliana.

Se l'iniziazione conferisce poteri in grado di trasformare l'iniziato nel superuomo nietzschiano, ci si potrebbe chiedere quale possa essere stata la visione storico-sociale di un alto iniziato come Evola.
Diciamo subito che la sua visione sociale poneva al suo vertice la regalità divina, intesa come supremo attributo dell'uomo divinizzato, regalità la cui ragion d'essere derivava dalla considerazione che per l'uomo tradizionale il piano fisico contiene solo degli effetti, nel senso che nulla nel mondo del reale poteva prodursi che già non avesse avuto corso in quello dell'invisibile . Si ponga, peraltro, costante attenzione al fatto che quando Evola parla di Tradizione, il riferimento è sempre e solo alla cosiddetta Tradizione Primordiale, che egli considerava campo di applicazione dell'organizzazione politico-sociale che da essa unicamente traeva superiore legittimazione.
Il rito e il sacrificio mediavano questi due mondi impregnando di sacro ogni azione umana e alimentando la tensione verso l'alto del popolo, di modo che l'immanente e il trascendente ne trae-vano coesione. Entrambi, rito e sacrificio, a detta di Evola, erano riservati ad una gerarchia (lette-ralmente: sovranità del sacro) di prìncipi e sacerdoti che a loro volta ricevevano legittimazione e auctoritas dalla superiore figura del Rex. Il Rex o basileus era la figura nella quale si fondevano ar-moniosamente non solo il potere, ma anche il sacerdozio sommo del Pontifex Maximus (il sommo "costruttore di ponti", colui che mediava tra terra e cielo) attraverso il quale agivano i numina, le forze celesti che costituivano l'essenza della religione primordiale. L'azione intermediaria del Rex a favore del popolo costituiva il campo d'azione della cosiddetta Ars Regia .
Atto tassativo per il transito verso la regalità era l'iniziazione, un'operazione "intensamente reale, capace di mutare lo stato ontologico dell'individuo e di innestare in lui forze del "mondo dell'essere", o sovramondo" . Le due vie maestre di accostamento all'iniziazione consistevano nell'Azione eroica e virile, e nella Contemplazione. La Legge tradizionale forniva il quadro a questa società sacrale fondata sulle caste, ovvero su rigidi gruppi di appartenenza, sviluppati, dice Evola, per consentire ai membri di esprimere al meglio la propria identità e giungere al perfeziona-mento di se stessi attraverso l'osservanza della Legge tradizionale.
Al vertice la casta degli iniziati Evola poneva gli ârya, termine che riecheggia la casta sacrale dei nobili indiani, "rigenerati" attraverso l'iniziazione, alla quale era delegata la pratica del vaticinio e della magia: essi presidiavano il tempio e dirigevano. Seguiva la classe dell'aristocrazia guerriera, contraddistinta dall'azione eroica; indi la classe borghese, dei mercanti, che con la loro attività so-printendevano alle necessità materiali della società, e al livello più basso la casta della massa dei plebei, grigia e informe, alla quale era riservata la religione del lavoro .
Simbolo terreno visibile che incarna questo ordinamento sociale rigido e sempre uguale a se stesso era l'Impero, e, per Evola, l'impero per antonomasia era l'Impero romano, che egli considera erede fedele e ultimo dello spirito dei più antichi regni germanici, coi loro miti eroici e il loro or-dinamento sacrale incentrato, ripetiamo, sulla figura del re-sacerdote, che si incaricava di trasmet-terne immutata nel tempo la grandezza e la stabilità .
Con la morte di Augusto e il coevo sorgere del cristianesimo, per Evola cessa la trasmissione fino allora ininterrotta della regalità sacrale e comincia il cammino del trasferimento involutivo dell'autorità e del potere verso il basso, attraverso dapprima la classe dei guerrieri, soppiantata quindi dal Terzo Stato, ovvero dalla classe borghese dei mercanti che susciterà il virulento pollone capitalista, per approdare nel nostro secolo alla classe dei servi, di coloro che nelle società testé de-scritte come tradizionali, occupano il gradino più basso a formare il Quarto Stato.
La possibilità reale di completare l'inversione delle caste, e con essa l'approssimarsi della fine del ciclo, Evola la scorge nella latente conquista del potere da parte delle varie forme del socialismo comunista.


Tradizione nordica e tradizione mediterranea

Evola, al pari di molti iniziati, è assertore della tesi che "la civiltà viene dal Nord", dalle bru-mose terre bianche iperboree e atlantidee, site tra Gran Bretagna e Polo Nord , una "terra sacra" dove figure di eroi, uomini forti e virili a metà via tra lo stato divino e quello umano, androgini (= che riassumevano in sé sia l'elemento maschile che quello femminile), una "razza dello spirito" erede diretta della Tradizione Primordiale, visse un'età solare di luce, un'età dell'oro trasmessa a memoria d'uomo e fu all'origine di tutte le civiltà. Di là essa si sarebbe irradiata nell'America del Nord e successivamente in un continente della regione atlantica presto scomparso, che coinciderebbe con la leggendaria Atlantide delle narrazioni platoniche.
La caduta avrebbe contrassegnato, in forma di catastrofe (diluvio che sommerge la "terra sa-cra"), la chiusura del ciclo di questa umanità primigenia perfetta, portatrice di caratteri ai quali Evola riserva il termine di "olimpici" (= simili agli dei) contrassegnati da "immutabilità e centralità".
I sopravvissuti della razza superiore nordica, detta anche ariana , contrassegnata da ethos vi-rile e spiritualità guerriera, si sarebbero successivamente incrociati con le razze del sud, che Evola denomina atlantico-australi, dominate da culti ginecocentrici, femminili e dionisiaci - verso i quali egli nutriva un sano disprezzo - introducendo in tal modo un clima di degenerazione nella purezza virile originaria. Effetto di questa prima "caduta" sarebbe stata la manifestazione di una "seconda razza" che si reggeva su un culto e su leggi affatto diverse.
Tuttavia i sopravvissuti al diluvio, chiamati i "Salvati dalle acque" - dove le acque rappresen-tano il caos, la dissoluzione del mondo - ovvero i grandi iniziati portatori di spiritualità uranica (= celeste) che non si erano mescolati alle razze degenerate, crearono centri tradizionali post-diluviali che fungeranno da poli di coagulo e di riferimento per una spiritualità superiore (la "Luce del Nord") in opposizione alle forze e ai processi involutivi che avrebbero ineluttabilmente condotto alle successive età. La permanenza di questi nuclei tradizionali che custodiscono il seme della Tradizione originaria, viene simboleggiata dagli "iniziati" con la festa del "Solstizio d'inverno", dove il sole, e con esso la luce che sembra cedere il passo alle tenebre, risorgerebbe pur sempre ad opera di un principio superiore.
Dove si vede che anche Evola, al pari di Guénon, abbraccia in pieno la visione ciclica del tempo, quella che riconduce alle quattro età del poeta greco Esiodo, al susseguirsi instancabile di un'età dell'oro, indi dell'argento, poi del bronzo [alla quale Esiodo aggiunge il ciclo degli eroi] per sfociare in quella del ferro; età rappresentate con una quadriga, un cocchio trainato da quattro cavalli dove l'azione dei singoli prevale a turno a simboleggiare le varie età.
Degno di menzione è il ciclo degli eroi che Esiodo colloca tra le due ultime età, del bronzo e del ferro, "stirpe celeste" che visse immediatamente prima dell'attuale umanità. In esso Evola fissa un momento di restaurazione della spiritualità solare del ciclo aureo artico prima del sopraggiungere della decadenza (il cosiddetto "avvento della quinta stirpe"), restaurazione che egli scorge concre-tizzarsi nella pratica della virilità olimpica del guerriero, il soggetto, per definizione, di quell'Azione posta a fondamento del suo percorso iniziatico.
Con tali criteri Evola si addentra nelle successive civiltà del bacino del Mediterraneo, le studia per parecchi anni e ne riemerge con la convinzione della sussistenza in esse di elementi originali della tradizione iperborea primordiale, che invece Guénon ritrova prevalentemente in Oriente. Fu così che Evola giunse a contrapporre alla Tradizione Primordiale, di provenienza soprattutto indiana, la "luminosa tradizione mediterranea" del ciclo ario-occidentale eroico, scostandosi dalla visione guénoniana, che, in fin dei conti, di originale gli aveva offerto soltanto il contesto, l'idea di una Tradizione Primordiale, da Evola prontamente "occidentalizzata".

