Archivio per la categoria CENTRO STUDI FEDERICI

San Simonino da Trento, il santo che i conciliari vorrebbero dimenticare per compiacere i loro fratelli maggiori

facebook_1490344252122Segnalazione del Centro Studi Federici

Dal Martirologio Romano (edizione del 1954)
In data 24 marzo: “A Trento la passione di san Simeóne fanciullo, crudelissimamente trucidato dai Giudèi, il quale poi rifulse per molti miracoli”.
 
Il sito dedicato a san Simonino di Trento:
 
Dal Breviario Romano, Proprio dell’Arcidiocesi di Trento, testi delle Lezioni del II Notturno
IV Lezione – Simone di Trento, nato da genitori pii, non aveva compiuto ancora 29 mesi della sua età quando di nascosto fu rapito dalla casa paterna da un ebreo di nome Tobia che era stato corrotto con del denaro da altri Giudei. Costoro, infatti, avevano deciso di uccidere un fanciullo cristiano poiché, per loro, si avvicinava la Pasqua, così da poter mescolare il sangue del fanciullo agli azzimi, operazione che essi reputavano essere gratissima a Dio. Il fanciullo sequestrato fu condotto nella casa di Samuele nella quale si erano radunati molti Giudei. Favoriti dal silenzio della notte, da questa casa lo portarono nella Sinagoga e qui gli tolsero le vesti, gli fasciarono la bocca in modo che non si sentissero le grida e, subito dopo, tirando le sue braccia da una parte e dall’altra lo misero come in croce e in guisa di lupi famelici praticarono crudeli sevizie sul tenero corpo tanto da cambiare il suo aspetto.

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I crimini degli alleati: le marocchinate

goumiers-2Segnalazione del Centro Studi Federici

La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia
L’episodio del remake porno del film di De Sica è l’occasione di parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 
Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili. 
  
“Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano. 
 
1 Cos’era il CEF  
Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.  
 
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Siria: cinque minuti di verità sugli schermi degli Usa

theo_padnosSegnalazione del Centro Studi Federici

La narrazione dell’ostaggio e il silenzio stampa
Theo Padnos, il protagonista dell’intervista che segue, è un giornalista statunitense di Atlanta, rapito in Siria nel mese di ottobre del 2012 e durante due anni prigioniero di al-Nusra, fronte siriano di al-Qaïda. Fu liberato nell’agosto 2014 per intercessione del Qatar. Fox news è il canale televisivo ‘’all news’’ più visto in assoluto negli USA, subito prima della CNN. L’autore dell’intervista a Theo Padnos è il rinomato giornalista Tucker Carlson, conduttore del seguitissimo programma di attualità politica ‘’Tucker Carlson Tonight’’, che va in onda dal 14 novembre 2016.
Questi elementi, uniti all’altalenante, o ambiguo, atteggiamento dell’incipiente amministrazione Trump, soprattutto negli affari internazionali e mediorientali in particolare, dovrebbero aver suscitato l’interesse nei commentatori della nostra stampa mainstream per un’intervista che si può definire strabiliante, proprio per il contesto in cui si svolge. Invece nulla. Silenzio assoluto.  Che il timore di veder rovinare le loro narrazioni mendaci sulla Siria li stia mandando sempre più in confusione?

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La pulizia religiosa nel Sinai settentrionale

sinaiSegnalazione del Centro Studi Federici

“Noi amiamo questa terra. Mio marito l’ha difesa contro gli attacchi dei colonizzatori israeliani nel 1973. Non meritiamo tutto questo”
 
Segnaliamo un’ulteriore documentazione sulla pulizia religiosa che si sta consumando nel Sinai, nell’indifferenza della comunità internazionale, come già denunciato dieci giorni fa: http://www.centrostudifederici.org/sinai-lesodo-dei-cristiani/
 
