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Se vince il NO, lascio la politica! Seeeee…

VINCE NOTutti quelli che: “Se vince il No lascio la politica” e che sono ancora lì: Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Ernesto Carbone e…

Il “cambia verso” , questa volta, vale la poltrona. Durante i mesi che hanno preceduto il referendum costituzionale del 4 dicembre, in tanti hanno promesso che avrebbero lasciato la politica se la riforma fosse stata bocciata dai cittadini. Sono volati annunci eclatanti e frasi ad effetto come “ci metto la faccia”, “si chiude bottega”, “ce ne assumiamo la responsabilità”, “non campo di politica”. E ora che quasi 20 milioni di elettori hanno bocciato senza appello il testo di riforma che porta la firma Boschi, sono ancora tutti lì. Maria Elena Boschi in primis: l’ex ministra del Governo Renzi, “madrina” delle riforme (sia quella costituzionale già cassata dai cittadini, sia la legge elettorale che potrebbe uscire dalla Corte Costituzionale rimaneggiata) è uscita da Palazzo Chigi dalla porta laterale dopo che Matteo Renzi ha rassegnato le sue dimissioni. Salvo poi rientrarci da quella principale, in qualità di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio.

Eppure fu lei, intervistata a In mezz’ora da Lucia Annunziata, a non lasciare spazio a dubbi. “Anche io lascio se Renzi se ne va: ci assumiamo insieme la responsabilità. Abbiamo creduto e lavorato insieme ad uno stesso progetto politico”. Alla cerimonia di giuramento al Quirinale della nuova (si fa per dire) squadra del governo guidato da Paolo Gentiloni, lei c’era.

Maria Elena Boschi non è l’unica a essersi rimangiata la parola. Il renziano super attivo su twitter Ernesto Carbone, a precisa domanda di Myrta Merlino, conduttrice di L’Aria che tira su La7, risponde “Sì, lascio la politica. Non si tratta di personalizzare il referendum, si tratta di essere seri. Per vent’anni abbiamo sentito quelli che ‘io avrei voluto…’ e alla fine nessuno ha mai fatto nulla. Quando tre anni fa iniziò la legislatura, il presidente Napolitano chiese tre cose: riformare la costituzione, cambiare la legge elettorale e gestire la crisi economica. Nasce questo governo con questo impegno”. E quindi, se non fosse riuscito a cambiare la Carta costituzionale “è certo che vado a casa, perché vuol dire che ho fallito: grazie a Dio non campo di politica, nella vita ho un lavoro”. A 10 giorni dall’esito del referendum, ancora non è giunta notizia di dimissioni di Carbone da deputato.

Il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini in un’intervista a Repubblica dichiarò che, in caso di vittoria del No, “si chiude bottega”. Finisce l’esperienza del Governo e finisce anche la Legislatura, in sintesi. E invece l’ex ministro alla Cultura con Renzi è l’attuale ministro alla Cultura con Gentiloni. Non ha dovuto neanche cambiare ufficio. “Non è una minaccia, non è una personalizzazione. A me sembra una con-sta-ta-zio-ne”, sillabava a Repubblica. “Questo governo, ed è agli atti, nasce per fare le riforme. Se le riforme non si fanno chiude bottega il governo e chiude anche la legislatura, mi pare ovvio. Anche perché non stiamo scegliendo tra due riforme diverse, che è il tema più surreale usato da alcuni costituzionalisti. Stiamo scegliendo tra la riforma e niente”.

È poi il turno di Valeria Fedeli, allora vicepresidente del Senato, che sempre a L’Aria che tira, parlando di una ipotetica vittoria del No, affermò di “non essere attaccata alla poltrona”. E in effetti l’ha cambiata: è diventata ministro per l’Istruzione del Governo Gentiloni.

Infine, il premier Matteo Renzi che ha lasciato sì Palazzo Chigi ma resta ben saldo alla guida della segreteria del Pd e punta a ricandidarsi al prossimo congresso. Per tutti i mesi che hanno preceduto il referendum le dichiarazioni sul suo addio alla politica si sprecano: “Ripeto qui: se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza perché credo profondamente nel valore della dignità della cosa pubblica”, disse il 20 gennaio davanti ai senatori nell’aula di Palazzo Madama. Il 12 marzo, ai giovani aspiranti politici assetati di insegnamenti del rottamatore, Renzi si lascia andare: “Se perdiamo il referendum è doveroso trarne conseguenze, è sacrosanto non solo che il governo vada a casa ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”.