Il culmine delle civiltà mediterranee, soprattutto egiziana e greca, che Evola, almeno in un primo momento , considerava protagoniste del ciclo eroico-uranio occidentale, ai suoi occhi è tut-tavia raggiunto solo da Roma .
È nell'ethos di Roma che egli, infatti, riscontra la concezione dell'imperium, nel doppio signi-ficato di ordine virile e di Impero (auctoritas), unito alla virtus civile, intesa come espressione di una virilità e coraggio sul modello di Catone, personaggio al quale egli riservava un'ammirazione incondizionata, e una dottrina dello Stato saldamente assiso sullo ius, perno e sostegno dell'universalità dell'ecumene romano. Il mos, infine, completava organicamente il quadro permet-tendo ad ogni religione, ad ogni etnia o tradizione, un'armoniosa collocazione nella superiore pax romana.
È la pax romana di Cesare Augusto, incarnazione dell'unità dei due poteri, regale e sacerdota-le, retaggio dell'antica regalità romana, che Evola non esita a collegare direttamente con quella pri-mordiale, iperborea .
Per Evola Roma in fondo non fu che l'ultimo tentativo riuscito della "razza dello spirito", tesa ad affermare la propria verità primordiale, di opporsi alle forze della disgregazione della "razza del corpo", come egli la chiamava, della materialità. Tali forze, simili a pietra che trascina al fondo, precipiteranno il ciclo verso il basso, verso la nera età del ferro.
E l'età nera, denuncia Evola, principia quando, sconosciuto e negletto, in una povera grotta di pastori del Vicino Oriente, regnante Augusto, nasce un poveraccio, un fuori-casta agli antipodi dell'appartenenza ad ogni élite religiosa tradizionale, un certo Gesù Cristo…
Qui principia lo iato rilevato sia dai cristiani che dai pagani, qui la Storia si spacca in due, e la paganitas si offusca sempre più fino a scomparire sotto i colpi di ariete della buona novella evange-lica diffusa in toto orbe in virtù e dell'assistenza soprannaturale e dell'intrinseca forza che accom-pagnano la Verità, che diventa irresistibile quando viene testimoniata dal sangue dei martiri.
Ma la visione di Julius Evola è ben lungi da questa.


La decadenza della civiltà tradizionale secondo Evola.

Per Evola fu dunque un affrettarsi, motus in fine velocior, verso l'abisso, trattenuto, a suo dire, in due soli momenti, entrambi collocati nell'Età di Mezzo tra la paganità antica e quella moderna: la Cavalleria e il Sacro Romano Impero.
Custodi dell'antica idea romana di ordinamento tradizionale col suo passato di eroismo e di gloria, ai suoi occhi erano rimasti soltanto i popoli germanici, tenacemente impermeabili nell'intimo alle idee dell'universalismo cristiano e fedeli invece a quelle tradizioni ancestrali guerriere teorizzate da Evola come apportatrici di quell'Azione eroica indispensabile per accedere agli stati sovrumani della realizzazione dell'Io assoluto.
Di qui la costante del suo ghibellinismo "teologico" e l'attenzione riservata allo spirito guer-riero dei popoli germanici, sentimenti che, ai tempi di Hitler, lo condurranno a stringere relazioni direttamente con Himmler, figura di punta del socialismo magico della gnosi nazista, e con i riservati cenacoli dell'Ahnenerbe (letteralmente: eredità degli antenati) e delle SS, promossi per riattualizzare le tradizioni nordiche della paganità primordiale ai cui fasti il popolo tedesco doveva rinascere nel nuovo Terzo Reich dei mille anni .
La Chiesa, nella visione evoliana, era quindi la parte avversa, l'insopprimibile anima guelfa contro la quale l'elemento germanico aveva dovuto combattere ad ogni occasione in difesa dell'idea imperiale e della paganità. Per Guénon, al contrario, la Tradizione cattolica aveva legittimamente soppiantato quella romana, essendo quest'ultima ormai degenerata, costituendosi anzi progressiva-mente come unico riferimento nel caos attuale del mondo moderno occidentale.
Con queste premesse parecchie posizioni evoliane diventano logiche e comprensibili: la sua avversione ai Comuni, ad esempio, visti come una fase di intenso oscuramento della gerarchia tra-dizionale da parte della nascente classe borghese, espressione storica dell'azione di forze centrifughe "sotterranee" tese a scardinare il monolitismo imperiale; o le nascenti nazioni, potentissimi motori per il definitivo allontanamento dalla stessa unità politico-sacrale.
Di qui il suo rifiuto delle temperie culturali che hanno favorito lo sviluppo di queste forze che Evola, mutuando il termine da Guénon, definisce 'antitradizionali', Rinascimento, Riforma, Rivolu-zione francese, Risorgimento, con tutti i moti e i rigurgiti rivoluzionari che hanno costellato l'Europa dell'Ottocento. L'unico Rinascimento autentico, proclama Evola, fu quello della civiltà medioevale, che nel Sacro Romano Impero e nella Cavalleria seppe far rivivere i fasti dell'Ellade eroico-olimpica e di Roma.
La regalità iniziatica, fondamento di ogni società tradizionale, col Rinascimento sarebbe a suo dire scomparsa qual fiume sotterraneo, affondando in particolari correnti segrete come quella degli Ermetisti e dei Rosacroce , in attesa di riemergere alla luce della nuova età dell'oro. Sappiamo che da queste correnti scaturì poi la massoneria cosiddetta speculativa, che Evola in quanto tale respinge, imputandole di avere soppiantato e invertito il contenuto del deposito iniziatico maturato nella precedente fase operativa. Per tale ragione l'odierna massoneria non sarebbe ai suoi occhi che il ri-flesso dell'azione concertata della casta dei mercanti, mutata in classe capitalista, onde favorire dapprima la rivoluzione borghese del Terzo Stato contro la regalità, e quindi l'infausto avvento della democrazia.
Non deve quindi sorprendere la sua esplicita denuncia - egli, che nell'Impero asburgico scor-geva l'ultimo vestigio ghibellino - del gesto rituale del neofita ammesso al grado dottrinale più ele-vato del Rito Scozzese Antico Accettato, il 30°, detto Cavaliere Kadosh (= puro, cataro), quando ritualmente colpisce con un pugnale la tiara e la corona, duplici simboli dell'autorità . Argomenta-zioni che tuttavia non offuscano minimamente la nostra convinzione che se anche Evola non fu, come pare, massone, fu senz'altro massonico, e al grado più elevato.
In realtà il giudizio di Evola sulla massoneria era più articolato: al pari di Guénon egli, infatti, non negava alla massoneria un carattere iniziatico, ma piuttosto la inquadrava riducendola ad "una forma particolare della tradizione esoterica" , un misto di simbolismo cristiano-romano che trar-rebbe valore solo dalla sua appartenenza all'amplissimo alveo della Tradizione Primordiale.
Evola credeva fermamente all'esistenza di centri di potere afferenti ad una "terza dimensio-ne", che egli definiva "sotterranea", operanti nell'ombra in senso 'antitradizionale', cioè - non lo si perda di vista - nel senso di un allontanamento dal Centro primordiale, dall'età dell'oro e delle per-fezioni originarie. Azione che egli denominava "guerra occulta" e, bisogna riconoscerlo, gli riuscì di esprimere osservazioni molto acute e interessanti, specialmente in ordine alle tattiche e alle modalità di aggressione condotte alla gerarchia, e quindi al corpo sociale, non ultima la constatazione del triste destino riservato dalla rivoluzione ai suoi figli. Protagonista di prima grandezza di quest'opera di sovversione era ai suoi occhi la massoneria moderna, "forza occulta della sovversione mondiale", tesa "a rovesciare ogni forma di autorità dall'alto":
"Nel grado in quistione (il 30° scozzese, N.d.R.), l'iniziato che abbatte le colonne del Tempio e calpesta la croce, essendo ammesso, dopo di ciò, al Mistero della scala ascendente e discendente con sette gradini, è colui che deve giurare vendetta e concretizzare ritualmente tale giuramento col colpire con un pugnale la Corona e la Tiara, cioè i simboli del doppio potere tradizionale, dell'autorità regale e di quella pontificale, esprimendo con ciò null'altro che il senso di quanto la massoneria come forza occulta della sovversione ha propiziato nel mondo moderno partendo dalla preparazione della Rivoluzione francese e dalla costituzione della democrazia americana e, passando per i moti del '48, giungendo fino alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione turca, alla rivoluzione di Spagna e altri analoghi avvenimenti" . Ciononostante, si presti attenzione che qui l'Evola non allude alla Tiara papale, bensì al "potere delle due spade", politico e religioso, conferiti all'alto iniziato; dice infatti altrove, parlando dei Rosacroce:
"[…] essi miravano a mandare in polvere il triplice diadema del Papa, rivendicando per se stessi una più alta 'ortodossia' e autorità spirituale… tale diadema è fra i simboli che propriamente si riferiscono al 'Re del Mondo' e alla sua funzione che per i Rosacroce il capo della Chiesa cattolica avrebbe usurpato" . Parimenti scoperte le sue posizioni anche quando egli tratta dell'Ordine Templare:
"[…] i Templari avevano un rito segreto a carattere autenticamente iniziatico. Come condi-zione per essere ammessi a questo rito […] si doveva abiurare la cristolatria. Il cavaliere aspirante alle gerarchie interne dell'Ordine doveva calpestare e oltraggiare il Crocefisso", in tal modo asseverando la propria superiorità ad ogni legge col portarsi "oltre una forma exoterica, semplicemente religioso-devozionale, di culto" . Ora, l'Ordine Templare fu quello che, secondo Evola, più si avvicinò, tra i vari ordini cavallereschi, alla "cavalleria spirituale del Graal", metafora per i "realizzati in vita". Se ne inferisce pertanto che il novello aspirante alla divinità dovrà necessariamente "calpestare la croce" e rinnegarla, a testimonianza della sua determinazione ad usurpare i cieli. Interessante saggio della natura delle forze che muovono dietro l'adepto, e conferma assai forte della contraddizione in termini della possibile esistenza di un esoterismo cristiano.

