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Il fascismo “male assoluto” o le rivelazioni della Santissima Vergine (VII e ultima parte)

suor-elena-aiello-immagine-ufficialeRUBRICA REX

(A lato la Beata Elena Aiello)

La Contro-Rivoluzione del ‘900: Benito Mussolini e Antonio Salazar

di Cristiano T. Gomes

Gianfranco Fini: “Il fascismo come male assoluto o parte del male assoluto” (novembre 2003).

Emanuele Fiano: “Fascismo male assoluto…” (24 gennaio 2013).

Laura Boldrini: “I palazzi di ispirazione fascista offendono i partigiani…Ci sono persone che si sentono a disagio quando passano sotto i monumenti fascisti” (“Il Giornale”, 11/07/2017). Dunque, abbatterli è la conseguenza logica.

Dei tre grandi fenomeni storici e politici del nostro tempo: Massoneria modernista, da cui derivano liberalismo e pseudo-democrazia oligarchica odierna, Comunismo, Fascismo, cosa pensa l’Autorità suprema? Su quali elementi sovrannaturali possiamo basarci per cercare di non cadere in errore?

La Madonna del Buon Successo il 2 febbraio 1594 apparve nella città di Quito a Madre Mariana de Jesus Torres,giovane badessa del Convento dell’Immacolata Concezione. La S. Vergine condannò la Massoneria e il Modernismo in tutte le sue forme, quale flagello dell’intera epoca contemporanea.

La Massoneria con la rivoluzione francese lanciò l’espansionismo anti-cristiano in Francia, poi in Europa e nel mondo; ordinò quindi l’esecuzione del Governante cristiano Garcìa Moreno, in Ecuador (1875), per aver consacrato il suo Paese al sacro Cuore di Gesù; ha sterminato milioni di cristiani in Messico; ha promosso, in combutta con il Comunismo, la lotta senza quartiere al cattolicesimo spagnolo (violenze ingiustificate a sacerdoti e suore, Chiese distrutte e vilipese); ordinò dunque (e partecipò attivamente) all’omicidio di Benito Mussolini e Clara Petacci (perché anche Lei?) per disgregare infine, mediante omicidio rituale, la ritrovata concordia tra Italia e Cristianesimo; ha infine scientificamente decristianizzato la vita sociale in tutto l’Occidente.

La Madonna di Fatima ha condannato il Comunismo in tutte le sue forme e manifestazioni.

Manuel Goncalves Cerejeira (1888-1977), Patriarca di Lisbona durante la reggenza estadista Salazariana, vide anzi nell’arrivo del fascismo portoghese al Governo, con il Salazar, il segno della benedizione celeste verso il Portogallo.

Le uniche rivelazioni private riconosciute in materia di fascismo italiano sono quelle della Beata Madre Elena Aiello (1895-1961), fondatrice della Congregazione delle Suore Minime della Passione che dai primi anni ’20 sino al giorno della morte ha rivissuto la Passione di Gesù Cristo ed ha ricevuto delle rivelazioni private, che chiariscono e integrano il segreto di Fatima. Mons. Francesco Spadafora fu suo direttore spirituale. Elena Aiello ricevette rivelazioni e precisazioni sul significato del fascismo nella storia italiana, ed in particolare sulla missione di Benito Mussolini. Tale rivelazioni, ricevute direttamente dal Redentore del genere umano, che toccano il periodo che precede immediatamente l’ingresso italiano nel conflitto bellico, hanno il fine di scongiurare, fallendo in tal senso lo scopo – pare, secondo la testimonianza di Edvige Mussolini, che fu impossibile alla Beata Elena vedere direttamente il Duce – proprio l’ingresso italiano. Queste risultano comunque, oggettivamente antitetiche alla versione del “male assoluto”.

“……All’Italia, perché Sede del mio Vicario, ho mandato Benito Mussolini per salvarla dall’abisso….”. (Cosenza, 23 aprile 1940).

L’americanismo contro il fascismo portoghese (1945-1974)

Non si sa sin dove possono ripercuotersi gli echi di una parola, anche quando si ha l’impressione di parlare nel deserto.

SALAZAR

Nel 1949 il Portogallo, nonostante le fortissime proteste e riserve dei capitalisti occidentali e dei comunisti sovietici, riesce ad entrare nella NATO grazie alla posizione geopolitica strategica. Il Portogallo entra nella NATO da Stato sovrano, non da stato semicoloniale. Per il Dottor Salazar si tratta di una vittoria a metà; i liberals americani impedirono infatti l’ingresso della Spagna franchista nella NATO, ingresso richiesto a gran voce dal Salazar.

Il leader lusitano pensava strategicamente: puntava alla costituzione di un blocco cattolico Contro-Rivoluzionario, il quale, con l’eventuale appoggio di Pio XII, potesse bilanciare il peso angloamericano e protestante interno alla NATO. Il reggente dell’Estado Novo, d’altra parte, non si faceva soverchie illusioni né sugli Inglesi, né sugli Americani, né sui tedeschi (per quanto con il cattolico Adenuaer pare vi fosse una reciproca stima); tra i paesi occidentali, coltivò una accentuata amicizia con il Brasile di Getulio Vargas (1950-1954), che sarà costretto al suicidio dalle oligarchie plutocratiche statunitensi a causa della sua politica nazionalista ed economicamente protezionista. Prescindendo dagli ambienti politico-militari di orientamento maccartista, ben capaci di scovare l’alto grado di infiltrazione del sovietico KGB all’interno delle strutture operative del Progetto Venona(http://www.johnearlhaynes.org/page62.html), al punto da denunciare una sorta di connubio tattico tra supercapitalismo e comunismo, l’oligarchia economica e politica americana era molto ostile verso il Salazarismo e verso il Falangismo cristiano spagnolo, sia per le connessioni con il fascismo, sia per il Cattolicesimo intransigente che contraddistingueva i due Regimi.

Ed infatti l’Americanismo, che non aveva alcun interesse immediato nell’attaccare direttamente Lisbona, peraltro strategicamente legata alla Santa Sede, sino a quando almeno vi fu il Pontificato pacelliano, finirà per accerchiarla lentamente e metodicamente dall’Oltremare, montando il ribellismo sovversivo. Ciò che irritava particolarmente le varie amministrazioni americane, ma evidentemente anche l’imperialismo sovietico, fu il fatto che il Salazar non si rivelò affatto quel docile burattino dell’americanismo, che ci si attendeva, a differenza dell’anglosassone Eden e dell’intera classe dirigente politica della Francia del dopoguerra, essendo ormai sia la Gran Bretagna sia la Francia quasi totalmente sottomesse alla politica strategica americanista (come si vide a Suez 1956).

Lisbona in pratica non cedette l’Impero, se non al prezzo del sacrificio di un’intera generazione di portoghesi. Lisbona non arretrò di un passo laddove anglosassoni,francesi ed anche israeliani arretrarono. A conti fatti, si potrebbe dire che questa fu una testardaggine del Salazar e di un’intera generazioni di soldati e contadini; ma in tal caso non possono che assisterci le eccelse parole della cosiddetta “Vergine guerriera”, S. Giovanna d’Arco:

Ogni uomo dà la sua vita per ciò in cui crede. Spesso le persone credono in poco o in niente e tuttavia danno la propria vita a quel poco o niente. Una vita è tutto ciò che abbiamo e noi viviamo come crediamo di viverla. E poi è finita. Ma sacrificare ciò che sei e vivere senza credere: ciò è più terribile della morte.

Per cui, osservando la realtà dai differenti lati, si potrebbe anzi dire che il Portogallo Salazariano seppe dare l’esempio storico di una pratica fondata sulla vittoria della vita cristiana contro l’illusione della morte. L’Euroamerica, immenso spazio dominato dal materialismo e dal supercapitalismo, si rattrappiva in spasmi agonici che indicavano una eclisse del Sacro. Il Portogallo custodiva invece la posizione catecontica dell’Occidente cristiano. Salazar, quale reggente dell’ autentico Spirito d’Occidente, orientava così il popolo verso i due ideali-forza contro-nichilisti: il Corporativismo e l’Impero cristiano. L’estadismo indicava la direttrice dell’Eurafrica, che è stata definita la dottrina di Monroe del fascismo(http://www.limesonline.com/cartaceo/eurafrica-dottrina-monroe-del-fascismo?prv=true), in opposizione all’euro-americanismo. Salazar parlava di una “stanchezza spirituale” dell’uomo europeo e voleva opporre al tramonto del Sacro e alla furia del dileguare di stampo massonico e nichilista una nuova aurora occidentale fondata sulla missione civilizzatrice di sostanza cristiana e cattolica. Il Portogallo fu del resto il primo Stato europeo a conquistarsi delle colonie transoceaniche, sarà l’ultimo a perderle. Laddove arrivava l’uomo portoghese, giungeva con lui anzitutto la Croce cristiana, non i dollari, né le sterline né lo yuan.

L’Oltremare non poteva così che divenire la bandiera simbolica, di civiltà, del fascismo portoghese dopo il ’45. Salazar notava come, mentre il Colonialismo storico classico cattolico lusitano, ma anche spagnolo, offriva sul piatto della bilancia dati empirici e culturali positivi rispetto ad altri (numericamente inferiori) negativi, il neo-imperialismo finanziario sovietico e americanistico si basava un metodo di rapina, di sequestro e di scientifica spoliazione della vita e dei beni primari dei popoli africani. Il Nostro prevedeva dai primi anni sessanta anche che la Cina marxista, con il suo materialismo ed il suo economicismo ossessivo, avrebbe gareggiato in futuro con l’imperialismo americano nello sfruttamento totale del continente africano. La costante espansione cinese in Africa, dei nostri giorni, si fonda infatti sull’eliminazione dell’elemento indigeno africano, che viene “deportato” così in Europa.

Le opere di Cleon Skousen (“The Naked Communist”, “The Naked Capitalist”) e quelle di Hoover (“Masters of Deceit”), mostravano tra l’altro nei lontani anni sessanta dello scorso secolo come non vi fosse nessuna “guerra ideologica” in corso tra capitalismo e comunismo; principale obiettivo della grande finanza statunitense era quello di abbattere il prestigio dell’Esercito americano, sino a delegittimarlo ed allo scopo le oligarchie del capitale operavano: per il trionfo maoista in Cina (1949), in quanto i maoisti risultavano alla lunga più manovrabili, addomesticabili dei nazionalisti cinesi di Chiang Kai-shek; per la sconfitta dei militari americani in Corea (1950-1953), come mostrò la famosa lettera dell’onesto Mc Arthur, vero e proprio atto d’accusa all’Amministrazione e alle oligarchie, ed in Vietnam (1955-1975). Già negli anni precedenti, esponenti di spicco dello Zarismo russo in esilio avevano accusato le potenze occidentali di aver “cospirato” per la vittoria del bolscevismo in Russia (Cfr. ad esempio, R. Lange, “La bianca Russia”, Bemporad 1935).

Ciò non voleva naturalmente dire, come con precisione minuziosa mostrava lo Skousen, che l’intero capitalismo americano operasse per il trionfo dei “rossi” nel mondo; no, di certo. Ma le elite finanziarie quasi al completo (Pugwash Conferences, Fondazione Rockfeller, Fondazioni Carnegie), sì. La Fondazione Ford, probabilmente unica, no.

In un contesto strategico in cui le elite plutocratiche statunitensi, ben lo mostra Skousen, riescono a far pervenire ai Viet Cong armi preziose e di ultima generazione per la loro resistenza, allo stesso tempo verranno forniti decisivi supporti e coadiuvati i ribelli africani anti-portoghesi.

E così vediamo l’attacco dell’americanismo al Portogallo del Dottor Salazar: nel 1958, tutta la sfera liberal e democratica degli Strati Uniti sostiene Humberto Delgado contro il regime, nella sua scalata politica; nel 1961 sostiene l’India socialista di Nehru (filosovietica) sulla questione di Goa, contro la volontà degli abitanti di Goa, che, da cristiani quali sono, considerano Goa la Roma dell’Estremo Oriente ed oppongono una fiera resistenza alle truppe indiane; il Professor Salazar accusa il blocco angloamericano di aver appoggiato l’aggressione indiana anti-lusitana ed afferma:

Il mondo attuale ha perduto l’attaccamento ai principi essenziali. Il mondo occidentale progredisce nel campo della tecnica e diminuisce in quello della coscienza. Nehru ha aggredito Goa poiché spinto e rassicurato da certe lobby statunitensi.

Dalla fine degli anni cinquanta, fazioni della CIA rispondenti direttamente ai suddetti ambienti dell’alta finanza mettono in piedi, armano, coordinano il primo movimento nazionalista angolano (UPA), scagliandolo contro il pacifico e laborioso popolo portoghese, accendendo una miccia che poi mai più si spegnerà. L’UPA dette così avvio ad un massacro ininterrotto di innocenti, coloni bianchi ma anche meticci, lavoratori neri e “neri assimilati”, ai quali si rimprovera solamente di esser favorevoli al Regime di Lisbona. Non a caso, nel corso degli anni sessanta, durante le manifestazioni nazionaliste filosalazariane, nelle città lusitane venivano sistematicamente incendiate le bandiere americane, come ben testimonia lo storico lusitano A. Cesar (“ANGOLA – Terra de coragem”, Livraria Cruz 1964) ed agli slogan dei soldati (“Para Angola e em forca!”, “Verso l’Angola e con forza!”) si univano i cori antiamericani della popolazione. I missili della contraerea che in Guinea-Bissau creano enormi problemi ai portoghesi sono di fabbricazione USA e sono stati, come è noto a Lisbona, forniti dalla CIA ai ribelli del PAIGC (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde). Nel 1961, le truppe portoghesi, aiutate dalle milizie coloniali e da un contingente estremamente numeroso e significativo di africani che militano nelle organizzazioni militari del Regime di Lisbona, realizzano una veloce riconquista dell’intero territorio controllato dall’UPA, portando la guerriglia nelle zone di frontiera con il Congo. Nel Congo, si consideri, anche gli agenti sovietici lì operativi supportano i nazionalisti angolani, che possono avvalersi dunque di specialisti statunitensi e sovietici. Il fatto importante è però che la gran parte della popolazione angolana è in realtà favorevole al Salazarismo. L’Angola negli anni sessanta cresce a un ritmo impressionante, si parla tuttora di “miracolo angolano” riferendosi a quel periodo. Il ritmo di crescita è probabilmente il più notevole mai sperimentato in Africa, così come cresce il Mozambico, anche se su scala  inferiore. Tra il 1963 ed il 1973, il tasso di crescita del PIL in Angola raggiunge valori medi dell’8% annuo e nel 1969 la percentuale della produzione industriale nel PIL raggiunge il valore record del 42,4%. Viene abolito lo Statuto dell’Indigenato (settembre 1961) e si ha la concomitante attribuzione della cittadinanza portoghese a tutti i nativi delle colonie. Vengono aboliti il lavoro obbligatorio e la coltivazione forzata di molteplici prodotti e la vita della maggioranza nera migliora in modo assai rilevante, con notevole superiorità rispetto alla media africana.

Del resto il nazionalismo salazariano non è razzismo; la propaganda celebra nella zona oltremarina la prassi dell’integrazione, ossia la realizzazione sempre più avanzata di un Impero cattolico multirazziale e multiconfessionale. Non è un caso che il calciatore mozambicano Eusebio è uno dei più noti protagonisti del Portogallo nazionalista, imperiale e multirazziale di Antonio Salazar.

