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20/09: la Roma papalina e la Roma brecciaiola

piazza_sanpietroSegnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo alcuni brani del libro “LE DUE ROME. Dieci anni dopo la Breccia”, del padre Gaetano Zocchi (Tip. Giachetti, Figlio e C., Prato 1881).
Vi ha la Roma vecchia e la Roma nuova. Vi ha la Roma dei Papi e la Roma dei framassoni. Vi ha la Roma che prega e quella che bestemmia; la Roma dei martiri e quella dei tiranni; la Roma benedetta e quella maledetta. Vi ha la Roma di granito e la Roma di cartapesta; la Roma eterna e quella che, nata ieri, non è certa di vedere il domani. Vi ha la Roma di Cristo e la Roma dell’Anticristo.
Essa era la città di tutti i popoli della terra e la patria di tutte le genti per cagione del suo Pontefice, che è il padre universale dei cattolici; perciò, secondo la sublime sentenza del Fénelon, ogni cattolico è romano. Ora il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica si trova chiuso dentro al Vaticano, che è la sua reggia e la sua prigione, il suo trono e la sua croce, il suo tempio e il Calvario. Della restante Roma altri divennero signori; e perciò fuori della cerchia del Vaticano, a propriamente parlare, non vi è più Roma, ma un cumulo di edifizii e di ruine, di antico e moderno, di grande e venerando e di piccolo e spregevole, che altra volta fu Roma, ora non è più nulla.
(La fedeltà dei romani al Papa) mi pare abbastanza provata dal modo con cui accolsero la rivoluzione entrata in Roma per la breccia di Porta Pia. Il popolo romano rimase nella massima parte estraneo a quel movimento, cominciato e continuato da forestieri; le larghe promesse, lo splendido fantasma di avvenire fecondo di ricchezze e di potenza, che sembrava inseparabile dal titolo fastoso di capitale di un grand regno, non illusero il popolo romano. Sicchè, mentre tutte le altre città italiane venivano ciecamente travolte nei flutti della passioni anarchiche, Roma invece diede esempio memorando di fedeltà al suo antico e legittimo Sovrano. Professori, impiegati, soldati, grandi signori e principi, elessero il sacrificio, gli stenti, il disprezzo, l’oblio, piuttosto che mutar casacca.
Soprattutto la strage delle case religiose, dei conventi, dei monasteri, di chiese e di istituzioni pie; la licenza illimitata concessa ad eterici di qualsiasi setta, che ora hanno chiesa e scuola in tutti gli angoli di Roma, e adescano i miserabili e la feccia del popolo con promesse di guadagni materiali, e all’occasione affiggono nei luoghi pubblici avvisi crudelmente oltraggiosi alla fede cattolica, resero i nuovi padroni oltremodo antipatici ai romani.
Veniamo a Montecitorio. Qui sono gli eletti del popolo, qui è il palladio delle pubbliche libertà, qui è l’arena delle gloriose tenzoni nazionali. Ai tempi del Papa-Re, nel palazzo di Montecitorio, opera di un Papa Innocenzo, onde chiamasi anche palazzo Innocenziano, era la sede della polizia pontificia. Ora i poliziotti se ne sono andati… partiti gli onorevoli poliziotti, entrarono gli onorevoli deputati… Il luogo delle loro solenni comparse è l’aula provvisoria architettata nel 1871 dall’ingegnere Comotto, in forma di una baracca di legno, di ferro e di cristalli, stretta, disagiata, color di cioccolatte, e di disgraziata figura. Goffo baraccone è il nome, onde essa venne battezzata allora e che porta tuttavia; ma l’avrebbero potuta benissimo chiamare gabbia, poiché uno degli onorevoli (scordai quale) non dubitò una volta di asserire solennemente, credo in nome proprio e de’ suoi colleghi: noi siamo una gabbia di matti. Codesta gabbia o baraccone, che dir si voglia, in un col palazzo, costò ai contribuenti italiani cinque milioni e mezzo… Di che tanto più ammirevole è lo zelo, con cui gli inquilini di Montecitorio trattano gli affari dl popolo italiano che li ha mandati!… Già non sono mai troppi nel baraccone sopra descritto.
Quando poi in un modo o in un altro si sia finalmente razzolato il numero legale, le discussioni incominciano. Parlano pochi, ma parlano egregiamente: sono bocche d’oro! Specie se si tratta di rompere lance contro preti, frati, persone e cose di Chiesa, correte, oratori, correte ad ascoltare in Montecitorio: non troverete i migliori maestri a cercarli fra milioni… E quelli che tacciono, cioè la maggior parte? Quelli ascoltano? No, quelli vanno e vengono dall’aula al buffet, dal buffet all’aula; o, se sono avvocati, il che, per disgrazia nostra, si verifica almeno ottanta volte su cento, preparano le loro arringhe per la Corte delle assise. Alcuni ridono, altri interrompono l’egregio oratore, poi, giunto il momento opportuno, votano tutti. M come votate in buona coscienza per il bene del popolo che vi ha mandato, se a non avete seguita la discussione, o solo a sbalzi e sbadatamente? La discussione non è fatta per quelli che debbono votare, ma per quelli che debbono leggerla nei giornali e negli atti ufficiali. La discussione non muta mai il risultato del voto, che si conosce già prima della discussione.
