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Verona: la battaglia delle otto armate

hobbit-battaglia-cinque-armate-banner-1030x515di Alessio Mannino, Direttore del quotidiano on-line www.vvox.it 

La politica in riva all’Adige è un’incognita quotidiana: guida per capirci qualcosa dopo il voto sul bilancio (che ha tenuto in vita Tosi)

Flavio Tosi è riuscito a superare indenne le forche caudine del voto sul bilancio, nel consiglio comunale di martedì sera 31 gennaio. Tecnicamente, grazie ad una contestata norma-ghigliottina del regolamento, che ha fatto chiudere entro l’orario di legge “bruciando” i sub-emendamenti delle opposizioni. Numericamente, perché ha ottenuto 19 voti a favore contro 13 contrari (con una astensione, dell’Udc). Politicamente, perchè è stato salvato dal gruppo “Verona Domani”, il gruppo che fa capo all’ex tosiano Stefano Casali (che correrà come candidato sindaco in primavera) dalla sorella ex leghista Barbara Tosi e dal fido Cristiano Maccagnani.

La sorpresa è che a garantire, in gran parte, la maggioranza alla maggioranza sono stati i tre casaleros (Andrea Sardelli, Filippo Rando e Rosario Russo), cioè dei casaliani che avevano invece affondato il testo in tutte le circoscrizioni. Ufficialmente, per senso di responsabilità civica per la città: non si poteva perdere il treno del project financing dell’Arsenale (quasi 15 milioni tolti ad altre opere, strade, impianti sportivi, marciapiedi, su un totale di 45 milioni, cosa che ha fatto infuriare le minoranze). In realtà, perchè a tutti fa comodo che Tosi resti in piedi fino a scadenza naturale di mandato. Perchè ancora grande è la confusione sotto il cielo. Nonostante manchino appena quattro mesi alle urne.

Avevamo lasciato Forza Italia che cercava abboccamenti con l’anti-berlusconiano Tosi, dopo averne detto peste e corna per anni. La Lega si è tenuta finora alla finestra, preannunciando che farà il nome del suo candidato sindaco il giorno di San Valentino (si parla del segretario cittadino e senatore Paolo Tosati). Dopo che è tornato il sereno fra i due partiti – suggellato in Veneto dall’espulsione di due consiglieri comunali padovani che hanno fatto cadere Bitonci – la tradizionale alleanza forzaleghista pare avviarsi alla conferma. Così almeno dalle dichiarazioni di oggi sull’Arena del plenipotenziario di Salvini sull’Adige, Lorenzo Fontana. Ma c’è un ma: ancora non si è deciso se ci sarà e chi sarà il candidato unico della coalizione. Che perciò potrebbe anche non essere unico. Tra gli azzurri ed i leghisti parrebbe non esservi colui che possa garantire il profilo più adeguato all’elettorato scaligero, da garantire se non la vittoria, almeno l’approdo al ballottaggio, e con un netto margine di vantaggio. Lo stallo, però, potrebbe anche favorire lo stesso Tosi, che rumors di palazzo dicono aver trovato un personaggio che potrebbe sbaragliare tutti e sparigliare le carte.CONTINUA SU http://www.vvox.it/2017/02/02/verona-la-battaglia-delle-otto-armate/ Prosegui la lettura »

Freda, colui che predisse l’invasione di massa con decenni d’anticipo

WINART-50318_franco_freda02gTitolo e sottotitolo sono della Redazione di Vvox

Freda, il fascista mai pentito: «è l’ora delle destre»

Sul passato legato a Piazza Fontana non rinnega «nulla». Difende il popolo che ha votato Trump. Ma boccia la politica di oggi: «tutto è in vendita»

di Matteo Castagna (in 24 ore oltre 1.600 letture sul quotidiano on-line www.vvox.it)