Più volte premiato e ricevuto dal Dottor Salazar, l’atleta mozambicano ha sempre riservato parole di calda ammirazione al leader dell’Estado Novo. Salazar, come nota giustamente J.P. D’Assac (Ivi, pp. 316-317), è consapevole che è proprio l’americanismo il principale nemico autentico della Nazione portoghese integrata e multicontinentale. In questo contesto di Dottrina politica Salazariana, per americanismo si intende il sostanziale spirito caratterizzato dal fondamentalismo biblico vetero-testamentario e calvinista, che si da una forma politica e geopolitica mondialista wilsoniana, per de-cattolicizzare e, in definitiva, de-cristianizzare l’universo.

L’americanismo e due casi ignorati o volutamente trascurati: Ngò Dinh Diem e il Generale Pinochet

Di fronte al pericolo di uno Stato orientato verso principi cattolico-integrali o cristiani costantiniani,  l’americanismo ha sempre appoggiato o appoggerà, sicuramente, se vi è competizione strategica, anche il fondamentalismo islamico o il più radicale marxismo. Il mondo e la storiografia hanno dimenticato il caso, fondamentale e paradigmatico, dell’illuminato Presidente vietnamita (1955 1963) Ngò Dình Diem, fratello del caro e nobile Arcivescovo Thuc, ucciso in un colpo di stato di marca CIA in quanto governante cristiano, sebbene fosse l’unico baluardo realmente anticomunista del Paese.

Il Regime di Diem durò quasi dieci anni(1954-1963). Il Nostro venne chiamato dall’imperatore ammanita Bao Dai a formare il governo di Saigon (Sud Vietnam che si contrapponeva allora al Governo marxista di Hanoi), per mantenerlo libero dall’influenza e dalla tentata occupazione dell’invasione comunista avanzante. Diem salvò Saigon, che si trovava in una situazione disperata, rafforzando lo Stato ed il nazionalismo anti-comunista. Libero da una eccessiva tutela americana, fiero cultore delle tradizioni vietnamite, acquistò una grande popolarità tra il popolo ed i contadini. Inizialmente, gli avversari più radicali con cui Diem dovette confrontarsi furono l’esercito nazionale (manovrato dall’imperatore e ancora capo di stato, Bo Dai, che viveva nel comodo e dorato esilio di Cannes e premeva per l’accordo con i comunisti nord-vietnamiti), i francesi, ancora potenti nel Vietnam del Sud, favorevoli all’accordo strategico con i marxisti ed ostili ai cattolici vietnamiti, le sette feudali. Diem riuscì a vincere questi ostacoli grazie all’appoggio fortissimo della popolazione. Proprio grazie all’appoggio popolare, espresso mediante referendum, che confermò un consenso plebiscitario al Nostro, Diem dichiarò decaduto Bo Dai (26 ottobre 1955), istituì la repubblica, rispedì in patria il corpo di spedizione francese, regolò i conti con gli eserciti delle sette in varie battaglie campali. La dottrina diemista si fondava su un nazionalismo puntiglioso, che respingeva dogmaticamente ogni interferenza americana o occidentale, e sul principio del “personalismo spirituale comunitario”, Corporativista, anti-comunista ed anticapitalista, che si ispirava esplicitamente alle Encicliche sociali di Leone XIII, Pio XI, Pio XII (R. Scigliano, “South Vietnam, Nation under stress”, Houghton Mifflin Co., Boston 1964, pp. 75-76). La dottrina sociale diemista si definì “ideologia della dignità dell’uomo”, impostata come difesa nazionale culturale dal materialismo occidentale e sovietico, dall’aggressione comunista e dalla sottomissione al capitalismo.  Sul piano sociale queste furono le realizzazioni del diemismo: emancipazione della donna vietnamita, che viveva in stato di estrema soggezione; campagne ben riuscite contro l’oppio, il gioco d’azzardo, la prostituzione, la poligamia; impegno scolastico e lotta contro l’analfabetismo; formazione di maggior numero di ingegneri e ricercatori rispetto al Comunista Nord, dove l’industria era tradizionalmente ben più sviluppata, da decenni; campagne sanitarie anti-tracoma e antimalaria, grandioso incremento degli ospedali, dispensari, maternità, stazioni mediche in 3.300 villaggi contadini. In campo agricolo, il giudizio degli osservatori non fu concorde. Mentre nel Nord marxista la produzione decrebbe, al Sud, almeno sino al 1960, anno in cui scoppiò la guerriglia, la produzione aumentò in modo notevole, come notano gli specialisti Lacouture e Buttinger. Le critiche riguardarono però la riforma agraria attuata da Diem, in diverse tappe, a partire dal 1955. Il giudizio su questa riforma, la quale rimise nonostante tutto in coltura circa un milione di ettari e ne distribuì altri 540 mila a 200 mila famiglie di nullatenenti, varia da autore e autore. Premesso che a Diem mancò il tempo di portare a compimento la riforma, in quanto, come specificato, nel 1960 scoppiava la guerriglia, secondo Scigliano la riforma agraria fu uno dei più grandi successi del Regime diemista; secondo Buttinger, invece, la riforma era semplicemente strumentale alla strategia nazionalista e anticomunista del Nostro. Gli unici nemici interni del Regime diemista furono comunque le elites intellettuali borghesi cittadine, filo-occidentali; il popolo fu sempre al suo fianco, solo un golpe di palazzo manovrato da potenze esterne poteva farlo fuori.  I buddisti giocarono senza dubbio un ruolo molto oscuro nel golpe, anche se il bonzo buddista Tri Qang ci tenne a dichiarare pubblicamente che, per quanto avesse contrastato la strategia cattolica-integrale diemista, “Diem fu abbattuto da un colpo di stato dei militari sostenuti dagli americani, non dai buddisti” (P. Gheddo, “Cattolici e buddisti in Vietnam”, Vallecchi editore 1968, pag. 148). Il colpo di stato anti-vietnamita e oggettivamente filo marxista fu preparato nei minimi particolari dall’ambasciatore USA, massone e democratico, Cabot Lodge, che avrà poi un ruolo nella strategia della “distensione” e negli abbracci tattici tra Usa e URSS una volta divenuto ambasciatore in DDR. Come detto,  il buddismo ufficiale vietnamita prese apparentemente le distanze dallo sciagurato colpo di stato; ma il “Comitato inter-sette”, buddista, dopo la caduta del Regime nazionalista, invierà calorosi ringraziamenti a Paolo VI e a vari Gesuiti presenti in Indocina per il ruolo antidiemista svolto di concerto con americani e marxisti.

Abbattuto Diem, il Sud Vietnam non troverà più un capo e uno Statista all’altezza della situazione, capace di resistere a Francia ed USA  e di trattare alla pari con i marxisti del Nord. Il Gheddo parla di “errore americano” (Ivi, pp. 144-150). In realtà l’americanismo non tollerava questo leader popolare, Cattolico e Nazionalista. Dopo la morte del Nostro ad opera dell’imperialismo statunitense, migliaia di contadini sostennero ripetutamente che Diem non era morto, si era rifugiato con i più fedeli dei suoi fra le montagne e sarebbe tornato a salvare il Vietnam. Il suo  cattolicesimo integrale e corporativista non poteva essere tollerato dall’americanismo mondialista, che gli preferì il Comunismo di Ho Chi Min e Giap.

Abbattuto Diem, unica autentica barriera al Comunismo, l’americanismo supercapitalista e plutocratico mandò al massacro nella fornace vietnamita l’esercito USA, per concludere l’opera di delegittimazione dello stesso, iniziata in Corea (1950-1953).

Infine, una brevissima “panoramica” sulla relazione tra Stato e cattolicesimo. Diem si oppose con tutte le forze al disegno di una “clericalizzazione” del Regime, fronteggiando da autentico Patriota vietnamita il tentativo anti-storico di taluni membri del clero nel 1954 di clericalizzare il patriottismo vietnamita. Durante la rivolta buddista del 1963, la gerarchia ecclesiastica filo-montininiana, su posizioni progressiste, fece proprie le posizioni dell’arcivescovo Binh di Saigon, che segnarono una significativa presa di distanza dal Regime. Diem si dichiarò di continuo il Presidente di tutti i vietnamiti, non solo dei cattolici, che rimanevano comunque una minoranza all’interno del Paese.

Viceversa, tra i dieci arcivescovi vietnamiti del tempo, si caratterizzò in senso di totale sostegno al diemismo e al suo tentativo di “democrazia guidata” e corporativista quello di Mons. Ngo Dinh Thuc, arcivescovo di Huè, come detto fratello del Presidente Diem. Un sacerdote così descrisse Thuc:

Diem aveva un fratello prete e poi vescovo, di intelligenza superiore, che univa allo spirito mandarinale della sua famiglia lo spirito dei vescovi del Medioevo, battagliero, da Crociato Monsignor Thuc identificò spesso la Chiesa con il Regime del fratello ed in questo ebbe molti contrasti con gli altri vescovi vietnamiti che si rifiutarono di seguirlo su quella strada, sebbene egli fosse il più anziano e il più autorevole di tutti……Monsignor Thuc è stato …un ottimo Vescovo: sul piano della pratica religiosa personale, della pastorale, delle nuove iniziative, dell’organizzazione diocesana, è stato un ottime pastore (P. Gheddo, Ivi, pp. 156-157).

La grandezza storica e morale del Regime nazionalista emerse sulla vicenda delle conversioni.  I media americani denunciavano quotidianamente, in quegli anni, presunte conversioni forzate a danno di confuciani e buddisti, operate dal “Regime cattolico integrista” del Diem;  si pensi invece che nell’archidiocesi di Huè (l’unica effettivamente, come visto, cattolica integrale), si passò dai 78.417 cattolici del 1957 ai 100.225 del 1963: un aumento di soli 22 mila cattolici. La massa dei nuovi cristiani venuti alla Chiesa durante il Regime diemista ci giunse dunque, generalmente, per motivazioni fortemente spirituali e nobili. Non c’è traccia di conversioni violente o forzate. Durante la parentesi storica diemista, circa 700 mila profughi fuggì dalle persecuzioni, dal Nord Comunista  al Sud, negli anni 1954-1956, raddoppiando la consistenza numerica dei fedeli. Saigon divenne in quegli anni la diocesi con il maggior numero di fedeli praticanti: il 90% fra questi frequentava la Messa. Abbattuto Diem, ripresero, seppur a fasi alterne, le violenze e le persecuzioni anticristiane ad opera dei Comunisti e delle altre religioni.

Così come, riguardo il Cile di Pinochet, si ricorda in continuazione il ruolo della CIA nel golpe del settembre 1973. E si mente al riguardo, poiché non si precisa che la corrente conservatrice nixoniana, che dette il semaforo verde al golpe (settembre 1973), senza parteciparvi peraltro con i suoi elementi militari, dato che il referente americano era il movimento “Patria e Libertà” e non il Pinochet, verrà a breve sconfitta dall’Establishment USA (agosto 1974) e poiché si sorvola sul fatto che dalla fine del 1975 circa, quando la strategia politica cattolica anti-modernista (seppur moderata, non sul modello Salazariano o Mussoliniano) del Generale Pinochet divenne chiara, si concretizzò una campagna mondiale che, partita dagli Stati Uniti, portò al boicottaggio e al sabotaggio mondiale contro il Regime di salvezza nazionale. Un Regime protezionista, dato che l’industria strategica del rame fu sempre proprietà dello Stato, a differenza del regime Allende che era sul punto di cederla alle multinazionali, e nel quale il liberismo friedmaniano entrò solamente a livello propagandistico, ma non politico economico effettivo, come ben mostrano Drèze ed Amartya Sen nel saggio “Hunger and Public Action” (Clarendon Press 1991).

Un Regime cattolico, quello “pinochetista”, sostenuto peraltro da tutte le correnti “gremialiste” e corporativistiche-sociali terzaforziste  cilene(antiamericane ed antisovietiche), per questo più volte direttamente attaccato dalle correnti della sinistra liberal presenti nella CIA.  Non è questo il contesto per affrontare nel dettaglio Dottrina e vicende politiche del Regime di salvezza nazionale del Generale Augusto Pinochet, ma vanno in sintesi ribaditi tre punti: 1) La “democrazia protetta” (così viene definita nei manuali storici cileni odierni in uso nelle scuole) di Pinochet salvò il Paese dall’anarchia e dal semicolonialismo verso le multinazionali in cui lo aveva gettato il marxismo riformista di Allende, sostenuto dal potente Cardinale Silva Henriquez con l’avallo di Paolo VI, dall’URSS, da Fidel Castro, che riempì il Paese di agenti cubani, e dalla Trilaterale di Rockfeller, restituendo al Cile una sostanziale indipendenza economica e politica; 2) Il Governo di Salvezza nazionale, di fronte al sabotaggio mondiale, poté dal 1975 ai primi anni ’80, sopravvivere solo grazie al sostegno economico di Cina, Jugoslavia e Romania, Paesi come si vede estranei alla logica di Jalta, dell’Argentina neo-peronista (con la dittatura militare argentina – 1976-1983 – invece, i rapporti non saranno affatto buoni) e dell’Iran imperiale di Reza Pahlavi, al quale i medesimi ambienti della grande finanza (Trilaterale) daranno la spallata definitiva costringendo l’Imperatore all’esilio (16 gennaio 1979).

Non si tollerava, in quest’ultimo caso, che l’Iran imperiale, conquistando la supremazia militare e commerciale, stava rimettendo tutto in discussione nel Vicino Oriente, dando un ruolo centrale e prioritario ad un popolo, di origine indo-europea, come quello Persiano sugli israeliani e sui sauditi. La carta dell’integralismo islamico fu giocata in quel contesto sia dalla Trilaterale (Afghanistan), sia da Israele (sostegno all’Iran khomeinista durante la guerra Iran Iraq, poi ad Hamas ed Al Qaida). Quello anti-iraniano ed anti-monarchico fu probabilmente l’unico fronte in cui gli interessi strategici della Trilaterale coincisero con quelli israeliani poiché occorre notare che Israele in generale in tutte le sue varie frazioni, quella Begin in particolare, furono sempre avversari militanti della logica mondialista come declinata dalla Trilaterale. Ad esempio verso il Cile di Pinochet: mentre Begin non vedeva il Cile nazionale come il fumo negli occhi, anche per il fatto che il Governo Allende fu sempre legato strategicamente all’estremismo palestinese, per la Trilaterale l’esperimento nazionalista cileno del Generale Pinochet era  potenzialmente ben più pericoloso del castrismo cubano e del Comunismo internazionale.

Anche sul caso Reza Pahlavi la storiografia comune è macchiata da tesi fantasiose o faziose e, more solito, il Mossadeq, che fu sostenuto dal 1951 al 1953 dai soliti progressisti USA (ed anche dai progressisti cattolici antifascisti italiani: es. Mattei) in funzione antimonarchica sul piano interno ed anti-britannico su quello internazionale, ci viene comunemente rappresentato come un “nazionalista” anti-americano. E’ arrivato fortunatamente il buono studio di S. Beltrame, “Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della rivoluzione islamica” (Rubbettino 2009), a ridimensionare molte faziose inesattezze e a ben rilevare come l’elemento decisivo della sommossa anti-Mossadeq (agosto 1953) fu il clero sciita, allora filo-monarchico e filo-Pahlavi, non la CIA. Riguardo la figura dell’Imperatore persiano, il quale, tagliando con il vago kemalismo modernizzatore ed occidentalistico che aveva contraddistinto la reggenza del padre Reza Shah (1878-1944), sviluppò un piano di modernizzazione basato sulla Tradizione persiana, va ricordato che lanciando la “Rivoluzione Bianca” (1963) Egli intese ispirarsi esplicitamente al Regime fascista italiano, invitando a Tehran i corporativisti ancora viventi (Ugo Spirito, “La Rivoluzione dell’Iran”, Dino Editore 1992), e più volte avanzò l’invito ufficiale presso l’Iran imperiale di Donna Rachele, quale omaggio alla sua ammirazione verso il Duce d’Italia. Purtroppo la ormai anziana donna romagnola non poté mai contraccambiare la cortesia Reale.