Su per la comoda via aperta dalla munificenza di Pio IX, fui sulla piazza di Montecavallo, vicino al monumento equestre, opera superba di greco scalpello, dinanzi al palazzo del Quirinale… Quel palazzo colle sue sontuose sale, colle sue opere d’arte, coi suoi giardini, era stato la reggia di molti Papi. Anche Pio IX vi aveva, prima dell’esilio, posto la sua Corte. Ora quel palazzo è sede di un re e di una regina, portati a Roma dal turbine rivoluzionario, e si dicono incoronati dalla volontà popolare. In quelle sale, al cospetto delle sacre scene dipinte dal pennello devotissimo dell’Owerbek, si danza e si banchetta: in quei giardini viene Garibaldi a restituire cavallerescamente al re d’Italia la visita; ricevutone nella propria casa. Sopra la porta principale del palazzo sporge una loggia. Di lassù ogni Papa, appena eletto dal Conclave, dava al popolo affollato la sua prima benedizione di Pontefice e di re: ora il re e la regina d’Italia ricevono lassù le ovazioni del popolo sovrano. Sotto l’arco maestoso di quella porta passavano cardinali e Prelati in severo abito talare, colle mozzette ed i rocchetti del cerimoniale liturgico; ora invece di là entrano ed escono le eleganti toilettes delle dame di corte e delle mogli di generali e ministri. È una processione assai poco edificante di soldati che bestemmiano e di ministri che vanno a sottoporre alla firma reale leggi e decreti, di cui non pochi recano lo sfratto di monache o di religiosi, lo smantellamento d’una chiesa, l’abolizione del catechismo, la leva dei chierici, il matrimonio civile e andate voi discorrendo. E sopra quella porta restano tuttavia S. Paolo colla spada sguainata, S. Pietro colle sue chiavi, la Vergine Santa col Bambino tra le braccia!
Lessi il nome di tutte le vie delle già finite e di quelle che si stanno terminando. D’Azeglio, Cavour, Manin, Gioberti, Mazzini, Napoleone III, ti guidano a Vittorio Emanuele. E nella parte opposta della stazione, dal Venti Settembre a Castel Fidardo, da Castel Fidardo a Solforino, a Palestro, a Goito, alla Cernaia, quei nomi ti conducono come per mano sulla strada percorsa dalla rivoluzione italica, te ne narrano tutte le geste, te ne cantano tutti i trionfi; quindi, giunto sulla piazza della Indipendenza, tu ammiri finalmente l’ultima meta…  La Indipendenza! La Indipendenza! Ed io là ritto in mezzo a quella piazza, non paranco bene rassettata, andava con me stesso meditando questa parola, e confrontava il suo significato filologico, col significato che essa piglia nella mente di quelli che l’hanno colà fatta esporre, in grandi lettere, alla vista del pubblico. Nel pensiero di costoro, indipendenza vuol dire: togliti di lì, che mi ci metta io; vuol dire: morte alla teocrazia! Morte ai tiranni, che comandavano nel nome del vecchio Dio! Viva lo Stato! Il dio nuovo, che fa quando gli talenta, senza l’impaccio di dover render conto ai dogmi ed alla morale.
Ma lo Stato fu dio altra volta, quando sul colle Esquilino, dove adesso sorge una parte della nuova Roma, abitava il carnefice incaricato di fustigare e di crocifiggere nel sesterzio gli schiavi, condannati al supplizio: Anche allora il dio Stato non rendeva conto de’ fatti suoi né ai dogmi, né a principi morali, perché la sua divisa era questa. Sic volo sic iubeo, stat pro ratione voluntas! Allora nel suolo della nuova Roma si seppellivano alla rinfusa gli schiavi, avuti in conto di bestie. E dei 900 mila abitanti, che Roma conteneva, i due terzi erano schiavi, poiché il dio Stato vedeva nel servaggio dei più la condizione necessaria della propria indipendenza. Credo che, in materia di indipendenza, non si pensi molto diversamente oggidì… La concorrevano le maghe nel silenzio della notte, a stracciare coi denti vittime eziandio umane, e del fegato bollente di quelle componevano filtri amorosi, e per la virtù del sangue versato in una fossa, evocavano i Mani, a scoprire le cose nascoste, lontane e future. Così, fra gli altri, lasciò scritto l’epicureo Orazio. Ma nemmeno oggidì son rari, tra coloro cui dobbiamo la nuova Roma, i fattucchieri e le streghe, che sotto nomi meno ignobili, rinnovano quelle ignobilissime superstizioni, e posseggono l’anima di molti epicurei moderni, atei e materialisti, che predicano l’indipendenza del pensiero e del cuore.
Roma papale aveva cancellati i delitti di Roma pagana, col sangue dei suoi martiri e colle santificazioni dei suoi sacramenti; nel fuoco della carità aveva disciolti i ceppi della schiavitù; aveva sfrantumata la statolatria e fondata la verace indipendenza dei popoli, sul principio della paternità divina… Indipendenza! Indipendenza, e intanto siamo tutti schiavi. La Chiesa schiava dello Stato, lo Stato schiavo dei ministri pro tempore, i ministri schiavi delle fazioni, le fazioni schiave delle logge massoniche, le logge schiave di Satana, tutti schiavi del mal costume, dell’empietà, della rapina, della violenza, della miseria, della fame!