Totale e senza appello il rifiuto evoliano della democrazia moderna, considerata come figlia della massoneria e stadio fatale del rovesciamento ultimo dell'ordine tradizionale fondato sulle ca-ste, stadio che, nella visione evoliana, vede l'emergere e il predominio della classe dei mercanti, nel suo aspetto capitalistico delle ideologie liberali e democratiche, e quello della classe dei servi fon-data sull'uomo-massa nell'aspetto socialista.
Egli non visse certo da spettatore i fascismi europei, che salutò dapprima con favore per quan-to vi scorgeva di germi di possibile restaurazione in senso tradizionale, e quindi di rallentamento del processo in corso di regressione spirituale. In questo senso fu assertore del culto dell'uomo forte ca-talizzatore delle virtù guerriere di un popolo o della costituzione di Ordini politico-religiosi ispirati alle tradizioni più antiche. Quando fu evidente, invece, come nel fascismo italiano, che ai fasti della romanità venivano ad affiancarsi silenziosi accordi e compromessi con le forze estranee alla "tradi-zione", vale a dire con la Chiesa cattolica, accordi culminati del 1929 nella firma dei Patti Latera-nensi, la sua reazione fu violenta non risparmiando ad alcuno le sue più cocenti critiche.


Il mondo cavalleresco medioevale

Una parola meritano la concezione di Evola del Medioevo ghibellino e della Cavalleria in par-ticolare, che nella quadripartizione sociale feudale in servi, borghesia, nobiltà guerriera e rappresen-tanti dell'autorità spirituale, fa assurgere al vertice il re-sacerdote, in contrapposizione alla visione organica cattolica che da sempre ha proclamato il primato di Cristo sul mondo.
Il nostro autore sostiene che l'origine degli Ordini ascetico-cavallereschi sarebbe da ascrivere ad un riuscito tentativo di sopravvivenza delle forze pagane in ambiente a fortissime connotazioni cristiane: si sarebbe trattato, in altre parole, di celare sotto un linguaggio riservato, e sotto una litur-gia e una prassi iniziatica, i motivi eroico-olimpici tipici della Tradizione Primordiale, unica, vera fonte dei principî dell'onore, della fedeltà e della fierezza, tipici della Cavalleria.
Sappiamo tuttavia che non fu così: qualsiasi manuale di storia, anche laicista, attribuisce infatti allo spirito cristiano, e non a quello alto-germanico, il merito di avere temperato fin dai primi secoli dopo la caduta dell'Impero romano i costumi feroci dei popoli barbari. Fu la Chiesa che instillò loro i sentimenti di devozione e di onore, limitando i giorni di battaglia con la pace di Dio, imponendo di arrestarsi quando all'orizzonte, mentre inseguivano un nemico, fosse comparsa la torre di un monastero, operando contro le loro consuetudini e superstizioni. Fu ancora la Chiesa che, con quella straordinaria impresa europea che furono le Crociate, si adoperò per affinare lo spirito religioso di questi rudi e valorosi soldati e attenuarne la brutalità. Fu ancora la Chiesa che attraverso la cerimonia dell'investitura li vincolò ad un codice di cortesia, di lealtà e di obbedienza. Fu ancora la Chiesa che seppe suscitare la figura, fino ad allora sconosciuta, del monaco-guerriero che metteva a disposizione le sue capacità, quando non la sua stessa sua vita, in difesa dei pellegrini e dei luoghi della Terra-santa.
Splendide figure di cavalieri di valore indiscusso, permeati dell'ideale cristiano del servizio che testimoniavano con la croce sugli abiti, e che riusciranno, in condizioni spesso estreme, a tenere i Luoghi Santi contro il turco per quasi un secolo, fino alla caduta della fortezza di S. Giovanni d'Acri del 1291.
Evola si scosta da tali fatti evidenti asserendo invece che il mondo cavalleresco fu solo "no-minalmente cristiano" e che in realtà fosse un proprio della cavalleria l'affermazione di ideali pagani tipici dell'etica aria, ideali che avrebbero contrapposto :
- l'eroe al santo (ma solo se manca la fede non si vede che il santo è un eroe)
- il vincitore al martire (ma solo se manca la fede non si vede che il martire è un vincitore)
- la fedeltà e l'onore alla caritas e all'umiltà (ma solo se manca la fede non si vede che l'amore di Dio è suscitatore di anime, anche guerriere, generose e fedeli)
- viltà e onta quali mali maggiori del peccato (ma solo se manca la fede non si vede che la viltà e l'onta sono gravi peccati).
Ideali, ricorda l'Evola, che tendevano ad escludere dalle proprie fila chi si fosse attenuto lette-ralmente al precetto cristiano del "non uccidere".
A tale riguardo va ricordato che la Chiesa, fino al Vaticano II, ha sempre teorizzato la pena di morte per i delitti più gravi, nonché la guerra giusta, restringendo e codificando i casi nei quali è le-cito uccidere, e questo soprattutto in tempi quando la vita umana era assai poco considerata. Il sor-gere degli Ordini dei monaci-guerrieri in Terrasanta, fortemente voluto dalla Chiesa, fu oltre tutto una testimonianza di saggezza evangelica, che, pur predicando il perdono, esige che siano impugnate le armi per difendere il prossimo ingiustamente aggredito e la stessa civiltà cristiana.