Tornando al Cile Nazionale del Pinochet, in almeno tre casi, agenti CIA di stanza in Cile furono espulsi dal Paese o uccisi, ma questo non è mai stato detto per non contraddire il dogma mondiale catto-comunista di “Pinochet uomo degli USA”, che vale ormai come mantra per coloro che accettano i pregiudizi della cultura ufficiale; 3) Il Generale Pinochet fu un cattolico pre-conciliare, che non si volle adattare alle riforme neo-protestanti del Vaticano II. Frequentava ogni giorno la Santa Messa Tridentina. Per quanto si trovò ad operare in un paese cattolico, ma “demoralizzato” anche questo dalla “Rivoluzione nella Chiesa” del Vaticano II, appoggiò in ogni caso la tendenza cattolica-integrale. Hector Riesle, uomo di punta degli integrali cattolici cileni, partecipò attivamente alla stesura del “documento fondamentale” del Regime di salvezza nazionale. Divenne poi Ambasciatore del Regime Pinochet presso la S.Sede. Nei giorni della sollevazione popolare anticomunista del settembre ’73, poiché di questo si trattò, invocò in questi termini la Vergine: “Che la nostra Signora del Carmine, Regina e Patrona del Cile, Generalessa delle Forze Armate, impetri per le nostre nuove autorità del paese la fermezza e la decisione che queste gravi circostanze comportano” (“El Mercurio”, 19 settembre 1973). Il Generale Pinochet disincentivò le pratiche massoniche (le quali peraltro in Cile non hanno un significato ideologico anticristiano, ma sono semplici riunioni di conoscenza e pubbliche relazioni), dichiarò il liberalismo il più grande nemico dottrinario del Nazionalismo cileno ed il Comunismo il nemico immediato operativo, incentivò la corrente interna del cattolicesimo integrale che si riconosceva allora nella Dottrina e nell’Azione di Monsignor Lefebvre, che il Nostro invitò più volte in Cile e che peraltro fu suo confessore.

Il “pinochetismo”, sebbene il Generale avesse molta stima verso il Salazarismo, non fu un esperimento di fascismo in quanto fu essenzialmente un regime di Difesa nazionale dalla Sovversione senza altra dottrina che il culto del Dio cristiano e della Patria; fu quindi un regime molto simile al tardo franchismo, non puntando mai alla strategia della civiltà corporativista; nonostante ciò, pare oggi una “benedizione del Cielo” un simile regime rispetto ai Governi attuali, totalmente basati sui presupposti nichilisti e massonici del liberalismo (americanismo) o basati sull’ideologia capital-comunista (Cina), per i quali Governi, nessuno escluso, la Scienza e l’Evoluzione progressista scientifica-tecnica sono gli unici orizzonti  assolutisticamente concepiti.

In definitiva, se fu grazie all’amministrazione Nixon che il sollevamento dei militari cileni non venne osteggiato, va anche riconosciuto, allo stesso modo, che le amministrazioni più leali alla Trilaterale di Rockfeller (Johnson, Ford, Carter), furono assolutamente anti-cilene e tentarono con vari mezzi di far cadere Pinochet. Ciò portò all’oscuro gioco americano concernente la morte misteriosa di Orlando Letelier (1976), poi ad una sorta di guerra spionistica interna al Paese cileno tra militari della DINA e del CNI leali a Pinochet e “cittadini” statunitensi filocastristi leali all’ala progressista della CIA, che vennero trovati morti in Cile (Cfr., M. Spataro, “Pinochet. Le Scomode verità”, Edizioni Settimo Sigillo 2003, p. 223 nota 76).

Il consenso del popolo cileno verso il Governo Pinochet, che lo tirò fuori dal semicolonialismo e dal caòs, realizzando un “miracolo cileno” riconosciuto anche dalle voci ostili al Regime, era però molto alto e tuttora il ricordo della maggior parte dei cileni esprime gratitudine e riconoscenza al Generale per il suo sacrificio patriottico. Sacrificio patriottico che si concluderà non a caso, anni dopo,  con l’assurda  persecuzione giudiziaria da parte della sinistra mondialista post-marxista spagnola ed anglosassone (con l’avallo di Tony Blair).

L’africanismo cristiano di Salazar e della OAS, l’africanismo “arcobaleno” di Mandela e quello islamista

Per concretizzare il concetto metafisico di Occidente cristiano sull’americanismo nichilista e tecnocratico, il Dottor Salazar, così riservato, così solitario e malinconico, dai primi anni sessanta, con la sconfitta dell’OAS in terra d’Algeria, scende in campo con ripetuti appelli all’Occidente. L’Africa è l’ultima chance dell’Europa, dice il Professor Salazar; crisi europea ovvero crisi dello spirito; il Portogallo fornisce un esempio morale e politico, agendo per la Tradizione occidentale, contro il sovvertitore spirito del tempo. Già il 9 ottobre 1939, il leader del fascismo lusitano aveva detto riguardo la missione africana del popolo portoghese che, “il sangue dei soldati al tempo delle lotte per l’occupazione è come il sigillo materiale del possesso. Ma quel che noi abbiamo fatto è anche di più: la fusione della razza e della terra, l’allargamento sino ai confini della savana delle strette frontiere della penisola, la stessa patria ricreata laggiù in Africa, con la sua anima e il suo sangue, come la madre si riproduce nei suoi figli. Più che il ferro e la spada, l’aratro penetra il suolo: il sudore feconda la terra più che il sangue delle vene; lo spirito modella e trasforma gli uomini e la natura più profondamente di quel che possa la forza materiale dei dominatori. ….La nostra è l’opera di quelli che, portando nel cuore l’immagine della patria, hanno tenuto a imprimerla profondamente, con amore, là dove la vita li ha condotti, mentre il sentimento della loro missione civilizzatrice si apriva spontaneamente nella loro anima. Non è contrada da esplorare, è il Portogallo che rivive”.  Ora, negli anni ’60, torna a lanciare il concetto di “Colonialismo metafisico e cristiano”; la salvezza dell’Occidente cristiano è la salvezza dell’Africa nera. Questo l’asse storico e politico del pensiero Salazariano. Abbiamo sopra parlato del “miracolo angolano” attuato dal Regime di Lisbona e del sostanziale consenso delle popolazioni africane, gravitanti entro la sfera di competenza giuridica del Portogallo fascista-corporativo. Dal ’61 in avanti, USA e URSS voteranno allineati nel Consiglio di sicurezza dell’ONU tutte le mozioni di condanna del Portogallo.

A cosa ha condotto il trionfo dell’americanismo e delle multinazionali in Africa? La grande finanza fece conoscere, al di fuori delle proprie cerchie, i suoi piani specifici riguardo l’Africa con tre documenti: quello della Fondazione Rockfeller (1981); il rapporto di Chester Crocker (1979); la conferenza del Professor Samuel Huntingdom nel settembre 1981, svolta davanti a un gruppo di personalità assai influenti.

L’idea lanciata fu quella della “terzomondializzazione” dell’intero continente africano. Ciò significava emigrazione di massa dei tecnici e degli scienziati, fallimento provocato dalle banche di aziende indigene, desertificazione e promozione della politica di migrazione. Per arrivare a questo sarebbe stato necessario annientare e disgregare le tradizioni storiche africane, quelle tradizioni con cui si poteva eventualmente accogliere con equilibrio e parsimonia una modernizzazione occidentale, come la dirigenza estadista portoghese stava facendo.

Nelson Mandela, attivista marxista sudafricano, che rivendicò continuamente gravi azioni terroristiche nelle quali persero la vita anche bambini innocenti, tradì l’originario “nazionalismo cristiano” dell’African National Congress, impresso al movimento dallo storico leader Albert Luthuli. Dopo una lunga detenzione, una volta uscito dal carcere, Mandela diventò massone (

http://giacintobutindaro.org/2013/12/13/ufficiale-nelson-mandela-era-massone/). Oggi Mandela è  considerato il padre morale di questo nuovo africanismo. L’africanismo “arcobaleno”, il modello di Mandella, sta tentando di realizzare, giorno dopo giorno, la politica di annientamento delle tradizioni cristiane africane e dunque la strategia nichilista di Sovversione sociale (aborto, omosessualismo, gender), richiesta dalla Fondazione Rockfeller e dagli Oppenheimer, i veri padroni del Sudafrica.

In materia di gender e omosessualismo, la Costituzione arcobaleno del Sudafrica di Mandela è considerata la più “avanzata” e progressista del mondo. Se si considera che tale Costituzione è l’unica orientata in tal senso in tutto il continente africano, non può non risaltare il fatto che la nobilitazione post-mortem e la mitizzazione astratta e “ideologica” del Mandela pensiero siano state attivate da oligarchie massoniche con il suddetto fine sopra evidenziato: annientare le tradizioni cristiane africane.

Il Sudafrica è stato descritto sino a pochi anni fa come il paradiso degli omosessuali e la frontiera obbligatoria dei viaggi LGTB. Ma una volta giunti a Città del Capo o a Johannesburg, i paladini del dirittismo senza confini sono costretti a cambiare immediatamente idea: nel Sudafrica mandeliano di tollerante non c’è nulla: disuguaglianze sociali spaventose, povertà, guerre etniche tribali che divampano e, ultimo ma non ultimo, collera popolare “omofobica” (gli omosessuali non vengono accettati dalla morale tradizionale) sono all’ordine del giorno.

Dato che nella realtà abbiamo tre concrete ipotesi di africanismo: 1) l’africanismo cristiano Salazariano o della OAS; 2) l’africanismo “arcobaleno” del Mandela; 3) l’islamismo radicale africano delle varie frazioni tribali; giudichi il lettore quale sia o sia stato quello realmente antitetico al supercapitalismo mondialista sfruttatore dei popoli.

25 aprile 1974

Occorre infine interrogarsi sulle motivazioni della caduta del fascismo portoghese. In primo luogo, va considerato che, per difendere l’Oltremare e tenere testa al costo delle spedizioni militari che dagli anni sessanta in avanti l’Estado Novo dovette affrontare, il Portogallo declinò tatticamente dal protezionismo e dall’autarchia, aprendo al capitale internazionale. Gli investimenti stranieri entrarono anche nell’Oltremare. Sino al 1968, quando Salazar fu ancora alla guida dell’Estado Novo, le aziende strategiche, come ad esempio l’industria metallica Oliva o la società Ferrominas operante nel settore dello sfruttamento di miniere di ferro o come le società specializzate nella produzione di wolframio, oltre alle varie compagnie di diamanti, rimasero di totale proprietà portoghese (o con maggioranza giuridica lusitana); dopo il ’68, con Caetano al Governo, si puntò all’investimento straniero multinazionale nei settori strategici. Il calcolo politico della nuova dirigenza post-salazariana, che poi si rivelerà non solo sbagliata ma addirittura suicida, si basava sulla rappresentazione che i grossi interessi multinazionali mondiali, di fronte ad una apertura liberista e semi-liberale, avrebbero tollerato l’estadismo portoghese. In realtà, solo continuando sulla linea del Corporativismo e dell’integrazionismo strategico fondato sulla centralità dell’Esercito, il Portogallo avrebbe potuto resistere; l’ “aperturismo” del Caetano, confondendo e declassando politicamente poi la “casta” militare, si rivelò di contro quel suicidio annunciato che i poteri del mondo attendevano. Il più accreditato sostituito del Dottor Salazar doveva peraltro essere il Generale Kaùlza de Arriaga che avrebbe sicuramente continuato la Tradizione cattolico-integrale dello Stato Salazariano, senza cedere al liberalismo oligarchico ed capitalismo americano. Kaùlza de Arriaga vinse la guerra in Angola e Mozambico, avendo ragione dei ribelli sostenuti dai due imperialismi (USA e URSS).

La situazione generale portoghese nel 1973 non era, inoltre, affatto delle peggiori. Il sostegno popolare verso il Regime era solido ed elementi della Destra controrivoluzionaria, politica e militare, in particolare quelli della Marina, non avevano intenzione di cedere all’americanismo o ad una tra le varie fazioni liberali, massonico-europeiste.

Il Generale Kaùlza godeva peraltro del sostegno del Presidente della Repubblica, l’Ammiraglio Amèrico Thomaz, ma non tentò quel golpe anticaetanista ed anti-liberale che moltissimi patrioti in Portogallo e nell’Oltremare auspicavano.

Caetano fu anzi abile a inscenare uno pseudo-golpe, incriminando l’ala fascista controrivoluzionaria dell’Esercito e aprendo così scioccamente la strada al vero golpe, quello della sinistra del 25 aprile.

La penetrazione del capitale internazionale mostrò velocemente i caratteri dell’aggressione politica, di civiltà e la dirigenza post-salazariana non fu in grado di fronteggiarla.

I capitalisti internazionalisti puntarono direttamente alla spartizione del “bottino” africano. Per il Dottor Salazar l’Africa, come visto, era una idea da colonizzare e cristianizzare; per i capitalisti, di contro, è solo materia da rapinare e sfruttare. Il capitale mondialista fece così leva sul Caetano e su parte degli ufficiali del “Movimento Forze Armate” (MFA), per farla finita con l’Impero Portoghese. Il fronte militare si spaccò perché una parte significativa sostenne il generale Kaùlza (che sarà in stato di detenzione dal settembre 1974 sino al marzo 1976) e continuerà la guerra controrivoluzionaria nel Nord ed in altre zone del Portogallo sino al 1977, riportando un gran numero di morti e feriti (nel 1979 queste correnti anticomuniste, anticapitaliste ed antimassoniche si coalizzarono nel segno del “Movimento Indipendente para a Reconstrucao Nacional”); un’altra frazione, numericamente più cospicua in quanto delusa e sentitasi tradita dall’ “aperturismo” di Caetano, sostenne e militò nell’ELP (Exèrcito de Libertacao de Portugal), che comprendeva nazionalisti, cattolici di sinistra e maoisti filocinesi, ma sarà definitivamente sconfitta nel 1976 da Antonio Eanes.

Elemento fondamentale nella vittoria della cosiddetta rivoluzione, in realtà un golpe militare supportato da ambienti liberaldemocratici angloamericani, fu il ruolo della fregata “Almirante Gago Coutinho”, proprio il 25 aprile 74 impegnata in manovre NATO di sostegno al golpe.

Nel marzo ’74 agenti CIA furono d’altra parte  presenti in veste di osservatori cooperatori alla riunione preparatoria del golpe, in cui venne per la prima volta delineata la piattaforma politica del già citato MFA.

Un militante italiano, probabilmente distante dal Cattolicesimo integrale Salazariano, ma con vasta esperienza internazionale, che ebbe modo di conoscere direttamente i militari e i volontari lusitani che combatterono sino alla fine per l’estadismo, ha lasciato questa descrizione:

Quando incontrai i sopravvissuti che avevano superato l’accerchiamento che si era stretto attorno a loro, mi apparvero come personaggi di una tragedia apocalittica: ognuno di loro mostrava sul corpo le tracce del combattimento. Furono la testimonianza di un’Europa diversa, di un’Europa di volontari(S. Delle Chiaie, “L’aquila e il condor”, Sperling 2012, p. 175).