Quando parla ai giovani, l’ex premier dà il meglio di sè: “Io ho già la mia clessidra girata. Se mi va come spero, finisco tra meno di 7 anni. Se mi va male, se perdo la sfida della credibilità o il referendum del 2016, vado via subito e non mi vedete più. Ci hanno detto che siamo attaccati alle poltrone, ma noi siamo attaccati alle idee: non c’è un leader che resta per sempre”, disse il 20 marzo al congresso dei Giovani Democratici. Ospite da Fabio Fazio l’8 maggio scorso, il segretario del Pd rincara la dose: “Se io perdo, con che faccia rimango. Ma non è che vado a casa, smetto di fare politica”, chiosava. “Non è personalizzazione ma serietà. Lo so che si aggrappano alla poltrona ma non posso fare finta di niente”, disse il rottamatore. Se ne deduce che non si ricandiderà al prossimo congresso. O no?

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Verona, il “lodo Atv” stravolge lo spoil system democratico

di Matteo Castagna per il quotidiano on-line www.vvox.it 

Speaker’s Corner – 1/03/2017

Il patto prevede altri 5 anni con gli attuali vertici. Così la maggioranza futura, se diversa dall’attuale, sarà condizionata

Il sindaco di Verona Flavio Tosi e il presidente di Ferrovie Nord, il leghista d’area maroniana Andrea Gibelli, hanno stipulato un patto, messo nero su bianco a Milano, per la cessione di 21 milioni di euro di quote di Atv, la partecipata dei trasporti pubblici scaligeri. Il Comune rinuncerebbe ad un pezzo di un patrimonio della città per far cassa coi privati, peraltro neppure veronesi.

L’apice della bagarre che ne è scaturita si è registrata nel corso del cda di ieri che ha approvato l’accordo, con il voto contrario del presidente di Amt (controllata di Atv), Stefano Ederle, e del rappresentante del Pd nel board, Giulio Saturni. I tosiani l’hanno spuntata, forti del parere legale dell’avvocato Giovanni Sala. Sfavolevole, invece, quello dello studio Zoppolato voluto da Ederle. Bisognerà vedere quale dei due giudizi la spunterà.

Il secondo motivo del contendere riguarda i patti sociali dell’accordo, che prevedono la permanenza in carica per altri 5 anni degli attuali vertici societari, presidente e direttore generale inclusi. Bettarello e Zaninelli, di stretta fede tosiana, sic stantibus rebus, guideranno ancora l’azienda a prescindere dal colore della prossima amministrazione, dopo le elezioni comunali di maggio. Ed è qui che, al di là di cosa stabiliscano i cavilli giuridici e al di là del fatto che sia Tosi o meno ad applicare questo parere, si potrebbe creare un precedente: il sindaco e la maggioranza che si insedieranno, qualora differenti dagli attuali, si troveranno per tutta la durata della carica con una importante partecipata saldamente in mano ad un partito differente. CONTINUA SUhttp://www.vvox.it/2017/03/01/verona-il-lodo-atv-stravolge-lo-spoil-system-democratico/ Prosegui la lettura »

PD: RITRATTO DI OLIGARCHIA CORROTTA DAI MILIARDI. PUBBLICI.

di Matteo Castagna

La schiacciante vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 ha prodotto alcune conseguenze politiche, in gran parte prevedibili e previste, almeno dagli “addetti ai lavori”. Tra queste: le dimissioni di Renzi con l’indebolimento evidente del “renzismo”, il governicchio di transizione, la frantumazione del litigioso Pd, la nascita di chances favorevoli per una riorganizzazione del centrodestra ed ancor più favorevoli per la nascita di un nuovo grande movimento nazionale identitario e la possibilità di elezioni anticipate, impensabili nel corso dell’autoritario periodo renzista…Ma, poiché queste ultime due chances non vengono colte, almeno per ora, Blondet compe questa ottima analisi, soprattutto nel finale. Chissà se a “destra” si muoverà qualcosa di serio, nuovo, pragmatico, realista…

CONTRO-IL-LOGORIOdi Maurizio Blondet

A lato la vignetta del sito di Blondet: “dopo la Direzione del PD”

C’è chi non ha capito in cosa consista la differenza tra Renziani e anti-renziani.  Sono due progetti per la nazione alternativi, quelli su  cui si sono scontrati?  Su cosa litigano? Si scindono o no?

I loro motivi possono essere sunteggiati così.   Renzi e  i renziani: “Se   quelli  si  scindono, meglio; così’ avremo più poltrone da assegnare ai nostri”. La “sinistra” in dubbio se scindersi o no, lo è per gli stessi motivi.  C’è chi dice: restiamo  dentro, almeno occupano le poltrone, e c’è chi invece dice: io di  sicuro non verrò ricandidato,  quindi ho più possibilità se mi metto con Boldrini e Pisapia.

