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UNA SINTESI POLITICA

attualità politica

POLITICA DEL 12/02/08

a cura di m. castagna
Ecco perche’ non ci si doveva fidare di ferrara. con le sue battaglie teo-cons (alcune certamente condivisibili, come la moratoria sull’aborto) ha strumentalizzato la chiesa cattolica, ha strumentalizzato i valori cristiani, al fine di ottenere un risultato politico: candidarsi alle elezioni con una sua lista “di contenuti LIBERALI, COME LIBERALE E’ IL PRESUPPOSTO DELLA SUA POSIZIONE SULL’ABORTO, QUI SOTTO BEN EVIDENZIATA IN NERETTO. e i soliti “cattolici ingenui” dell’ambiente conservatore, subito entusiasti di fronte a qualche sparata-zuccherino che cosa diranno ora? dove prende i voti ferrara? a sinistra!


l'intervista
Ferrara: mi candido con la Lista per la vita E corro anche da solo
«Ci danno tra 4 e 6%. Con voti da sinistra»

Ferrara (imagoeconomica)
ROMA — Giuliano Ferrara ha deciso: si candiderà alle elezioni con la sua lista pro-life. Alleato con il centrodestra o da solo. Comunque scenderà in campo e, di conseguenza, abbandonerà anche il suo programma televisivo a La7, Otto e mezzo.
Scalfari l'accusa di fare una lista della Cei. «Una scemenza smentita il giorno stesso dal giornale della Cei, che sconsigliava la nascita di questa lista e si batteva per "salvare il soldato Casini". Il collateralismo non è il nostro metodo. È politica tradizionale. La Chiesa non è un soggetto politico e non mi verrebbe mai in mente di chiedere il suo appoggio. Il suo consiglio sì, non il suo appoggio».
C'è chi sostiene che attraverso la sua battaglia passerà la cancellazione della 194. «Mi hanno accusato di qualsiasi nefandezza, figuriamoci. Il mio pensiero è semplice e si basa su tre principi. Primo, nessuna donna è obbligata a partorire; secondo, nessuna donna deve essere perseguita legalmente perché abortisce; terzo, l'aborto è un male, va sradicato, non può essere utilizzato come strumento di controllo delle nascite, come avviene quando le donne sono obbligate o incentivate ad abortire. L'aborto è legale ma non è un diritto legittimo o moralmente indifferente, come si è predicato in questi trent'anni, con un miliardo di aborti in Occidente. C'è una bella differenza tra atto legale e legittimo. Il diritto di autodeterminazione della donna non può affermarsi contro il bambino».
Non sta esagerando in integralismo?
«Casomai si esagera con la bandiera idolatrica dell'eugenetica. Tu sì, tu no. E siamo tornati a immettere il veleno nel corpo delle donne per abortire: cos'altro è la Ru 486 se non il prezzemolo moderno? Riporta l'aborto lontano dagli ospedali, tra il tinello di casa e il bagno dove si espelle il feto. La nuova frontiera su cui dare battaglia è quella dell'eugenetica e della barbarie, quella di chi vorrebbe che un neonato non venisse curato se non c'è l'autorizzazione dei genitori, come ho letto sull'Unità, giornale del Partito democratico».
Ma che senso ha una lista pro-life? «C'è chi parla delle licenze dei tassisti, chi della privatizzazione di Alitalia, chi delle aliquote che vanno abbassate: questo argomento è almeno altrettanto importante».L'aborto debutta di nuovo in politica. «Negli Usa il veltroniano Obama e la dalemiana Clinton hanno un punto in comune: il sì all'aborto e all'eugenetica selettiva. Mc Cain invece dice di volersi battere per "i nati e per i non nati". È la nostra posizione».
