Archivio per la categoria CENTRO STUDI FEDERICI

Grillini: tassa sulle processioni

cartelloSegnalazione del Centro Studi Federici

A Roma i grillini mettono la tassa sulle processioni religiose
 
L’amministrazione grillina del IV municipio di Roma ha deciso che in vista delle festività pasquali i parroci che vorranno organizzare le tradizionale processione della via crucis dovranno pagare una tassa per l’occupazione di suolo pubblico, al pari delle attività commerciali
 
In vista delle festività pasquali le parrocchie che si trovano nel IV municipio di Roma dovranno pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico se vorranno organizzare la tradizionale processione della via crucis.
Si tratta dell’ultima trovata del Movimento 5 Stelle, che amministra lo stesso municipio della periferia est di Roma.

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Infiammati per Giordano Bruno

grande oriente_ giordano brunoSegnalazione del Centro Studi Federici

Il 17/2/2017 i massoni del Grande Oriente d’Italia hanno commemorato l’anniversario della morte di Giordano Bruno con il convegno “Una fiamma per la libertà”, nella Biblioteca del Vascello a Roma.
Tra gli oratori presenti: il gran maestro Stefano Bisi, il valdese Claudio Paravati, il prete modernista don Francesco Pontoriero, il presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto, l’onorevole Davide Capezzone (Conservatori e Riformisti). Nel corso dell’incontro il sindaco di Perugia Mario Valentini ha ricevuto il “Giordano Bruno d’oro”, massima onorificenza del Grande Oriente.
 

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Farisei d’Occidente: nessuno si straccia le vesti per Deir Ezzor

deir-ezzorSegnalazione del Centro Studi Federici

Deir Ezzor: coraggio, parliamone
Uomini e donne di ottima volontà. Marciatori e marciatrici. Difensori dei diritti umani. Democratici sdegnati. Pacifisti. Intellettuali della buona causa. Aleppo è andata com’è andata ma comunque è finita e vi trovate un po’ con le mani in mano, con un sacco di energie da investire? Non temete, una ragione per mobilitarsi si trova sempre. Mai sentito parlare di Deir Ezzor?
No? Curioso, perché Deir Ezzor è una città della Siria, non lontana dal confine con l’Iraq, che da due anni e mezzo è assediata dall’Isis. L’Isis quello vero, quello che sgozza la gente all’ombra delle bandiere nere, non i “ribelli moderati”. Da due anni e mezzo, dunque, l’Isis è riuscito a occupare una serie di alture strategiche sul lato della città che ospita l’aeroporto e da lì bombarda e attacca senza sosta. Nell’ultimo mese, poi, i jihadisti hanno addirittura ricevuto rinforzi dall’Iraq (quelli che vanno su e giù nel deserto dell’Iraq, operando contro Palmira e Deir Ezzor senza mai essere visti dagli aerei della coalizione di 67 Paesi messa insieme dagli Usa di Obama e dall’Arabia Saudita di re Salman) e con quelli hanno scatenato un’offensiva che ha aperto un corridoio nelle difese della città.
Il rischio è che i miliziani riescano a tagliarla in due, mettendo così in grave pericolo la resistenza della guarnigione siriana e la sopravvivenza della stessa Deir Ezzor.
Ora… Si sa che molti considerano i soldati siriani dei feroci servi della dittatura e dunque non si fanno soverchie preoccupazioni sulla loro sorte. Però a Deir Ezzor sono assediati da anni anche 100 mila civili che, rispetto alla guerra, ad Assad, all’Isis e a tutto ciò che volete, non sono meno innocenti dei civili di Aleppo Est per i quali avete usato senza risparmio i termini “massacro”, “olocausto”, “strage” e così via.
E a Deir Ezzor questi termini hanno un senso preciso. Giusto un anno fa, l’Isis riuscì a penetrare nella città. Venne infine ricacciato ma fece comunque in tempo ad assassinare più di 300 civili, in maggioranza donne vecchi e bambini, in gran parte sgozzati. Altri 400 civili furono rapiti e poi in parte rilasciati nelle settimane successive. Sono sicuro che non avete perso memoria di una tale strage, nonostante la penosa mancanza, a Deir Ezzor, di pediatri, clown e bambine con la passione di Twitter.
Quei civili massacrati erano le famiglie dei soldati siriani. Voi, che date del nazista anche a Donald Trump, non definireste nazista il comportamento dell’Isis a Deir Ezzor? Non è una fantastica occasione per mostrare tutta la capacità di mobilitazione di una società sensibile come la nostra?
Tra l’altro, non lo dico io. C’è pure il bollino di garanzia delle Nazioni Unite, perché l’Unicef ha fatto notare che nella città assediata ci sono 40 mila bambini che rischiano la vita sotto i “bombardamenti indiscriminati” che hanno già ucciso decine e decine di civili. Bambini che a causa dell’assedio dell’Isis sono ridotti a bere l’acqua inquinata dell’Eufrate. Bambini che da due anni e mezzo sopravvivono non per gli aiuti umanitari (che a Deir Ezzor sono cominciati ad arrivare solo nelle ultime settimane) ma grazie ai rifornimenti paracadutati dall’aviazione siriana e russa.
Brutto, no? Ed è una situazione che a Deir Ezzor è particolarmente grave nei numeri ma che si ripete nella sostanza anche a Fua e Kafraya, due città che gli islamisti tengono sotto assedio non lontano da Idlib. È una buonissima causa, certo non peggiore di quella di Aleppo Est, Zabadani e Madaya che, per essere attaccate dall’esercito di Assad, sono diventate immediatamente “città martiri”. Quanti articoli abbiamo letto sui bambini di Madaya costretti a nutrirsi d’erba per non morire di fame? O ci volete dire che i bambini di Deir Ezzor valgono meno?
Quindi ora aspettiamo. Le articolesse, i lamenti in Tv, gli appelli contro l’indifferenza e l’inazione dell’Occidente. Se proprio dovesse servire, possiamo anche trovare un ultimo clown a Deir Ezzor. Aspettiamo con fiducia. Perché la coerenza ha un valore. E l’informazione anche.
 