Un ruolo sovvertitore, come già detto, lo esercitò in particolare il clero di tendenza modernista, assolutamente ostile al regime, almeno da fine anni ’50. Per molti fedeli, la presenza al potere di Salazar era il segno più evidente, in continuità con il Messaggio di Fatima, della benedizione divina sul loro Paese. Il clero modernista sottilmente puntò ad oscurare e marginalizzare il significato sovrannaturale del Messaggio.

Il popolo fu, di contro, nella stragrande maggioranza dei casi con Salazar, sino a quando il Nostro poté esercitare la Reggenza cristiana (1968)

Dal 1948 al 1960 furono enormemente superiori i morti ammazzati in manifestazioni di piazza od in eventi politici nell’Italia della DC  che nel Portogallo fascista. Lo stesso si può dire della Francia gollista rispetto al Portogallo. Già questo dato, può rendere bene l’idea del quadro generale della situazione e del consenso di cui godeva il Governo Salazar.

Dal 4 febbraio ’61, data di inizio delle guerre coloniali, il Presidente Salazar scelse di continuare nella via del Corporativismo e del Colonialismo cattolico, anche se ciò significò avere contro tutto il mondo; ciò, a parte le rarissime eccezioni della OAS francese, della Spagna di Franco e dell’Indonesia del Presidente Sukarno, almeno sino a quando anche quest’ultimo non venne rovesciato dagli Stati Uniti (12 marzo 1967).

Salazar nel cuore del popolo portoghese

Tra l’autunno 2006 e la primavera 2007, è andato in onda un programma della televisione di Stato (RTP) dal titolo Os Grandes de Portugal. Il pubblico portoghese votò il più grande portoghese di tutti i tempi: Antonio Salazar fu consacrato tale dal suo popolo con il 43% delle preferenze staccando di gran lunga gli altri eletti dal voto popolare.

Lo Statista Salazar consacrò il culto di Nuno Alvares Pereira, autentica icona del Cattolicesimo contro-rivoluzionario, soldato del Trecento, eroe portoghese, beatificato nel 1918 e santificato da Ratzinger nel 2009, ma nel cuore del Portogallo la stella di Antonio Salazar brilla addirittura più luminosa di quella di Nuno Alvares Pereira.

Salazar muore il 27 luglio 1970. Passa gli ultimi due anni della vita, successivi alla malattia, a riposo, sempre attento alle vicende portoghesi. Charles d’Ydewalle lo ha definito “il Saggio più grande dell’epoca attuale” (1948); Pio XII ha considerato la sua opera “una alta restaurazione spirituale” (1952); Maurras diceva di provare tenerezza per l’opera titanica del piccolo ma eroico Portogallo (1952); il filosofo Thibon lascia invece questo ritratto del Professor Salazar, il contadino estadista di Vimieiro: “Il suo sguardo colpisce per la sua espressione di calma tristezza e fatica dominata…”.

Conclusione. La Contro-Rivoluzione oggi

In riferimento a Mons. Benigni, ed all’azione del Sodalitium Pianum, legittimata dal Santo e Beato Pontefice Pio X, si è dunque compreso che per quanto protestantesimo, calvinismo, giudaismo talmudico o post-biblico, abbiano strategicamente puntato al cuore del Cattolicesimo romano, l’elemento decisivo che ha determinato  la “Rivoluzione nella Chiesa” (1965-1966) è rappresentato dall’evento, propiziato dal modernismo e dal liberalismo, in base al quale i cristiani non hanno più vissuto da cristiani, sono stati scientificamente scristianizzati – dalla setta Neo-modernista e Neo-pagana.

Si è anche tentato di avanzare l’ipotesi che senza la dottrina dell’Enciclica “Pascendi Dominici Gregis” (8 settembre 1907), “Sugli errori dei modernisti”, non ci sarebbe stato quel particolare tipo di Regime fascista, come forte e determinata Contro-Rivoluzione corporativista rispetto a nichilismo, materialismo, modernismo ed evoluzionismo tecno scientifico. Abbiamo ricordato in proposito l’Enciclica di Papa Pacelli, “Summi Pontificatus” (20 ottobre 1939), con la sua nuova affermazione teologica del concetto di “Pace di Cristo restituita all’Italia”, riferentesi all’Italia di Mussolini.  Non vi sarebbe stato nemmeno fascismo portoghese, almeno in quella forma storica conosciuta e di conseguenza non avremmo avuto fenomeni assai simili ai due “fascismi storici novecenteschi”, ossia il Governo di Vichy prima, la OAS poi. Renzo De Felice, se da un lato ha compiuto una meritoria opera storica di sana ed oggettiva analisi, dall’altro ha confuso il quadro e condizionato dalla sua originaria formazione di storico del giacobinismo, ha astrattamente diviso il movimento dal Regime –  ma senza il Regime storico, il movimento sarebbe rimasto uno dei tantissimi movimenti nati e macinati dalla Storia – ed ha quindi assegnato una importanza non centrale al momento Contro-Rivoluzionario del fascismo, rimanendo il “movimento” il suo presupposto originario. A differenza del De Felice, storici come Sternhell e Delio Cantimori ed analisti come Fisichella hanno ben analizzato la formazione dottrinaria Contro-Rivoluzionaria del Mussolini (per l’influsso importante di Sorél e in parte minore di Maurras), anzitutto e soprattutto anti-borghese ed anti-giacobina, e non quindi rivoluzionaria borghese, come sostiene inopinatamente De Felice.

Tali Regimi o movimenti, anti-borghesi e Contro-Rivoluzionari, hanno perso indubbiamente la sfida storica, come il cattolicesimo integrale è stato schiacciato dal conciliarismo liberale e filocomunista. Oggi l’Occidente, chiaramente, non è più cristiano, se non come forma ad substantiam; l’orizzonte tecno-scientifico, elevato a unica dimensione del reale, promosso secolarmente dalle elaborazioni razionaliste e ateiste della massoneria, aggredisce ogni giorno di più le coscienze allato di una totalitaria meccanizzazione della vita e di un nichilismo abissale, la cui strategia è risucchiare verso il fondo ciò che partecipa e può partecipare della essenza (“quidditas”).

Ciò fu chiaramente previsto. Vi furono ripetuti avvertimenti celesti al riguardo. Per dare al lettore gli adeguati strumenti ermeneutici, non possiamo che rimandare a quattro preziosissimi volumi: A. Socci, “Non è Francesco”, Mondadori 2014 (volume nell’insieme prezioso e importante ma di cui non si può condividere l’eccessiva infatuazione verso il conciliarista liberale Ratzinger); Mons. Spadafora, “Fatima e la peste del socialismo”, Edizioni Volpe 1980; “Da Fatima a Garabandal”, pref. di Mons. Spadafora, Edizioni Volpe 1965, particolarmente rilevante poiché emerge il parallelismo tra le apparizioni di Garabandal e il Vaticano II; ed un quarto su cui ora ci soffermeremo brevemente. Il saggio in questione: S. Gaeta, “Il veggente. Il segreto delle Tre fontane”, Salani Editore 2016, riguarda la testimonianza di Bruno Cornacchiola, ex protestante e ex comunista, convertito in seguito all’apparizione della Vergine (12 aprile 1947) presso la località delle Tre fontane a Roma, laddove S. Paolo fu martire. Si tratta di rivelazioni private ma approvate da Pio XII. Papa Pacelli, nel 1956, consentì il culto pubblico, affidando ai francescani minori conventuali la custodia della grotta nelle Tre fontane e della cappella adiacente.  Dal contenuto dei Diari del Cornacchiola, frutto di apparizioni e ispirazioni, emerge il mortale smarrimento della Chiesa nel corso della “Rivoluzione” conciliarista e successivamente, al punto che il Gaeta si sente costretto a precisare che, dando voce ai Diari del Cornacchiola, le pagine del libro potrebbero portare ad accuse di “preconciliarismo”, ma, precisa  (Ivi, p. 229), “se le ispirazioni a Cornacchiola provenivano direttamente dal Cielo…è certamente opportuno che vengano rese note al grande pubblico…”.  I cristiani sono, dal 1966, completamente alla mercé del Nemico dell’Uomo: “hanno colpito il Pastore e il gregge si è disperso…”. Scrive il Cornacchiola (4 gennaio 1992):

Signore, tu mi hai fatto vedere una volta, ai primi tempi della grazia ricevuta, sacerdoti in fila che entravano nella Chiesa di San Marcellino in via Merulana e ne uscivano in borghese. Ora me li mostri in talare, ma sono gli uni contro gli altri. Cristiani che si combattono perché non hanno più un capo che li guidi (Ivi, pp. 218-219).

Ma nel 1958 la S. Vergine aveva detto: “Non spogliatevi dell’abito sacerdotale, ubbidite tutti: l’abito richiama, è un segno celeste” (Ivi, p. 172). E nel 1982 invita il Cornacchiola a dire ai sacerdoti neo-modernisti che “lo Spirito santo – che aiuta a spianare i monti e i colli, a raddrizzare i sentieri storti – lo hanno messo nelle soffitte delle loro stoltezze e nelle cantine della loro ignoranza! Ecco cosa significa che sono pieni di vino dolce: si sono ubriacati del mondo e del falso modernismo mondano dilagante nei loro spiriti deformati!” (Ivi, pp. 172).

Si ritorna così al capolavoro teologico e dottrinario dell’epoca contemporanea. Quello del Beato S. Pio X, “Sugli errori del Modernismo”. Quello stesso in cui con saggezza si ammonivano coloro che ritenevano possibile, senza cadere nel nichilismo e nell’agnosticismo, andare avanti nei postulati dell’immanentismo vitale panteistico del tutto slegato dall’ispirazione sovrannaturale e in quelli della “permanenza divina”. Per quanto sia auto-consolatorio leggere la storia del XX Secolo come una storia di assalti e “complotti” di frazioni avversarie giudaico-massoniche contro la Tradizione romana cattolica, il che è comunque parte decisiva del problema, è però ben più realistico leggerla tenendo anzitutto presente il ruolo rivoluzionario e sovversivo della corrente sotterranea interna, già ben denunciata in tutte le sue ramificazioni (dal Gesuitismo democristiano al modernismo)  da Mons. Benigni. Il Beato S. Pio X sottolineava non a caso che i fautori dell’errore e dell’Avversione non erano tanto da ricercarsi tra i nemici dichiarati, ma si celavano “nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista”: tutti penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si davano di contro, senza ritegno di sorta, “per riformatori della Chiesa medesima”, non risparmiando la persona stessa del Redentore divino, che, con ardimento sacrilego, rimpiccioliscono sino alla condizione di puro e semplice uomo (Pio X, “Pascendi Dominici Gregis. Sugli errori del Modernismo”).

La guerra occulta contro il Cristianesimo vide dunque nella prima linea non tanto il Giudaismo-Massoneria o il Comunismo, ma la “setta modernista”, definita da Pio X (1 settembre 1910)  anche “setta segreta” o “foedus clandestinum”, compendio di tutte le eresie. Se modernisti o neo-modernisti non fossero stati contrastati con determinazione e fermezza, avrebbero annichilito la Tradizione cattolica, sostituendola materialmente con una pseudo-religione di altra sostanza che avrebbe disgregato e frammentato lo Spirito romano-italiano, Spirito universale equilibratore. Pio X, Santo e Beato, fu purtroppo anche buon profeta in patria.

Marcel Lefebvre riassume in perfetta sintesi di pensiero e immagine il processo ed il fine della tragedia conciliare: la de-tronizzazione del Cristo. E visto che in metafisica il vuoto non può esistere, se non c’è lo Spirito del Signore, sul Trono si insidia ben altro spirito! A questo ci ha portato il neo-modernismo e il democristianismo più o meno Gesuitico (Mons. Benigni docet!), per i quali i nemici strategici sono stati la Dottrina fascista di Mussolini e la Tradizione cattolica romana così ben incarnata dal Santo Pio X. Se Monsignor Lefebvre avesse seguito l’esempio di Mons. Thuc, concentrandosi più sulla Dottrina, meno sulla prammatica politica, oggi il Cattolicesimo integrale sarebbe stato ben più vivo e presente, con benefiche conseguenze per l’intera Comunità cattolica.

Vi sono comunque Stati, Nazioni, Popoli che rifiutano il dogma profano e eretico del nostro tempo, secondo cui la Scienza possa avere una vita indipendente dal soggetto che la concepisce e sia destinata perciò ad un dominio assoluto ed irreversibile. La Scienza è oggi una vera e propria Ideologia totalitaria, di certo la peggiore mai apparsa nella storia umana. Anche il dominio assolutista della Scienza lo dobbiamo al neo-modernismo pagano più o meno Gesuitico e al “democristianismo”, che infransero il nesso dottrinario  e sociale cristiano come nessuna altra forza è stato in grado di fare.

Secondo la via totalitaria-scientifica dei nostri tempi, ben legittimata dal neo-modernismo pagano, al posto del Cristo, al centro dell’organismo sociale, va messa l’onnipotenza della Scienza, ben rafforzata anche dal fondamentalismo vetero-testamentario e calvinista di derivazione americanistica, che è arrivato in soccorso da oltre-oceano.

Ottimismo ingiustificato e deleterio suscita ogni nuova “conquista” tecnologica. Ma non si tratta di altro, in fondo, che di continuità con il liberalismo “scientifico”. Il risultato effettivo di questo liberalismo “scientifico” sono stati i milioni di cristiani uccisi in Messico e una invasiva aggressione laicista  alla vita sociale cristiana consolidata da secoli di sane tradizioni e di conquiste morali. O con il comunismo “scientifico” teorizzato da Marx: milioni e milioni di martiri cristiani sparsi in ogni angolo del mondo.

Americanismo, Bergoglismo, “Europeismo”: catastrofismo

Bergoglismo ed “europeismo” sono attualmente il fronte avanzato della Sovversione. Sono ben più americanisti dell’originario americanismo, dove si stanno manifestando forti resistenze interne (per quanto confuse, manipolate e niente affatto risolutrici) alla strategia Oligarchica di mera distruzione nichilista. La nuova identità europea teorizza il gender, l’abortismo di massa, l’ecumenismo massonico,  la digitalizzazione ipercapitalista quale fine sociale, l’islamizzazione della cultura europea, la profanazione pubblica del SS.Crocifisso, la persecuzione di pagani, eretici, ebrei, protestanti, buddisti, curdi, comunisti, omosessuali e chiunque altro come dogma profano fondativo dell’ “europeismo tollerante e inclusivo”, ma impone il silenzio assoluto sul più grande sterminio del XX secolo (quello dei cristiani in Messico). La nuova identità europea, elaborata da una ideologia scientifica di taglio fanaticamente Neo-Modernista e Neo-Pagano, è intollerante solo verso la vera e originaria identità europea: quella Cattolica e Romana. Nei primissimi anni ’60 la S. Vergine rivelò alla Beata Elena Aiello che questa politica modernista era precisamente la Strategia di Satana.

Pochissimi Stati o movimenti si oppongono a tale deriva catastrofica. Segnaliamo i casi a noi più vicini e concludiamo.

