Ratzinger, in Benin, ribadisce la centralità dell’attenzione ai poveri e parla di una “globalizzazione della solidarietà”. Temi cari a quei teologi sudamericani degli anni Settanta ridimensionati da papa Wojtyla

GI. GAl. (Vatican Insider, 21/11/2011)
Inviato a COTONOU (BENIN)

Il Papa lancia la nuova teologia della liberazione sotto forma di “globalizzazione della solidarietà“. Nelle 130 pagine dell’esortazione apostolica “Impegno dell’Africa”, Benedetto XVI ribadisce la centralità dell’attenzione ai poveri, definisce l‘analfabetismo  “flagello” pari a Aids, Tbc, malaria e mobilita la Chiesa per salvare i giovani da “mancanza di formazione, disoccupazione, sfruttamento politico” perché non cadano nella “frustrazione” e possano “prendere in mano il proprio avvenire”.

Temi particolarmente cari ai teologi della liberazione, che partendo dal Sud America catalizzarono negli anni 70 e 80, il dibattito ecclesiale soprattutto nel Terzo Mondo. Fino alle “fughe in avanti” condannate e sanzionate dalla Santa Sede. Notevole diffusione ebbero in quel periodo le comunità ecclesiastiche di base (Ceb), nuclei ecumenici impegnati a vivere una fede di partecipazione ai problemi della società, che misero radici un po’ in tutti i paesi ma soprattutto in Brasile e Nicaragua. In Brasile, grazie anche all’appoggio del cardinale di San Paolo, Paulo E. Arns, e del vescovo Helder P. Câmara, ne sorsero quasi 100.000. In Nicaragua numerosi sacerdoti e laici cattolici presero parte alla lotta armata contro la dittatura di A. Somoza e in seguito sacerdoti come Ernesto Cardenal e Miguel D’Escoto entrarono nel governo sandinista.

La terza riunione del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), svoltasi a Puebla, in Messico, nel 1979, pur riaffermando e sviluppando i princìpi elaborati a Medellín evidenziò anche l’emergere di una forte opposizione, portata da settori conservatori, alle tesi della teologia della liberazione. Questa opposizione andò rafforzandosi negli anni ottanta grazie all’appoggio del pontefice Giovanni Paolo II. I principali artefici della teologia della liberazione furono progressivamente allontanati dai nodi gerarchici superiori e il loro campo d’azione venne via via ridotto. Emblematico fu il caso del frate francescano Leonardo Boff che, dopo diversi processi ecclesiastici, abbandonò l’ordine nel 1992. Ora,con toni di accorata sollecitudine sociale, l’esortazione uscita dal Sinodo per l’Africa indica nettamente la necessità di combattere “sfruttamento e malversazioni locali e straniere” che privano le popolazioni africane delle proprie risorse naturali, aumentando la “povertà” e impedendo “ai popoli africani di consolidare le proprie economie. Per questo il Papa chiede ai governi di proteggere i “beni fondamentali, quali sono la terra e l’acqua” per la vita delle generazioni future e per la pace.

Il ricordo affettuoso dell’ex decano del Sacro Collegio, il cardinale Bernardin Gantin (fin dall’inizio attento alle istanze della teologia della liberazione) è significativo al riguardo. Il Papa ne elogia “il senso di discernimento, la capacità di non cadere su certe fraseologie, ma di capire che cosa fosse l’essenziale e che cosa non avesse senso”, con un riferimento che sembra riferibile proprio al suo atteggiamento di fronte alla teologia della liberazione.”Il Benin è il Paese del mio caro amico, il cardinale Bernardin Gantin: avevo sempre il desiderio di poter pregare, un giorno, sulla sua tomba- afferma Benedetto XVI. E’ stato per me veramente un grande amico e quindi visitare il Paese del Cardinale Gantin, come un grande rappresentante dell’Africa cattolica e dell’Africa umana e civile, è per me uno dei motivi per cui desidero andare in questo Paese”.

Poi il Pontefice rievoca: “Io ho visto la prima volta il cardinal Gantin nella mia ordinazione ad arcivescovo di Monaco nel ’77. Lui era venuto, perché uno dei suoi alunni era mio discepolo: così idealmente esisteva già tra di noi un’amicizia, senza ancora esserci visti. In questo giorno decisivo della mia ordinazione episcopale è stato bello per me incontrare questo giovane vescovo africano, pieno di fede, di gioia e di coraggio”. Quindi, aggiunge”, “abbiamo collaborato moltissimo, soprattutto quando lui era Prefetto della Congregazione per i Vescovi e poi nel Sacro Collegio. Ne ho sempre ammirato la sua intelligenza pratica e profonda; il suo senso di discernimento, di non cadere su certe fraseologie, ma di capire che cosa fosse l’essenziale e che cosa non avesse senso. E poi il suo vero senso d’umorismo, che era molto bello”. E soprattutto, sottolinea Joseph Ratzinger era “un uomo di profonda fede e di preghiera. Tutto questo ha fatto del cardinal Gantin non solo un amico, ma anche un esempio da seguire, un grande Vescovo africano, cattolico. Sono realmente lieto di poter ora pregare sulla sua tomba e sentire la sua vicinanza e la sua grande fede, che lo rende, sempre per me, un esempio e un amico”. 

La riedizione in terra africana dell’opzione preferenziale per i poveri ovviamente non equivale ad un “colpo di spugna” rispetto agli eccessi della corrente di pensiero cattolica, sviluppatasi in America latina, che tende a porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano. Tanto più che i cristiani di base attribuiscono a Giovanni Paolo II di aver «normalizzato» negli anni Ottanta e Novanta il clero e l’episcopato sudamericano e di averlo riempito di esponenti dell’Opus Dei e dei Legionari di Cristo, mettendo ai margini quei teologi della liberazione che avevano spostato troppo a sinistra il baricentro della chiesa, dialogando col comunismo (…)

E l’attuale, drammatica emorragia di fedeli a favore delle sette evangeliche sarebbe il frutto anche della marginalizzazione dei preti a più stretto contatto con i ceti popolari e con le masse delle favelas. La nascita del movimento risale alla Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) svoltasi nel 1968 a Medellín, in Colombia, allorché i rappresentanti della gerarchia ecclesiastica del subcontinente presero posizione in favore dei gruppi più diseredati della società latinoamericana e della loro lotta e si pronunciarono per una Chiesa popolare e socialmente attiva.

La denominazione divenne universale dopo la pubblicazione del saggio del sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez, Teologia della liberazione (1971). Il diffondersi in quasi tutto il subcontinente, durante gli anni settanta, di dittature militari o di regimi pesantemente repressivi, sovente causa di acute frizioni fra ampi settori della Chiesa cattolica e i poteri costituiti, incentivò l’impegno dei teologi della liberazione che vennero elaborando proposte sempre più radicali per far fronte all’aggravarsi della crisi politica e sociale latinoamericana.