Sono i pensieri di una oligarchia plutocratica, inamovibile, di “ricchi di Stato”, abituata a saccheggiare impunemente. Della popolazione italiana  se ne infischia,  della tragedia sociale che si aggrava se ne frega , perché, loro, prendono 15 mila euro al mese –  come minimo. Prosegui la lettura »

Che brutta Fini!

di Marcello Veneziani

Tanto tuonò che piovve sulla testa di Gianfranco Fini un avviso di garanzia per la Tulliani story, da Montecarlo ai Caraibi. È indagato per riciclaggio ma lui, tanto per cambiare, è sereno. Atto dovuto, fiducia nella magistratura e menate rituali varie. Per rispondere con le stesse ovvietà, aspettiamo il corso delle indagini, non ci pronunciamo prima dei giudici.

La “coglioneria” che Fini aveva addotto per giustificare il suo ruolo nella vicenda potrà essere usata come attenuante sotto il profilo giudiziario; ma è un aggravante sotto il profilo politico. Sotto i tuoi occhi di leader e di presidente della Camera accadono tutte queste cose che riguardano direttamente tua moglie e i suoi famigliari e ti coinvolgono perché nascono dal tuo ruolo politico e istituzionale; e tu non se ne accorgi, non dici nulla, non spezzi il circolo vizioso. E non solo. Prosegui la lettura »

Verona, radiografia della guerra intestina nel centrodestra

Risultati immagini per centrodestra diviso a VeronaSegnalazione di M.C.

A lato Stefano Casali

http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2017/01/27/verona-radiografia-della-guerra-intestina-nel-centrodestra/208069/

In vista del voto i tosiani, orfani di Renzi, flirtano con una Forza Italia allo sbando. Ma devono vedersela con l'”ex” Casali. E con Croce, acerrimo nemico del sindaco. Mentre la Lega resta alla finestra.

di Carlo Cattaneo

Non c’è nulla da fare: le prove d’intesa tra destra e sinistra non si risolvono come le puntate di Masterchef dove, tra tegami e mestoli, cuochi provetti riescono a cucinare dessert prelibati. Lungo lo stivale il binomio dolci-politica non porta granché bene, tanto da finire spesso fuori dai menù. Dal naufragio del “patto della crostata” di casa Letta al vassoio dimenticato su cui è appoggiato il “patto del pandoro”, esistono infatti parecchie affinità. Eppure, c’erano tutte le premesse per la città scaligera di proporsi come nuovo laboratorio politico da declinare a esempio nazionale. Un modello da copiare che, dalle Amministrative, avrebbe traguardato la costituzione di quel rassemblement trasversale chiamato Partito della nazione.

IL “FLIRT” TRA RENZI E TOSI. L’idea di un “fidanzamento politico trasversale” per il governo della città era venuta al sindaco Flavio Tosi e all’ex premier Matteo Renzi, amici di lunga data fin dai tempi delle battaglie in Anci. Per la verità nelle intenzioni di Tosi c’era soprattutto il desiderio (i ben informati sul territorio sostengono che il sindaco, in cuor suo, nutra ancora una speranza) di un supporto del governo al fine di modificare la legge elettorale. Un escamotage che gli avrebbe garantito la possibilità di presentarsi per un terzo mandato. Ovviamente dopo le dimissioni di Renzi, a seguito del catastrofico risultato del referendum di dicembre, la possibilità di dare contorni definiti a quest’opzione s’è affievolita e su Verona, ora, regna il caos.

IL SINDACO PUNTA AL TRIS. Una matassa difficile da sbrogliare che sta favorendo, nonostante i faticosi tentativi di dialogo sul territorio, una frammentazione tra liste tradizionali di partiti, civiche, capibastone vari e come da tradizione rancorosi (spesso contro l’attuale primo cittadino). Un ginepraio da cui nemmeno la sinistra è immune. Tosi, nonostante le baruffe giudiziarie che hanno riguardato la sua Giunta, ostenta una grande tranquillità figlia della convinzione di riuscire a strappare un terzo mandato elettorale. Ci fornisce testimonianza la richiesta ufficiale rivolta dallo stesso sindaco all’ex premier lo scorso inverno: «A Renzi ho solo espresso l’auspicio di poter candidarmi per un terzo mandato come sindaco di Verona attraverso una legge ordinaria adottata dal parlamento». Opportunità che sembra affossata dal cambio della guardia a Palazzo Chigi.