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I martiri cattolici nell’ inferno maoista

mao-chinaSegnalazione del Centro Studi Federici

Nella storia scritta dai settari non c’è spazio per le vittime del comunismo e in particolare per i martiri cattolici. Oggi ricordiamo i crimini dei seguaci del dittatore Mao Tse-tung, tanto osannato dai sessantottini italiani.
 
Inediti. Cina, il martirio taciuto
Chissà se un giorno anche tanti sessantottini di casa nostra chiederanno pubblicamente scusa per aver contribuito ad alimentare in Occidente il mito di Mao Zedong (1893-1976). Dal 1949 alla sua morte, il «Grande timoniere» della Cina si guadagnò un posto tra i peggiori dittatori della storia. Il suo comunismo non fu meno brutale di quello di Stalin, ma per tanti, troppi anni, una cappa ideologica ha tenuto nascosti i suoi crimini.Solo di recente, grazie anche a coraggiose voci isolate come quelle di Harry Wu o della scrittrice Jung Chang, stanno venendo fuori le prime raccapriccianti testimonianze. Tali sono anche quelle raccolte da Gerolamo Fazzini nel libro appena uscito In catene per Cristo Diari di martiri nella Cina di Mao (Editrice Missionaria Italiana, pp. 416, euro 20).
Un ulteriore prezioso grimaldello per scoperchiare gli orrori perpetrati dal «Sole Rosso» non solo contro i dissidenti, ma soprattutto contro i cattolici e gli altri credenti che Mao considerava «nemici senza fucile».Tanto più che, come ricorda nella prefazione il direttore di AsiaNews, il missionario del Pime padre Bernardo Cervellera, le persecuzioni nell’indifferenza dei mass media continuano ancora oggi, «talvolta con meno crudeltà, ma sempre con un controllo totalitario sulla vita dei cristiani». Fazzini, che aveva già curato Il libro rosso dei martiri cinesi (San Paolo), attinge sempre a fonti inestimabili come quelle missionarie, ancora però scarsamente considerate. A tal punto che – scrive l’autore – «l’opinione pubblica, comprese le fasce più acculturate del mondo cattolico, ignora pressoché totalmente la portata del dramma delle vittime cattoliche della rivoluzione maoista».
Nel libro confluiscono dunque i racconti autobiografici di quattro testimoni esemplari: Gaetano Pollio, arcivescovo di Kaifeng, arrestato e mandato ai lavori forzati per sei mesi; Domenico Tang, gesuita, arcivescovo di Canton, detenuto per 22 anni, dato già per morto anche dalla sua famiglia; padre Leone Chan, 4 anni e mezzo di carcere, uno dei primi sacerdoti a far conoscere in Occidente l’incubo comunista cinese per essere riuscito a fuggire nel 1962; Giovanni Liao Shouji giovane catechista cinese anche egli internato per oltre 22 anni nei gulag cinesi, i laogai, terrificanti e tuttora attivi (almeno un migliaio secondo Harry Wu e la sua Laogai Research Foundation).Le loro testimonianze da sopravvissuti all’inferno maoista sono da brividi. Condannati con procedimenti farsa sulla base di crimini mai compiuti (padre Chan fu accusato persino di aver avvelenato l’acquedotto cittadino) furono costretti a umiliazioni di ogni genere come impastare sterco per far mattoni o pene atroci come fissare a lungo luci accecanti senza poter chiudere gli occhi. «I nostri pasti erano miseri: persino il guscio delle arachidi veniva tritato e dato come cibo. Mi