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La lotta di Karol, Joseph e Jorge Mario all’antisemitismo

Nostra_Aetate

ERMENEUTICA DELL’APOSTASIA CONCILIARE:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il discorso di Jorge Mario Bergoglio alla delegazione dell’Anti-Defamation League, sulle orme di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (Città del Vaticano, 9/2/2017):

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/february/documents/papa-francesco_20170209_anti-defamation-league.html Prosegui la lettura »

17 febbraio 1600

image.Segnalazione del Centro Studi Federici

Nell’anniversario della morte del mago Giordano Bruno, frate apostata, segnaliamo l’opera di mons. Pietro Balan, diffusa nel 1886 dell’Opera dei Congressi e ristampata nel 2009 dal Centro Librario Sodalitium.
 
Pietro Balàn, Il vero volto di Giordano Bruno
 
Prefazione
Nella seconda metà dell’800 e nei primi decenni del ‘900 una schiera di battaglieri giornalisti e scrittori cattolici difese i diritti della Chiesa e le figure dei Sommi Pontefici dagli attacchi del laicismo massonico (cfr. Sodalitium n. 61, luglio 2007). Tra questi combattenti per la causa papale spicca certamente la figura di monsignor Pietro Balan (Este 1840 – Pragotto di Crespellano 1893), “di spirito indomino, d’ingegno acuto e di vasta e nutrita cultura storica” (Enciclopedia Cattolica).
Dall’abilità della sua penna sono usciti numerosissimi scritti per rispondere alle sempre più numerose mistificazioni storiche con le quali i nemici della Chiesa stavano riscrivendo la storia. Mons. Balan, in particolare, mise in rilievo il legame indissolubile che lega l’Italia alla Fede predicata da san Pietro e dai suoi successori, rivendicando le glorie del passato cattolico della Penisola. La sua erudizione sfociò nella stesura dei tre volumi della “Storia della Chiesa in continuazione a quella di Rohrbacher” (Modena 1879-1886). Nella prefazione all’opera, mons. Balan scriveva: “io nulla devo ai potenti, ai grandi della terra; ma devo a Dio, alla Chiesa, alla patria, alla coscienza mia la verità; se ad altri qualche cosa dovessi, e senza offendere la gratitudine non potessi parlare liberamente, deporrei la penna, non mentirei”.