Il Sinai smilitarizzato consegnato all’Isis (titolo redazionale)
 “Sono ormai anni che tutti i gruppi radicali egiziani o dell’area si sono concentrati nel Sinai, che è diventato una sorta di santuario proprio perché gli accordi di pace con Israele hanno di fatto imposto una sorta di smilitarizzazione. Di questa sorta di vuoto politico e militare, formazioni prima jihadiste – in particolare Ansar Beit al-Maqdis – hanno preso di fatto il controllo; tendono a imporre quella sorta di pulizia religiosa in modo tale da far piazza pulita intorno a quello che si considera un’area di proprio ed esclusivo dominio” (prof. Renzo Guolo, docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Pavia)

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Hollande e i suoi fratelli

hollandeSegnalazione del Centro Studi Federici

Massoneria, la visita di Hollande al Grande Oriente di Francia 
3 marzo 2017 – E’ avvenuta qualche giorno fa la visita di Francois Hollande alla loggia della Massoneria del Grande Oriente di Francia. A fine mandato il presidente della Repubblica francese ha stupito tutti presentandosi ufficialmente nella sede della più potente loggia massonica d’Oltralpe. La visita di omaggio alla Massoneria in Francia assume rilevanza in questo momento: nel nostro paese infatti nei giorni scorsi il Grande Oriente d’Italia ha subito il sequestro degli elenchi dei massoni di Calabria e Sicilia da parte della Commissione Antimafia. In Francia invece i massoni sono stati elogiati pubblicamente addirittura dal capo dello Stato. 
Nel discorso di Hollande ai membri del Grande Oriente di Francia, come riporta Il Tempo, il presidente francese ha chiamato i massoni “miei fratelli” e ha sottolineato che “chiunque oserà toccarvi sarà come se avesse toccato la Repubblica”. Hollande ha poi aggiunto di considerare i massoni i “garanti della laicità” e della legge del 1905 che separa la fede religiosa dallo Stato. La visita di Hollande alla loggia della Massoneria è stata resa nota dallo stesso Grande Oriente di Francia. Il Grande Maestro Christophe Habas ha introdotto il discorso del presidente della Repubblica definendo la visita un ‘evento storico’ per la Francia.

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Terra Santa: incendiata la cappella dell’Ascensione

ascensioneSegnalazione del Centro Studi Federici

Gerusalemme, incendio doloso alla cappella dell’Ascensione
 
Danneggiata la piccola cappella sul monte degli Ulivi, dove si venera il luogo da cui Gesù sarebbe salito al Cielo. Secondo la polizia, dietro l’incendio una disputa tra due famiglie locali.
Ancora un incendio in Terra Santa contro un luogo legato alla memoria di Gesù. Anche se le modalità fanno pensare questa volta a un movente diverso rispetto all’estremismo religioso. A essere danneggiata dalle fiamme ieri è stata la piccola cappella dell’Ascensione, sul Monte degli Ulivi. Un’antica cappella costruita dai crociati sulle rovine di una chiesa precedente distrutta dai persiani; a sua volta, poi, trasformata in moschea da Saladino dopo la riconquista islamica di Gerusalemme. Ma in tutta questa storia complessa un dato è rimasto fermo: la memoria del luogo da cui Gesù – quaranta giorni dopo la sua resurrezione – salì al cielo, secondo il racconto dei Vangeli. 

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Crimini comunisti: i martiri d’Albania

martiri_albaniaSegnalazione del Centro Studi Federici

Padre Giovanni Fausti, una storia di martirio (4 marzo 1946)
«Non separerò mai il mio gregge dalla Santa Sede», aveva risposto monsignor Frano Gjini a Enver Hoxha, dittatore del Paese, che gli chiedeva di staccarsi da Roma e costruire una Chiesa patriottica albanese. Proprio per questo fu torturato e, nel 1948, condannato a morte e ucciso. «Viva cristo Re, Viva l’Albania», furono le sue ultime parole davanti al plotone che lo stava fucilando. Le stesse del gesuita Giovanni Fausti, vice provinciale dell’Albania, e dei suoi compagni di martirio, fucilati il 4 marzo del 1946 dietro il cimitero di Scutari. Il gesuita, di origini bresciane, aveva insegnato filosofia all’università di Scutari, dove aveva imparato la lingua albanese.
 