POLONIA

La Polonia è oggi Cattolica e Nazionale, ma rimane una nazione spaccata.  Diritto e Giustizia (PIS) dei fratelli Kaczinski continua la linea nazionalista e tradizionalista del movimento Solidarnosc. Fu grazie a questa linea devota e patriottica che l’URSS fu messa seriamente in crisi. Gli europeisti ed i mondialisti (i “neo-modernisti”) sono invece rappresentati da Piattaforma Civica, il cui più noto esponente è il fanatico europeista Donald Tusk. Piattaforma Civica, come il mondialismo massonico europeistico, sembra non aver altro scopo che imporre al popolo polacco l’ideologia gender e l’islamizzazione. Chiunque si oppone a tale ipotesi di catastrofe sociale è un fascista o un neofalangista. Il falangismo cristiano è la forma fascista polacca degli anni Trenta. Piattaforma Civica e i mondialisti polacchi raccolgono nei vertici gli agenti KGB di ieri, che erano presenti strumentalmente in Solidarnosc per controllare e deviare l’ala nazionalista-cattolica; la famosa quinta colonna il cui esponente più noto è Walesa, europeista, antifascista e mondialista. Si distingue nel fronte mondialista anticattolico  Ryszard Petru. Proveniente da famiglia di collaboratori del KGB, è oggi l’uomo della massoneria mondialista, del FMI e della BCE incaricato di infiammare Varsavia con una rivoluzione colorata. Sino ad oggi, tutti i suoi tentativi sono falliti. Non ha il consenso del popolo, che preferisce il Patriottismo tradizionalista del Kaczinski.

L’odierna Polonia Cattolica e Nazionale di Jaroslav Kaczynski esercita una chiara e coraggiosa opposizione alla BCE e all’Unione Europa. Il Nostro ha più volte condannato la strategia monetarista, bancocratica e ultracapitalista del massone Mario Draghi. Ha inoltre condannato il neo-pangermanismo capitalista, secolarista, “neo-luterano” ed ateistico di Merkel. Non è questa l’Europa che vuole Diritto e Giustizia, al cui interno troviamo tesi sociali che rimandano al Corporativismo degli anni ’30 o alle Encicliche Sociali della Chiesa romana.

Kaczynski chiede oggi con coraggio e alto senso Patriottico le dovute riparazioni di guerra che l’imperialismo pangermanista dovrebbe alla Polonia; son stati rimborsati francesi, ebrei, in parte gli anglosassoni; perché i polacchi no? Forse perché son gli unici che vogliono rimanere integralmente cattolici? Dunque l’essenza dell’UE e dell’attuale imperialismo supercapitalistico di Berlino e Parigi, per il Nostro, altro non è  che identità anticattolica ed anticristiana. Anzi, più precisamente, odio anticristiano.

Nonostante l’attentato di Stato (10 aprile 2010, Smolensk Russia) che decapitò la classe dirigente nazionale cattolica (tra cui Lech Kaczinski), rimasta tuttora senza mandante (sebbene tra i nazionalisti circolino varie tesi interessanti, che non si possono qui discutere, ma che scagionano completamente, anche per un minimo di logica, la Russia di Putin), la Polonia non cede. Non ha ceduto né al luteranesimo ateistico tedesco, né al giudaismo americanistico, né al putinismo russo. Lo Stato polacco attuale, grazie al Kaczynski in larga parte ispirato ad una concezione Contro-Rivoluzionaria, dovrebbe oggi essere l’esempio morale e politico di ogni popolo cattolico. La Falange nazional-radicale odierna, che si ispira al movimento filofascista degli anni ’30, che si oppose sia allo stalinismo invasore, sial Terzo Reich, ha sempre propugnato la visione mitica e storica della Polonia come antemurale della cristianità. Occorre considerare che nella Polonia odierna, il modello falangista è considerato nella famiglia dei precursori storici e teorici della Polonia Nazionale di Visegrad, con la sua quintessenza solidarista e corporativista, anticapitalista e anticomunista.

La Falange è in grado di mobilitare decine e decine di migliaia di persone: non teppisti e delinquenti, come strombazza la propaganda nichilista della UE, ma in gran parte famiglie polacche con bambini al seguito e giovani che rifiutano la cultura della droga, la corruzione materialista dilagante e l’ateismo di massa. Durante l’ultima marcia dell’Indipendenza (11.11.2017), il Ministro degli Interni, M. Blaszczak, ha elogiato lo spirito di disciplina e ha definito il corteo di famiglie polacche con bimbi e adolescenti “una splendida cartolina” dell’attuale situazione polacca, rispetto alle marce omosessiste, di attacco al principio della Vita, che sarebbero la cartolina dell’ “Europa” di Bergoglio, Merkel, Draghi, Macron.

Diritto e Giustizia ha iniziato ad operare in un tessuto sociale e economico, sfasciato da decenni di Comunismo e dalle terapie ultraliberiste della “shock economy” di Balzerowicz, terapie partorite dall’economista Jeffrey Sachs, peraltro consigliere di Bergoglio. L’economia polacca, dopo la cura Solidarista di Diritto e Giustizia, è attualmente basata su un dirigismo temperato che ha affossato il precedente liberismo sfrenato, che condusse a disuguaglianze spaventose, ancora visibili, soprattutto a Varsavia. I dati attuali indicano bassissima disoccupazione e prodotto interno lordo in continua crescita. In antitesi alle differenti culture della morte anti-cattoliche, la Polonia, con altre nazioni orientate in tal senso, indica la vera dimensione Europea ed Europeista. Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, stanno rafforzando i principi nazionali autenticamente Europei del Gruppo di Visegrad. Economicamente propongono un modello di protezionismo moderato e di Solidarismo sociale non lontano dal Corporativismo classico degli anni ’30.

I fronti sono aperti, lo scontro è in corso e la frazione massonica filo-Ue è in Polonia comunque presente. Vogliamo però ricordare che la Chiesa polacca è radicalmente anti-bergoglista e annovera ai suoi margini notevoli e determinate componenti cattoliche-integrali. La strategia di de-cattolicizzazione promossa dai liberisti e mondialisti dagli anni ’90, per quanto tuttora ben agguerrita, non ha sfondato in Polonia come purtroppo è avvenuto in Italia. I mondialisti hanno i mezzi finanziari, giornali, propaganda. Il Paese rimane spaccato e diviso, ma la maggioranza del popolo polacco è con Gesù e Maria.

Al riguardo, significativo il silenzio del clan gesuitico di Bergoglio sulla iniziativa per l’Europa cristiana svoltasi in Polonia il giorno della festa della Madonna del Rosario e dell’anniversario della battaglia di Lepanto (7 ottobre 2017). Più di un milione di polacchi hanno formato una catena umana per la salvezza del mondo e del Cristianesimo.  La Polonia, nell’aprile 2017, come aveva peraltro già fatto l’Ungheria, si è definitivamente ritirata dal contingente europeo di difesa comune (Eurocorps) e ha aderito all’Alleanza Atlantica. La Polonia aderisce come membro dell’Europa di Visegrad, dunque come Stato indipendente e partner esterno, non come vassallo degli Stati Uniti. E’ una alleanza tattica militare, non politica.

Quasi tutti i patrioti polacchi, anche i più Contro-Rivoluzionari, considerano oggi Lech Kaczynski un martire “polacco e cristiano” alla testa delle loro fila; molti tra loro lo paragonano all’eroe Jerzy Volodyjowski (1620-1672).

La politica per la famiglia e per la natalità di Diritto e Giustizia pone la Polonia in netta contro-tendenza rispetto all’andazzo generale. Se i dati saranno confermati, il 2017 si chiuderà con circa 500 mila nascite, il numero più alto dal 2010. Questo grazie all’azione sociale del Governo patriottico, che scoraggia l’aborto ed incentiva socialmente la pratica natalista.

RUSSIA

Vladimir Putin, ottimo mediatore tra Esercito, Chiesa Ortodossa e Patriottismo popolare russo, ha però il grave limite politico e storico (su cui non si può sorvolare) di non aver aggredito il liberismo oligarchico capitalistico e l’americanismo culturale che sopravvivono in Russia dal bolscevismo e dall’era El’cin. Per quanto oltre i confini Putin sia descritto come il nuovo Zar, in realtà i gruppi cristiano-ortodossi neo-zaristi o tradizionalisti sono su posizioni di pura opposizione o collaborazione fortemente critica con il Cremlino. Putin non è dunque un contro-rivoluzionario russo, ma un mediatore che pone comunque al centro un nazionalismo russo di sostanza imperiale, euroasiatica. I suoi meriti di Statista non possono di certo essere cancellati, così come la sua riconoscenza verso il pensiero di Solzenicyn, da taluni considerato un maestro di Putin, e verso il fascista russo Ivan Il’yn (1883-1954); allo stesso modo, la sua teoria organica della relazione sinfonica tra Stato e Chiesa rispecchia la Dottrina sociale della “Chiesa Ortodossa Russa”. Se la Russia putinista non è dunque, in assoluto, un modello Contro-Rivoluzionario integrale, a causa dell’arrendevolezza verso il liberismo capitalismo oligarchico, è nel contesto attuale, un importante e positivo modello socio-politico. Unica speranza, è che con le prossime presidenziali (18 marzo 2018), la Russia possa giungere, con Putin o oltre Putin, ancora più a Destra di quanto già vi sia. Oltre ad aver rimesso in sesto la situazione, il più grande merito storico di Putin è aver proposto a livello universale l’ “ideologia” della Russia come Terzo Occidente. In base a questa visione, dopo il tramonto e la decadenza dei due Occidenti storici (dunque si danno ormai per caduti nella decadenza di civiltà anche gli USA), l’unico polo che incarnerebbe gli autentici valori cristiani, occidentali sarebbe “Mosca Terza Roma”.

Il putinismo ha continuato purtroppo con il solito atteggiamento tradizionale russo, sciovinista antipolacco, ma ha trovato una solida barriera, se non altro, nella parte di Polonia cattolica, tradizionale e dichiaratamente filofalangista.

FRANCIA

Come già affermato, la Francia, “la prediletta figlia”, è sempre, da qualche secolo a questa parte, la stella oscura della storia occidentale. Nessuno aveva particolare speranze verso il Front National di Mpl (Marine Le Pen) e del suo Rasputin gollista Philippot. Il punto fondamentale, da ben considerare, è però che la Francia che vuole morire “francese e cattolica” si riconosce ancora quasi totalmente nel FN. Tralasciando la campagna elettorale suicida condotta dal duo Marine-Philippot nel maggio 2017, va anche stigmatizzato il nuovo FN marinista: laicista, di sinistra, gollista. Una componente ben più di destra e probabilmente Contro-Rivoluzionaria è quella rappresentata – almeno sino a pochi mesi fa – da Marion Marechal Le Pen, eletta più giovane deputata all’Assemblèe Nationale nel 2012. Marion ha preso parte alle manifestazioni contro la legge Taubira, frequenta gli ambienti del Cattolicesimo tradizionale francese e conservava sino al maggio 2017 un ottimo rapporto con i “vecchi” quadri storici del FN e con l’entourage del nonno Jmlp, cacciato dal partito su ispirazione del gollista e gay dichiarato Philippot (“Les faux semblants du Front national” a cura di S. Crepon, P.F.N.S.P. 2015).

Dopo l’uscita unilaterale dal FN da parte di Marion, anche i suoi rapporti con il nonno paiono diventati burrascosi. La sua linea dottrinaria ricalcava comunque, abbastanza fedelmente, pur con dubbi aggiornamenti, quella tradizionalista ed antimodernista del FN del Presidente Jean Marie Le Pen. Particolarmente equivoci i continui riferimenti idealizzati alla figura del Napoleone Bonaparte, che Marion aveva ripreso dalla monografia sul Corso del teorico maurrasiano J. Bainville. Al tempo stesso, l’intenso omaggio alla Vandea Contro-Rivoluzionaria, concepita come perenne cuore di Francia, pare essere un cardine della visione del mondo di Marion. La Nostra ha più volte detto che il simbolo francese per eccellenza è il Sacro Cuore di Gesù vandeano.

Per quanto Jean Marie avesse compiuto, nel corso degli anni, necessarie svolte tattiche, talvolta anche ben ispirate, l’identità originaria del FN non era mai stata tradita né abbandonata. Essa rimandava chiaramente alla visione cattolica contro-Rivoluzionaria e continuava, pur in un contesto completamente differente, la tradizione nazionalista francese che, partendo dall’Action Francaise, comprendeva la parabola storica di Vichy e dell’Algèrie francaise. Il FN di Jmpl fu probabilmente l’unico movimento politico, ortodossamente e tatticamente, contro-rivoluzionario dell’Europa occidentale degli ultimi decenni. Suo dichiarato punto di riferimento, come ha sottolineato lo storico francese P. Milza, fu il Fascismo nella forma storica del Salazarismo portoghese, verso il quale si mostrava gratitudine anche per aver soccorso i reduci in esilio della OAS negli anni ‘60 e i “collabos” di Vichy negli anni precedenti.

Dal maggio 2017, con l’auto-esclusione di Marion dai vertici, la componente della Destra interna si trova nel FN senza un punto di riferimento forte.

Occorre sperare e pregare che la Francia, la Nazione dei martiri, la figlia primigenia e mai dimenticata, possa risorgere e essere consacrata al Cuore di Gesù.

ITALIA

Con la fine della Segreteria MSI Arturo Michelini (15 giugno 1969), non vi fu più probabilmente spazio nemmeno per l’ipotesi di formazione di un fronte Contro-Rivoluzionario in Italia. Il suo stesso successore si sbrigò a definirsi “ghibellino” in omaggio all’ala laicista e pagana del movimento, che lo aveva condotto alla Segreteria.

Lo spirito “infernale”, massonico, rivoluzionario si impossessò, dopo il Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965), vorticosamente, di tutti gli animi ed i fronti, dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro. L’Italia, cattolica e romana, per secoli e secoli il Centro culturale e spirituale del mondo, dopo l’assalto fatale del massonico e protestante “Risorgimento” prima, dell’americanismo e della “Resistenza” poi, non volle più essere romana e cattolica. Cedeva lo scettro catecontico. Non vi fu spazio, nel mondo sociale italiano, che per rovine, raggiri, responsabilità eluse.

Pio XII nel 1941 disse:

“O Roma cristiana, il Sangue di Cristo è la tua vita: per quel Sangue tu sei grande e illumini della tua grandezza anche i ruderi e le rovine della tua grandezza pagana, e purifichi e consacri i Codici della sapienza giuridica dei Pretori e dei Cesari. Tu sei la Madre di una Giustizia più alta. Tu sei faro di civiltà, e la civile Europa e il mondo ti devono quanto di più sacro e di più santo, quanto di più saggio e di più onesto esalta i popoli e fa bella la loro storia” (Pio XII, “Messaggio radiofonico al mondo. Natale 1941”).

Dagli anni ’60, invece, i ruderi e le rovine neo-pagane, grazie all’azione ormai vittoriosa della setta neo- modernista riunita in una filosofia sociale neogesuitica (estranea al puro spirito originario dell’Ordine) e politica “democristiana”, seppellirono la luce di Roma cristiana.