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Flagelli

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Segnalazione del Centro Studi Federici

L’Abbazia benedettina di Montecassino fu distrutta tra il 577 e il 589 dai Longobardi; nell’883 dai Saraceni; nel 1349 da un terremoto; il 15 febbraio 1944 dagli Anglo-americani.
 

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Le menzogne dell’Europa

pinocchioSegnalazione del Centro Studi Federici

Gli eurocrati mentono sulla Grecia, sull’Italia e sulla sopravvivenza della moneta unica (Alfonso Tuor, 15 febbraio 2017)
 
Spira aria di crisi nell’Unione monetaria europea. Infatti, quando gli uomini che contano scendono in campo per ribadire cose che dovrebbero essere scontate, vuol dire che in realtà esse non lo sono affatto.
Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha sentito il bisogno di ripetere per ben due volte che l’euro è irrevocabile e, dopo questa dichiarazione davanti al Parlamento di Strasburgo, è corso a Berlino ad incontrare Angela Merkel con l’obiettivo di farle correggere il tiro sulla necessità di un’Europa a più velocità, E dato che l’Unione europea è già a più velocità (non tutti i Paesi hanno adottato l’euro o sottoscritto l’accordo di Shengen e tante altre direttive di Bruxelles), la cancelliera tedesca si riferiva chiaramente all’euro. La trasferta di Mario Draghi ha prodotto una correzione di tiro da parte di Angela Merkel, la quale al termine dell’incontro con il numero uno della Bce ha dichiarato che “l’area euro deve essere coesa e deve procedere ad una velocità unica”. Queste sono parole sono parole destinate unicamente a contrastare le speculazioni politiche e dei mercati finanziari sul futuro dell’attuale euro. Esse non cambiano la realtà di fatto che l’Unione monetaria europea è molto probabilmente alla vigilia di una crisi esistenziale. Più onesto e più chiaro è stato Ted Malloch, che dovrebbe essere il prossimo ambasciatore americano a Bruxelles. In un’intervista alla TV greca Skai, diffusa lo scorso 8 febbraio, ha dichiarato che “la questione della sopravvivenza dell’euro è all’ordine del giorno e che il futuro dell’euro si deciderà entro un anno, al massimo un anno e mezzo”. Si tratta di un discorso chiaro e comprensibile ben diverso dalle dichiarazioni edulcorate e false dei leader europei, che mirano ad ingannare i cittadini europei, facendoli credere che la moneta unica è solida, mentre nelle segrete stanze si studia come superare l’attuale euro.
Le menzogne diventano comunque evidenti allorquando si parla della crisi greca, che si trascina da poco meno di sette anni, della situazione sempre più insostenibile dell’Italia, dell’evoluzione dei tassi di interesse e della diffusa insoddisfazione sociale che è la causa prima delle possibilità di successo elettorale dei partiti euroscettici in Olanda e in Francia. Ma procediamo con ordine.
Il nuovo atto della tragedia greca è stato ufficialmente aperto dal Fondo Monetario Internazionale. Con una mossa senza precedenti, l’FMI ha comunicato che il suo Comitato esecutivo è profondamente diviso sulla partecipazione a un nuovo programma di aiuti ad Atene, poiché il piano di aggiustamento preparato dalla Commissione europea è irrealistico e il debito pubblico greco sarà presto fuori controllo, se i Paesi che hanno adottato l’euro non ne accetteranno una nuova parziale cancellazione. In sostanza, il Fondo Monetario Internazionale ha detto che Bruxelles mente spudoratamente quando ritiene che la Grecia possa avere un avanzo primario (ossia un avanzo dei conti pubblici prima del pagamento degli interessi) del 3,5% del PIL per un periodo di tempo prolungato. Si mente sapendo di mentire, poiché entro luglio bisognerà versare ad Atene altri 7 miliardi di euro, per evitare che il Governo greco non paghi i suoi creditori. Ma perché le autorità europee mentono? Si mente perché Olanda, Francia e Germania, alla vigilia delle loro elezioni, non possono dire ai loro cittadini che devono dire addio ai miliardi prestati alla Grecia (facendo lievitare deficit e debito pubblico), mentre tirano la cinghia sui programmi sociali. Questi Paesi non possono nemmeno