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«Verso noi ebrei, il più aperto di tutti è stato Papa Ratzinger»

Segnalazione di Federico Prati

di Anna Lesnevskaya
18/10/2016 Ferrara
Il Vaticano e Israele, le differenti strategie diplomatiche degli ultimi tre Papi, Wojtila, Ratzinger e Bergoglio. Passi avanti, intoppi, fraintendimenti: la difficile relazione tra Vaticano, ebraismo, Stato d’Israele. Ne parliamo con lo storico Sergio Minerbi.

Benedetto XVI - Sergio Minerbi

«Sono convinto che nella diplomazia sia importante dire la verità, possibilmente nel momento opportuno e non in modo offensivo. Io l’ho sempre fatto e non mi sono mai pentito». È un principio che Sergio Minerbi non tradisce nemmeno quando deve parlare di un Papa. Lo dimostra dando giudizi piuttosto sferzanti, mentre lo intervistiamo a margine della Festa del Libro Ebraico a Ferrara. L’ex ambasciatore israeliano ed ex senior lecturer all’Università ebraica di Gerusalemme è venuto in Italia per presentare il suo libro sulla storia della sua famiglia, I Minerbi. Una famiglia ebraica ferrarese (Salomone Belforte & C., Livorno, 2015).
Di origini ferraresi, Minerbi però è nato a Roma nel 1929, sopravvivendo alla Shoah grazie al rifugio trovato in un istituto religioso. Eppure su Pio XII e lo sterminio degli ebrei l’ex diplomatico parla senza mezza termini: «È stato terribile, nel momento più triste della storia ebraica. Non solo non ha fatto niente per salvare gli ebrei, ma si è associato ai nazisti».
Probabilmente proprio durante i sei mesi passati al San Leone Magno di Roma, Minerbi ha iniziato a riflettere sui rapporti tra il cattolicesimo e l’ebraismo. Questione che tanti decenni dopo approfondirà ne Il Vaticano, la Terra Santa e il Sionismo (Bompiani, Milano, 1988). Opera scritta dalle posizioni di un fervente sionista – nel 1947 Minerbi emigra nell’allora Palestina – che cerca però di affrontare il tema con più obiettività e fondatezza possibile.
Se l’analisi proposta nel volume arriva fino al periodo del mandato britannico della Palestina, abbiamo chiesto invece all’ex diplomatico di dare una sua lettura dello stato attuale dei rapporti tra la Chiesa e Israele, cui ha dedicato, nel 2015, il volume Una relazione difficile, Vaticano, ebraismo, Israele (Bonanno Editore).
Quando a gennaio papa Francesco ha visitato la Sinagoga di Roma, lei è stato piuttosto scettico sul significato di questo gesto. Perché?
Abbiamo avuto finora tre Papi in Sinagoga. Di questi tre Papi, quello che ho apprezzato di più è stato Ratzinger. Mi è sembrato, in una serie di occasioni, pronto a cogliere la diversità positiva dell’ebraismo. E questo è molto importante. L’esempio di Benedetto XVI mi dice che se c’è la volontà, c’è anche la possibilità di percorrere un cammino diverso, un cammino che non sia apertamente antisemita. Per fare il Papa ci vogliono alcune doti fondamentali. Lui ce le aveva. Ma è stato un’eccezione.
Di quali doti sta parlando?
La volontà di comprendere che ci sono anche altre verità. La volontà di accettare la diversità. Tutto questo manca nell’attuale pontefice. La prima predica di Bergoglio, da Papa, è stata decisamente antisemita. Lui vede tutto sub-specie Vangelo. Ora, quando si è Papa, bisognerebbe cercare di elevarsi al di sopra. C’è stata la volontà da parte di Francesco di cambiare un po’ rotta, nel prosieguo del suo pontificato. C’è stata la visita in Sinagoga, che è un atto di simpatia, un atto di amicizia. Non è abbastanza, ma sempre meglio di niente.
E la preghiera silenziosa di Bergoglio ad Auschwitz non l’ha colpita?
Penso piuttosto a Giovanni Paolo II che ha voluto esaltare in particolare le vittime cattoliche ad Auschwitz, il che, secondo me, è quanto meno uno sbaglio, se non di più. In quanto Auschwitz è purtroppo il “non plus ultra” della persecuzione antisemita. Auschwitz ha rappresentato la volontà di distruggere completamente l’ebraismo europeo e questo non va mai dimenticato.
Secondo lei la minoranza cristiana in Terra Santa si sente accerchiata e minacciata?