Attualmente, se è dunque impossibile parlare di una preferenza cattolica-controrivoluzionaria, in un Paese dove, per evidenti ragioni, la vendetta massonica e nichilista è stata la più poderosa e infida, va comunque segnalato che la preferenza cattolica-conservatrice sembra andare negli ultimi tempi verso il progetto Nazionale di Matteo Salvini. Quest’ultimo alterna posizioni politicamente ben declinate a cadute demagogiche, poco credibili e “populistiche”, che hanno chiaramente il fiato corto. Certamente, almeno sino ad oggi, Matteo Salvini non è, purtroppo, il Jean Marie Le Pen italiano. Non è però nemmeno il politico della massoneria europeista o mondialista; solo i deputati leghisti, in Italia, hanno difeso nel parlamento italiano ed europeo, ripetutamente e ostinatamente,  la pedagogia pubblica del SS. Crocifisso e del Presepe – in continuità con il concetto che fu della disciolta “Padania cristiana” (1998-2009) – e hanno bollato come niente altro che anticristiana la strategia complessiva e finale dell’Unione Europea, pur mantenendo nel contempo ottimi rapporti con i gruppi sionisti o filo-sionisti. Detto questo, ci sembra che al momento, sia necessario muoversi in maniera pragmatica e valutare a seconda delle situazioni, senza schierarci come organici ad alcun partito. Lasciando comunque ai nostri militanti e simpatizzanti la facoltà di militare ove vogliano, nell’area, qualora lo desiderino. Fatti salvi determinati principi che, ad oggi, sono ufficialmente e apertamente anticattolici solo da parte di Casa Pound.

Diceva il Cardinale Ottaviani: “Guai a confidare negli uomini!”. Quindi, non occorre mai perdere la bussola.

“E’ tutto un mondo, che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino: vale a dire secondo il cuore di Dio” (Pio XII, Roma Domenica 10 febbraio 1952).

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Algeri ’61: la catastrofe d’Occidente e la vittoria del Nichilismo globale (Parte VI)

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di Cristiano T Gomes

La Seconda Guerra Mondiale fu la definitiva sconfitta della Contro-Rivoluzione?

(A lato: Qasbah di Algeri: scritta di propaganda Contro-Rivoluzionaria OAS VIGILA- SALAN)

Se ci si pone nell’ottica angloamericana e bolscevica e si vede nel concetto astratto e inesistente di “nazifascismo” il nemico, il quadro assume colori oscuri e tutto è confuso. Il Governo di Vichy ed il Regime fascista, e poi la stessa RSI, vanno in una direzione, il nazionalsocialismo sembra andare in un’altra, ma ciò non toglie che facciano un tratto di strada assieme, dato che condividono il medesimo nemico, il capitalismo alleato del bolscevismo; lo stesso si può dire, a parti inverse, di gollismo, bolscevismo, imperialismo angloamericano, che non sono politicamente la stessa cosa ma condividono il nemico politico, di civiltà, ossia la Dottrina del fascismo di Mussolini e quello geoeconomico e geopolitico: la Germania nazionalsocialista.

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(A lato il Colonello Roland Vaudrey (1912-1965), sposato con una vietnamita. Cattolico-integrale e Contro-Rivoluzionario di tendenza fascista e corporativista.)

Certamente, la rovinosa caduta di Mussolini e del Maresciallo Pètain sono una sconfitta del fronte Contro-Rivoluzionario. Ma si può parlare di sconfitta strategica? No.

Si deve considerare che, anche e soprattutto grazie al suo sacrificio finale, Mussolini lascia al momento della sua morte un Paese ed un popolo ancora orientati, in maggioranza, verso un indirizzo morale e spirituale, fondato sul Cattolicesimo tradizionale e pedagogicamente ben influenzato dal necessario Principio di Autorità.

Da un punto di vista soprannaturale, nonostante la sconfitta terrena, Mussolini ha fermato la Sovversione sociale e morale.

Vari elementi storici sembrano attestarlo.

Lo indica, al di là di ogni possibile altra interpretazione, il risultato del Referendum del 2 giugno ’46. Votare nel 1946 per la Monarchia significa non rinnegare il Ventennio, dato che nello Stato fascista la Monarchia faceva da garante ed era stata, sino al 25 luglio 1943, totalmente compromessa con tutte le scelte decisive del Regime. E’ ormai appurato che vi fu l’intervento americano: solo la falsificazione delle schede elettorali e del voto popolare permise di condurre alla Repubblica. Lo indica lo stesso imprevisto successo elettorale del MSI nelle elezioni politiche “maggioritarie” del 7 giugno 1953. Prosegui la lettura »

Perché la Seconda Guerra Mondiale? La visione di noi cattolici integrali (Parte V)

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La Contro-Rivoluzione nel ‘900: Benito Mussolini e Antonio Salazar (V Parte)

di Cristiano T Gomes

Mons. Umberto Benigni così nel 1923 identifica quel processo di Sovversione sociale che, iniziato con la Rivoluzione borghese, è deflagrato con le rivoluzioni dell’800 e poi con la Prima Guerra Mondiale:

Lo spiritus rector della Rivoluzione …è la Setta sotto la direzione centrale d’Israele, la gran Bestia dalle due teste: quella del Vitello d’Oro e quella del Lupo Rosso. Sotto questo nome è facile raccogliere l’insieme delle organizzazioni segrete ed obbedienti ad una molla, ad un agente segreto, il programma confessato o dissimulato poco importa: è la Rivoluzione quale è stata da noi definita, o sia: il Disordine Satanico in lotta contro l’Ordine divino. (H. Brand, pseudonimo di U. Benigni, “Per la difesa sociale. Il motore della Rivoluzione”, in “Fede e Ragione”, 18 febbraio 1923, p. 6).

Umberto Benigni precisa continuamente, nei suoi scritti, di non essere razzista, ovvero che egli non intende combattere Israele come popolo, poiché per il Nostro tutti i popoli sono fratelli in Cristo come gli individui che di questi fan parte, ma il talmudismo, un centro di corruzione “religiosa” che Egli considera anti-cristiano, altamente antisociale (Fer, “Azione di difesa sociale”, Fede e Ragione, II, n. 45, 6 novembre 1921).

“Fede e Ragione”, rivista cattolica di cultura e di critica, era stata fondata a Firenze da Don Paolo de Toth (nato nel 1881 ad Udine da famiglia magiara); il de Toth già con il periodico “Armonie della Fede” (Montefalco- Perugia 1906-1914) aveva messo in guardia sul riformismo modernista che avrebbe minacciato la dottrina tradizionale della Chiesa di Roma e la strategia di “Fede e Ragione”, in continuità, era  “l’integrità della dottrina cattolica” e la contrapposizione alla “contro-chiesa”, ossia alla “setta massonica e i suoi complici” (cfr “Il nostro periodico”, Fede e Ragione, I, dicembre 1919).Secondo il Vannoni, autore di un  sintetico ma pregevole saggio su “Integralismo cattolico e fascismo” (Edizioni Il Mulino 1977), per quanto “Fede e Ragione” sospendeva le pubblicazioni dopo il Concordato, la visione politica cattolica contro-rivoluzionaria (sia quella degli integrali sia quella della cosiddetta “letteratura cattolica”, nella quale si può far bene rientrare il “Il Frontespizio”) giocava un suo importante ruolo in certe scelte del regime. Grazie all’attività di Umberto Benigni, la già citata organizzazione segreta anti-modernista Sodalitium Pianum, nota con il nome di “Sapiènere”, veniva dai primi del Venti messa a disposizione del fascismo, nel tentativo di vincere la partita interna con l’Internazionale bianca democristiana e con talune frazioni gesuitiche, in particolare francesi (considerate dal Nostro alleate della Massoneria) e di restaurare l’identità cattolica romana-italiana, aggredita da quello che il Benigni considerava un assalto rivoluzionario laicista e ateista concepito dalla Massoneria internazionale e dalle banche protestanti operanti dal mondo anglosassone. Si stabiliva dunque, come già veduto nella prima parte, un legame organico tra il cattolicesimo integrale e la destra fascista. Gli “integrali” erano ben collegati con l’Action Francaise e con gli altri nascenti movimenti della destra radicale francese, con Hermann de Vries de Heekelingen, olandese, studioso di storia religiosa, professore nell’università cattolica di Nimega ed impegnato a favore del Regime fascista e con il Rexismo belga. L’associazione politica e culturale di Benigni si estendeva anche ad influenti ambienti vaticani: il sodalizio cattolico integrale fascista vedeva infatti il Nostro agente OVRA con il numero 42 e con lui, al servizio di Bocchini, il prelato domestico di Pio XI, Mons. Enrico Pucci (che pare fosse stato reclutato nel 1927), il funzionario vaticano Pietro Mataloni, Bianca D’Ambrosio (nome in codice 42 DIDONE), un’altra ventina di alti prelati vaticani, circa una trentina di membri del clero medio e basso, oltre a vari laici, tutti naturalmente orientati nella concezione “cattolica integrale”. Il sodalizio degli “integrali” avrebbe passato le informazioni più riservate a due insospettabili attrici, direttamente collegate a Bocchino, Bice Pupeschi e Maria Luisa Scala.

Tale premessa è necessaria poiché si possa comprendere che, nonostante la morte di Benigni  avvenuta nel febbraio ’34, il milieu cattolico-integrale pare essere, sul piano della Dottrina, una importante componente del regime; e proprio tale componente, ben più di ogni altra, ribadiva a più riprese che il Concordato e la coscienza cattolica-romana, che Mussolini stava restituendo, pur nelle contraddizioni interne al movimento fascista divenuto Regime, all’Italia, finivano fatalmente in rotta di collisione con il supercapitalismo plutocratico mondiale, che già con il Risorgimento aveva voluto tagliare fuori dalle grandi decisioni strategiche l’Italia ed il Cattolicesimo romano. Scrive la Pichetto, nel già citato testo (p. 121), che secondo il Benigni il fascismo, “investito dell’eredità dei secoli, riceveva una missione sacra, restituiva al suo immortale destino Roma, madre di ogni civiltà e messaggera dell’unica salvezza”.

Benigni non esaltava l’Italia, ma Roma e la volontà di continuità spirituale e di civilizzazione con la romanità che il regime sembrava incarnare. Il fascismo gli sembrava dunque “il miglior sostegno di fronte alla marea montante della sovversione sociale e del disordine internazionale” (Ibidem).

 Il programma d’azione di Benigni fascista era il medesimo del 1911: opposizione Contro-Rivoluzionaria non solo alla rivoluzione giacobina ma ancora di più, se possibile, al liberalismo sociale e religioso; non vi era però più spazio per quelle nostalgie “papiste” e guelfe ancora presenti nel programma del 1911, in luogo delle quali si instaurava un leale patriottismo e una militanza fascista. Certamente, Benigni non identificava il neo-costantinismo Mussoliniano con la Regalità sociale di Cristo, anche perché sarebbe già stato assai difficoltoso, se non impossibile, praticare la Regalità sociale con un contesto ecclesiastico in cui buona parte di clero era disgregata dal vulnus modernista e massonico; in base però alla visione centrale sui nuovi tempi delineata nell’“Introduzione generale” alla “Storia sociale della Chiesa” (Centro Librario Sodalitium 2016, Voll I, pp. XIV-XV), ossia la grande lotta tra il principio cristiano ed il neo-paganesimo modernista, se la strategia rimaneva quella di Pio X – “Restaurare tutto in Cristo” – il fascismo certamente era un potente elemento dottrinario e politico di Difesa sociale dalla Sovversione (laicismo, Democrazia Cristiana condannata dalla Dottrina cristiana, Massoneria, Comunismo e Contro-Rivoluzione corporativista). Il Benigni sottolineava con forza come fosse dovere religioso e morale del cristiano occuparsi della vita politica: il Cristo ci ha insegnato a trovare l’equilibrio, morale e sociale, tra i pregiudizi religiosi e politici dei farisei, dei sadducei (il cui materialismo politico è rappresentato dall’erodianismo), spogliando l’ideale essenico dei detriti giudaici che conteneva. Anche sul piano etico-giuridico ed etico-economico, spiegava Benigni nella sua eccezionale opera sulla “Storia sociale della Chiesa”, il Cristo ci ha dato il modello archetipico del retto impulso sociale, che va verso la solidarietà sociale e la Corporazione. L’insegnamento sociale del Cristo è così il fondamento della dottrina della Chiesa costantiniana. La parte II del Volume 2 della “Storia sociale della Chiesa” è dedicata a Costantino Magno; è una ulteriore perla teologica e storico-politica che Mons. Benigni ci ha lasciato. Non mancano elementi di crisi e di confusione nella regalità sociale costantiniana, ma, sottolinea il Nostro, “l’elenco delle benemerenze costantiniane è veramente cospicuo” (Ivi, p. 186). Durante il pontificato di Pio XI, si affermano con vigore gli orientamenti proposti dalla Sociètè du Règne social di Paray-le-Monial e da vari ambienti romani “cattolico-fascisti” e con l’enciclica “Quas primas” (1925) viene introdotta nel calendario liturgico la festa di Cristo re, che non sostituisce, come vuole indicare una certa letteratura, ma integra e, al limite, supera la Mediazione del Sacro Cuore. Nel corso degli studi della Sociètè emerge un bilancio molto positivo dell’opera moralizzatrice svolta dal “Duce-Costantino” nei primi dieci anni di Governo fascista. Come visto in precedenza, Padre Agostino Gemelli ed Armilla Barelli veicolano nella cultura sociale fascista tale orientamento, in modo sistematico e capillare.

Dunque: perché la Seconda Guerra Mondiale? Cui prodest? Paul Boulin, un prete cattolico integrale della diocesi di Troyes, definito dalla Pichetto “agente attivissimo del Sodalitium Pianum” (Ivi, p. 126), aveva scritto alla fine degli anni Venti, a ridosso del Concordato dunque, che si stava muovendo contro Roma “il quadrilatero mondiale dell’antifascismo costituito dall’Alta Banca ebraica, dalla Compagnia di Gesù, dalla Massoneria e dalla Democrazia-Demagogia; verde o massoneria, bianca o gesuita democristiana, rossa o bolscevica o anarchica” (Ibidem). Ora, non è possibile sapere con certezza se tutto ciò fosse esatto o veridico, sebbene l’attività interna di contro-infiltrazione del Sodalitium Pianum era assai elogiata da San Pio X e considerata pressoché perfetta. Possiamo però, allo stato attuale, vedere e osservare che le due Guerre Mondiali hanno avuto anzitutto il fine di abbattere, sovvertire e disgregare la Tradizione cattolica occidentale. Se tra angloamericanismo e germanesimo vi poteva essere di certo un conflitto sul piano della conquista degli spazi commerciali, come poi vi sarebbe stato (anche se su piano ben più ridotto e tiepido) tra russi e americani nel corso della cosiddetta “guerra fredda”, l’attacco lanciato dall’americanismo alla Tradizione cattolica, nel ‘900, è quello del genocidio spirituale, culturale e anche fisico. Giustamente Antonio Socci ha parlato del ‘900 come del secolo della ininterrotta persecuzione anti-cristiana.

Pochissime voci oggi hanno il coraggio di rievocare la tragedia della “rivoluzione messicana”, liberale-democratica e massonica: forse proporzionalmente il più grande massacro del ‘900. Le più recenti stime, purtroppo approssimative come è evidente, parlano di circa 2 milioni di morti su una complessiva popolazione di circa 14,5 milioni di abitanti. Una rivoluzione che ha legittimato l’assassinio del cristiano, puntando all’estinzione del Cristianesimo. Tale metodo rivoluzionario finisce poi per imporsi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia pure nella versione apparentemente più soft, con la vittoria totalitaria della pseudottrina conciliarista nel cuore di Roma. In tal senso, il Novecento è stato il secolo della massima tenebra.