Così negli Usa. E in Europa?
«Il Ppe è pro-life, ma è un po' in sonno come certi bei massoni, e il Pse è per le sorti magnifiche e progressive di questo tempo in cui si è dimenticato il bisogno di vita».Lei ha chiesto l'apparentamento della sua lista a Berlusconi. «Sì, ma non mi ha ancora risposto».
Che le ha detto? «Mi ha controproposto di mettermi nel Pdl insieme ad altri tre, quattro, con la collocazione di numero due in qualche circoscrizione, poi mi ha chiamato amichevolmente "signor Testone" quando gli ho risposto: "No, grazie"».
Ma lei insiste con l'apparentamento. «Il centrodestra sarebbe il luogo naturale di una lista così. Il sondaggista Pagnoncelli ha rilevato che una lista come la nostra avrebbe sicuro il 4 per cento, forse il 6. Se Berlusconi rispondesse di sì all'apparentamento lo sbarramento sarebbe al 2 per cento: riuscirei ad andare in Parlamento con un gruppo di persone che farebbe questa battaglia culturale. Se invece Berlusconi resiste, per chissà quali ragioni che non saprà spiegare né a me ne a se stesso, andrò avanti. Gli proporrò di apparentarsi con noi in alcune regioni al Senato».
E se la risposta sarà un no? «In questo caso non riuscirò a presentare una lista alla Camera, probabilmente, ma la farò al Senato in alcune regioni come Lazio, Lombardia, Sicilia e Sardegna. Potrei superare lo sbarramento molto alto, e se non lo supererò, pazienza. Ci sono splendide vittorie e splendide sconfitte. Comunque, funzionerà da spinta per tutti».
Candidandosi dovrà lasciare La7. «Lascerò la tv, questa tv fantastica che mi ha dato grande libertà, ma penso che sia giusto fare così. Non per far circolare delle liste, ma per far circolare delle idee».
Da solo farà perdere voti al centrodestra. «No. Pagnoncelli dice che prenderò voti a sinistra ».
Ma a sinistra dicono che la sua è una battaglia contro le donne. «Sono violenze verbali, è una crociata ad personam. Mi hanno dato dello stupratore culturale. Ma non è così. Questa è una versione grottesca e bugiarda della moratoria. Del resto anche la Chiesa non chiede, come si vuol far credere, l'abolizione della 194, ma la sua integrale applicazione e quindi anche questa sordida polemica è pura controinformazione vecchio stile. Disonesta».
Ferrara, chi ci sarà nelle sue liste? «Ci saranno alcuni collaboratori del Foglio, esponenti del movimento della vita, lo proporrò a Susanna Tamaro e ad altre donne e uomini liberi. Mi piacerebbe avere anche mia moglie in lista, è una femminista storica ma sa che alle origini del femminismo c'era il disprezzo per gli uomini che inducevano le donne all'aborto. Lei però resiste, dice che non ha il mio fuoco nella pancia, fire in the belly ».
Che dice a Berlusconi per convincerlo? «Gli dico solo che almeno mi dia una risposta in fretta. Quando mi propose al telefono di candidarmi contro Di Pietro nel Mugello, io ero in macchina a pochi minuti dal teatro dove dovevo partecipare a un Costanzo Show. Cinque minuti dopo salii sul palcoscenico e annunciai in quella trasmissione che mi sarei candidato. A Berlusconi chiedo stile: mi risponda presto, anche con un no, ma lo faccia senza perdere tempo».
Maria Teresa Meli (Corriere della Sera 10/02/08)