Questa è una falsità diffusa dai cattolici. Non sono accerchiati da nessuno. Il governo israeliano li rispetta in pieno. Quindi sono tutte scuse. Loro vogliono continuare la loro politica come hanno sempre fatto, appena moderata da qualche riflessione.
Come vorrebbe che si evolvessero i rapporti tra il Vaticano e Israele?
A me interessa che ci siano delle relazioni normali fra Israele e la Chiesa. Avrei voluto vedere una continuazione di “Nostra aetate” (la dichiarazione del Consiglio Vaticano II del 1965 che rivede accuse e pregiudizio cattolico, ndr). Avrei sperato anche in una ripetizione, perché repetita iuvant. Ma non c’è stata. Non possono dimenticare quello che hanno detto, anche perché è stato voluto da un Papa. Ma certamente pensano che questo avvicinamento sia più che sufficiente per il momento.
I rapporti tra Vaticano e Israele oggi sono a un punto morto?
No, niente è morto. Però forse anche Israele potrebbe fare di più. Dopo la visita del primo ministro israeliano in Vaticano di tre anni fa (Benjamin Netanyahu ha incontrato Papa Francesco nel 2013, ndr), Israele avrebbe potuto cercare di fare alcuni passi avanti. Ha scelto di non farli.
Quali le principali sfide per la diplomazia israeliana riguardo al Vaticano?
Non do consigli sui media al mio governo, anche perché tanto non li segue.
Si potrebbe migliorare lo stato attuale dei rapporti?
Certo, si può migliorare. Da ambo le parti. Inshallah.
La famiglia Minerbi
Ci sono voluti trent’anni di ricerche per raccogliere tutte le storie, notizie e fatti che hanno caratterizzato secoli di vita familiare. Questo materiale è stato pazientemente e tenacemente raccolto da Sergio Minerbi in un libro a metà tra storia, narrativa e autobiografia, I Minerbi. Una famiglia ebraica ferrarese (Salomone Belforte & C., Livorno, 2015), presentato dall’autore sempre alla Festa del Libro Ebraico a Ferrara.
“Sempre corretti negli affari e pronti ai sacrifici per l’Italia, che invece con le Leggi razziali li abbandonò e li perseguitò, i Minerbi sono rimasti una famiglia alla quale abbiamo l’onore di appartenere”, si dice nell’epilogo del libro. “Abbiamo l’onore di appartenere”, appunto. Il plurale non è casuale, visto che l’autore si sente parte di un insieme inscindibile, una collettività, una famiglia con i cui membri continua a dialogare anche oggi. Racconta i loro fatti, li giudica, si associa alle loro azioni o ne prende le distanze.
Così, parlando di Arrigo Minerbi, scultore preferito del D’Annunzio, Sergio Minerbi è intransigente: «Ha fatto una cosa per me inammissibile, nel momento del pericolo si è convertito». O ancora quando si imbatte nel caso dell’unico Minerbi che ha fatto bancarotta fraudolenta, scappando da Trieste a New York, è incerto se includerlo nel libro. Alla fine vince l’amore per la verità storica. In omaggio ai propri avi Minerbi non ha voluto censurare niente.
Nato a Roma nel 1929 dove ha vissuto le leggi razziali e poi ha visto l’arrivo della Brigata Ebraica, Minerbi nel ’47 emigra nell’allora Palestina, milita nei movimenti socialisti, vive nel kibbutz. Poi diventa diplomatico israeliano, professore universitario, autore di importanti pubblicazioni. È conosciuto soprattutto come esperto dei rapporti tra Vaticano e Israele.
«Ho avuto una storia personale del tutto particolare perché ero di madre polacca», racconta. Alla madre rimarrà sempre grato per avergli fatto conoscere l’ebraismo polacco, «che era all’epoca ricchissimo ed è stato distrutto dalla guerra». Il padre, ingegnere, patriota italiano e capitano dell’esercito nella Prima guerra mondiale, ha trasmesso a Minerbi non solo l’amore per la conoscenza («Mi ha dato una lezione importante: quella di studiare e studiare»), ma anche l’attaccamento all’ebraismo ferrarese di cui era impregnata la famiglia. «Gli ebrei hanno visto a Ferrara e nel ferrarese un addentellato importante del loro ebraismo, – dice Minerbi. – Poi le cose sono cambiate, e questo spirito oggi mi sembra svanito»