accettare che l’FMI non sia più della partita, poiché il Parlamento tedesco ha posto quale condizione la partecipazione dell’FMI al salvataggio della Grecia per approvare gli stanziamenti della Germania. E dato che il Bundestag sarà chiamato ad esprimersi anche sulla partecipazione tedesca alla prossima tranche di 7 miliardi di euro da dare alla Grecia entro luglio, si teme una rivolta dei deputati con pesanti conseguenze sull’esito del voto tedesco di fine settembre. Dunque, sulla Grecia si mente sapendo di mentire e tutti i leader europei sanno che il rilancio dell’economia greca passa attraverso la cancellazione di parte del suo debito pubblico. Lo sanno bene i leader europei, ma mentendo vogliono rinviare il momento della verità, poiché il debito pubblico greco ammonta a 323 miliardi di euro, dei quali però 287 miliardi sono stati prestati dagli Paesi di Eurolandia. Quindi la cancellazione di parte del debito pubblico greco la pagherebbero i contribuenti degli altri Paesi, una prospettiva non facile da far digerire soprattutto alla vigilia delle elezioni.
La vera grande polveriera della moneta unica è comunque l’Italia. L’economia italiana non è riuscita a sfruttare il crollo dei prezzi delle materie prime, i bassi tassi di interesse i continui acquisti dei suoi titoli pubblici da parte della Banca centrale europea, nell’ambito del programma di Quantitative Easing. L’economia continua ad arrancare e infatti Bruxelles prevede che crescerà solo dello 0,9% quest’anno e dell’1,1% l’anno prossimo, il debito pubblico – sempre secondo l’Unione europea – salirà quest’anno al 133,3% del PIL e il deficit pubblico al 2,6%. A tutto ciò si aggiunge la crisi drammatica del sistema bancario, gravato ufficialmente da 200 miliardi di sofferenze che in realtà sono molte di più, come indicano i dati resi noti da Unicredit nel suo recente aumento di capitale. Le probabilità di un risanamento sono scarse poiché a questi dati economici si devono sommare una situazione sociale esplosiva, confermata da una disoccupazione giovanile che raggiunge il 40% e da 4,5 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà assoluta e le incertezze politiche che fanno prevedere una stagione di grande instabilità. Come se non bastasse, all’orizzonte si staglia un prevedibile lieve aumento dei tassi di interesse dovuto al restringimento del piano di acquisto di titoli da parte della Bce e soprattutto la tendenza all’aumento dello spread (ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e di quelli tedeschi) che sono destinati a far lievitare il costo del servizio del debito di un Paese che solo quest’anno deve ricollocare oltre 270 miliardi di euro di titoli pubblici che giungono a scadenza. Bruxelles chiede una piccola manovra di correzione entro l’estate ed esprime fiducia sulle prospettive dell’Italia. Ma anche in questo caso gli eurocrati mentono, poiché sanno che la camicia di forza dell’euro impedisce una vigorosa ripresa e senza un rilancio economico i conti pubblici del Bel Paese e i bilanci delle banche italiane non migliorano e sanno pure che i conti pubblici dell’Italia sono sempre più fuori controllo.
A gravare sul futuro dell’euro vi è poi la crescente insoddisfazione sociale che è destinata a manifestarsi in un no all’Europa nelle prossime elezioni. Sapendo discernere tra menzogne degli eurocrati e verità, si capisce che l’uscita di Angela Merkel sull’Europa a più velocità non è stato uno scivolone, ma il riconoscimento che il progetto di Unione monetaria europea è fallito e che non si può più andare avanti così. Quindi, come prevede, Tede Malloch, prossimo ambasciatore americano a Bruxelles, nel giro di un anno e mezzo si deciderà sulla continuazione dell’esistenza dell’euro.
 

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Una giornata nel “mondo piccolo” di Guareschi

guareschiIl Centro studi “Giuseppe Federici” di Rimini, tra le iniziative indette per il ventennale del sodalizio (nel 1997 fu fondato il circolo culturale Giuseppe Federici, trasformato poi nel 2001 in centro studi), organizza il 25 aprile 2017, festa di san Marco Evangelista, una giornata nel “mondo piccolo” di Giovannino Guareschi.
 