«Aspettate che mi metta i guanti» – intimava Franco Giorgio Freda alle guardie carcerarie durante i processi per la strage di Piazza Fontana – «ché il ferro democratico non mi tocchi i polsi». Nel 2000, citato come teste per lo stesso argomento, dopo esser stato assolto in Cassazione nel 1987 a seguito di altre due assoluzioni in appello, interruppe il pm che aveva cominciato a interrogarlo senza presentarsi, innescando una micidiale “sticomitìa”: «chiedo scusa, signore, lei chi è?», e quello: «sono il Pubblico Ministero». «La riverisco».
L’uomo di allora non è cambiato: severo, provocatore, senza rimpianti, educato ma sprezzante. Sembra immerso in una dimensione parallela, fatta di libri classici, storia e letteratura, traduzioni. Una sorta di vate per poche, selezionate persone rimastegli amiche. A sentire le donne che gli sono sempre girate intorno, pure affascinante. Un punto di riferimento per alcuni, o un folle, un cattivo maestro, un “nazi-maoista” pieno d’odio per altri

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Inchiesta giudici e BpVi, il Csm chiude con un pugno di mosche

csmdi Alessio Mannino, Direttore del quotidiano on-line www.vvox.it

L’indagine per incompatibilità sui processi che non si fecero mai a Zonin & C finita con un nulla di fatto: quasi tutti erano in pensione o già trasferiti

Mentre proprio oggi dalla Camera dei Deputati arriva la notizia che il governo si schiera con Cecilia Carreri (l’ex magistrata che nel 2001 voleva mettere a processo Zonin e altri ex amministratori BpVi) nel suo ricorso per indossare nuovamente la toga, dalle indiscrezioni raccolte da Vvox ne giunge un’altra riguardante il rapporto fra Banca Popolare di Vicenza e Procura berica: il Consiglio Superiore dell’ordine ha chiuso con un nulla di fatto l’inchiesta cominciata nel giugno 2015 su tutti i giudici ancora attivi coinvolti in procedimenti archiviati sull’istituto creditizio fra il 2001 e il 2009. L’accusa non era disciplinare ma di incompatibilità ambientale, e derivava da un esposto in cui le associazioni di consumatori Adusbef e Federconsumatori denunciavano «l’intollerabile sistema di corruzione, illegalità, omessa vigilanza di Consob e Bankitalia con le porte girevoli tra vigilanti e vigilati, coperture e complicità istituzionali della BpVi» (e, aggiungevano riguardo la Carreri, «è un dovere morale aprire una pratica per la sua completa riabilitazione»). L’eventuale sanzione poteva consistere nel trasferimento in altra sede. Prosegui la lettura »

Verona, la caduta di Tosi in mano ai tre “casaleros”

tosidi Matteo Castagna, per il quotidiano on-line www.vvox.it 

La giunta rischia di cadere già a fine gennaio sul bilancio. Per crisi interna del tosismo

La giunta di Flavio Tosi a Verona rischia di cadere entro fine gennaio, a pochi mesi dalle elezioni comunali. Per deflagrazione interna del tosismo. I consiglieri comunali che fanno riferimento a Stefano Casali, capogruppo in Regione della lista Tosi, da tempo manifestano un certo malessere nella compagine del sindaco scaligero: fin dai tempi della liason tra questi e l’ex premier di centrosinistra Renzi, malvista da “Verona Domani” (l’associazione dei casaliani) che ha, invece, una vocazione neo-democristiana collocata nel centrodestra. Il mal di pancia si è trasformato in aperto dissidio in occasione del referendum costituzionale: i supporter di Casali si sono apertamente schierati per il No, mentre Tosi per il Sì. Alle recenti, sia pur pasticciate e rimandate elezioni provinciali, si sono presentati nel listone di centrodestra contrapposto a quella dei tosiani. Prosegui la lettura »

Terrorismo, sfida del 2017: scoprire chi sono i veri “cattivi”

di Matteo Castagna, per www.vvox.it quotidiano on-line

E se non fosse Assad il pericoloso dittatore che contribuisce a creare il terrore, ma qualcuno di più vicino a noi?

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Possiamo dire, avendo la presunzione di non sbagliare, che il 2016 è stato un anno orribile per quanto riguarda gli attentati nelle città europee e non solo. Numerose sono le analisi e mutevoli le interpretazioni, soprattutto in merito al conflitto geopolitico ed alle guerre nel Medio Oriente.