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Fatima, Ratzinger ammette: non tutto svelato il Segreto…

L’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2000 avrebbe confidato a uno suo amico personale, il professore di teologia tedesco Ingo Dollinger, che esiste realmente una parte non pubblicata del Terzo Segreto di Fatima.

dollinger

marco tosatti 16/05/2016

L’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2000 avrebbe confidato a uno suo amico personale, il professore di teologia tedesco Ingo Dollinger, che esiste realmente una parte non pubblicata del Terzo Segreto di Fatima.

Lo scrive Maike Hickson, sul sito “OnePeterFive” dopo aver parlato ieri, domenica di Pentecoste, con il sacerdote tedesco.

“Oggi festa di pentecoste, ho chiamato padre Ingo Dollinger, un sacerdote tedesco e già professore di teologia in Brasile, dove ora vive, anziano e fisicamente debole. È stato un amico personale del papa emerito Benedetto XVI per molti anni. Padre Dollinger, inaspettatamente, mi ha confermato al telefono i fatti seguenti”.

Ed ecco la confessione che il cardinale Ratzinger avrebbe fatto:

“Non molto tempo dopo la pubblicazione, nel giugno 2000 del Terzo Segreto di Fatima da parte della Congregazione della Fede, il cardinal Ratzinger ha detto a padre Dollinger durante una conversazione di persona che c’è ancora una parte del Terzo Segreto che non è stata pubblicata!. ‘C’è di più di quello che abbiamo pubblicato’ disse Ratzinger. Disse anche a Dollinger che la parte pubblicata del Terzo Segreto è autentica e che la parte non pubblicata parla di ‘un cattivo concilio e una cattiva messa’ che sarebbero dovuti venire nel futuro prossimo”.

Maike Hickson conclude:

“Padre Dollinger mi ha dato il permesso di pubblicare questi fatti nella festa dello Spirito Santo e mi ha dato la sua benedizione”.

La pubblicazione del testo del Terzo Segreto nel 2000 aprì immediatamente una discussione sulla completezza di quanto era stato reso noto. I dubbi erano alimentati sia da incongruenze del testo, sia da contraddizioni fra quanti avevano visto il documento originale, e le buste in cui era stato racchiuso, compresa quella firmata da Giovanni XXIII. Una discussione che ancora non ha trovato una conclusione soddisfacente, e che le dichiarazioni di padre Dollinger contribuiranno a riaprire e ad alimentare.

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Il sostegno di Ratzinger alla linea indicata da Bergoglio: ermeneutica della continuità

In un libro le parole di Ratzinger sulla centralità dell’idea di misericordia. Mai il Papa emerito aveva parlato del successore entrando nel merito della sua predicazione

di Luigi Accattoli

Ratzinger e Bergoglio (Afp9Ratzinger e Bergoglio

A rriva in libreria un testo di Benedetto che parla di Francesco. Arriva senza clamori ma è una prima assoluta: mai il Papa emerito aveva parlato del successore entrando nel merito della sua predicazione, stavolta invece lo fa. E lo fa in appoggio alla linea di Francesco, lodandone l’impegno sul tema della «misericordia». Le parole sul successore sono poche, quattro righe, ma sono in un contesto impegnativo, che tratta della centralità del tema della misericordia nell’attuale stagione della storia cristiana e costituiscono un inquadramento in positivo di quanto il Papa argentino viene proponendo su questo fronte e che non sempre incontra il gradimento degli addetti ai lavori. «Papa Francesco — afferma Benedetto nel testo che appare ora — si trova del tutto in accordo con questa linea (che pone la misericordia al centro del messaggio cristiano). La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio».