Scrive Fergusson (cfr “L’Impero”, Mondadori edizioni 2007, p. 241) che negli anni precedenti  alla Prima Guerra, i leader del capitalismo finanziario mondiale – i Rotschild a Londra e Parigi, i Warburg ad Amburgo e Berlino – propongono una spartizione globale anglo-tedesca, comunque “protestante”, a danno dell’Impero cattolico austro-ungarico e delle potenze cattoliche-latine. E’ la Contro-rivoluzione fascista del ’22 dunque a cambiare il corso della storia. Ed ancora di più: la Conciliazione del ’29, il suggello della Contro-Rivoluzione. Emarginata sino ad allora dal consesso mondiale l’Italia fascista e cattolica, grazie all’azione neo-costantiniana di Mussolini, è tornata frattanto al centro della politica mondiale; sarà necessario eliminarla perché quel progetto possa di nuovo prendere corpo. Oggi, non a caso, Bergoglio è la guida dei “riformati” e dei luterani, non il Pontefice cattolico.

Il popolo tedesco si rivelava comunque recalcitrante rispetto alla strategia Mondialista; a Versailles aveva pagato la sua fedeltà all’alleato cattolico austriaco (sebbene la miopia militaristica prussiana fu letale per l’Impero austiaco) ; dopo il ’36, nonostante i vertici politici e militari del Nazionalsocialismo provino una indubbia ammirazione per il materialismo estremo-occidentale, i milioni di lavoratori tedeschi son ben più attratti dal modello sociale corporativistico italiano che dalla marea capitalista e comunista avanzante. Pio XII nella “Summi Pontificatus”, scrive nel ’39 che:

A particolare letizia si eleva il Nostro cuore nel potere, in questa prima enciclica indirizzata a tutto il popolo cristiano sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dai prìncipi degli apostoli, la quale, mercè la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa ora un posto d’onore tra gli stati ufficialmente rappresentati presso la sede apostolica. Da quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la «pace di Cristo restituita all’Italia»; pace, per il cui sereno cielo supplichiamo il Signore che pervada, avvivi, dilati e corrobori fortemente e profondamente l’anima del popolo italiano, a Noi tanto vicino, in mezzo al quale respiriamo il medesimo alito di vita, invocando e augurandoci che questo popolo, così caro ai Nostri predecessori e a Noi, fedele alle sue gloriose tradizioni cattoliche, senta sempre più nell’alta protezione divina la verità delle parole del Salmista: «Beato il popolo, che per suo Dio ha il Signore» (Sal 143,15). Questa auspicata nuova situazione giuridica e spirituale, che quell’opera, destinata a lasciare una impronta indelebile nella storia, ha creato e suggellato per l’Italia e per tutto l’Orbe cattolico, non Ci apparve mai così grandiosa e unificatrice, come quando dall’eccelsa loggia della Basilica Vaticana Noi aprimmo e levammo
per la prima volta le Nostre braccia e la Nostra mano benedicente su Roma, sede del papato e Nostra amatissima città natale, sull’Italia riconciliata con la chiesa, e sui popoli del mondo intero
.

Secondo Pio XII il Regime fascista avrebbe restituito la Pace di Cristo all’Italia. Va ricordato che Pio XII proviene dai ranghi del Sodalitium Pianum di Mons. Benigni.  Vediamo viceversa oggi cosa abbiano significato per l’Italia, dove nel 1939 era ancora socialmente operante, secondo il giudizio pontificio, la Pace di Cristo, i decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Decenni caratterizzati dalla sconsacrazione della vita, dal nichilismo socializzato, dall’attacco preciso e mirato al cuore della Cristianità. I cattolici integrali guidati dal Benigni erano consapevoli che saremmo arrivati a questo punto. Lo avevano del resto scritto ed avvertito.  Pio XII, nell’Italia dell’epoca, è una delle pochissime, se non l’unica tra le personalità di rilievo, ad invitare il suo “Diletto Figlio” (aprile 1940) Benito Mussolini a non entrare in guerra. Il Pontefice era cosciente che l’obiettivo delle potenze massoniche d’oltreoceano non era la Germania ma la Cristianità romana: la Seconda Guerra Mondiale, secondo la dottrina pacelliana, era una chiara sfida delle potenze di Satana alla Regalità di Cristo e la temporanea sospensione della supremazia di Cristo (W. Carr, “Angels and Principalities”, Cambridge 1981).  Mussolini, proprio nel tentativo di salvare la riconquistata centralità romana-cattolica e italiana nell’universo, opponendosi con moderazione e tattica politica sia al nuovo dominio pangermanista sia, e soprattutto, all’imperialismo del supercapitalismo  (cfr. E. Gin, “L’ora segnata dal destino. Mussolini e gli Alleati da Monaco all’intervento”, Edizioni Nuova Cultura 2012), ritiene non vi sia altra possibilità che l’intervento militare. Come noto, l’Italia è tra i Paesi più poveri del pianeta, quanto a risorse e materie prime. La strategia di strangolamento che le potenze imperialiste “sanzioniste” (USA, Gran Bretagna, Francia)  stavano attuando contro l’Italia, aveva condotto il Paese ad una china economicamente angusta e pericolosa. Se da un lato in effetti, la Germania dopo il 1936, rifornirà l’Italia di carbone in buona quantità, dall’altro proprio il nuovo impulso di espansione geoeconomica e geopolitica nazionalsocialista aveva chiuso, tragicamente, quegli spazi di manovra nell’area danubiano-balcanica che Mussolini abilmente aveva saputo conquistare alla Nazione italiana.

Sulla morte di Mussolini

Tripodi precisa (Ivi, pp. 229-235) che vari libri basati su presunte confidenze del Duce in RSI, come quello del medico tedesco Zachariae, tradiscono evidentemente le personali visioni, quasi sempre anticlericali, dell’autore. Lo stesso si potrebbe dire dei famosi “Diari” di Ciano, che son stati ampiamente rimaneggiati, o di molti altri saggi di simile memorialistica. Padre Eusebio, al secolo Sigfrido Zappaterreni, fervido frate di S. Francesco, ultimo confessore del Duce, oltre che suo migliore amico nel periodo della Repubblica Sociale Italiana, pubblicava anni fa (1976) “Il testamento politico e spirituale di Mussolini”, trascrizione sintetica e fedele di 26 colloqui tra il cappellano militare  ed il leader fascista, con introduzione di Rachele Mussolini. Purtroppo questo saggio non ebbe la diffusione che meritava a causa di una edizione molto lussuosa e perciò di nicchia. Il Mussolini ultimo, che emerge dalla testimonianza del francescano, è chiaramente su posizioni, religiose e politiche, cattolico-integrali, in tal senso ben più a destra che nello stesso Regime, aprendosi al frate intimamente. La RSI riconosce la Religione Cattolica apostolica e romana come la sola religione della Repubblica; 600 Cappellani militari sono in servizio presso la Repubblica; tra i fucilati di Dongo, due sono molto vicini al Cattolicesimo integrale (Barracu e Mezzasoma); come Vanni Teodorani e S. Mazzolini, che sono nella cerchia mussoliniana più stretta. Don Angelo Scalpellini, decano dei Cappellani militari della RSI, torturato dopo la guerra dai partigiani (una volta libero, di fronte al magistrato che gli mette di fronte i torturatori, si rifiuta di riconoscerli, dunque non li fa incarcerare), raccoglie le lettere e le testimonianze dei Caduti della RSI. La sua sintesi è che queste testimonianze raccolgono niente altro che un atto di estrema fedeltà e testimonianza al “Dio cristiano” ed alla Patria cattolica. Certamente, all’interno del mondo cattolico, vi è la esplosione di una conflittualità sino ad allora latente; se buona parte degli episcopati e del clero, memore dell’integrazione tra Politica e Religione compiuta dal Regime, continua a sostenere, più o meno apertamente, il nuovo fascismo repubblicano, un’altra parte, numericamente meno rilevante, ma diplomaticamente più potente, milita apertamente nelle forze della “resistenza”. E’ quella fazione del cattolicesimo italiano che inizia a raccogliersi attorno a Montini, futuro Pontefice (Papa Paolo VI 1963-1968), il quale opera direttamente in concerto con l’agente operativo del controspionaggio americano, J. Angleton. Il progetto strategico della frazione Montini, all’insegna di un equivoco e pericoloso connubio tra americanismo e pseudo-cattolicesmo “riformato”, è l’aggiornamento della Internazionale Bianca democristiana (già condannata senza appello dalla Dottrina sociale della Chiesa e da San Pio X).

Secondo Don Luigi Villa, il quale su mandato diretto di Padre Pio, continuò con coraggio e serenità l’opera del Mons. Benigni, volta a debellare il modernismo ed il neo-protestantesimo massonico in seno alla Chiesa di Roma, Montini manovrava in tal senso in palese contraddizione con le direttive di Pio XII, al punto che il Pontefice fu costretto, dopo aver scoperto il doppio e triplo gioco del Montini, che peraltro tanto lo addolorò, ad espellere il Nostro dalla carica di “Pro-Segretario di Stato”.

Il Pontefice deciderà di occuparsi lui stesso degli Affari Esteri del Vaticano, allontanando in seguito, definitivamente, il Montini dalla Santa Sede ed inviandolo a tal fine trasversalmente a Milano. Sempre in base alla testimonianza diretta di Padre Villa, che dedicò tutta la vita e tutta la impersonale azione di Sacerdote a comprendere tali eventi, Montini avrebbe, subito dopo la morte del Pontefice Pacelli, manovrato per l’elezione di Papa Giovanni XXIII: la strategia era appunto quella di rompere, nella Dottrina e nella Liturgia, con la Tradizione cattolica, come volevano le lobby massoniche, giudaiche e protestanti, d’oltreoceano (Sac. Luigi Villa, “PAOLO VI processo a un papa?”, Editrice Civiltà 1999, pp. 241-246). Alighiero Tondi, il braccio destro di Montini, ricorda che Gedda, viceversa “fedele soldato” di Papa Pacelli, era solito definire il Montini un uomo ispirato dall’anti-italianità, dal servilismo filo-americanista e da una sottile ma pericolosa dose di criticismo antipacelliano (A. Tondi, “Vaticano e neofascismo”, Edizioni di cultura sociale 1952, p. 64).

Gli Alleati, subito dopo il 25 luglio, esigono che Pio XII condanni di fronte al mondo Mussolini prima, la RSI poi. Il Pontefice non lo fa e sia nel 1943, sia nel 1944, il Vaticano è bombardato dagli angloamericani. Secondo Don Innocenti (notizia che proviene da una testimonianza, dunque da prendere con cautela: “La conversione religiosa di Benito Mussolini”, Fede e cultura 2005, p. 333) Pio XII appronta un piano per mettere in salvo Mussolini proprio nell’aprile ’45, organizzando un commando. L’operazione non sarebbe andata in porto a causa della presenza di infiltrati in Vaticano; sicuramente, se è vero quanto dice Don Innocenti, e non abbiamo motivo per dubitarne, appartenenti alla cerchia montiniana. Nel Radiomessaggio natalizio 1949 (Roma, 23 dicembre) il “Pastor Angelicus” ricorda con coraggio e senza timore la memoria di Benito Mussolini e delle migliaia di caduti fascisti, vittime di crudeli rappresaglie, vittime che hanno addolorato il cuore del Pontefice. Pio XII parla di “guerra sfortunata” ed attribuisce tale barbara violenza successiva all’aprile ’45 all’apostasia dello spirito cristiano.  Pio XII sapeva, probabilmente, che la Santa Sede non avrebbe più visto, almeno dal suo punto di osservazione, uno Statista come Benito Mussolini. Quello Statista, invero, che l’11 gennaio 1929 fece ricollocare sugli spalti di Porta Pia le statue dei santi già mutilate ed abbattute dai cannoni degli invasori massoni e che il giorno della storica firma fu in grado di mettere milioni di italiani in ginocchio: in segno di gratitudine verso il Cristo Gesù, che non si era scordato dell’Italia. Nel dopoguerra, saranno in tal senso continue e pressanti le proteste del Pontefice Pacelli verso i vari De Gasperi ed Andreotti ammoniti quali possibili, pericolosi strumenti politici di una de-moralizzazione dei costumi italiani e di una invasiva “scristianizzazione” culturale e sociale.

Le ultime parole di Mussolini trascritte da P. Eusebio sono: “Mi accingo a portare la nuova Croce sul Calvario della Valtellina”.Secondo il frate francescano, il capo della RSI si disponeva ad affrontare il martirio con lo stato d’animo e la fede “che animò i cristiani delle catacombe”.  Una testimonianza di fonte cattolico-integrale, che risalirebbe alle dirette parole di P. Eusebio, sosteneva che Mussolini sarebbe stato finito grazie a una precisa operazione della massoneria ebraica e protestante americana. Il conte Paolo Sella di Monteluce, economista cattolico, che militò negli anni ’60 con Giacinto Auriti, Alberto De Stefani, Gonella, Gorgini e altri nel “Raggruppamento italico”, una associazione culturale vicina al MSI, ma orientata soprattutto nella rivendicazione di un nuovo Corporativismo cattolico come soluzione ai problemi sociali e morali, nel periodico dell’associazione, ormai introvabile, affrontava la questione dell’omicidio del Duce, ridando voce alla tesi di P. Eusebio e dei cattolici-integrali. Mandanti e esecutori sarebbero stati da individuare nel clan partigiano di Enrico Cuccia, Cefis, Consolo, che operava tra la Svizzera ed il Nord Italia; tale clan sarebbe stato direttamente collegato – come la cerchia montiniana- alle più potenti reti massoniche statunitensi. Scrive dunque il conte Sella di Monteluce:

Chi fu il vero giustiziere del Duce? In quei giorni lontani, Italo Pietra che era stato
allievo di mio padre a Genova, mi presentò un misterioso personaggio: “Guardalo
bene” mi disse il giorno prima di farmelo conoscere, “poi ti diro chi è”.
L’uomo, un essere piccolo, bruno e silenzioso, ripiegato su di sè come su un
segreto terrore, non parlava. Quel “Comandante Guido” restò impresso nella mia
memoria per la curiosità che me lo fece guardare bene lungo tutta un’ora. Il
giorno dopo Pietra mi disse: “Era l’uomo che ha giustiziato Mussolini”. Non lo
rividi più e non ne ho più sentito parlare. E non ci pensai finchè non venne il
lancio giornalistico del Colonnello Valerio. Non era il comandante Guido! Cosa
celava questa colossale manovra di mascheramento? E se il giustiziere era stato
ignorato fino a quel momento, perché ora lo si personificava in un altro? E
vorrei fare la stessa domanda a Edi Consolo che durante la guerra ha
introdotto in Italia dalla Svizzera oltre cinquanta miliardi di lire per
finanziare il movimento partigiano in Italia…Quale fu la colpa di Mussolini?  Scopi che allora non comprendevo, oggi mi sembrano chiari. Mussolini non perseguitò mai gli ebrei. Non fu una colpa contro Israele la sua. Ma contro una dottrina segreta intransigente, spietata che non esitava di colpire a morte gli stessi Israeliti…..fautori di una integrazione degli Ebrei nella società cristiana occidentale…La vera colpa di Mussolini fu il Concordato. Di avere reintegrato nella realtà il sogno di una universalità religiosa capace di collegare i popoli nei legami di amore e tolleranza della Fede Cristiana. Questa sua decisione ha inferto un colpo tremendo alla secolare strategia dell’Illuminismo, della Banca Protestante mondiale, dei seguaci di Sabbatai Zevi e Jacob Frank e delle loro temibili sette….

Secondo la “Visione” della beata Elena Aiello (Venerdì Santo 1961), Benito Mussolini ebbe salva l’anima, perennemente connesso al Destino spirituale d’Italia.  Rivelazione non dissimile fu quella rilasciata da Padre Pio a Donna Rachele.

