Segnalazione di Raimondo Gatto
(ANSA – 23/11/2011) – BRUXELLES, 23 NOV – Entro Natale l’Italia deve rinunciare una volta per tutte alla ‘golden share’, quell’azione d’oro che conferisce allo Stato poteri speciali di intervento nelle aziende privatizzate, come Enel, Eni, Telecom Italia, Finmeccanica, Snam Rete Gas, se vuole evitare il deferimento alla Corte di giustizia Ue e una condanna certa.
E’ questo l’accordo non scritto concordato ieri a Bruxelles dal premier Mario Monti e dal presidente della Commissione Ue Jose’ Manuel Barroso. Il governo italiano – riferiscono fonti europee – si e’ impegnato a fare quello che gli esecutivi precedenti non hanno fatto negli ultimi dieci anni e in cambio ha ottenuto il ”congelamento” di un mese della lettera di deferimento alla Corte, per avere il tempo necessario di mettersi in regola.
L’Italia e’ gia’ stata condannata nel marzo 2009 dalla Corte di giustizia per la golden share detenuta in Telecom Italia, ENI, Finmeccanica ed Enel. Una nuova condanna farebbe scattare automaticamente multe salatissime.
”La Commissione Ue decidera’ domani a favore del deferimento alla Corte, perche’ non cambia d’avviso e vuole mantenere alta la pressione sul nuovo governo”, spiegano le fonti ”Ma terra’ in sospeso per alcune settimane la decisione per dare all’Italia il tempo di mettersi in regola”.
A convincere Barroso, ”la piena disponibilita”’ del premier italiano a mettere fine ad un’anomalia. Non ci si poteva aspettare di meno da Monti, ex commissario Ue al mercato interno e alla concorrenza.
Secondo Bruxelles, la golden share e’ incompatibile con le regole del mercato unico perche’ protegge aziende strategiche da incursioni ostili e non gradite. Nel mirino del commissario Ue al mercato interno Michel Barnier – che domani firmera’ la decisione – sono in particolare il potere di veto all’acquisizione di quote rilevanti delle societa’ partecipate, che rappresentino almeno il 5% dei diritti di voto; il potere di opporsi a patti o accordi tra azionisti che rappresentino almeno il 5% dei diritti di voto e a talune decisioni prese dalle imprese, come quelle che riguardano fusioni o scissioni aziendali.
Per la Commissione Ue si tratta di ”restrizioni non giustificate alla libera circolazione dei capitali e al diritto di stabilimento”