Putin appare fiducioso, annunciando nuovi rapporti con gli Stati Uniti e chiede ai russi di donare figli alla Patria, ricordando discorsi d’altri tempi e altri leaders. Noi abbiamo politici ingabbiati nell’austerità della Merkel e, se vogliamo essere davvero sinceri, almeno in questo periodo natalizio, in una mediocrità di cui non si ricordano precedenti. I nominati non sanno produrre nulla, se non chiacchiere e povertà.

Che cosa c’è, in fondo, da festeggiare? Non abbiamo una reale certezza di che ruolo esercitino i governi occidentali nel drammatico scenario del terrorismo internazionale e, soprattutto, chi ne tragga beneficio. Ci chiediamo, per dirla con Paolo Sensini, se corriamo qualche rischio che la paura collettiva venga strumentalizzata, per mistificarne le cause e imporre la passività delle coscienze e quindi il controllo sociale oppure se dobbiamo davvero prepararci alla terza guerra mondiale. Poi su Il Giornale leggiamo un interessante reportage, in cui il presidente siriano Bashar Assad dichiara che l’Europa deve smetterla di aiutare il terrorismo.

Nel 1793 i giacobini francesi coniarono il termine “terrorismo”, che oggi, fateci caso, viene attaccato duramente da tutti coloro che ne sono i principali beneficiari, molto più di quanto non sia criticato da coloro che lo subiscono, e in modo ancora più virulento da coloro che lo finanziano, ne approfittano, lo dirigono e lo impongono. I mandanti sono i demiurghi di quel Nuovo Ordine Mondiale che si rafforza economicamente con l‘industria della morte, fregandosi ogni tipo di sovranità, da quella monetaria a quella nazionale.

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«Berlino e Aleppo, Occidente ipocrita non combatte davvero l’Isis»

di Alessio Mannino

Il giornalista Caputo che ha visitato la Siria in guerra: «questa non è una guerra religiosa, dietro ci sono interessi e ambizioni politiche»

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Sebastiano Caputo è uno che Aleppo l’ha vista coi suoi occhi. Giornalista, giovanissimo inviato di 24 anni, autore del libro “Alle porte di Damasco. Viaggio nella Siria che resiste” (Circolo Proudhon Edizioni, 2015), a cavallo fra quest’anno e lo scorso ha visitato tre volte il Paese martoriato dalla guerra. L’ultima nel mese scorso, girando nella capitale e nelle città di confine. «Ad Aleppo sono stato ad aprile, ma non per molto tempo: era accerchiata, e avrei rischiato di rimanere prigioniero». I canali usati per arrivare in Siria sono stati quelli legati all’assistenza alla popolazione: «la prima volta su invito di un’associazione di medici e professionisti che convocarono giornalisti occidentali per mostrare la realtà della guerra, la seconda con “SOS Cristiani d’Oriente”, che sono un gruppo di volontari francesi, e infine coi medici italiani di “Emergenza Sorrisi”, i primi che lavorano nella parte governativa».

Aleppo città-simbolo della devastazione, di cui si accusa il regime di Bashar Assad e i suoi alleati russi. Che significa oggi, Aleppo? «E’ la seconda città della Siria, la capitale economica. Per il governo è la roccaforte a nord, a 100 km dalla frontiera con la Turchia. I jihadisti la puntavano perchè sapevano che prenderla avrebbe significato tagliare in due il Paese. Per i sostenitori del governo, dal 2012 è iniziata quella che loro chiamano “liberazione”: l’avanzata dei jihadisti, infatti, era funzionale al disegno dell’Occidente di distruggere la Siria». Quella in cui ha girato Caputo «era una città divisa in due, come Berlino, dove i civili morivano da entrambe le parti, coi cecchini ovunque. Un po’ di consenso c’era, nei confronti dei jihadisti, ma molti ne erano prigionieri. E infatti molti fuggivano ad Aleppo Ovest, in mano ai governativi. E si poteva fare un raffronto fra questi fuggitivi, con le donne tutte velate, e gli abitanti a Ovest, dove c’era ancora la Siria laica e multiconfessionale» del regime baathista di Assad. Le fiaccolate, i ceri, le marce che non si contano da noi sono, secondo Caputo, «solidarietà falsa e ipocrita: dove erano quando c’erano i morti dall’altra parte?».