Dopo essere rientrato in Italia e dopo una severa malattia polmonare, padre Fausti era tornato in Albania nel 1942 quando i suoi superiori gli avevano affidato il compito di Rettore del Pontificio Seminario di Scutari e dell’annesso Collegio Saveriano. Solo un anno dopo si era trasferito a Tirana lasciando l’incarico a un confratello albanese, padre Daniel Dajani, che verrà arrestato e ucciso con lui. L’idea è quella di assistere gli italiani e gli albanesi, coinvolti nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Accusato di essere un politicante traditore della nazione, viene prima arrestato e poi ucciso insieme con padre Daniel, e altri confratelli e seminaristi gesuiti.
Fu uccisa anche una donna, Maria Tuci, alla quale il suo torturatore, prima di stuprarla disse: «Ti ridurrò in modo che neppure i tuoi parenti ti riconosceranno». 

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Sinai: l’esodo dei cristiani

47895d2161e7fd4ff4b4a007f0204f97-1024x702-1Segnalazione del Centro Studi Federici

Cristiani del Nord-Sinai in fuga dalle violenze dello Stato islamico
 “La situazione è divenuta insostenibile dopo che in pochi giorni sono stati assassinati alcuni copti. Kamel Raouf , 40 anni, è stato ucciso con armi da fuoco, mentre sua figlia Justina è stata decapitata e la loro casa è stata bruciata. Saad Hakim, 65 anni, è stato colpito a morte; prima di morire, suo figlio, 40 anni, è stato bruciato vivo davanti ai suoi occhi. All’inizio della scorsa settimana, un medico di 67 anni, un commerciante di 45 anni e un insegnante di 55 anni sono stati uccisi con un’arma da fuoco. In soli 10 giorni vi sono stati sette morti”.
 
I cristiani del Sinai nel mirino dell’Isis, di Fulvio Scaglione
Si fa sempre più drammatica la situazione dei cristiani copti dell’Egitto che vivono nel Sinai. Solo pochi giorni fa, l’Isis ha diffuso un video in cui un uomo mascherato, che ha detto di chiamarsi Abu Abdallah al-Masri, si è autoaccusato dell’attentato compiuto in dicembre contro la cattedrale copta di San Marco, al Cairo, costato la vita a 28 persone, e ha incitato i militanti e i simpatizzanti a colpire i cristiani del Sinai. Le autorità egiziane sostengono di averlo identificato: si tratterebbe di Mahmoud Shafik, uno studente di 22 anni che era stato per due mesi in prigione nel 2014 e che, una volta uscito, era corso ad arruolarsi nell’Isis.
Il fatto importante, però, è un altro. A pochi giorni dalla diffusione del video, sette cristiani sono stati uccisi nella città di Al Arish nel pieno di una campagna di minacce rivolte in modo specifico contro la comunità cristiana. Scritte sui muri delle case, telefonate minatorie, atti vandalici contro le proprietà dei cristiani, insulti per strada. Sempre con lo stesso ritornello: andatevene o vi uccideremo tutti. Sono state inoltre fatte circolare fotografie di esponenti di spicco della comunità cristiana o di personalità musulmane che hanno difeso i cristiani, con l’incitamento a colpirli.
La campagna, purtroppo, sta raggiungendo il proprio scopo. 85 delle 103 famiglia copte di Al Arish sono fuggite altrove, trovando ospitalità a Ismailiya, Suez, Minya o Sohag. E in totale, sono ormai 118 le famiglie copte che hanno dovuto lasciare il Sinai. Come ha notato Asharq al-Awsat, il quotidiano pubblicato a Londra, si tratta del primo vero esodo dei cristiani dal Sinai dopo anni di ostilità e scontrCon questa campagna, infatti, compie un “salto di qualità” la lunga guerra che da lungo tempo insanguina il Sinai e che ha fatto centinaia di morti tra i soldati e i poliziotti egiziani ma anche tra i miliziani dell’Isis, spesso appoggiati dalle tribù beduine che mal tollerano il controllo del Governo centrale. L’attacco alle comunità cristiana, infatti, non risponde a sole pulsioni di fanatismo e intolleranza religiosa ma piuttosto a una strategia tipica delle formazioni islamiste, soprattutto quando è chiaro (come nel Sinai) che la vittoria militare è di fatto impossibile. Quando i cristiani sono costretti ad andarsene o sono ridotti all’irrilevanza sociale, la disgregazione del Paese è garantita, e con essa il trionfo del settarismo. Gli islamisti lo sanno e proprio a questo puntano.
Nel Sinai, in altre parole, i miliziani del Califfato cercano di ripetere quanto hanno ottenuto in Iraq e hanno cercato di ottenere in Siria. In Iraq il numero dei cristiani, dopo l’invasione anglo-americana del 2003 e i successivi anni di violenze e di attentati, si è ridotto da 1,5 milioni (6% della popolazione) a meno di 400 mila. E più o meno altrettanto è successo in Siria, dove i cristiani erano il 10% della popolazione prima dello scoppio della guerra civile nel 2011 e sono ora ridotti a meno di un terzo.
In quei Paesi le comunità cristiane avevano un “peso” assai superiore a quello consentito dai numeri: nell’istruzione, nelle attività sociali e in quelle culturali facevano da traino e da esempio. La loro stessa presenza, inoltre, era una specie di collante sociale, un’intercapedine tra gli opposti revanscismi di sunniti e sciiti e la garanzia di un (relativo) pluralismo. Eliminare tutto questo significa accelerare il collasso della società, che è esattamente l’obiettivo del terrorismo jihadista. Nel Sinai come altrove.