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Aria di Restaurazione

Aria di Restaurazione

LA VITTORIA DEL SI’ AL REFERENDUM SERVIVA A FAVORIRE LA NASCITA DELLA “TERZA POSIZIONE”. MA C’E’ PUZZA DI PRIMA REPUBBLICA.  (n.d.r.)

Fonte: Mario Bozzi Sentieri

A.A.A. TERZA REPUBBLICA OFFRESI

Messo da parte Matteo Renzi, silenziata la Ministra delle Riforme (fallite) Maria Elena Boschi, reso innocuo Angelino Alfano, il Governo Gentiloni, ad un mese dal suo insediamento, mostra di  essere, a tutti gli effetti, il governo della Restaurazione. Lo è per i tratti del Presidente del Consiglio, per volontà del Quirinale, per il contesto politico.

Andiamo con ordine. Paolo Gentiloni, un over sessanta, in contro tendenza rispetto all’ostentato  giovanilismo  del suo predecessore, rappresenta caratterialmente e politicamente l’anima democristiana del Pd, confermando  ,  nei  fatti,  di essere uomo di mediazione, come nella migliore tradizione scudocrociata. Toni felpati, tratti rassicuranti, Gentiloni ricuce con i sindaci ed i governatori delle regioni, con cui Renzi aveva rotto. Si preannunciano tavoli istituzionali con il sindaco di Napoli Luigi de Magistris (sulla  bonifica di Bagnoli),  con la Puglia di Michele Emiliano (a cui sono stati promessi i 50 milioni per Taranto, negati dalla finanziaria renziana) e con il Presidente della Sicilia Rosario Crocetta. Sul versante sociale, il confronto con i sindacati sulle pensioni, così come previsto  a settembre, sarà un ottimo viatico – parole di Gentiloni –  per  realizzare nuovi accordi  sia sulle norme attuative dell’Ape, l’anticipo pensionistico, sia sulla riforma del jobs act che dei voucher. La parola d’ordine ?  Mediare, mediare, mediare. Prosegui la lettura »

Michele di Portogallo: la guerra di un re contro la massoneria

File:Michael of Portugal.jpgIL GRAFFIO

di Raimondo Gatto

Vi sono personaggi che, pur avendo reso grandi servigi alla causa della Verità, della Religione, e dell’Ordine Cristiano  non hanno trovato posto nella storiografia materialista post-rivoluzionaria e contemporanea, specie ora che gli eroi sono Gandhi, Martin Luter King, Nelson Mandela. La figura del Re Michele I di Portogallo deve trovare il giusto posto tra gli eroi della Cristianità a fianco di Andreas Hofer, Chollet, Simone di Montfort, Ferdinando d’Asburgo e Don Carlos di Borbone. Michele di Portogallo, assieme a Re Sebastiano d’Avis, sono il simbolo di chi seppe  seppero anteporre gli agi di una vita tranquilla e oziosa, la difesa della verità, della tradizione, e del proprio onore.

D. Miguel nacque il 26 ottobre del 1802 a Queluz nel palazzo reale dell’ omonima cittadina portoghese, e fu, il settimo figlio di  Giovanni VI, Re di Portogallo ed Algarve,  poi Imperatore del Brasile, la madre Gioacchina Carlotta  fu la figlia primogenita di Carlo IV di Spagna. Egli regnò in Portogallo tra il 1828 e 1834, período nel quale esplose  la Guerra Civile portoghese (1831-1834) provocata dai liberali e dalla massoneria cosiddetta “azzurra”, dipendente da
Londra . La sua autorità fu osteggiata da quei monarchi che si erano venduti alla democrazia liberale iscrivendosi alle “logge”; essi, pur di conservare il Trono, accettarono le istituzioni rivoluzionarie nel periodo successivo al Congresso di Vienna. A fianco di D. Miguel fu soprattutto  il popolo portoghese incarnato dal partito legittimista detto “miguelista”; Prosegui la lettura »

Saluto a Matteo Renzi, eroe, martire e kamikaze

img_20161205_065556di Maurizio Blondet

Lì per lì mi son chiesto: come mai Matteo Renzi  se l’è giocata così male? Come mai le “riforme”  che ha proposto agli italiani  erano talmente fetenti  che anche chi le riforme le voleva (come il sottoscritto) ha dovuto votare no?