Lettura esoterica della cavalleria medioevale: Evola e il ciclo del Graal

Il senso attribuito da iniziati come Evola ai racconti cavallereschi e alle saghe medioevali non può pertanto che essere unicamente di natura simbolica e iniziatica: il ciclo del Graal e dei cavalieri della Tavola Rotonda, ad esempio, non costituirebbero che allegorie dell'itinerario iniziatico, di un percorso irto di rischi ed ostacoli che l'adepto deve superare per passare dalla sua condizione umana alla "realizzazione" trascendente.
Evola spiega che tali racconti, spesso composti di avventure tra loro slegate, moventi in un clima fantastico al di fuori da ogni categoria temporale, "riportano a pochi motivi, compresi i quali chi legge questi romanzi non trova alla fine che una ripetizione interminabile nelle forme più varie" . Si tratta essenzialmente del tema della ricerca di un "centro" misterioso, da raggiungere mediante la ricerca di una "prova" e la percorrenza di un itinerario di "conquista spirituale". A questi motivi spesso si affianca quello della "successione o restaurazione" regale con caratteri anche di azione "vendicatrice e risanatrice" .
Il "Graal" è descritto come "simbolo di quel che è andato perduto e che deve essere ritrova-to" , è "la Rivelazione interiore della Sapienza divina" . Tratto da una pietra che ornava il diadema di Lucifero, secondo la leggenda il Graal cadde sulla terra quando venne colpito dalla spada di San Michele, "che (il Graal, N.d.R.) le sue schiere in una specie di 'rivincita degli angeli' cercarono di riconquistare" . Altrove è precisato come "i testi del Graal diano frequentemente e apertamente sotto la forma della tentazione della donna (la sapienza divina, la seduzione della potenza e della conoscenza trascendente, N.d.R.) la tentazione stessa di Lucifero" .
Da questa gemma sarebbe stata ricavata la coppa per raccogliere il sangue sgorgato dal costato di Cristo quando venne colpito dal colpo di lancia infertogli dal soldato romano, sangue che agli occhi degli iniziati simboleggia il "principio rigeneratore". Il Graal diventa perciò la coppa che è "dimora dell'immortalità" . Il Graal sarebbe stato affidato ad Adamo (l'uomo perfetto primordiale) nel Paradiso terrestre (o "Centro del Mondo" o terra iperborea dell'età dell'oro), che tuttavia gli fu sottratto al momento della sua caduta.
La leggenda narra che Giuseppe d'Arimatea "nobile cavaliere pagano" si sarebbe incaricato di trasferirlo con mezzi sovrannaturali ("camminando sulle acque") nell'isola di Avallon, l'Isola Bianca degli iperborei, il Montsalvat ("Monte della salvezza") delle leggende del Graal, figurazione che coincide anche con il Paradiso terrestre biblico, Centro primordiale di perfezione e deposito del sa-pere unico, immutabile. Di questo sangue la leggenda esalta le virtù vivificanti, la sua capacità di "rinnovare e prolungare sovrannaturalmente la vita", di fornire un cibo inesauribile, di "indurre una forza di vittoria e dominazione", dove - in realtà - ritorna nuovamente il tema dei poteri sovrannatu-rali acquisiti dall'alto iniziato.
Il Graal è "pietra di fondamento", non priva tuttavia di un suo lato terribile e distruttivo riser-vato a colui che non possiede "la qualificazione adeguata", che "non sappia passare a forme superiori di coscienza, ad altri stati dell'essere" .
Il "Regno del Graal" è l'equivalente del regno del Prete Gianni, della greca Thule, della mitica terra bianca di Avallon, è "la manifestazione dello stesso 'Re del Mondo' nell'Impero medioevale", il riannodamento a quella Tradizione Primordiale celebrata come fonte di ogni perfezione.
Naturale, quindi, che "la ricerca del Graal" sia assunta come simbolo del percorso iniziatico e che il protagonista, sia esso re Artur o l'eroe Parsifal, venga di volta in volta descritto come il "re ferito o paralizzato", a capo di un regno decaduto, o come "figlio di una Vedova", a rappresentare la Tradizione Primordiale, l'età dell'oro, "rimasta sola", da restaurare.

La Tavola Rotonda di re Artur (lo stesso Artur è nome "polare", che Evola fa derivare da ar-thos, orso in celtico, termine che si richiama all'Orsa Maggiore, e quindi alle terre iperboree del nord) diventa così immagine dell'universo (il ciclo dello zodiaco), e i dodici cavalieri che vi siedono "sono altrettanti rappresentanti del potere centrale ordinatore". Un tredicesimo posto rimane vacante alla Tavola Rotonda, il "posto pericoloso", riservato al "Re del Mondo", al guerriero senza macchia e senza paura che restaurerà il regno decaduto di Artur. Ed è quest'ultima figura il vero sovrano, l'adepto che incrollabilmente opera per la restaurazione della purezza delle origini, archetipo dell'uomo reintegrato col Centro del mondo, colui che si assiderà alla Tavola Rotonda, dove la qua-lificazione sacerdotale dovrà coesistere assieme a quella guerriera e regale.
Uno dei racconti della Tavola Rotonda narra che Artur, "dominatore universale invisibile", viene ferito a morte mentre tenta di riappropriarsi di Ginevra, la sua Donna, ovvero della conoscenza trascendente, ingiustamente usurpata mentre attendeva a conquistare il mondo. Quasi morto, Artur viene trasportato in Avallon, dove sopravvive e ancora risiede: i suoi fedeli (= gli iniziati, "coloro che sono" e "che possono") da allora attendono il suo ritorno, attendono che la "Terra Desolata", l' "Albero Secco", simbolo del periodo di decadenza, metta le foglie per trasformarsi in quell' "Albero della Vita", conosciuto anche come Asse del Mondo o Albero Cosmico, dal quale sgorga "la rugiada", "l'acqua di vita" o "cibo perenne".
In un altro racconto ritorna anche il tema del momento del rifiuto di Dio. Il cavaliere Parsifal accusa Dio di averlo tradito per non averlo assistito fino alla conquista del Graal. Egli dunque si ri-bella e nella sua collera dice al compagno: "…quando verrà il momento di combattere, che a pro-teggerti sia il pensiero di una donna (sottinteso: non di Dio, N.d.R.)" […] "ed egli, così staccato da Dio, evitando chiese… finisce … col conseguire egualmente la gloria…" .
Un accenno meritano i significati attribuiti ai simboli esoterici più ricorrenti nei racconti favo-losi delle gesta dei cavalieri. La lancia, simbolo per eccellenza nel Medioevo dell'Impero, è assimi-lata allo scettro del re. Manifestazione di regalità, dove essa tocca fa scorrere il sangue, vale a dire il principio rigenerante, solare. La lancia del Graal diventa così il simbolo del dominio universale. Alla lancia si attribuisce l'ulteriore significato, essa "ricorda una vendetta che il predestinato deve compiere: solo allora si avrà, insieme al compimento del mistero, la pace, la fine dello stato critico di un regno". Fuor di metafora: l'auspicato ritorno della paganitas e l'auspicato, irreversibile, scal-zamento (la vendetta) del cristianesimo.
La spada è immagine di una potenza spirituale rivolta verso nemici invisibili che sbarrano il cammino all'iniziando, espressione della durezza della conquista alla quale l'eroe si sottopone, nel tentativo di violare l'inaccessibilità del castello, rappresentato anche come palazzo reale fortificato, o Montsalvat, la dimora della sapienza divina, che assume talvolta l'immagine di una terra invisibile, talaltra di montagna selvaggia da ascendere o remota regione sotterranea cui accedere. Il ferro della spada è indice della determinazione, della pura volontà dell'iniziato a sublimarsi, a rendersi diverso dagli altri uomini, mediante l'unione dei principî spirituali (l'asse verticale della spada) e della materialità (asse orizzontale).
Con la spada l'eroe uccide il drago, emblema esoterico del disordine e dell'anarchia interiore da superare, condizione indispensabile per accedere alla divina trascendenza. La spada spezzata è invece indice della trascendenza perduta, languente allo stato occulto sotto le sembianze umane, spada della quale l'eroe, fidando nelle sue qualifiche superiori - e talora con l'aiuto di un fabbro dai tratti divini - deve rinsaldare i tronconi, riforgiandoli assieme, una volta giunto al fatidico castello . Il potere delle due spade, sacerdotale e regale, converge allora nella figura dell'eroe assurto a Ponti-fex, figura che risolve "la tragedia del re ferito o paralizzato", ripristinando la tradizione solare dell'Impero.
Il re pescatore è colui che, in riferimento alla pesca miracolosa, "conoscerà il Graal e sarà co-sciente della funzione di esso e dei suoi benefici" che su di lui si riverseranno". […] "Da qui, l'altro aspetto dello stesso simbolismo, il re pescatore come 'cercatore di uomini', di uomini in senso emi-nente, di esseri qualificati" . Il richiamo a Pietro, pescatore di uomini, e quindi al Papa, è qui tra-sparente. Potremmo anche dire che l'iniziato, "il re pescatore", si annuncia come l'Antipietro a capo di una Controchiesa esoterica aperta non a tutti, ma solo agli "eletti", ai veri uomini capaci di ini-ziazione.
Il cigno bianco dei racconti epici cavallereschi, rappresenta la luce, il Sole degli iperborei. Esso tira il carro alato di Apollo, dio dell'età dell'oro. Al cigno, simbolo della castità ascetica indi-spensabile per tentare l'impresa eroica del ritrovamento del Graal, è affidato di condurre il figlio di Parsifal, Lohengrin, cavaliere puro e senza macchia, nella terra del Graal: dove, una volta di più, si può cogliere l'esattezza dell'assunto di Evola quando afferma che questi racconti "riportano a pochi motivi, compresi i quali chi legge questi romanzi non trova alla fine che una ripetizione interminabile nelle forme più varie".