Gli atti in un volume

Queste parole si trovano in un volume della San Paolo che pubblica gli atti di un convegno teologico che si è tenuto lo scorso ottobre a Roma, nella casa dei gesuiti di via degli Astalli. In quel convegno fu letto dall’arcivescovo Georg Gänswein il testo di un’intervista a Ratzinger sul tema della «giustificazione per fede», che è l’affermazione centrale della Riforma luterana: il 31 ottobre Papa Bergoglio andrà a Lund, in Svezia, a celebrare con i luterani i 500 anni della Riforma. Il volume con il testo di Benedetto è curato dal gesuita Daniele Libanori ed è intitolato «Per mezzo della fede. Dottrina della giustificazione ed esperienza di Dio nella predicazione della Chiesa» (San Paolo editore, pp. 199, euro 20).

L’anonimo intervistatore

L’anonimo intervistatore sollecita Ratzinger a svolgere un raffronto tra il sentimento religioso dell’umanità contemporanea a Lutero, segnato dall’idea del peccato e dal bisogno della «giustificazione», e il nostro attuale. Ratzinger sviluppando affermazioni già proposte da cardinale riconosce che oggi non avvertiamo più quel bisogno di scampare alla «collera divina» mossa dal nostro peccato, ma avvertiamo comunque il «bisogno della grazia e del perdono». «Per me — dice il Papa emerito — è un segno dei tempi il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante». A illustrazione di tale progressiva centralità Ratzinger cita la santa polacca Faustina Kowalska (1905-1938), le cui «visioni» (era una mistica e ha lasciato un diario) riflettono «il desiderio della bontà divina che è proprio dell’uomo d’oggi»; e cita il Papa polacco, che canonizzò la connazionale e pubblicò un enciclica sul tema: «Dio ricco di misericordia» (1980).

Ratzinger nomina Francesco

È a questo punto che Ratzinger nomina Francesco, affermando che si trova «in accordo con questa linea». Non dice nulla di sé, il buon Benedetto maestro di discrezione, ma sarebbe facile aggiungere che al tema della misericordia va ricondotta la sua prima enciclica intitolata «Dio è amore» (2006) e che è sua, presa da un discorso del 30 marzo 2008, l’affermazione che «il nome di Dio è Misericordia», posta da Francesco a titolo del libro intervista con Andrea Tornielli (Piemme 2016).

«La misericordia di Dio»

Conclusione di Ratzinger nell’intervista: «Gli uomini d’oggi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza. Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta l’attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia divina si esprima in un modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede». Non sono affermazioni scontate. Non mancano cattolici che accusano Francesco di operare uno sbilanciamento buonista della predicazione della Chiesa dimenticando la «giustizia divina», la necessità della penitenza, il rischio della «perdizione eterna». In un momento nel quale quelle critiche vanno accentuandosi, l’appoggio che gli viene da Benedetto può risultare prezioso. Erano già una decina i testi di Benedetto pubblicati dopo la rinuncia al Papato, ma questo è il più importante. Ci dice che la mente teologica del Papa emerito continua a tessere la sua tela. Un tempo l’imbastiva in aiuto al missionario del mondo che fu Papa Wojtyla e ora non disdegna di farlo, dal suo ritiro, ad accompagnamento della predicazione del Papa che propone una «riforma della Chiesa in uscita missionaria».

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I due compari. Nuove boiate di B. e Razzy lo copre “a destra”, destra si fa per dire.

 

 

 

DUE PAPI

 

 

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/07/news/papa_divorziati_padrini-102328229/

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/VATICANO/ratzinger_padre_divorziati_dibattito/notizie/1053958.shtml

 

 

«Vater Benedikt», si voleva far chiamare, cosa che però, in italiano, fa pensare a un’altra cosa …

 

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Quando Benedetto XVI nominò un massone membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze

Segnalazione di Pietro Ferrari

 

-di Davide Consonni-

 

ARTICOLOSuccesse il 19 ottobre 2012. Benedetto XVI approvò la nomina del massone brasiliano Vanderlei Bagnato alla carica di membro ordinario dell’Accademia Pontificia delle Scienze.

 

 

 

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