politica2008


Vai ai contenuti

Menu principale:


L'inutile esaltazione dell¹ inutile strage

storia politica

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 95/08 del 6 novembre 2008, San Severo

L'inutile esaltazione dell'inutile strage

...contro il nazionalismo pagano che fa riscontro al sindacalismo
areligioso (quello considerando le nazioni, come questo le classi, quali
collettività di cui ciascuna può e deve fare amoralmente i propri interessi
al di fuori e contro quelli degli altri, secondo la legge brutale di cui
abbiamo parlato); e, nello stesso tempo, contro l¹antimilitarismo ed il
pacifismo utopista, sfruttati dalle Sètte allo scopo d¹indebolire e
addormentare la società sotto l¹incubo giudeo-massonico; per il patriottismo
sano e morale, patriottismo cristiano di cui la storia della Chiesa
cattolica ci ha dato sempre splendidi esempi. (dal programma del Sodalitium
Pianum)

Ma quale vittoria esaltante. Fu solo ³un¹inutile strage², di Francesco Mario
Angoli

Per non dare il mio pur modestissimo contributo al fallimento
dell'operazione (del resto inevitabile tanto più che a scoraggiare la
partecipazione della gente ci ha pensato anche il maltempo) ho lasciato
trascorrere la giornata celebrativa, perché, pur dissentendo, non condivido
nemmeno l'iniziativa della maestrina buonista di turno, che ha reso nota
per tempo la non partecipazione sua e dei suoi allievi per non offendere,
col tricolore, la sensibilità dei bambini immigrati.
Detto questo, mi riesce ancora più difficile condividere sia la scelta del
governo di celebrare con particolare solennità il 90° anniversario della
vittoria nella guerra '15-'18 nel dichiarato intento di fare di quella
guerra e di quella vittoria uno dei motivi fondanti dell'unità e
dell'identità nazionale, sia l'entusiasmo col quale alcuni hanno condiviso
l'iniziativa.
La retorica lo ha definito guerra di popolo, ma in realtà quel sanguinoso
conflitto fu soltanto, soprattutto in Italia e in Francia, guerra di
generali macellai e a renderla ³popolare² non bastano certo le
manifestazioni interventiste di un pugno di studenti dell'alta e media
borghesia o le esaltazioni para-artistiche e super-omistiche di D'Annunzio,
Papini e Marinetti. Le rarissime volte che il popolo poté fare sentire la
sua voce questa fu di dissenso, come nel Natale del 1914, quando sul fronte
occidentale tedeschi e francesi uscirono dalle trincee per corrersi incontro
a scambiarsi un abbraccio da fratelli, o, più avanti, sull'Ortigara, quando,
approfittando di una forte nevicata, alpini italiani e cacciatori austriaci
misero da parte il gioco odioso della guerra a favore di allegri scherzi da
buoni compagni.
Quella guerra rimane per sempre - e non può essere altrimenti - ³l'inutile
strage² dell'accorato appello di Papa Benedetto XV, del resto sbagliato per
difetto, perché la strage non si accontentò di essere inutile, ma risultò
rovinosa, aprendo la strada alle mostruosità del nazismo e del comunismo e
alle nuovi stragi del conflitto 1939-1945, il secondo e conclusivo tempo
della guerra civile europea. Difficile credere, anche a volere accettare il
punto di vista del più acceso nazionalista, che l'unione all'Italia di
Trento e Trieste, che furono poi - per usare il linguaggio della retorica ­
l'unico frutto della vittoria, rappresenti un compenso sufficiente di
tante rovine, di tanto dolore, di tanto sangue, di tanta gioventù che lasciò
vita e speranze fra i reticolati e le trincee.
Ancora oggi, rivedendo i primi reportages filmici di quei combattimenti con
le piccole figure in grigioverde che sbucano dalle trincee, si buttano a
terra fra le buche degli obici e i grovigli di filo spinato, si rialzano
per riprendere la corsa finché non vengono definitivamente abbattute e
restano immobili, fredde parti di un suolo altrettanto martoriato, è
difficile trattenere un moto di infinita pietà, ma anche di rancore per chi
volle quella strage: tante giovani vite spezzate, tante speranze
tramontate, tante famiglie segnate da irrimediabili scomparse e, costrette
a convincersi per sopravvivere, per farsi una ragione, che la perdita subita
non fosse stata inutile, un vano sacrificio sull'altare del Leviatano.
Se poi il popolo italiano si sentì unito fu solo per le immense ondate di
dolore che in quegli anni, senza trascurare il più piccolo villaggio, il più
remoto angolo di campagna, spazzarono ripetutamente l'intera penisola dalle
Alpi alla Sicilia. Ed è solo per quei morti (voglio ricordarne uno, il mio
quasi omonimo Mario Agnoli, un fantaccino veneto che - come ho scoperto per
caso - dorme l'eterno sonno sotto la bianca scalinata di Redipuglia), per
quel dolore che segnò irrimediabilmente altri milioni di persone, che oggi
vale la pena di ricordare, ma a titolo di monito non di esaltazione di una
vittoria del resto definita ³tradita² dalla stessa retorica nazionalista, la
fine (in realtà si trattò solo di un breve intervallo) della inutile strage.

(Da La Voce di Romagna del 5 novembre 2008)












Per informazioni | christusrex@libero.it

Torna ai contenuti | Torna al menu