Programma della giornata
 
ore 10,30 appuntamento al cimitero di Roncole Verdi (frazione di Busseto, Parma) per rendere omaggio alla tomba di Giovannino Guareschi, della moglie Ennia (“Margherita) e della figlia Carlotta (la Pasionaria”).
 
ore 11,00 arrivo alla sede del “Club dei Ventitré”: visita della mostra “Giovannino nostro babbo”, con la proiezione del filmato “Adesso vi racconto tutto di me” (offerta simbolica di 1,00 euro) e incontro con Alberto Guareschi e le sue due figlie; sosta al vicino Bar Guareschi, aperto dal 1957 ed ancora fornito degli arredi originali scelti da Giovannino.
 
ore 13,00 pranzo (25,00 euro, prenotazioni presso il Centro Studi Federici entro venerdì 21 aprile). 
 
Nel pomeriggio: trasferimento a Roccabianca (PR) – 15 km circa percorrendo la SP 59 – dove si trovano la casa natale di Guareschi nella frazione di Fontanelle, il museo “Mondo Piccolo” (ingresso gratuito) e diversi luoghi che hanno ispirato i racconti di Giovannino.
 
Chi desidera potrà invece recarsi a Brescello (RE) – 60 km con l’autostrada A1, 55 km con la SP50 – per visitare i luoghi delle riprese cinematografiche dei film di Don Camillo e Peppone.
 
Per raggiungere Roncole Verdi, frazione di Busseto (PR):
- dall’autostrada A1 Bologna – Piacenza, uscire al casello di Fidenza/Salsomaggiore Terme, proseguire poi in direzione di Busseto-Soragna;
- dall’autostrada A21 Brescia – Piacenza, uscire al casello di Castelvetro, proseguire poi per Busseto-Fidenza- Villanova.
 
Informazioni e iscrizioni al pranzo: 
Tel.  0541.758961 
E-mail: romagnapontificia@gmail.com
 

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Quando i muri di separazione erano democratici

gorizia 1950Segnalazione del Centro Studi Federici

Benedizione alla mamma
Una scena commovente alle porte di Gorizia, la dove passa il confine. Un giovane prete italiano, don Breceli, che al mattino ha celebrato la prima messa, si avvicina al reticolato di frontiera, di là del quale lo aspetta sua madre, residente in territorio jugoslavo e unica superstite della famiglia massacrata nella lotta partigiana. Inginocchiatasi la donna, il figlio, attraverso l’invalicabile barriera, le impartisce la benedizione.
(La Domenica del Corriere del 23 aprile 1950).
 

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Crimini titini: alcune testimonianze

parenzo_43Segnalazione del Centro Studi Federici

Domani è il  giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo. Ricordiamo le vittime e ricordiamo chi furono i carnefici: gli adepti del comunismo ateo, che nel XX secolo, dall’Unione Sovietica alla Cina, dalla Jugoslavia al Vietnam, hanno perseguitato e ucciso milioni di cattolici. Vittime e carnefici dimenticati dai professionisti della memoria.
Il ricordo delle Foibe, le storie di tre esuli siciliani «Per 50 anni non ho saputo la fine di mio padre»
 
Bruna Fiore aveva tre anni quando i soldati di Tito uccisero i suoi genitori e alcuni suoi fratelli. Giuseppe Mancuso è scappato da Fiume dopo essere stato in un campo di prigionia. Maria Cacciola ha fondato un’associazione per cercare i familiari delle vittime: «Volevano cancellare la presenza italiana in quelle terre»
 
La loro unica colpa era di essere italiani. E L’Italia li ha dimenticati per tanto tempo. Sono gli esuli di Istria, Fiume e Pola. Dal 2005 il 10 febbraio è dedicato alla commemorazione delle foibe e del successivo esodo forzato della popolazione italiana. Tutto cominciò l’8 settembre 1943. In Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi torturarono e gettarono nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) circa un migliaio di persone. Erano fascisti (o presunti tali) e oppositori politici, potenziali pericoli per il futuro Stato jugoslavo comunista. Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò Trieste e l’Istria, cominciò così l’esodo di migliaia di italiani. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati.
 