DUE GIORNI DOPO, SILVIO BERLUSCONI NON VUOLE LASCIARSI SCIPPARE DA GIULIANO FERRARA LA BATTAGLIA “PER I NATI E PER I NON NATI”, TEMENDO DI FAVORIRE “IL TESTONE”, CHE SI ISPIRA, COME LUI, AL REPUBBLICANO NEO-CON MCCAIN. E ALLORA RILASCIA QUESTA DICHIARAZIONE:

Aborto
Berlusconi: «L'Onu tuteli la vita»
Il Cavaliere: è un diritto dal concepimento

Berlusconi (Olympia)
ROMA — Un intervento Onu sul diritto alla vita. Silvio Berlusconi appoggia apertamente l'iniziativa di Giuliano Ferrara a favore di una moratoria per l'aborto. E anche se, precisa il leader del nuovo Pdl, «la regola nel nostro schieramento è che su queste materie esiste libertà di coscienza, credo che riconoscere il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale sia un principio che l'Onu potrebbe fare proprio, così come ha fatto sulla moratoria per la pena di morte pur dopo un lungo e non facile dibattito ». Questo ha detto Berlusconi in un'intervista rilasciata a Tempi, che sarà in edicola giovedì. Ma è stato come lanciare una bomba in piena campagna elettorale. Il Pdl sarà quindi favorevole ad iniziative legislative contro la 194? S'infervora la ministra per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini, che parla di «spregiudicata equazione».
«L'amore per la vita non è di una parte — ha replicato a Berlusconi —. Ma un conto è battersi per i diritti umani, altro è usare spregiudicatamente l'equiparazione tra autonomia e responsabilità di scelta delle donne e pena di morte». Su questo, aggiunge, «sono certa che la gran parte delle donne del nostro Paese non vuole tornare indietro. L'aborto è un dramma ma la 194, che va applicata interamente, ha saputo trovare un saggio equilibrio tra autonomia della donna, diritti del nascituro e deontologia medica».Anche Titti Di Salvo, capogruppo di Sd alla Camera reagisce con irritazione: «Le donne italiane devono sapere che cosa Berlusconi e il Pdl vogliono fare, una crociata contro di loro». Per Di Salvo «Berlusconi pensa che le donne siano assassine. Altrimenti perché mettere sullo stesso piano aborto e pena di morte? La 194 è una conquista e non può essere usata come merce di scambio per un'alleanza elettorale». «Parole liberticide da Berlusconi», incalza il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio, «figlie di una cultura reazionaria. E' necessario che le coscienze vive e democratiche del nostro Paese vigilino contro i tentativi di mettere in discussione conquiste civili come la 194». E proprio ieri a Milano si è tenuto il Forum delle donne delle Cgil che difendono le norme e il loro diritto di autodeterminazione ma che chiedono anche che «la maternità vada sostenuta in tutti i suoi aspetti ».
Apprezza Isabella Bertolini. «Come prima firmataria di una mozione sottoscritta da 75 colleghi della Casa delle Libertà — dice la vicepresidente dei deputati di Forza Italia — accolgo con soddisfazione il netto impegno preso dal prossimo presidente del Consiglio. Un miliardo di aborti in trent'anni nel mondo impongono una risposta ferma. Una moratoria internazionale che ponga fine a questa strage di innocenti». Ma il presidente dei Riformatori liberali e deputato sempre di Forza Italia Benedetto Della Vedova frena la collega. «È importante — sottolinea — che Berlusconi abbia ribadito che sui temi etici dentro il Pdl non possa esistere una univoca disciplina di partito».
Mariolina Iossa12 febbraio

A DESTRA E A SINISTRA TEMONO LA COSIDDETTA “ONDATA NEO-GUELFA” OVE CON NEO-GUELFA SI PARAFRASA “NEO-CONS” (ALL’ITALIANA, NATURALMENTE), CHE POTREBBE TRASFORMARSI NEL RIFERIMENTO POLITICO DELLA COSIDDETTA “DESTRA ECCLESIALE”, RAPPRESENTATA DAL CARD. RUINI. LA “DESTRA CONCILIARE” VEDRA’ IL SUO “BRACCIO SECOLARE” NELLA “DESTRA NEOCON” DI FERRARA E COMPANY?


ED ECCO UN INTERESSANTE EDITORIALE DI ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA DAL CORRIERE DI OGGI, DAL QUALE TRARRE CONCLUSIONI IMPORTANTI:

L'ITALIA CON TROPPA POLITICA
Conformismo ghibellino e Italia con troppa politica
Non c’è la Chiesa dietro alla temuta «ondata neoguelfa»