Ancora su "Rivolta contro il mondo moderno"

L'ultima parte di "Rivolta contro il mondo moderno" non contiene che logiche conseguenze delle premesse dottrinali del nostro autore. Esse riportano tutto indietro verso una somma sapienza iniziale, a un uomo perfetto e completo in se stesso. La condanna, ad esempio, delle dottrine evolu-zionistiche e materialistiche si motiva con la loro natura di mere suggestioni indotte dai centri anti-tradizionali, per far distogliere lo sguardo dalle radiose origini dell'umanità e quindi per fiaccare ogni volontà tesa verso un possibile ritorno nella loro direzione. L'evoluzione darwiniana ai suoi occhi non è che "la professione di fede del parvenu" che rifiuta ogni origine superiore trasferendo il suo personale percorso all'umanità tutta intera, in un artificioso scaturire del più dal meno, dell'alto dal basso in una visione semplificante e generalizzatrice che non si arresta né di fronte al ridicolo, né all'assurdo. Egli stigmatizza, a ragione, proposizioni come le seguenti:
- la civiltà proviene dalla barbarie
- la religione dalla superstizione
- l'uomo dalla bestia
- il pensiero dalla materia
- ogni forma spirituale dalla sublimazione degli istinti, e simili tristi amenità assunte come realtà spirituali e scientifiche assodate.
Interessanti anche alcuni giudizi su attività giudicate ampiamente positive nella società odier-na, lo sport, ad esempio, parificato da Evola ad un lavoro a vuoto, nulla più di un'espressione della religione dell'operaio .
Contrariamente a quanto credono coloro che parlano di un Evola teorico del fascismo, va ri-cordato che egli non fu mai iscritto al P.N.F., ma ebbe in sommo disprezzo ogni nazionalismo, che riteneva anzi assai pernicioso per quanto vi scorgeva di assolutizzazione di quella forma deteriore e disgregatrice dell'unità primitiva che è la nazione.
Infatti, pur essendosi servito del fascismo, evitando di andarsene sbattendo la porta come fece il Reghini quando Mussolini mostrò chiaramente di non cercare in alcun modo una rottura con la Chiesa, Evola non risparmiò aspre censure ai nazionalismi, denunciando la loro azione sulle masse, con azione tendente a sfruttare miti e suggestioni atte a galvanizzarle onde risvegliare in esse istinti elementari, ricorrendo persino all'adulazione con "prospettive e fisime di primato, di esclusivismo, di potenza" . Il riferimento al fascismo era trasparente.
Del pari egli considerava la patria, "una superstizione" di cui serve tosto "sbarazzarsi" per so-stituirvi il Capo, il Dominatore assoluto, colui che possa dire: "La nazione, lo stato sono Io" .
Nel periodo dell'equilibrio bipolare USA-URSS, allora divise in blocchi (siamo alla fine degli anni Sessanta, alla quarta edizione del suo "Rivolta contro il mondo moderno" , da lui stesso pre-fata) Evola le considerava come meri esponenti sovrannazionali rispettivamente del Quarto e del Terzo Stato, come soggetti di un'unica azione convergente, "due espressioni diverse di una cosa u-nica" .
Il teorizzatore dell'azione nella sua espressione più pura, non poteva naturalmente concludere la sua opera centrale senza lasciare consegne precise a coloro che, mettendosi alla sua sequela, si sarebbero presto scontrati con la realtà fattuale del mondo. Come agire, come atteggiarsi di fronte alla modernità che tutto travolge e trascina verso il vortice distruttivo dell'età nera?
Evola dà tre indicazioni per "tenersi in piedi in un mondo di rovine" :

1. un'indicazione di speranza: esistono ancora custodi della tradizione, che vegliano in inco-gnito affinché non siano perduti i contatti tra mondo e "sovramondo". La loro funzione è quella di testimoniare con la loro presenza la certezza della novella età dell'oro veniente;
2. un'indicazione operativa rivolta a chi sa, a colui che è già iniziato: raggiungere, orientare chi ha bisogno di "liberazione", intesa come insofferenza invincibile per il proprio stato decaduto e la propria posizione nel mondo moderno. Orientare nel significato di iniziare coloro che volessero praticare la "difesa interna", volessero "rendere assoluta la loro vo-lontà", ovvero, fuor di metafora, diventare essi stessi divinità onde "rendere ben visibili i valori della verità" ;
3. un'indicazione operativa estrema: accelerare con ogni mezzo, inclusi "i processi più di-struttivi dell'era moderna", la conclusione del ciclo destabilizzando la società in modo di bruciare i tempi della sua dissoluzione . Per il ruolo dell'iniziato in questo frangente Evola adotta l'immagine, mutuata dal mondo estremo-orientale, di colui che "cavalca la tigre". Un detto che esprime l'idea "che se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma, non scendendo, mantenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione" . E "Cavalcare la tigre" sarà pure il titolo dell'ultima sintesi del suo pensiero (1961) tesa a fornire gli orientamenti esistenziali "per un'epoca della dissoluzione", essenzialmente un rifiuto e una negazione irrevocabili del mondo moderno e dei suoi valori. Non può neanche sorprendere che simili teorie, strettamente consequenziali ad una visione circolare, ciclica, della storia, avessero potuto attecchire nel mondo politico della destra radicale europea, dove alcuni, specie dopo i conati rivoluzionari del famoso Sessantotto, si fecero addirittura assertori di un'unità con gruppi dell'ultrasinistra nel quadro della comune lotta per distruggere il sistema politico.


