
di Massimo Fini
La finanza non è la causa della crisi che sta travolgendo il mondo occidentale, ne è solo l’aspetto più evidente contro cui è comodo e facile scagliarsi per evitare di dirsi la verità. Perché la crisi autentica è quella della cosiddetta ‘economia reale’, cioè di un modello di sviluppo basato sul meccanismo produzione-consumo (oggi addirittura ribaltatosi in un ‘consumare per produrre’) e sull’illusione delle crescite esponenziali che, come ho detto altre volte, esistono in matematica ma non in natura.
La locomotiva chiamata Rivoluzione Industriale, partita dall’Inghilterra a metà del Settecento, ha percorso a velocità sempre crescente, che con la maturazione della globalizzazione (che mosse i suoi primi passi proprio allora, essendo i due fenomeni strettamente collegati) è diventata folle, due secoli e mezzo, ma ora è arrivata al suo limite. Non si può più crescere. Non si può produrre di più di quanto abbiamo già prodotto.
Prendiamo, a mo’ di esempio, l’automobile. A chi si può vendere oggi un’automobile? A dei mercati marginali. Certo la si può vendere anche in India e in Cina, ma con una crescita a due cifre anche questi Paesi (che nel frattempo stanno saturando definitivamente i nostri mercati) arriveranno presto ai limiti cui siamo giunti noi. Certo si possono inventare ancora nuove tecnologie e loro applicazioni soprattutto nel campo del virtuale, ma dopo il computer, il cellulare, Internet, l’iPhone, l’iPad che altro ancora? Come c’è una bolla immobiliare c’è, su scala planetaria, una superbolla produttiva.
Sbaglia però chi predica, come mi pare facciano, sia pur con molte differenze, i firmatari del famoso Appello contro ‘il pensiero unico’, una riconversione al marxismo. Figli della Rivoluzione Industriale liberismo e marxismo sono in realtà facce della stessa medaglia: l’industrialismo appunto, che è il vero nocciolo della questione e che nessuno mette in discussione. Sono entrambi modernisti, illuministi, ottimisti, economicisti, produttivisti, hanno entrambi il mito del lavoro (che per Marx è ‘l’essenza del valore’ – non per nulla Stakanov è un eroe dell’Unione Sovietica – e per i liberisti quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso ‘plusvalore’), tutti e due pensano che industria e tecnologia produrranno una tal cornucopia di beni da rendere felici tutti gli uomini (Marx) o, più realisticamente, la maggior parte di essi (i liberisti). Questa utopia bifronte ha fallito. Perché ha alle sue radici gli stessi ‘idola’: industrialismo, produzione, consumo, crescita, sviluppo.
I firmatari dell’Appello stanno quindi totalmente dentro il ‘pensiero unico’ che è quello di chi ritiene, a destra come a sinistra, che lo Sviluppo, in un modo o nell’altro, sia irrinunciabile. Chi ne sta fuori sono coloro che ritengono che invece di crescere sia necessario decrescere (produrre di meno, consumare di meno) sia pur in modo graduale, limitato e ragionato per ritrovare non solo una stabilità economica, che non ci renda schiavi della dittatura anonima dei ‘mercati’, ma una vita più semplice e più umana, senza stress, depressione, nevrosi, anomia, tumori psicosomatici, cardiopatie che, com’è noto, sono tutte malattie della Modernità. Sono quindi gli Antimodernisti i veri antagonisti del ‘pensiero unico’ ed è ai loro danni che si consuma un ‘furto di informazione’ perché sono costantemente ignorati, altro che i signori Gallino, Lunghini, Tronti, Asor Rosa e persino Guido Viale promosso a economista.
Fonte: Massimo Fini [scheda fonte] 6/8/2012

#1 da carlo maria il 16 agosto 2012 - 15:22
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Analisi che contiene delle verità… le cose possono migliorare solo se il benessere delle famiglie non dimentica Dio. è più realista G.ALVI nel suo libro ” Capitalismo” . Da leggere!