di Ernesto Galli Della Loggia
È una bella immagine quella dell' «ondata neoguelfa », uscita dalla penna di Aldo Schiavone in un articolo di qualche giorno fa su la Repubblica. A stare al quale nell'Italia di oggi, a causa del degrado della vita politica e dell'etica pubblica, starebbe andando ancora una volta in scena «un'antica tentazione» della nostra storia politica e intellettuale, vale a dire «la rinuncia allo Stato », percepito come qualcosa di fragile che «non ce la può fare», e la sua sostituzione con una sorta di «protettorato super partes» attribuito al Papa: fino al punto di fare del magistero della Chiesa «il custode più alto della stessa unità morale della nazione». Insomma, un vero meccanismo di supplenza, alimentato dall'illusione che «una religione possa occupare il posto della politica e del suo discorso».
L'analisi di Schiavone ha precedenti illustri. Che la statualità italiana da un lato, e la Chiesa e il cattolicesimo romano dall'altra, siano due termini sostanzialmente antitetici fu opinione corrente durante il nostro Risorgimento. Che non a caso si compiacque di riprendere l'antica esecrazione antichiesastica di Machiavelli e Guicciardini (puntualmente citata anche da Schiavone), additando altresì nella Controriforma una delle massime fonti della rovina d'Italia: «Quando a noi toccò la parrocchia — scrive anche il nostro autore — mentre gli altri, in Europa, costruivano gli Stati». Qualunque sia l'effettiva plausibilità di questa interpretazione della nostra storia, dubito assai che essa possa farci capire quanto sta accadendo nell'Italia attuale. Riportare sempre tutto, anche fenomeni palesemente e radicalmente nuovi (che dimostrano di essere tali, tra l'altro, proprio tendendo a ridisegnare secondo linee inedite gli schieramenti del passato), riportare sempre tutto, dicevo, come ama fare la maggior parte della cultura italiana, nell'ambito tradizionale delle dicotomie Stato-Chiesa, laico-clericale, conservatore-progressista, mostra solo quanto quella cultura sembri interessata più che alla realtà, più che a comprendere la novità dei tempi, a mantenere ad ogni costo saldo e credibile l'antico universo dei suoi valori e dei suoi riferimenti.Com'è possibile, mi chiedo, non accorgersi che l'intera impalcatura ideologica otto-novecentesca — di cui le dicotomie italiane di cui sopra sono parte — sta oggi diventando un reperto archeologico? Non accorgersi che sotto l'incalzare di due grandi rivoluzioni — e cioè dell'effettivo allargamento per la prima volta dell'economia industriale- capitalistica a tutto il mondo, e dell'estensione della tecnoscienza alla sfera più intima del bios — tutta la nostra vita sociale, a cominciare dalla politica, con le sue confortevoli certezze culturali e i suoi valori, deve essere ripensata e ridefinita?Come non accorgersi che è per l’appunto questa pervadente crisi di senso, e dunque questo drammatico interrogativo sul futuro, a segnare l’attuale drammatico passaggio tra due epoche storiche? E che sono per l’appunto questi fatti, non altro, che rilegittimano potentemente la dimensione religiosa candidandola a occupare nuovamente, in tutto l’Occidente, uno spazio pubblico? Ma se le cose stanno a questo modo— mi domando ancora — chi potrà mai scandalizzarsi se in un Paese come il nostro, con la sua tradizione, il risveglio della dimensione religiosa implichi immediatamente anche il risveglio della voce e della presenza della Chiesa cattolica? Va bene, si obietta, ma si tratta di una voce e di una presenza assolutamente fuori misura. In realtà a me pare che l’impressione di un che di eccessivo, di strabordante, del discorso religioso specialmente sui temi etici (che poi sono anche politici e viceversa, come troppo spesso i denunciatori dell’«ingerenza » non vogliono vedere) è in grande misura favorita dal carattere intellettualmente pigro e ideologicamente conformista della nostra cultura, diciamo pure dalla sua assenza. Il rilievo non riguarda certo Aldo Schiavone che anzi con il suo Storia e destino (Einaudi 2007) ha rappresentato un caso di riflessione originale e coraggiosa sui grandi temi della rivoluzione tecnoscientifica in atto. Ma un caso raro. È un