I “ribelli” non sono migliori dei soldati del regime, anzi: «tagliagole e mercenari. Tanto è vero che nei negoziati, l’accordo era di non filmare i loro miliziani, perchè in realtà pochissimi erano siriani. I civili mi raccontavano che nell’evacuazione di Tartus si vedevano tanti ceceni, afghani, soldati comunque stranieri». Ma allora cosa c’è da vendicare in Siria, come ha urlato l’assassino turco dell’ambasciatore russo Karlov? «Questo poliziotto, che pare fosse della scorta di Erdogan, proviene dalla divisione che è avvenuta nei corpi dello Stato turco dopo il golpe fallito. Colpire il rappresentante della Russia significa colpire l’apparato bellico russo sul campo. Ma questi episodi non avvengono mai per caso: è avvenuto dopo il riavvicinamento fra Russia e Turchia, in seguito all’accettazione da parte di Erdogan dello scambio proposto da Putin: se vuoi che faccio passare il gasdotto a sud da te, mi lasci la Siria». Si chiama geopolitica.

Ma praticamente nelle stesse ore un altro attentato ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale: quello del tir che ha fatto 12 morti nei mercatini di Natale a Berlino. Caputo, anche qui, non segue la corrente che collega il terrorismo (supposto che sia tale a tutti gli effetti) e la politica immigrazionista della Germania e più in generale dei Paesi occidentali: «il profugo pakistano è stato rilasciato, al momento c’è una rivendicazione dell’Isis. Ma preferirei fare un collegamento con la politica internazionale dell’Occidente. L’Isis sta perdendo terreno, questi attacchi sono l’unico modo che ha per creare eventi mediatici così da dare l’idea di essere ancora vivo e forte. Anche chi fa una politica restrittiva sugli immigrati può essere colpito, o anche chi non ha mandato i suoi soldati sul campo. Perchè nell’immaginario arabo-musulmano fanno tutti parte dell’Occidente nemico». Anche l’Italia, dunque. «No, l’Italia si salva perchè è una stazione di transito, e come in tutti i mercati illegali dove c’è transito è meglio non fare casini». Ma c’è Roma dove ha sede il Vaticano, capitale del Cattolicesimo. «L’Isis non ha nulla di religioso» – ribatte Caputo – «fa ridere sentire che sono stati presi di mira i mercatini di Natale per le “radici cristiane”. Questa è gentaglia che abbiamo foraggiato noi, e contro cui non c’è la volontà politica di agire sul serio: l’Isis può essere spazzato via in tre giorni. Gheddafi è stato abbattuto in una settimana».
«La verità», conclude ribaltando ancora la vulgata, «è che non siamo in guerra, perchè le cancellerie occidentali fanno ottimi affari con l’Arabia Saudita e con il Qatar grandi sponsor del jihadismo. Abbiamo stretto un patto col diavolo».

Fonte: http://www.vvox.it/2016/12/21/berlino-e-aleppo-occidente-ipocrita-non-combatte-davvero-lisis/

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Dopo Berlino cambiare il nostro modo di vita? Sì

MA SENZA IL CAMBIO DI VITA, SECONDO IL VANGELO, OGNI INDICAZIONE, SEPPUR GIUSTA, COME IN QUESTA BELLA ANALISI CONTROCORRENTE, NON E’ SUFFICIENTE…(N.d.R.)

L’ANALISI

di Alessio Mannino, Direttore di www.vvox.it

Eccoli, i cuor contenti crociati del “benessere” che difendono la nostra presunta felicità paranoica contro i paranoici terroristi. Anzichè farsi qualche domanda. Profonda

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Dicono che no, non devono farci temere un conflitto i venti di guerra siriani che hanno armato la mano di un poliziotto turco: “Aleppo, Aleppo!”, gridava dopo aver freddato davanti alle telecamere, nella sorpresa generale, l’ambasciatore russo Karlov. Dicono che Aleppo sia vittima della nuova alleanza fra Russia e Assad con la Turchia di Erdogan, ma non dicono che senza l’impegno della Russia e dei siriani fedeli alla Repubblica baathista (che sul piano religioso significa laica, lo ricordiamo ai laici di casa nostra), il Califfato non avrebbe perduto terreno e posizioni. Dicono che siamo in guerra, ma è una strana guerra la nostra, una drôle de guerre: non combattuta, non sentita, non vissuta. Ce ne eravamo pure dimenticati.