accorsi presto, però, che quella alimentazione era causa di emorragie interne (…) Erbe selvatiche e scarse quantità di riso erano tutto il cibo che avevamo; con quella alimentazione dovevamo lavorare per dieci ore al giorno». In sottofondo le urla prolungate e strazianti dei condannati che sarebbero stati sepolti vivi.Queste e altre indicibili torture avvenivano «mentre in Europa, negli anni Sessanta – annota amaramente Fazzini – il verbo del maoismo veniva propagandato come il “volto buono” del comunismo, arruolando simpatizzanti anche in casa cattolica». Lo ricorda bene un decano dei missionari come padre Piero Gheddo: «Fino al 1951 le notizie della persecuzione del “Paese di mezzo” erano accolte con un certo distacco dall’opinione pubblica italiana e anche fra i cattolici non mancavano voci di comprensione nei confronti dei comunisti cinesi e di critica alle missioni».Così mentre buona parte della sinistra europea di quegli anni spacciava in Occidente il Libretto Rosso come simbolo di «libertà» ed «emancipazione», Mao portava avanti la sua mattanza. «È possibile affermare – denuncia il libro – che il “Sole rosso” sia responsabile direttamente o meno  di crimini pari o addirittura superiori, per crudeltà, intensità e durata, a quelli di Stalin e dello stesso Hitler. Non è un’affermazione a effetto: un ex gerarca maoista riparato all’estero, Chen Yizi, afferma di aver visto un documento interno del Partito comunista che quantificava in 80 milioni il numero dei morti “per cause non naturali” nel periodo del “Grande balzo in avanti” (1958-61)».La grande Rivoluzione culturale lanciata da Mao di fatto puntava a trasformare il culto del Grande Timoniere nella nuova religione dei cinesi, declinando il verbo comunista dell’«uomo nuovo» senza Dio. Ma la ferocia verso i credenti non riuscì a piegare una fede più forte delle catene: anche oggi in Cina solo fra i cattolici ogni anno vengono battezzati circa 150 mila adulti.
Non si può però leggere questo libro senza rimanere scossi da questi testimoni indomiti che riuscirono a non perdersi d’animo anche negli abissi dell’orrore: «Dio mi fece la grazia di essere ottimista». Così da meravigliare i carcerieri medesimi: «Gli stessi poliziotti comunisti mi confessarono parecchie volte che ci ammiravano e che non riuscivano a spiegarsi come potevamo soffrire il carcere per un’idea e per la fedeltà al papa che viveva così lontano». Per nessuna ragione avrebbero tradito Gesù di Nazaret: «Le parole del Maestro mi risuonavano alla mente: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”».Se Cristo non desse un senso alla vita, anche alle sue terribili sofferenze, come potevano sfidare quel supplizio senza paura? È l’interrogativo che lasciano oggi a un Occidente vuoto e debole spiritualmente. Perdonando e ringraziando come i primi cristiani nelle catacombe: «Il semplice fatto di essere vivo per raccontare (…) è in se stesso un fatto straordinario (…) Ma ancora più miracoloso è stato che io sia uscito da una simile esperienza di pressioni fisiche, mentali e morali, con la mia fede intatta (…) senza aver mai ceduto ai comunisti per debolezza o paura. Ringrazio Dio che non mi ha permesso di tradirlo mai; ho combattuto la buona battaglia e mantenuto la fede».