Imperialismo pagano

È il titolo di un articolo che uno dei maestri di Evola, Arturo Reghini, scrisse ancor prima della guerra del 1914. Evola lo sviluppò in un'opera che vide la luce nel 1928 presso la casa editrice Atanòr del "fratello" Ciro Alvi. In essa la sua posizione nei riguardi del cristianesimo appare franca, netta e decisa. Fu la risposta alle critiche, mossegli dal fascismo, di coltivare sentimenti anticattolici.
In questo libro la contrapposizione col cristianesimo è totale, indiscutibile. Evola fa riecheg-giare, amplificandolo, Nietzsche, quando, proclamandosi iperboreo, nel suo famoso "Anticristo", dichiarava essere il cristianesimo la religione dei deboli, degli schiavi, dei rinunciatari, concludendo con queste parole:
"[…] Definisco il cristianesimo l'unica grande maledizione, l'unica grande e più intima de-pravazione, l'unico grande istinto della vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, furtivo, sotterraneo, meschino - lo definisco l'unica macchia di infamia dell'umanità" .
Evola a sua volta non usa mezzi termini. Descrivendo la concezione cristiana dell'al di là la bolla come:
"[…] l'allucinazione di un altro mondo… il bisogno di evasione dei falliti, dei reietti, dei ma-ledetti, di coloro che sono impotenti ad assumere e volere la realtà loro" […] "oscura realtà (che) avvampò dai bassifondi dell'Impero, sotto la predicazione del Galileo, e fu il mito per la grande ri-volta degli schiavi, per l'ondata frenetica da cui Roma pagana fu sommersa" . Lo stesso Signore Gesù "non è il tipo di un Dio", anzi non fu che un "demagogo seminiziato e rivoluzionario, finito sulla croce" .
Al cristianesimo, "sporca nebbia esalata dalla terra, che ha precluso la visione dei cieli" , Evola rinfaccia la sua condanna di ogni forma di "virilità", che esso al contrario considera sterile orgoglio, la predicazione del servizio agli ultimi, il richiamo costante all'umiltà, alla fratellanza (l'amore cristiano, dice Evola, è "molle vischio" ), ma soprattutto la ferma condanna che esso pro-nuncia contro ogni forma di esoterismo, contro ogni possibilità di una via personale di realizzazione sganciata dall'azione della grazia, ponendo in tal modo una pregiudiziale inamovibile a qualsiasi percorso iniziatico . Alla religione e alla morale Evola oppone l'iniziazione, alla tecnica e alla scienza la magia , al santo cristiano la serenità olimpica, serafica e divina, dell'alto iniziato.

Tutto è grazia, dice il cristiano; Dio sono Io, risponde l'iniziato, Deus meumque jus, recita la divisa del 33° grado del Rito Scozzese. L'iniziato, l'individualità d'eccezione, sottolinea Evola, è
"[…] un essere, che per interiore superiorità .. si attua… come determinatore della legge" […] "senza riconoscere a nessuno il diritto di dare una sanzione alla sua legge, che non è legge perché è giusta, ma che è giusta perché è legge e sua legge." .
Ed ecco l'atto di fede di Evola, l'atto di fede degno di un grande iniziato:
"[…] noi professiamo e difendiamo… la fredda, positiva, dura scienza e potenza dell'iniziazione, della magia, della realizzazione pagana."
"[…] il mondo va deterso, va restituito allo stato precristiano … in quello stato in cui non esi-stono "cose" e non esistono "forme", ma poteri; in cui la vita è una vicenda eroica in ogni istante, fatta di atti, di simboli, di comandi, di gesti magici e rituali…"
"Questa è la nostra verità, e questa è la soglia della grande liberazione: la cessazione della fede, la liberazione del mondo da Dio. Nessun "cielo" graviterà più sulla terra, nessuna "prov-videnza", nessuna "ragione", nessun "bene" e "male", larve di allucinati, pallide evasioni di pallide anime" (corsivi originali, N.d.R.) .
"Nostro Dio può essere quello aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizî che si prega in piedi e a fronte alta, e si porta alla testa delle legioni vittoriose - non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo" .
Concetti questi che Evola allarga alle riviste più prestigiose del regime, come Vita nova, rivista nel 1930 diretta dall'allora ministro dell'Interno Leandro Arpinati, Il Lavoro d'Italia, La Critica fascista, controllata dal suo ex compagno d'arme, il gerarca fascista e intellettuale massone Giuseppe Bottai, e successivamente a La Vita italiana, sulla quale talora scriveva sotto gli pseudonimi di Arthos e Gherardo Maffei e ancor più tardi al suo Diorama filosofico, prestigiosa rubrica che Evola teneva sul Regime Fascista del "fratello" Farinacci , il "ras" di Cremona che si giovò spesso anche della penna del Guénon.
La reazione cattolica di allora non si fece attendere: sia pure con toni a momenti quasi isterici, ma con una franchezza oggi assolutamente desueta, la Revue Internationale des Sociétés Secrètes, del benemerito mons. Jouin , passava all'attacco definendo Evola "un satanista italiano", "un a-gente provocatore dell'inferno", "agente della supermassoneria cabalista", uomo che non crede al diavolo, che "tuttavia… parla esattamente come un posseduto, vittima incosciente può darsi, ma certa, di colui di cui nega l'esistenza" .

La posizione di Evola sul cristianesimo si sarebbe, stando ai suoi sostenitori, successivamente ammorbidita, spuntando i toni aspri e decisi della prima ora. In realtà anche nella sua opera più ma-tura "Rivolta contro il mondo moderno", dove Evola aveva sì lavorato a molte rettifiche, i toni si smorzano, ma la sostanza non cambia. Del cristianesimo, assieme al cattolicesimo, denuncia il "ca-rattere sovvertitore", ricordando che "fece leva sulla parte irrazionale dell'essere", costituendo, in ultima analisi, una caduta che "realizzò una speciale forma di devirilizzazione che è propria dei cicli di tipo lunare-sacerdotale", ossia femminili e, perciò, deteriori.
Nel cristianesimo "sono state universalizzate, rese esclusive ed esaltate la via, la verità e l'atteggiamento che convengono soltanto ad un tipo umano inferiore - statuisce Evola - o a quegli strati bassi di una società per la quale furono concepite le forme exoteriche della Tradizione: il che è uno dei segni caratteristici del clima dell'età 'oscura', del Kali-Yuga".
Col "date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio" i cristiani "attaccavano diret-tamente il concetto della sovranità tradizionale e quell'unità dei due poteri che formalmente in Roma imperiale si era ricostituita… Proprio in questo punto il contrasto fra idea cristiana e idea romana sboccò in aperto conflitto" .
Evola riconosce apertamente che Tradizione in senso iniziatico, quella Primordiale per inten-derci, e Tradizione cristiana non coincidono .
Più allusivo ancora l'accostamento della figura di Cristo all'asino:
"Chi considera - dice Evola - le testimonianze enigmatiche dei simboli, non può non essere colpito dalla parte che nel mito di Gesù ha il motivo dell'asino. Non solo l'asino figura presso la na-scita di Gesù, ma è su un asino che la Vergine e il fanciullo divino fuggono e, soprattutto, l'asino è la cavalcatura del Cristo nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme. Ora, l'asino è un simbolo tradi-zionale per una forza 'infera' di dissoluzione" , un animale "tradizionalmente associato alle forze 'demoniche' e antisolari" .
Affermazione bifronte, che se da un lato lascerebbe pensare ad un riconoscimento delle qualità divine di Cristo che, cavalcando l'asino, s'impone sulle forze 'infere', dà adito a ben altra inter-pretazione se collegata alle considerazioni del Pontifex Maximus della massoneria Albert Pike quando scrive: "[…] i pagani accusavano i cristiani di adorare un asino" e, rifacendosi ai giudei sa-maritani, aggiunge che "Thartac, il dio rappresentato da un libro, un mantello e una testa d'asino, era il dio della superstizione" .
Ciò permette di sfiorare almeno il problema dei simboli, i quali, mentre nel cristianesimo si prestano ad una interpretazione univoca, presso gli iniziati - ovvero presso coloro che, dismessa la ragione per necessità dichiaratamente superiori, si affidano alla sola intuizione - possono tranquil-lamente presentare molteplici significati, tra loro anche contraddittori. Lo afferma Evola stesso quando osserva che "carattere essenziale del mito e del simbolo è il loro essere mezzi possibili d'espressione per molteplici significati da separare ordinatamente e da ricondurre caso per caso a varie linee mediante adeguate interpretazioni" ; lo ribadisce Oswald Wirth, 33° grado del Rito Scozzese, autore che nel mondo massonico fa autorità, quando dice che bisogna abituarsi alla stra-nezza dei simboli "che si esprimono a modo loro" e sono contraddittori, avvertendo che se ci la-sciamo intimorire da ciò non diventeremo (ahinoi!) mai degli iniziati .
Non possiamo concludere questa parte senza soffermarci sul blasfemo accostamento di Evola del cuore della stessa Messa cattolica, la transustanziazione, ai riti pagani fondati sulla magia sessu-ale orgiastica per i quali nella donna ad un certo momento si incarnerebbe la divinità, incarnazione che egli asserisce determinata "da un clima magico-rituale… sul tipo della stessa messa cristiana […] negli stessi termini per cui nel cattolicesimo si parla della presenza reale della divinità nelle ostie" .
Rimane il dogma, la barriera che la Chiesa ha eretto di fronte alla superbia umana e che Evola, richiamandosi a Guénon, tende piuttosto invece a presentare in chiave strumentale, atto a tenere "strettamente in tutela" coloro che avrebbero tendenza "a divagare". L'iniziato, invece, che "conosce qualcosa in via di immediata evidenza, non ha bisogno di "credere", poiché egli "sa", ed è infatti libero. E si trova al di là del dogma […]" , e quindi se ne inferisce, una volta ancora, che l'iniziato della Tradizione Primordiale coincide con Dio stesso.