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Mafia & Alleati

guidasicilySegnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo un articolo molto interessante relativo ai legami tra mafia e Alleati, ai crimini degli anglo-americani in Sicilia, all’eroismo del Regio esercito del Sud (e persino un accenno alle marocchiante dei ‘liberatori’) pubblicato – incredibilmente – da uno dei principali quotidiani italiani, “La Stampa”, il 24/2/2017. Buona lettura.
 
La vera storia dello sbarco in Sicilia 
Sulla spiaggia di Trappeto (Trapani), fino a pochi giorni fa, sorgeva “la Cupola”, un piccolo bunker costiero semidiroccato, costruito nei primi anni ’40, al quale la popolazione locale era molto affezionata. Faceva ormai parte del paesaggio, ma il tetto si era inclinato e, invece di procedere a un possibile restauro, le autorità hanno deciso di mandare uno scavatore per rimuoverlo. La notizia, divulgata dal giornale locale Il Vespro, ha suscitato ovunque indignazione e dispiacere, per “l’ennesimo intervento che distrugge pezzi della nostra storia, cancella i ricordi, le immagini, i momenti”.  
 
Il recente episodio evoca in modo simbolico un’altra drastica rimozione, quella della vera storia dello sbarco angloamericano in Sicilia, di solito tramandato dalla storiografia tradizionale come una sorta di “passeggiata”, avvenuta tra festose distribuzioni di chewing gum e cioccolato da parte dei soldati alleati.  

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Il muro di Caifa non scandalizza i Giuda d’Occidente

2017gen_cremisan1487850948106Segnalazione del Centro Studi Federici

“Appena oltre i margini meridionali di Gerusalemme, là dove la città va quasi a fondersi con Betlemme, prosegue inarrestabile – a ridosso dell’insediamento di Ghilo – la costruzione della barriera di separazione israeliana nella valle di Cremisan. Sconfitti sul terreno – dopo anni di vertenze giudiziarie – i due istituti religiosi salesiani e le 58 famiglie palestinesi (cristiani, ndr) di Beit Jala che vantano diritti di proprietà su vigneti e uliveti della Valle”.
 
 

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