Ci hanno pensato i due attentatori che hanno fatto strage nei mercatini natalizi di Berlino, a darci il promemoria. Forse, la sveglia. Dicono che il sopravvissuto sia un pakistano richiedente asilo, entrato in Germania da poco, e dicono che questo fatto costituisce un implacabile atto d’accusa alla politica immigrazionista della Merkel, che anzichè chiudere totalmente le frontiere le tiene aperte a fisarmonica, calcolando i flussi ma non, evidentemente, il rischio di radicalizzazione fra i profughi. Ma non dicono che finora, gli episodi di terrorismo a vario titolo islamista sono stati compiuti da immigrati occidentali od occidentalizzati, che aderiscono all’ideologia totalizzante del Califfo in solitaria, esaltandosi davanti al computer sul mezzo più global che esista, Internet, auto-arruolandosi in un esercito che ha un territorio con capitale Raqqa, ma contemporaneamente e potenzialmente é senza confini e ci abita nella porta accanto.Dicono che bisogna cacciarli («fuori dai coglioni», scriveva oggi il sempre misurato Feltri), che bisogna combattere, che bisogna reagire. Ma se c’è chi pensa di conquistare il nostro benessere trasferendosi da noi, se c’è chi ci odia perchè il nostro benessere ci ha resi ciechi e sordi di fronte agli errori, gli orrori e le ingiustizie che abbiamo causato nel mondo musulmano, è da noi stessi che partire, per capire cosa fare.

Dicono infatti che non dobbiamo rinunciare al nostro modo di vivere. Alla nostra felicità. Ma quale felicità, di grazia? Quando portavamo i calzoncini corti, l’età in cui ci beviamo tutto facendo sì sì con la testa, ci hanno rintronato con l’idea che rinunciare a un po’ del nostro per il prossimo sia il dovere di buon cristiano. Poi, più grandicelli, ci hanno spiegato che consumiamo troppo e male, che sprechiamo, che buttiamo via troppa roba, che spendiamo i nostri soldini in cavolate che ammalano la Terra. Oggi, che purtroppo ragazzi non siamo più, abbiamo capito che non per doveristica bontà, e nemmeno solo per ecologismo, faremmo meglio a dismettere uno stile di vita vuoto, vacuo, fatuo, imbecille.

Ma per un ragione molto terra e al tempo stesso spirituale: perchè ci fa star male nel profondo, nell’inconscio e nel corpo, passare la vita a correre, rincorrere, scrivere e rispondere ai messaggi, controllare le email, guardare, e soprattutto guardarsi sui social, lavorare di più per essere pagato di meno, fare la spola da casa al lavoro e dal lavoro a casa, col fiatone per racimolare il tempo per uno straccio di hobby o per far muovere un po’ i muscoli, visto che siamo schifosamente sedentari; non sapere più cos’è stare in silenzio, non sapere quasi più cos’è un paesaggio incontaminato, non aver mai saputo, per chi oggi ha vent’anni, com’è l’esistenza senza essere perennemente connessi, reperibili, rintracciabili, con la testa china e autistica sul telefonino; non riuscire a fare a meno della santissima obsolescenza del prodotto che ci fa comprare l’ultimo modello di cellulare, di computer, di satellitare, altrimenti ci perdiamo le indispensabili novità tecniche, così come non poter evitare il giro di shopping, il rito degli acquisti, la fila idiota al Black Friday, la vacanzetta dove cerchiamo gli stessi comfort e le stesse abitudini di casa, spendere e spandere in status symbol standardizzati, anzichè sperperare pure gioiosamente (pauperismo, vade retro!) ma non perchè lo predica la pubblicità o perchè così fan tutti ma perchè a me, che son fatto come son fatto, piace eccedere e lussarmi il conto (lusso viene viene da luxus, stessa etimologia di quando vi parte una scapola) secondo i miei gusti, solo miei, e non i gusti degli altri, alla ricerca di piacere gratuiti, letteralmente gratis, per dono, non cash, senza attaccamento, senza compulsività, senza produrre tutta quella spazzatura materiale e mentale; e infine, cosa che sta in cima alla lista, fare tutto quel che facciamo sempre con l’affanno, sempre con l’occhio all’orologio, senza goderci più l’attimo, senza chiederci il senso di tutto questo. Il senso di noi stessi: che ci facciamo qui? E per cosa o per chi fatichiamo tanto, riempiendoci di appuntamenti, oggetti inerti, passatempi per ammazzare il tempo (e già questa espressione dice tutto), annoiandoci a morte nel tempo libero (l’altro tempo, quindi, è schiavo), prendendoci tremendamente sul serio nella nostra finto-allegra mediocrità, mentre non sappiamo più affrontare seriamente le questioni serie della vita, la nascita (non facciamo più figli) e la morte (rimossa come tabù che disturba la vendite)?