E. Bianchini Braglia (“Donna Rachele”, Mursia 2007, p. 299) sostiene che è tutt’altro che assurda  l’idea che Benito abbia potuto avere la salvezza: il Mussolini maturo pratica il Rosario, fa celebrare messe in suffragio di defunti e patrioti caduti, legge e medita testi a carattere mistico e religioso, nel suo ricordo del figlio Bruno dice che lo spirito che si trasmuta in sangue, dolore, sofferenza è ciò che si eterna, ma soprattutto è “fanaticamente” devoto di Padre Pio da Pietrelcina e talvolta per proteggerlo si intromette anche in un ambito che assolutamente non gli compete (secondo lo stesso Concordato), quello strettamente ecclesiastico. Purtroppo tradisce sistematicamente la moglie ma dopo averla sposata non l’abbandonò mai (dormì ogni notte con Donna Rachele infatti), nemmeno nei momenti più tragici e controversi della sua vita.

Anni dopo l’aprile ’45, Donna Rachele, a cui Roncalli non concesse mai un incontro privato, potette invece vedersi con il Santo a San Giovanni Rotondo. Quest’ultimo le avrebbe detto: “Sappiate che io avrei messo vostro marito in Paradiso. Figuratevi Dio, che è molto più misericordioso di me…..” (Ibidem).

L’ultimo scritto lasciato a Donna Rachele da Benito, pochissimo prima della morte, recita:

“Paolo di Tarso sulla via di Damasco, folgorato da luce improvvisa, ritrovò se stesso. Ciò vuol significare, e qui la grandezza del Cattolicesimo, che la via di Damasco è eterna, che l’errore non è che un mezzo per pervenire alla Verità, che la Verità si conquista con il sacrificio” (Ibidem, pp. 300-301).

Questa la visione ultima del Duce d’Italia.

Il fascismo portoghese dopo il ’45. Uno stato cristiano contro il nichilismo, contro la civiltà della morte

Fedele all’ideale di neutralismo cattolico e latino tra il blocco Nazionalsocialista e quello degli Alleati, il Portogallo Salazarista, tra il ’39 ed il ’45, si caratterizza soprattutto per una visione pragmatica nazionalista degli interessi coloniali portoghesi. Il Dottor Salazar, nell’estate del 1939 (probabilmente nei primi giorni di agosto), formula l’idea di un patto tra Italia, Portogallo, Spagna. Tale patto avrebbe condotto ad un fronte unico politico e geopolitico, “fascismo latino”, il quale, con la benedizione di Pio XII, avrebbe salvaguardato anche la medesima fede in un disegno di superiore “comunità spirituale di Destino”. Salazar aveva previsto nell’agosto ’39 che vi sarebbe stato un terribile conflitto tra Germania e Russia e disse ai suoi che il Portogallo doveva rimanere assolutamente “neutrale” tra i due fronti, anche se era preferibile una vittoria germanica (vi saranno infatti volontari nazionalisti portoghesi nella spedizione russa).  Nel 1938 vi erano stati, del resto, approfonditi contatti tra agenti tedeschi ed inglesi per ricostruire l’Impero coloniale germanico a danno di quello lusitano. Vari ministri nazisti, non ultimo Schacht, avevano in più casi dichiarato che l’Angola (appartenente all’Impero Portoghese) era un obbiettivo della geopolitica germanica. In seguito l’avvicinamento economico portoghese alla Germania diviene comunque un fatto. Così quando inizia il conflitto, il Portogallo si rifiuta inizialmente di cedere agli Alleati le strategiche basi militari delle Azzorre e continua le esportazioni di tungsteno in Germania. Davanti all’intransigenza patriottica e colonialista di Salazar, Churchill e Roosvelt prospettano, durante la Conferenza Trident, l’imminenza dell’occupazione militare del Portogallo. Solo nell’estate del ’43, Salazar acconsente alla richiesta di cedere le basi militari nelle Azzorre, ma ottiene come contropartita un notevole aiuto militare. Se è vero che tale decisione è di fondamentale rilievo per la continuazione dell’ Estado Novo, o comunque per una possibilità di sopravvivenza dopo il ’45, è anche vero che il Dottor Salazar vive come un momento di intimo lutto la sconfitta del fascismo e la caduta del Governo di Vichy. E’ poi noto che dopo la cessione delle basi militari delle Azzorre  (agli inglesi venivano dati il porto di Horta e la base aerea di Lajes), il Generale Marques Godinho riceve una serie di istruzioni da Santos Costa, allora Ministro della guerra, circa le contromisure militari da prendere contro gli Alleati, essendo in realtà il Portogallo impegnato in quegli anni in una attività spionistica filo-Asse. Dopo la morte del Fuhrer, Salazar fa mettere le bandiere a mezza asta in segno di lutto e il 18 maggio 1945 sostiene in un discorso di fronte all’Assemblea nazionale che la vera democrazia è la “democrazia corporativa ed organica” dello Stato portoghese, non quella oligarchica e parlamentaristica anglosassone. Finita la guerra, il Portogallo riprende possesso delle sue tradizionali posizioni nelle Azzorre. Caduto il fascismo, caduto il Governo di Vichy, il Portogallo rimane dopo il ’45 il baluardo dell’Occidente cattolico intransigente.  “Nulla contro la Nazione, tutto per la Nazione”, ripete il Dottor Salazar.  Ciò significa, nel pragmatismo tattico politico, la difesa strategica della Tradizione cristiana d’Occidente, dunque la difesa dell’Oltremare lusitano. Salazar continua lo sviluppo pratico della concezione dell’ “uomo nuovo” mediante il principio del lavoro corporativo (il lavoro sacrificio verso il “gremio” e l’idea corporativa che assorbe la logica unilaterale del lavoro salariato) e tramite la “politica dello spirito”: la politica di Verità, Sacrificio, Nazionale dice il Dottore (la politica come integrazione della dottrina cristiana rispetto alla crisi nichilista del mondo contemporaneo: politica menzogna, machiavellismo pagano o politica mero strumento del supercapitalismo).  Nell’ultimo volume- VI, p. 22 e sgg- della sua biografia di Salazar, Franco Nogueira racconta che il Nostro riceve ufficialmente Monsignor Marcel Lefebvre nel marzo 1965, avendo già espresso la sua stima verso  l’azione missionaria dell’allora arcivescovo di Dakar.  Nello stesso volume, l’autore rende noto (p. 108), che Salazar non si adattò mai alle riforme liturgiche postconciliari  e incentivò in assoluto, dentro la Patria lusitana, il movimento tradizionale e cattolico-integrale, anti-conciliare ed antiprogressista. Dopo aver pronunciato la lode di Salazar come Governante cristiano, Monsignor Lefebvre, nel corso di un’orazione, tra l’altro aggiunge:

Perché in Portogallo sì e da noi (nella Francia di De Gaulle, NDC) no? Perché solo in Portogallo il Cristo è al centro della vita sociale? Perché non possiamo ricostruire anche noi, come il Portogallo, la società cristiana, la famiglia cristiana, la scuola cristiana, la professione cristiana e lo stato cristiano?

Va del resto ricordato che l’Episcopato lusitano, secondo le richieste della Madonna di Fatima, consacrava il Portogallo al Cuore Immacolato della S. Vergine nel 1931 e nel 1932 arriva Salazar a risanare la vita sociale, definitivamente, dal pericolo rivoluzionario massonico e liberale, che ancora non era stato definitivamente estirpato.  Ad un giornalista straniero che gli chiede, verso la metà degli anni sessanta, se non si fosse pentito di aver tenuto così a lungo il Portogallo lontano dal liberalismo e dal progresso, il Dottor Salazar risponde: “E le pare poco?”. Vediamo oggi cosa abbia significato quel progresso: totale scristianizzazione della vita sociale; gigantismo americanistico diffuso su tutti i piani, con terribili conseguenze morali, ossia, l’uomo è più piccolo e più debole di una mosca di fronte alla vera sfida che il mondo dello Spirito gli mette di fronte; morti per inquinamento che fanno quasi rimpiangere i bollettini di guerra; dominio culturale delle lobby gay  (“gay mafia” si dice nei paesi anglosassoni, dove lo stadio di omosessismo sociale è ancor più avanzato)e dell’ideologia gender, finanziate dalla Goldman Sachs, da Gorge Soros , da JP Morgan, dalla Rockefeller Foundation; meccanizzazione della coscienza; annientamento del valore della famiglia; pratica diffusa della clonazione e infine imposizione, prassi da vero e proprio stato di polizia pervicace contro la Dottrina Cristiana, di vaccinazioni obbligatorie di massa.

 In una parola, distruzione nichilista dell’Occidente quale fortezza cristiana e affermazione di un nuovo stalinismo. Un neo-stalinismo fondato sul “gulag interiore” e sul dominio totalitario della religione antropocentrica omosessista, tecno scientista e digitale, fanaticamente neo-evoluzionista, della Massoneria mondiale anticristiana.  E’ la strategia finale di una nuova antropologia: ancor più antropocentrica e ancor più anticristiana, ancor più pagana precisamente, di quella affermatasi  con il cartesianesimo, con l’umanesimo da un lato; ancor più incerta, agnostica e pasticciona sul problema sommo della Verità di quanto già lo siano stati il nominalismo ed il luteranesimo. Dunque, un post-uomo, un detrito che proviene dal rifiuto di combattere, soffrire, morire per la Verità. Senza la metafisica cristiana e le nozioni centrali immutabili, tutto crolla, diceva Pio XII. Oggi lo vediamo. 

Questo il progresso che l’eroe di stato e gigante politico del secolo ventesimo, il Dottor Salazar, ha saputo ben tenere lontano dal suo Portogallo, creando uno Stato cristiano basato sulla strategia Contro-Rivoluzionaria del Corporativismo fascista.

PARTE I http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=29989

PARTE II http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=30014

PARTE III http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=30031

PARTE IV: http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=30069

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Fascismo italiano ed Estado Novo salazarista: un medesimo baluardo rispetto al Modernismo (Parte IV)

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La Contro-Rivoluzione nel ‘900: Benito Mussolini e Antonio Salazar (IV Parte)

di Cristiano T. Gomes

A. Romualdi, un teorico della destra radicale italiana, che era comunque ormai lontana dalla prospettiva Contro-Rivoluzionaria, scomparsi gli originari impulsi presenti dal primo MSI sino agli anni ’60, quando la componente interna corporativista e cattolico-integrale era ancora forte e poteva reggere il confronto con la sinistra filo-rivoluzionaria e con una destra neo-pagana e di fatto filoamericana (cfr P. Vassallo, “Il fascismo e la tradizione italiana”, Solfanelli 2012, pp. 71-80), prematuramente scomparso nell’agosto 1973, scrive nel febbraio ’72 che “non è storicamente serio paragonare Mussolini con Franco e Salazar. Nè si può paragonare l’Italia fascista con il paternalismo cattolico franchista o salazariano, il cui fine fu sempre quello di mandare a letto i giovani onde evitare che facciano politica”; Romualdi parlava poi di un presunto “vuoto spirituale” presente nel Portogallo fascista, vuoto che sarebbe stato presto riempito dal diffondersi dell’americanismo e della cultura di sinistra tra la gioventù lusitana. Prosegui la lettura »

Il Fascismo come “anti-Risorgimento”? (Parte III)

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La Contro-Rivoluzione nel ‘900: Benito Mussolini e Antonio Salazar  (Parte III)

 di Cristiano T. Gomes

Il Fascismo come “anti-Risorgimento”?

Esistono due saggi fondamentali, per comprendere la relazione tra Stato fascista e Cattolicesimo, ingiustamente trascurati dalla critica storiografica. Ci si riferisce a Nino Tripodi, “I patti lateranensi e il fascismo”, Cappelli Editore 1959 ed a quello del vaticanista G. Castelli, “La Chiesa e il fascismo”, L’Arnia 1951. Viceversa, nel corso dei decenni, ha prevalso un modello storiografico basato su testimonianze e fonti archivistiche le quali, interpretate soggettivamente ed ideologicamente, son state sistematicamente deviate per confermare la tesi preconcetta dello storico. Così si è verificato in particolare per quanto riguarda il concetto di “totalitarismo”, il quale nel dibattito politico e filosofico presente nel Regime fascista (sia si tratti della scuola di Rocco, sia di quella di Gentile), aveva un significato assolutamente antitetico a quello che lo storico contemporaneo Emilio Gentile intende dargli. Si è fatta valere l’arbitraria tesi storica posteriore, post factum, sull’evento politico, che dovrebbe essere unico oggetto di osservazione se si analizza un movimento od un regime politico. Lo stesso discorso andrebbe fatto per quanto riguarda la relazione tra Fascismo e storia italiana, il Risorgimento in particolare. In tal senso, gli studi del modernista Augusto del Noce sono stati considerati in Italia una sorta di passe partout e dunque si è imposto un modello ermeneutico che dipinge il Fascismo come un movimento laicista, continuatore del Risorgimento, antimassonico e “cattolico” per sbaglio o per mero opportunismo. Prosegui la lettura »

Nazionalismo, Impero e Contro-Rivoluzione nel fascismo italiano (Parte II)

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di Cristiano T. Gomes

Nazionalismo, Impero e Contro-Rivoluzione nel fascismo italiano

Jacques Ploncard D’Assac, tra i massimi teorici del pensiero controrivoluzionario, ha dedicato molti suoi studi alla questione del nazionalismo. Alla conclusione della sua ricerca egli arriva alla conclusione che il nazionalismo di fine ‘800 si è caratterizzato anzitutto come forza di resistenza al mondialismo ed all’utilitarismo massonico e liberale (cfr “Apologia della reazione”, Il Borghese 1970, p. 90). Il Ploncard D’Assac nega che il nazionalismo sia quello giacobino e contrattualistico o quello dei vari moti “risorgimentali” rivoluzionari; mentre queste forme di presunto nazionalismo si basano sulla forma della “nazione contratto”, ovvero su un illusorio volontarismo democratico-popolare che ben si accorda con l’internazionalismo massonico o socialista, il tradizionalismo controrivoluzionario oppone a tale visione quella della “nazione retaggio”. Pio XII ha differenziato il buon nazionalismo dal cattivo nazionalismo; l’ideale della “nazione retaggio” ha unificato il disegno celeste custodito dalle anime dei popoli con il progetto concreto di un popolo risiedente in un determinato territorio (cfr. “Le dottrine del nazionalismo”, Volpe editore 1966, p. 8). Prosegui la lettura »

La Contro-Rivoluzione nel 1900: Benito Mussolini e Antonio Salazar (Prima parte)

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Questa è la seconda nuova Rubrica “Rex” di www.agerecontra.it , curata da Cristiano T. Gomes, 35 anni, nostro secondo nuovo collaboratore, laureato in teologia e scrittore emergente. Oggi, 28 Ottobre 2017, data significativa per la storia politica italiana,  pubblichiamo il suo primo saggio, che farà discutere:

di Cristiano T. Gomes

Il Fascismo regime e l’estadonovismo lusitano, per quanto si presentassero, nella guerra di propaganda internazionale, quali momenti di una “rivoluzione nazionale”, in realtà furono concretamente momenti di una Contro-Rivoluzione antagonista rispetto al materialismo sovietico, ai vari partiti popolari o democristiani (sia al PPI,“Partito popolare italiano”, sia alla DC; per quanto riguarda la Democrazia cristiana portoghese dei primi del ‘900 essa deriva da principi controrivoluzionari, non progressisti e modernisti come nel caso degli appena citati movimenti italiani) ed all’Americanismo. Ne “ La dottrina del fascismo”, il regime si propone come alternativo al generale movimento rivoluzionario modernista ma non in senso reazionario e legittimista. Prosegui la lettura »