fatto che invece la cultura laica italiana si è perlopiù abituata oramai a sposare in modo sostanzialmente acritico tutto ciò che abbia a qualunque titolo il crisma della scienza. Non ne parliamo poi se la novità ha modo di presentarsi come qualcosa che possa rientrare nella sfera di un diritto quale che sia. Una sorta di idolatria della scienza opportunamente insaporita da un libertarismo da cubiste è così divenuto la versione aggiornata e dominante del progressismo e del politicamente corretto nostrani. Invano, da noi, si cercherebbe un Habermas, un Gauchet, un Didier Sicard che animano di dubbi e di domande la discussione in altri Paesi. I fari dello spirito pubblico italiano sono ormai Umberto Veronesi e Piergiorgio Odifreddi. Tutto il resto è silenzio. In questa stupefacente condizione di resa intellettuale ai tempi, non c’è da meravigliarsi se la dimensione religiosa e la Chiesa, rimaste di fatto le sole voci significative a obiettare e a parlare una lingua diversa, raccolgano un’attenzione e un ascolto nuovi da parte di chi pensa che esistano cose ben più importanti della scienza. E che anche per ciò, dunque, esse sembrino assumere contorni di particolare rilievo superiori alla loro effettiva realtà.Inevitabilmente nel silenzio ogni sussurro sembra un grido. Tutto ciò ha poco a che fare con qualche supposto vuoto di politica e di Stato che caratterizzerebbe l’Italia di oggi, secondo quello che invece mostra di credere Schiavone. Se infatti il punto realmente critico della condizione italiana, come a me pare, è l’assenza da parte della nostra cultura di vera discussione pubblica intorno ai grandi temi del Paese e dell’epoca, nonché l’appiattimento conformistico di quella medesima cultura, ebbene allora una parte non piccola di responsabilità ne porta proprio non già il vuoto, ma l’eccesso di politica, in cui siamo stati fino ad oggi immersi. È stata la crescente, spasmodica, politicizzazione del discorso pubblico, di qualunque discorso pubblico, che ha imprigionato l’intellettualità italiana riducendola oggi, checché se ne dica, a una delle meno vivaci e meno interessanti d’Europa. Facendone altresì, da sempre, in mille ambiti, e tranne pochissime eccezioni, un’articolazione di fatto del sistema politico e della sua ideologia, e dunque rendendola incapace di alimentare la politica stessa di valori e di punti di vista nuovi. Questo corto circuito politica-cultura viene da lontano. Risale alla nascita stessa dello Stato italiano, alla cui origine vi fu una supplenza decisiva: quella per l’appunto rappresentata dalla necessaria iperpoliticizzazione (allora «rivoluzionaria », ma non solo allora) di alcune minoranze—e tra queste la cultura e gli intellettuali furono come si sa in prima fila — al fine di ovviare ad un vuoto decisivo: l’assenza dell’anima profonda del Paese e del suo consenso generale, l’assenza della nazione. È stata altresì questa iperpoliticizzazione—diciamo così—originaria della compagine statale italiana la responsabile immediata dell’ipertrofia statalista che ci accompagna dal 1861. Per potersi esercitare su una società riluttante e lontana di cos’altro poteva servirsi la politica, infatti, se non dello Stato? Insomma, in un implacabile gioco di rimandi, solo all’apparenza contraddittori, il deficit di Stato nazionale ha reso inevitabile l’ipertrofia dello Stato. Ma di uno Stato che non ha potuto essere, nella sostanza, che uno Stato politico-amministrativo: per giunta quasi sempre monopolio politicamente di una parte e amministrativamente quasi sempre inefficiente. Tutt’altra cosa cioè dallo Stato della nazione, capace invece di incarnare una dimensione realmente rappresentativa di istanze comuni a tutti i cittadini nonché di un’etica pubblica diffusa. Insomma, appellarsi oggi in astratto, come è tentato di fare Schiavone, allo Stato e alle culture politiche come dimensioni in quanto tali salvifiche — per resistere all’«ondata neoguelfa», così come per qualunque altro scopo — serve solo a nascondere il vero dramma dell’Italia, la quale cela proprio nell’ambito dello Stato e della politica le contraddizioni sempre più paralizzanti della sua storia.
12 febbraio (Corriere della Sera)