E ci vengono a dire che non dovremmo rinunciare a nulla? Dobbiamo rinunciare eccome, alla robaccia tossica e alla sua presunta sacralità. Anzitutto per star meglio, e così, poi, rinvigoriti, per lottare meglio contro questi paranoici. Io ho già cominciato da mo’. Come? Semplice: compro il meno possibile, dissacro un po’ tutto, mi interrogo sempre su che diavolo di scopo abbia quel che mi viene propinato per buono e scontato. Compresa la favoletta del “migliore dei mondi possibili”, che sarebbe il nostro.

http://www.vvox.it/2016/12/20/dopo-berlino-cambiare-il-nostro-modo-di-vita-si/

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5 domande su quadri di Castelvecchio. E niente balle, per favore

Tornano il 21 dicembre o forse addirittura prima. Ma restano molti dubbi. Ecco quali

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di Cesare Galla

I quadri rubati più di un anno fa al Museo di Castelvecchio di Verona tornano a casa dopo sette mesi di residenza coatta in Ucraina, dov’erano stati recuperati a maggio. Tornano il 21 dicembre, solstizio d’inverno. O forse addirittura prima, ma comunque entro Natale. Tutto è bene quel che finisce bene? Speriamo, ma resta un fatto: se vari elementi di questa storia sono ormai chiari, ce ne sono altri che non lo sono affatto. Innanzitutto, anche per scaramanzia sarebbe meglio rinviare l’esultanza a quando li avremo davvero sotto gli occhi, questi dipinti. Se non vedo non credo, secondo il modello evangelico di quel rompiscatole di San Tommaso. Dopodiché, il fautore della frettolosa quanto improvvida cittadinanza onoraria al presidente ucraino Poroshenko, il sindaco Flavio Tosi, si rassegnerà al fatto che rimanga nell’aria qualche interrogativo, che qui proviamo a riassumere.

1) Quando finalmente andremo a riprenderci il maltolto (e abusivamente trattenuto) saremo attrezzati con tutti i crismi? Dato che non se ne sente parlare, dobbiamo dare per scontato che è pronta una task-force di specialisti che sottoporrà ad expertise ogni singolo dipinto? Solo per verificare che siano proprio loro e che non si siano troppo rovinati, perché nulla sappiamo di quello che è accaduto durante i lunghi mesi di ostinata detenzione da parte del governo ucraino. Regni la fiducia, per carità, ma sarebbe increscioso che qualche inopinata scoperta avvenisse solo dopo che i dipinti sono tornati a casa.

2) Sarà mai soddisfatta la curiosità di base, la più banale ma anche la più comune e la più urgente? È la domanda delle domande: perché questi dipinti tornano solo dopo lunghi mesi di un tiraemolla spesso grottesco, talvolta surreale? Si saprà mai perché l’Ucraina ce li ha fatti tanto sospirare? In che cosa consistono le (così lunghe) “pratiche tecnico-legali” citate dall’ambasciatore di Kiev?