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L’eresia antiliturgica dai Giansenisti a Giovanni XXIII

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IMPORTANZA DELLA QUESTIONE LITURGICA 
“La Liturgia, considerata in generale, è l’insieme dei simboli, dei canti e degli atti per mezzo dei quali la Chiesa esprime e manifesta la sua religione verso Dio” (Dom Guéranger. Institutions Liturgiques). Questa definizione della Sacra Liturgia ci fa apprezzare l’importanza capitale del culto pubblico che la Chiesa rende a Dio. Nell’Antico Testamento Dio stesso si fa, per così dire, liturgista, precisando nei minimi particolari il culto che Gli dovevano rendere i fedeli (cfr. il Libro Levitico; e anche Pio XII, Mediator Dei, 12). Tanta importanza per un culto che non era che l’ombra (Ebrei, 10,1) di quello sublime del Nuovo Testamento che Gesù, Sommo Sacerdote, vuole continuato fino alla fine del mondo per mezzo della Sua Chiesa…!. Nella Divina Liturgia della Chiesa Cattolica tutto è grande, tutto è sublime, fin nei minimi particolari; è questa la verità che fece pronunciare a Santa Teresa d’Avila queste celebri parole: “Darei la mia vita per la più piccola delle cerimonie della Santa Chiesa”. Non si stupisca quindi il lettore dell’importanza che daremo in quest’articolo alle rubriche liturgiche e l’attenzione che presteremo alle “riforme” (che potrebbero essere giudicate minori) che hanno preceduto quelledel Concilio Vaticano II. Consci dell’importanza della Liturgia sono sempre stati, d’altro canto, i nemici della Chiesa: dobbiamo ricordare che da sempre la corruzione della Liturgia fu un veicolo, da parte degli eretici, per attentare alla Fede stessa? Lo fu con le antiche eresie cristologiche, e poi, via via, col luteranesimo e l’anglicanesimo nel XVI secolo, con le riforme illuministe e gianseniste nel XVIII secolo… per concludere con lo stesso Concilio Vaticano II che non a caso iniziò i suoi lavori di “Riforma” proprio con lo schema sulla Liturgia, sfociato nel “Novus Ordo Missae”.