#2 da antonio diano il 9 agosto 2012 - 09:48
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Esatto, Matteo. Sono sicuramente condivisibili. E sono state da lui iniziate in tempi non sospetti, prima della grande “crisi” odierna. Fini è un acutissimo osservatore e ha naturalmente l’accortezza di non essere (o di cercare di non essere) politically correct. Se vogliamo è un po’ manierato, forse per vendere soprattutto al pubblico di media cultura, ma ad es. sul ruolo degli USA può essere affiancato a Blondet (cfr. che cosa dice sull’11 sett.). Purtroppo toppa alla grande quando vuol fare lo storico dell’ancien régime: ci scrive ottime pagine sull’organizzazione comunitaristica e sull’organicismo, ma sbaglia a pensare che sia stata la Chiesa a gettar le basi della modernità rincorrendo, egli dice, il mito del Dio unico. Ma è stato invece proprio questo il fattore che ha tenuto insieme la società medievale ch’egli vede di buon occhio. Confonde forse ideologia con religione, come ogni ateo. In politologia e nell’attualità invece è un’ottima lettura. Certo non è Blondet, però meglio imparare qualcosa da Fini che rincorrere i servitori di regime della carta stampata e della televisione.
#3 da Enricog il 7 agosto 2012 - 13:32
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Io condivido in pieno l’opinione del signor Fini che individua perfettamente l’essenza della crisi odierna che è sì composta da tanti fattori (tra cui anche e soprattutto la finanza virtuale) ma che si può riassumere con lla definizione di saturazione produttiva. Il signor Antonio cita la situazione svizzera che dipinge come il paese dei balocchi ma gli esempi che fa si riducono non ad un vero miglioramento della qualità della vita ma del tenore di vita, non facendo altro che confermare il paradosso per cui si debba consumare per produrre. Questo non vuol dire che per star meglio si debba demonizzare l’evoluzione della tecnologia ma solo che essa non può diventare un miraggio a cui sempre tendere senza mai esserne veramente soddisfatti.
#4 da Antonio il 7 agosto 2012 - 13:11
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Si, su questo siamo d’accordo
#5 da Antonio il 7 agosto 2012 - 07:51
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Massimo Fini non è un economista e si vede: la saturazione produttiva da lui teorizzata non è mai esistita e non esisterà mai. Per esempio, noi italiani staremmo molto meglio se potessimo avere consumare quanto gli svizzeri. Io vado in Svizzera ogni anno a fare le ferie e lo so bene. Parlando di automobili, le auto in quel Paese sono molto più sicure, in media, di quelle che circolano in Italia perché sono meno vecchie e di qualità superiore. L’auto nuova può essere venduta, eccome, a chi ne ha una di dieci anni e più. Poi gli elvetici considerano il possesso di una barca del tutto normale e non un lusso per pochi. Senza contare i 13000 possessori di aerei privati. Lì, in Svizzera, non vi è il calo delle vendite di auto che si manifesta in termini drammatici in Italia e nelle altre repubbliche delle banane saccheggiate da Goldman % Sacks. Insomma, anche i Paesi ricchi possono crescere rapidamente dal punto di vista economico: è sufficiente non vengano dissanguati dalla finanza rapinatrice.
Quanto all’India, essa consuma meno auto della Russia, che pure ne consuma meno della …Francia. Ma la Francia ha 60 milioni di abitanti e l’India oltre un miliardo. Quanti decenni ci vorranno per raggiungere un consumo di auto pro capite simile alla Francia in quel Paese poverissimo?, un economista risponderebbe: più di mezzo secolo.
In Cina le cose vanno un poco meglio, ma anche li, prima di raggiungere il livello francese ce ne vuole.
Lo sviluppo economico, sia in Svizzera che in India, è ben lungi dall’aver raggiunto alcun “apice”. Questo fermo restando l’attuale tecnologia. Ma la tecnologia potrebbe migliorare, visto che lo fa dall’alba della storia. Per esempio, perché mai non dovremmo avere tutti l’aereo a decollo verticale se un giorno il tenore di vita ed una tecnologia avionica più affidabile ce lo permetterebbero?
Il materialismo è sempre da condannare, sia esso liberista che comunista, ma questo non deve farci commettere l’errore di pensare che la crescita economica debba fermarsi per saturazione produttiva, come pare ritenere l’Autore dell’articolo. Per esempio, perché le vancanze si sono ridotte ad una sola settimana per la maggior parte degli italiani?, per saturazione produttiva?
#6 da Matteo Castagna il 7 agosto 2012 - 07:54
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Però fa alcune analisi sull’implosione del sistema liberal-capitalista che immagino possano essere condivise