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Verona, centrodestra alla prova Provincia: “i se le fa e i se le dise”

consiglio-provinciale-di-veronadi Matteo Castagna per www.vvox.it 

L’8 gennaio, data del rinnovo del nuovo consiglio provinciale, sarà una data interessante per capire cosa accadrà alle comunali di primavera

La legge Delrio ha modificato la legge elettorale per le Province. Prima si era detto che le si volevano abolire perché enti inutili e costosi. In realtà le si è svuotate di competenze e di economie e le si è parcheggiate in un angolo in attesa (lunga) di riordino. Però si è tolto all’elettore il diritto di voto, che sembra essere un po’ il pallino degli ultimi anni, a vari livelli. Così, non essendoci bisogno di campagne elettorali e promesse su promesse, sono elezioni che passano un po’ in sordina, prendendo solo i trafiletti dei giornali.

Sono, però, un banco di prova per testare alleanze e studiare strategie di Palazzo, per occasioni future. I suoi equilibri vengono decisi dai partiti attraverso elezioni con sistema proporzionale, effettuate solo dai sindaci e dai consiglieri comunali. Insomma, “i se le fa e i se le dise” – direbbero in riva all’Adige – ove il giorno 8 Gennaio 2017 gli amministratori dei 98 comuni scaligeri eleggeranno il nuovo Consiglio Provinciale di Verona.

Al di là di come la si pensi sull’opportunità o meno di mantenere in piedi questa istituzione (peraltro svuotata di fondi, come ha recentemente dichiarato il presidente Pastorello dicendo che non ha neppure i soldi per l’antigelo da mettere nelle auto di servizio), il dato interessante è sempre e solo politico. O meglio, è sempre e solo inerente i giochetti politici tra compagini e correnti, che la gente comune sente così lontani dalle sue reali necessità, da non sapere neppure che dopo l’Epifania si svolgeranno queste consultazioni. .

I partiti del centrodestra, forti della schiacciante vittoria del No al Referendum di Renzi, hanno ritrovato l’unità da tempo perduta e sono pronti a presentare la lista che vedrà anche esponenti di “Verona domani”, il movimento di Stefano Casali, già schieratosi per il No che, pur restando capogruppo della Lista Tosi in Regione, si schiera con la Lega, Forza Italia, Battiti, i centristi di Valdegamberi e Fratelli d’Italia. Ai tempi della Lega, il segretario nathional veneto nonché sindaco di Verona, avrebbe preso immediati provvedimenti, lui che ha espulso persone dal partito solo per averlo contraddetto o fischiato. Ma può essere che “Fare” epurazioni in questo frangente sarebbe sì coerente, ma non conveniente…

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La crisi veneta, la parola a Carlotto

di Marco Milioni

«I rovesci che hanno colpito Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le infiltrazioni e la colonizzazione delle mafie. Uno smottamento generalizzato sul piano ambientale, con l’affaire Pfas tanto per dirne una. La corruzione trasversale a partire dal caso Mose con tutto il firmamento che gli ruota attorno, sino a giungere ai continui casi di elusione ed evasione fiscale, per non parlare d’una più generale illegalità diffusa sono la cifra di una classe dirigente veneta che mi fa pensare con grande preoccupazione al 2016 che si chiude e al 2017 che comincia a breve». È questo uno dei passaggi chiave di una intervista allo scrittore Massimo Carlotto che ho realizzato per Vvox.it e che è stata pubblicata pochi minuti fa. Gli spunti forniti dall’autore padovano sono particolarmente interessanti per molti versi; ma soprattutto perché Carlotto con parole semplici ed efficaci mette in relazione alcune questioni cruciali per il Veneto e non solo per il Veneto: dalla perdita del peso della cultura come fattore centrale del dibattito pubblico fino alla necessità da parte della società di ridefinire in modo saggio «l’elenco delle priorità».

LEGGI L’INTERA INTERVISTA SU VVOX.IT

http://marcomilioni.blogspot.it/2016/12/la-crisi-veneta-la-parola-carlotto.html?m=1 Prosegui la lettura »