La criminale guerra contro la Siria

Siria: Deir ez Zor, un nome che dovrebbe far vergognare tutto l’Occidente

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“I media europei ci hanno tradito, non dicono la verità” (padre Elias Janji, prete armeno cattolico siriano)
Deir ez Zor o Deir Ezzor, una città nel governatorato omonimo della Siria orientale, era la settima più grande città del Paese; situata a circa 450 km da Damasco, situata sulle rive del fiume Eufrate, aveva circa 215.000 residenti. La maggioranza dei suoi abitanti è formata da arabi musulmani, oltre a una forte e radicata comunità armena siriana; a Deir ez Zor convivevano insieme sunniti, assiri siriaci, arabi e curdi e cristiani.
La città era famosa soprattutto per un bellissimo antico ponte sull’Eufrate ora distrutto, e per la “Chiesa Memoriale del Genocidio Armeno”, una chiesa che ricordava il massacro di decine di migliaia di armeni, avvenuto proprio sulle rive del fiume, i quali erano sopravvissuti al genocidio turco, che ogni anno il 24 aprile ospitava migliaia di pellegrini armeni per commemorare il genocidio.

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Chi ci salverà dal soldato kosovaro?

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Lo stato fantoccio del Kosovo, dove la manovalanza islamica è abbondante, si sta rivelando estremamente utile per chi vuole destabilizzare l’Europa.

Kosovo e minaccia jihadista
Festeggiavano per l’attentato di Westminster, volevano colpire il ponte di Rialto ed erano pronti a morire per Allah. I tre jihadisti arrestati ieri dopo il blitz della polizia a Venezia, venivano dal Kosovo. Ed in Kosovo, come centinaia di altri jihadisti, uno degli arrestati, Arjan Babaj, era tornato dopo essere andato a combattere in Siria. Il caso riaccende i riflettori sulla minaccia per la sicurezza che arriva da questo piccolo Paese dei Balcani, che negli ultimi anni è diventato il più importante hub logistico e di reclutamento per i jihadisti dell’Isis in Europa.

San Simonino da Trento, il santo che i conciliari vorrebbero dimenticare per compiacere i loro fratelli maggiori

facebook_1490344252122Segnalazione del Centro Studi Federici

Dal Martirologio Romano (edizione del 1954)
In data 24 marzo: “A Trento la passione di san Simeóne fanciullo, crudelissimamente trucidato dai Giudèi, il quale poi rifulse per molti miracoli”.
 
Il sito dedicato a san Simonino di Trento:
 
Dal Breviario Romano, Proprio dell’Arcidiocesi di Trento, testi delle Lezioni del II Notturno
IV Lezione – Simone di Trento, nato da genitori pii, non aveva compiuto ancora 29 mesi della sua età quando di nascosto fu rapito dalla casa paterna da un ebreo di nome Tobia che era stato corrotto con del denaro da altri Giudei. Costoro, infatti, avevano deciso di uccidere un fanciullo cristiano poiché, per loro, si avvicinava la Pasqua, così da poter mescolare il sangue del fanciullo agli azzimi, operazione che essi reputavano essere gratissima a Dio. Il fanciullo sequestrato fu condotto nella casa di Samuele nella quale si erano radunati molti Giudei. Favoriti dal silenzio della notte, da questa casa lo portarono nella Sinagoga e qui gli tolsero le vesti, gli fasciarono la bocca in modo che non si sentissero le grida e, subito dopo, tirando le sue braccia da una parte e dall’altra lo misero come in croce e in guisa di lupi famelici praticarono crudeli sevizie sul tenero corpo tanto da cambiare il suo aspetto.

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I crimini degli alleati: le marocchinate

goumiers-2Segnalazione del Centro Studi Federici

La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia
L’episodio del remake porno del film di De Sica è l’occasione di parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 
Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili. 
  
“Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano. 
 