Ho dovuto ricorrere alle risorse di fantasia del mio complottismo professionale per ipotizzare:  Renzi si è sacrificato per noi.  Che sia stato obbligato dai poteri forti a “fare le riforme” non c’è dubbio. JP Morgan  gliele aveva dettate nel 2013, a nome dei “Mercati”:   le costituzioni dei paesi sud-europei,   nate come reazione ai fascismi, sono inadatte all’integraziuone nella UE   e nel mondialismo.  “Forte influenza delle idee socialiste”,  i “diritti dei lavoratori”   iscritti nella costituzione;   governi deboli  di fronte alle regioni,  e creazione del consenso mediante clientelismo”.  Quindi: cambiare, il mercato globale ve lo chiede.

https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf

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Renzi, eroico ha capito che doveva obbedire. Ma ha trovato la soluzione per la nostra salvezza nazionale:  le riforme le ha fatte, ma rappezzate malissimo. Anzitutto,  non ha fatto quelle che davvero servono, come la disciplina del sistema giudiziario e la licenziabilità dei parassiti statali  e regionali; doveva abolire le Regioni, ha abolito le provincie – e anche loro così malamente, che le province sono ancora lì.

Ha concepito  cambiamenti per cui ha insieme prestato il fianco all’accusa di accentramento statalista, e potenziamento politico delle regioni – attraverso la incredibile ‘riforma del Senato’,  consistente nel riempirlo di assessori regionali non eletti, ossia (come ha scritto Economist) “il personale più corrotto della politica italiota”.   Per di più, la “riforma” ha esentato quelle che ne avevano più bisogno, le regioni autonome, in primo luogo la Sicilia –  che andrebbe commissariata affidandola a SS lituane. Ha consegnato il Senato al suo partito in eterno, dal momento che il PD parte con avvantaggiato  dalla presenza delle cinque regioni eternamente rosse. Prosegui la lettura »

Referendum: se andrete alle urne, votate NO!

di Eugenio Orso 

Il solito ricatto: No = spread, Sì = “crescita”

Fonte: Pauperclass

Il solito ricatto: No = spread, Sì = “crescita”

Le élite i loro camerieri sanno soltanto ricattare e impaurire la popolazione, per ottenere i risultati elettorali sperati.

Così fanno Renzi, il Financial Times e tanti altri attori dello schieramento egemone elitista, in occasione del voto referendario sulla materia costituzionale in Italia. J.P. Morgan ha ammonito che “la costituzione più bella del mondo” (secondo quel giuda di Benigni, schierato con il Sì al referendum), è troppo “socialista”, troppo sbilanciata verso la tutela del popolo italiano e – si sottintende – poco protettiva nei confronti dei grandi interessi finanziari privati globalisti (leggi classe dominante neocapitalista), perciò deve essere cambiata. Il Mercato über alles. E’ proprio quello che sta facendo l’obbediente Renzi, mascherato da innovatore, alfiere del cambiamento e del rinnovamento, che ha chiamato il paese al voto referendario.

L’ha detto Renzi, come velata minaccia a coloro che si recheranno alle urne: se vince il No sale lo spread, se vince il Sì sale il Pil. La minaccia è chiara, e trova conforto nelle fosche previsioni di Bankitalia, secondo la quale a ridosso del voto referendario saliranno le turbolenze finanziarie, i mercati saranno perturbati e crescente la volatilità. Il Financial Times – attraverso la penna del crucco Wolfgang Munchau – dal canto suo, ammonisce che la vittoria del No metterebbe in dubbio l’appartenenza dell’Italia all’eurozona. Il Munchau è quello che aveva criticato qualche annetto fa anche lo stesso Monti, valletto della troika e della Germania, poiché incapace di guidare il paese … Per non dire della Deutsche Bank, i cui vertici intimano all’Italia la solita “svalutazione interna” alla greca (taglio pensioni, spesa sanitaria e scolastica) o l’uscita dall’euro.

Insomma, gli organi di stampa delle élite, le loro banche e i loro camerieri sub-politici – a cominciare da Renzi – minacciano il popolo italiano, affinché voti secondo i loro desiderata mettendo la croce sul Sì. E’ come se costoro dicessero “dopo di noi, il diluvio”, con malcelato disprezzo per gli italiani che finiranno male, in caso di trionfo del No.

Forse non si vedranno le cavallette, se vincerà il No quel fatidico 4 di dicembre, ma di sicuro questi bastardi si vendicheranno con le “turbolenze finanziarie” e lo spread, mentre non è detto che il buffone di Firenze si dimetta …

Comunque, se andrete alle urne, votate No, perché la ribellione a un potere vile e criminale, la libertà di scelta, la vostra stessa dignità personale, da preservare anche davanti a ricatti e minacce, non hanno prezzo, sono già una vittoria … anche se dovesse vincere il Sì, grazie ai brogli. Prosegui la lettura »

Brogli all’estero

#ioVotoNo!

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