Conclusione

Allora: "Gli uomini e le rovine" o, piuttosto: "Gli uomini e le rovine di Evola"?
Chi fu Evola? Un alto iniziato? Un sognatore? Un agente più o meno consapevole della mas-soneria, o magari della CIA ? Un titano solitario che poderosamente ha voluto ergersi in faccia al mondo moderno per frenarne la caduta? Un sincero ricercatore delle verità immutabili sull'uomo? Un avventuriero dello spirito?
Le dimensioni modeste di questo saggio non consentono di sviscerare l'opera di Evola quan-do, infatti, molti sono gli argomenti ivi neppure menzionati, come taluni significativi tratti biografi-ci : la menomazione permanente, effetto di un bombardamento nel 1945, a Vienna, dove pare che Evola si fosse recato per studiare una certa documentazione sulle società segrete, i suoi rapporti con personaggi importanti dell'epoca, ecc.. Non possiamo tuttavia esimerci dal constatare col Giacoppo, che "contro il pensiero moderno, contro il suo irrealismo allucinatorio, contro la sua boria omicida, le sue idee fisse, le sue nevrosi, Evola non si scaglia che per ironia, giacché (egli) assume come base una delle sue più discutibili e perniciose enunciazioni teoretiche", con chiarissima allusione al superomismo, al rifiuto di sottomissione dell'intelligenza a Dio .
Va inoltre rilevato che Evola, con la sua società castale, con il suo richiamarsi a Shiva, a Durga, Kali, al tantrismo, finisce in realtà per essere, nonostante i toni solenni e profetici, al pari dei vari Schopenhauer, Nietzsche o Guénon, un induista gnosticizzato di complemento, dove non si capisce cosa ci sia di specifico nella sua proclamata tradizione occidentale, mutuata appunto dall'induismo persino nel vocabolario, con una vernice di romanità puramente nominale.

Rimane un fatto. Il suo porsi controcorrente, il suo argomentare virile, il suo chiamare a rac-colta in modo diretto in un mondo che sta cadendo a pezzi, rinunciando all'uso del linguaggio ini-ziatico e delle dotte disquisizioni di un Guénon, un chiamare a raccolta fatto per di più in termini corruschi ed essenziali, col tratto di chi domina la collina appena conquistata in combattimento, coinvolge e stimola. E questo è ben più vero se si disgiungono i singoli argomenti dalle vere fonti alle quali egli si è abbeverato e intende ricondurre chiunque non voglia rimanere solo orecchiante.
Il criterio cattolico Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu vale tuttavia sem-pre. Il Signore ci ha insegnato a discriminare e S. Paolo ci ripete di esaminare tutto, ma trattenere solo quanto giova all'anima nostra. In Evola di defectus c'è molto, anzi tutto l'essenziale: dal ricorso alla magia al tentativo di usurpazione dei Cieli.
Se ci arrestassimo alle parole, ai singoli fatti, dovremmo ammettere talora di essere evoliani. Come non fare nostra, ad esempio, la definizione di demonìa dell'economia, quella specie di ipnosi che riconduce ogni aspetto della vita individuale e sociale all'economia, all'interesse diretto frutto esasperato del riduttivismo morale tipico dello spirito mercantile?
Come può un giovane, che non sia una melanzana, non percepire qualcosa di affine che gli vibra dentro, quando sente ragionare di sentimenti di onore, di obbedienza, di fedeltà, di relazioni chiare e nette fra uomo e uomo? O si sente ricordare che le qualità di un uomo "si destano in un clima duro, perfino di indigenza e di ingiustizia… dal quale viene messo alla prova, mentre intristi-scono quando all'animale umano viene assicurato un massimo di vita comoda e sicura e l'equa parte di un benessere e di una felicità da bestiame bovino"? quando gli basta affacciarsi alla finestra per cogliere il clima di sfacelo, di quotidiano disorientamento, di noia, se non peggio, che lo circonda?
Come può non riconoscere la profonda attualità insita nelle proposizioni evoliane che rilevano, ad esempio, l'intrinseca avversione della democrazia per il mondo militare, democrazia che l'Evola associa "al pacifismo ipocrita e alla pretesa di legittimare la "guerra giusta" unicamente nei termini di una necessaria operazione internazionale di polizia contro un 'aggressore' ", e ciò trent'anni prima che lo stesso giovane vivesse il cumulo di ripugnanti e ripetute menzogne che ha accompagnato una guerra di questo tipo, quella del Kosovo?
Avversione e lotta, in realtà, dirette contro i valori che il mondo militare sottende (o forse: sottendeva), valori di spirito di sacrificio disinteressato, di alta moralità, di resistenza al sopruso, di fattiva solidarietà nella sventura, valori tutti insopportabili ai suscitatori tenebrosi delle folle di schiavi e ai mercanti della globalizzazione.

Ma la manovra è sottile e sfuggente, poiché il vero Evola non è quello delle opere essoteriche del tipo "Gli uomini e le rovine", "Cavalcare la tigre" o "L'arco e la clava" , riservate al recluta-mento dei gradi inferiori, dei portatori d'acqua. Evola era cabalista, e quindi mago, teosofo, e quindi a conoscenza di ogni risvolto delle dottrine esoteriche, nemico giurato del cattolicesimo fino all'ultimo, come dimostra la cocente risposta inflitta ad un sacerdote condottogli da un amico, che lo invitava - egli che era paralizzato dalla cintola in giù - ad un viaggio della speranza a Lourdes .
Ciò che possiamo con certezza sostenere è che gli Evola, i Guénon, hanno fatto il loro proprio gioco, e l'hanno fatto bene, da veri maestri della sovversione anticristiana, risvegliando con la loro opera la memoria di una Tradizione Primordiale spuria, e ad essa riconducendo ogni loro sforzo, mentre la memoria dell'unica Tradizione vera, quella cattolica, giace da troppo tempo obnubilata e languente. E non possiamo non denunciare che questa società materialista istupidita, bestializzata, è precisamente il frutto della secolare manovra di quei circoli gnostici, genericamente riferibili alla frammassoneria, che hanno scristianizzato la società con le loro rivoluzioni, le loro ideologie e i loro partiti. Ed Evola è pienamente uno gnostico, e anzi uno gnostico di alto livello.
Se la Tradizione Cattolica potesse nuovamente risplendere vedremmo di cosa sarebbe capace lo spirito cattolico, lo stesso che albergava nel genio militare di un Eugenio di Savoia, per non parlare delle fulgide figure di Marc'Antonio Bragadin, dell'intrepido cappuccino Marco d'Aviano, del roccioso Andreas Hofer, o del coraggio sovrannaturale che mosse al martirio gente di ferro, inqua-drata in un codice di disciplina e di onore come la Legione Tebea, o della determinazione di quei missionari che, pur nella certezza della morte che li attendeva, non esitarono a gettarsi nella mischia, armati della sola fede e delle preghiere dei buoni, perché il tirarsi indietro sarebbe stato indegno dell'esempio offerto dal loro Maestro… altro che religione della rinuncia e degli schiavi!