Bruna Fiore è una di questi esuli. È cresciuta a Messina dove si è anche laureata. La sua vita viene stravolta l’8 settembre 1943 quando, insieme a sua madre e i suoi sei fratelli, deve lasciare Pola. «Ero piccola, avevo appena tre anni, ma ricordo che mio fratello Lorenzo, che aveva meno di 20 anni, era andato a lavorare. Ci raccontarono che si trovava in un bar e fu preso dai soldati di Tito nel marzo del 1943. Scomparve come già era accaduto a mio padre, sotto Natale. Sono sicura del periodo perché mi ricordo che mia madre, tornando a casa, si arrabbiò con mia sorella che aveva fatto l’albero e gettò tutto in aria. Per la disperazione quando capì che anche mio fratello era stato catturato dai soldati di Tito andò a cercalo. Ma non tornò mai più. Anche lei fu gettata nelle foibe, le strinsero i polsi e le caviglie con il filo spinato, quindi venne legata con gli altri prigionieri in fila sul ciglio di una foiba. Uno dei soldati sparava al primo della fila, facendo cadere dentro tutti gli altri. Stessa cosa successe a mia nonna. Era conosciuta e si era prodigata per ritrovare mia madre e mio fratello, ma finì anche lei infoibata. Di mio fratello Lorenzo, invece, non ho certezza, anche se un mio zio che anni dopo venne a Messina, mi disse che poteva indicarmi il posto dove era stato gettato». Bruna, a soli tre anni, fugge a bordo di un carro insieme ai fratelli: due si rifugiano in Brasile, due in Australia e la maggiore in Germania. Solo Bruna resta in Italia e viene adottata da una coppia di messinesi.
 
Giuseppe Mancuso ha 85 anni ed è un esule di Fiume. Nel 1947 fa esperienza di un campo di prigionia. «Stavo uscendo da scuola e aspettavo per prendere il tram e tornare a casa. Quando all’improvviso arrivò un camion con un tendone, i poliziotti slavi ci buttarono dentro. Attraversammo il fiume e ci portarono in un campo dove dovevamo lavorare sette, otto ore. Dovevamo pulire i boschi per aiutare i titini a passare. Dopo un paio di giorni, al campo di prigionia arrivò la sorella di mia madre, che era del ’26, più grande di me di soli quattro anni. Lei doveva lavare i piatti e fare le faccende». Mentre i due si trovano al campo, Fiume, già occupata da due anni dalla Jugoslavia, viene formalmente annessa allo Stato slavo e Tito lascia ai prigionieri e agli altri abitanti la libertà di decidere se restare in Jugoslavia o andarsene. Giuseppe Mancuso raggiunge la madre e il fratello a Torino in una delle grandi caserme. «Siamo stati un anno lì. Dormivamo in piccole stanze dove gli spazi erano divisi dalle lenzuola. Poi siamo stati a Roma, a Cinecittà, nel frattempo è rientrato mio padre dalla guerra. E la Marina lo ha mandato alla base navale di Messina, dove ci siamo trasferiti». 
 
C’è poi chi infine come Maria Cacciola, esule di Pola, è responsabile da alcuni anni dell’associazione congiunti e deportati in Jugoslavia. «Sto cercando i congiunti messinesi dei trucidati per far prendere loro la medaglia, ma molti non hanno voluto saperne. Abbiamo realizzato una mostra itinerante che parla delle Foibe e che adesso si trova ad Acireale, al liceo scientifico Archimede». Cacciola spiega l’importanza di ricordare «quel mondo di odio e di furia sanguinaria che aveva come obiettivo cancellare la presenza italiana in quelle terre. Una vera e propria pulizia etnica. Per oltre 50 anni non ho saputo che fine abbia fatto mio padre. È partito nel maggio del 1945 a guerra finita e non è più tornato». Fu catturato dai militari titini mentre era al seguito del maresciallo palermitano Alfano. «L’ho scoperto solo dopo che è stata istituita la giornata del ricordo del 10 febbraio – continua la donna -. Noi scappammo da Pola perché il padrone di casa ci disse che era meglio rientrare in Sicilia. Su un carro arrivammo a Trieste e poi in treno in Sicilia».
 
 
Foto: Parenzo, 1943, funerali di infoibati.
 

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