INFINE, VENIAMO AI SONDAGGI, INTERESSANTI. SE SARANNO CONFERMATI, POTREMMO AVERE DIVERSE SORPRESE.…

Il retroscena
Silvio e i sondaggi: Lega super, timori sui post dc
Nel report dell'ex premier l'insidia dei simboli nuovi e il ruolo dello Scudo crociato
ROMA — È il favorito, non c'è dubbio. E i sondaggi riservati che ieri ha trovato sulla scrivania continuano a darlo in netto vantaggio: con il blocco del Pdl attestato al 40%, con la Lega che raddoppia i consensi presi nel 2006, con il Pd che non riesce a sfondare il muro del 30%, con la Cosa Rossa sotto l'8%, «cannibalizzata per ora da Veltroni», e con l'Udc al limite della soglia del 4%, messa in difficoltà dallo stato d'incertezza in cui versa. Insomma, Berlusconi sembrerebbe proiettato verso una larga vittoria, e visti i dati potrebbe addirittura fare a meno di Casini. Perciò sta ponendo i centristi dinnanzi all'aut aut, perché parte nella trattativa da una schiacciante posizione di forza. Ma la lettura del report ha confermato al Cavaliere che sui risultati elettorali pesano ancora delle incognite, non legate solo alla scelta di allearsi o meno con i centristi. Intanto, come racconta un autorevole dirigente forzista che ha letto l'ultimo sondaggio, senza Casini ci sarebbero delle «criticità » sul Senato.
È vero che al momento il Pdl senza l'Udc avrebbe un margine a Palazzo Madama «tra i 10 e i 15 senatori», ma esisterebbero dei rischi per i premi di maggioranza regionali previsti dal «Porcellum»: in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, e persino nel Lazio se anche Storace dovesse correre da solo. Ecco perché Berlusconi non ha ancora rotto gli indugi. Dovesse seguire l'istinto, smetterebbe di ascoltare i suggerimenti di Gianni Letta e del suo portavoce Bonaiuti, «visto peraltro che con Cuffaro e Mastella perdo voti». Insomma, non perderebbe tempo dietro ipotesi di mediazione. Tra queste c'è l'opzione di offrire all'Udc il collegamento all'alleanza in cambio di un «patto» — da annunciare prima del voto — di andare insieme alle Europee del 2009 con un'unica lista targata Ppe. Più che una via d'uscita per ora sembra una suggestione, di cui c'è traccia sull'ultimo numero del periodico Formiche, pubblicato però prima che scoppiasse la guerra tra i due (ex) alleati. Ma nel braccio di ferro con Casini c'è anche un altro motivo che frena il Cavaliere: è una questione di marketing. Elettorale, ovviamente. Secondo i suoi analisti di fiducia, le prossime elezioni saranno all'insegna del «tutto nuovo» per due fattori. Il primo è che gli schieramenti non saranno simili ai precedenti, e l'opinione pubblica sta cercando ancora di capire «chi si alleerà con chi».
È vero che lo scontro tra Berlusconi e Veltroni sta bipolarizzando la sfida a danno di tutti gli altri partiti, ma i primi test hanno sottolineato che tra gli elettori c'è una fase di disorientamento, causata dall'assenza dei «vecchi» simboli: dai Ds a Rifondazione, da Forza Italia ad An. Il fatto che siano cambiati a ridosso del voto è una scommessa, non a caso nel simbolo del Pd c'è un richiamo all'Ulivo e in quello del Pdl ci sarà il nome di Berlusconi a caratteri cubitali. I marchi «collaudati», in presenza di quelli nuovi, potrebbero avere dunque un peso. Secondo gli esperti berlusconiani la Lega ne trarrà grande beneficio, così come potrebbe trarne l'Udc con lo scudocrociato che da sempre è un valore aggiunto per ogni forza post dc. Perciò restano degli interrogativi che il Cavaliere sta valutando: quanto potrebbe lucrare nelle urne Casini da queste novità? E se i centristi andassero da soli, fino a che punto comprometterebbero il vantaggio del Pdl sul Pd al Senato? Al momento non è facile calcolarlo.
Gli analisti giudicano «fondamentali» i sondaggi che si faranno a metà marzo con il facsimile della scheda elettorale, quando saranno chiari schieramenti e liste. Ma si deve attendere ancora un mese. Nulla è certo, così come non è chiaro se Pdl e Udc troveranno in extremis un'intesa. Per ora è solo guerra di posizionamento. Al Cavaliere è stato fatto notare che Veltroni, nel discorso di Spello, ha citato solo Moro, «un modo per attrarre i voti democristiani », mentre la Cosa Rossa sta attaccando il Pd definendolo «partito di centro»: «È un messaggio— diceva ieri Mussi — su cui insisteremo ». L'obiettivo è chiaro: far passare l'idea che il Pd non rappresenta più la sinistra. Berlusconi invece ne parla come del «partito di Prodi», per non far dimenticare «il fallimento del centrosinistra ». Su questa linea sta approntando un nuovo slogan: «Dovremo spiegare che il nostro sarà un "governo a progetto"». Perché gli elettori vogliono certezze sul timing delle leggi, e non avrebbero nemmeno gradito la riforma delle pensioni varata dal Professore. Anche questo dicono i sondaggi del Cavaliere. Francesco Verderami
Francesco Verderami12 febbraio Corriere della Sera



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