* * *


Aggiunta.

Qui si arresta questo breve studio, ma altre considerazioni, di stringente attualità, solo appa-rentemente slegate dal tema trattato, s'impongono.
Non ci accorgiamo, amici, che l'odierna babele New Age si nutre proprio di dottrine simili a quelle professate da Guénon e da Evola? Che pochi, pochissimi reggitori occulti stanno conducendo a rapida fine, umanamente parlando, la civitas Dei? Che la lotta di costoro, come quella dei Guénon e degli Evola è, in ultima analisi, solo contro Cristo?
E mentre tra le nostre schiere taluni vanno inseguendo le paganeggianti sirene delle "profon-dità" del pensiero spurio, la Turchia - notizia recente - verrà presto ammessa in Europa portando con sé 200 milioni di potenziali cittadini musulmani turcofoni ai quali intende concedere la cittadi-nanza , e che, per tanto, diverranno cittadini europei a tutti gli effetti, una legione che per espressa intenzione dei loro capi condurrà all'estinzione la Cristianità.
In pochissimi anni ciascuno potrà constatare quanto di vero contengano queste affermazioni.
Dobbiamo renderci conto che le moschee in Germania sono ormai duemila e già un migliaio sia in Francia che in Gran Bretagna. Ora, la moschea per il musulmano non è solo luogo di culto e di preghiera, come la chiesa per noi: essa costituisce un punto di aggregazione, di rafforzamento della propria identità, di giudizio sulla società e di rivisitazione di quanto accade alla luce del Corano, quando non di trasmissione di ordini di tipo politico, come sottolinea il p. Samir, gesuita della Saint Joseph University di Beirut, profondo conoscitore in campo cattolico del mondo musulmano .

Apprendiamo che in Francia il numero dei cattolici praticanti è ormai pari a quello dei mu-sulmani, che spesso pregano nelle chiese, ormai vuote, messe a loro disposizione dal clero cattolico , grazie al cedimento e alla viltà di una gerarchia non più tale. Lo stesso p. Samir ricorda che per il seguace dell'Islam il luogo dove egli ha pregato ai suoi occhi diventa sacro, e tale rimane per sempre.
A fortiori è quindi comprensibile che ci beffeggino: "se ci svendete le vostre chiese vuol dire che la vostra religione in realtà non vale nulla e che la nostra è l'unica vera". E potrebbero aggiun-gere: "mai nei nostri paesi ammetteremmo l'edificazione non di una chiesa grande come S. Giovanni in Laterano, ma di una semplice cappella . Noi a Roma, cuore della Cristianità, col vostro inco-raggiamento e col denaro che ci avete portato col petrolio abbiamo edificato la moschea più grande d'Europa, che svetta alta su S. Pietro. Che religione è mai la vostra?"
Dobbiamo renderci lucidamente conto che le legislazioni dell'Europa fiancheggiano progetti come questi e, parallelamente, ammettono infamie sempre maggiori come lecite, elevando il vizio più becero e abbietto a diritto e virtù e perseguendo e paralizzando, grazie a leggi ad ampio spettro ben studiate nelle retrologge, ogni possibile reazione, ogni voce che proclami a tono troppo sostenuto la verità.
Senza cedimenti di alcuna sorta al millenarismo, frutti tipici dello spirito settario, ma con la fermezza che ci deriva dal guardare in faccia la realtà e prenderne atto, affermiamo allora che è que-sto un momento molto grave, che fa appello a tutte le nostre risorse intellettuali e morali, ad ogni nostra possibilità di vigilare e vedere, per rendere edotto del pericolo chiunque sia in grado di inten-derlo.
Occorre proclamare senza perifrasi che stiamo perdendo la nostra identità più autentica e pro-fonda, che sotto il rullo compressore massonico della gnosi, delle false e tossiche spiritualità come quella guénoniana ed evoliana da un lato, e della spinta travolgente e irrefrenabile della globalizza-zione economica dall'altro, la fede è in pauroso declino. Di converso sappiamo che occorre tenersi saldi all'esortazione di S. Paolo di rifuggire ogni dottrina peregrina, per volgersi alla Verità tutta in-tera, unica risorsa per attuare l'indicazione di Evola di "mantenersi in piedi tra le rovine".
Che ci sia concesso di essere trovati al momento della prova nel pusillus grex di coloro che hanno voluto battersi in Suo nome, giammai in quello di una remota e arcana Tradizione Primordiale, di una novella età dell'oro a venire la cui attesa è stata scandita - bastino per tutti i vari socialismi - da cumuli di cadaveri a otto zeri. Anche qui potremmo far nostra la tesi evoliana di costituire un Ordine, non per lottare contro la carne e il sangue, come ricorda S. Paolo, ma contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti maligni dell'aria.
Gli altri, gli avversari, gli alti iniziati, a tutto ciò fermamente credono e con altrettanta deter-minazione operano, e da secoli. Noi non più.
Noi abbiamo la Legge perfetta e venti secoli di storia, a noi è stata concessa la grazia di cono-scerla; non potremo dire: non sapevo, e certamente dovremo assumere la tremenda responsabilità di rispondere per non averla testimoniata in un momento così importante.
Non siamo sognatori! Nessun trionfalismo, nessuna illusione di ricostituzione di un'Europa cristiana sulle indicazioni di Giovanni Paolo II, quando queste poi transitano attraverso il grande calderone ecumenico multirazziale, per blasfeme preghiere comuni con chi neppure ammette l'esistenza di Dio! E che dire dell'atto, inaudito e scandaloso, del bacio del Corano da parte di Gio-vanni Paolo II il 14 maggio 1999, in occasione della visita in Vaticano di una delegazione composta da un Imam sciita e dal presidente sunnita della Iraqi Islamic Bank, che accompagnavano il Patriarca della più grande comunità cattolica irakena?
I martiri di Otranto avranno sussultato nelle loro tombe, né si vede con quale coraggio Roma potrà ora rivolgersi ai cattolici sudanesi dalle cui famiglie, a migliaia, l'odierno regime maomettano ha strappato e deportato in schiavitù uomini e bambini, in un martirio senza fine.

I disegni di Dio sono imperscrutabili, e a nessuno certamente è concesso di conoscere se il tri-onfo del Regno di Maria profetizzato a Fatima passerà o no un giorno per la conversione in massa dell'Islam a Cristo, se verrà preceduto o meno da una completa islamizzazione dell'Europa. Del re-sto oggi, come perspicacemente osservava un amico, è più facile convertire un fedele integrista mu-sulmano, che ha ben chiara la sua condizione di creatura incommensurabilmente distante da Dio e la necessità di tributargli in umiltà e fervoroso slancio un culto, che un cristiano neoterico, aduso al re-lativismo morale, all'indifferenza religiosa, dimentico della preghiera e succube di ogni suggestione mondana.
Presumo di poter dire che ciò che certamente possiamo fare, salvo diverse indicazioni celesti a qualche anima santa, è di pregare, per ottenere la grazia che il cieco nato chiedeva in modo così fi-ducioso e commovente: Rabboni, ut videam, e, se non ci scorderemo del beneficio ottenuto, immer-gerci ancor più nella preghiera e nell'azione, per ottenere la grazia ancora maggiore di riuscire a comunicarlo ad altri.
L'azione allora diventa diffusiva, riflesso della grazia che illumina le menti e, come sosteneva Evola, sia pure da posizioni a noi antitetiche e irriducibili, l'azione a tal punto è guidata e sorretta in una dimensione sovrannaturale.
Credo che tanti nostri giovani, tante teste ben apparecchiate e cuori colmi di sentimenti emi-nenti, che si sono rivolti alle malefonti di Guénon e di Evola perché assetati di verità, intorno a sé scorgendo solo un mondo di universe rovine e tradimento, "regno della stupidità soddisfatta", siano unicamente animati dallo spirito del cieco evangelico.

Signore, fa che essi vedano.


Per informazioni | christusrex@libero.it

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