1 Cos’era il CEF  
Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.  
 
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Siria: cinque minuti di verità sugli schermi degli Usa

theo_padnosSegnalazione del Centro Studi Federici

La narrazione dell’ostaggio e il silenzio stampa
Theo Padnos, il protagonista dell’intervista che segue, è un giornalista statunitense di Atlanta, rapito in Siria nel mese di ottobre del 2012 e durante due anni prigioniero di al-Nusra, fronte siriano di al-Qaïda. Fu liberato nell’agosto 2014 per intercessione del Qatar. Fox news è il canale televisivo ‘’all news’’ più visto in assoluto negli USA, subito prima della CNN. L’autore dell’intervista a Theo Padnos è il rinomato giornalista Tucker Carlson, conduttore del seguitissimo programma di attualità politica ‘’Tucker Carlson Tonight’’, che va in onda dal 14 novembre 2016.
Questi elementi, uniti all’altalenante, o ambiguo, atteggiamento dell’incipiente amministrazione Trump, soprattutto negli affari internazionali e mediorientali in particolare, dovrebbero aver suscitato l’interesse nei commentatori della nostra stampa mainstream per un’intervista che si può definire strabiliante, proprio per il contesto in cui si svolge. Invece nulla. Silenzio assoluto.  Che il timore di veder rovinare le loro narrazioni mendaci sulla Siria li stia mandando sempre più in confusione?

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La pulizia religiosa nel Sinai settentrionale

sinaiSegnalazione del Centro Studi Federici

“Noi amiamo questa terra. Mio marito l’ha difesa contro gli attacchi dei colonizzatori israeliani nel 1973. Non meritiamo tutto questo”
 
Segnaliamo un’ulteriore documentazione sulla pulizia religiosa che si sta consumando nel Sinai, nell’indifferenza della comunità internazionale, come già denunciato dieci giorni fa: http://www.centrostudifederici.org/sinai-lesodo-dei-cristiani/
 
Il Sinai smilitarizzato consegnato all’Isis (titolo redazionale)
 “Sono ormai anni che tutti i gruppi radicali egiziani o dell’area si sono concentrati nel Sinai, che è diventato una sorta di santuario proprio perché gli accordi di pace con Israele hanno di fatto imposto una sorta di smilitarizzazione. Di questa sorta di vuoto politico e militare, formazioni prima jihadiste – in particolare Ansar Beit al-Maqdis – hanno preso di fatto il controllo; tendono a imporre quella sorta di pulizia religiosa in modo tale da far piazza pulita intorno a quello che si considera un’area di proprio ed esclusivo dominio” (prof. Renzo Guolo, docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Pavia)

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Hollande e i suoi fratelli

hollandeSegnalazione del Centro Studi Federici

Massoneria, la visita di Hollande al Grande Oriente di Francia 
3 marzo 2017 – E’ avvenuta qualche giorno fa la visita di Francois Hollande alla loggia della Massoneria del Grande Oriente di Francia. A fine mandato il presidente della Repubblica francese ha stupito tutti presentandosi ufficialmente nella sede della più potente loggia massonica d’Oltralpe. La visita di omaggio alla Massoneria in Francia assume rilevanza in questo momento: nel nostro paese infatti nei giorni scorsi il Grande Oriente d’Italia ha subito il sequestro degli elenchi dei massoni di Calabria e Sicilia da parte della Commissione Antimafia. In Francia invece i massoni sono stati elogiati pubblicamente addirittura dal capo dello Stato. 
Nel discorso di Hollande ai membri del Grande Oriente di Francia, come riporta Il Tempo, il presidente francese ha chiamato i massoni “miei fratelli” e ha sottolineato che “chiunque oserà toccarvi sarà come se avesse toccato la Repubblica”. Hollande ha poi aggiunto di considerare i massoni i “garanti della laicità” e della legge del 1905 che separa la fede religiosa dallo Stato. La visita di Hollande alla loggia della Massoneria è stata resa nota dallo stesso Grande Oriente di Francia. Il Grande Maestro Christophe Habas ha introdotto il discorso del presidente della Repubblica definendo la visita un ‘evento storico’ per la Francia.

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