Archivio per la categoria Storia

Memorie per la Storia del Giacobinismo di P. Barruel

Segnalazione di Raimondo Gatto

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LINK ESATTOhttp://associazione-legittimista-italica.blogspot.it/2012/04/memorie-per-la-storia-del-giacobinismo.html
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QUANDO LA VIOLENZA SULLE DONNE NON ERA REATO

Segnalazione di Terra & Identità

Quando la violenza sulle donne non era reato11 marzo 2017 – ore 16,00
Sala conferenze dell’Albergo Le Notarie

via Palazzolo 5, Reggio Emilia

Partecipano:
Paolo Pisanò, giornalista e ricercatore storico
Elena Bianchini Braglia, saggista e scrittrice
Introduce e modera Luca Tadolini

INGRESSO LIBERO  Prosegui la lettura »

Usare il “Medioevo” come insulto è segno di ignoranza storica e culturale

medioevo-e1456525521532Segnalazione di Raimondo Gatto

di Giuliano Guzzo

MedioevoUno dei misteri più grandi, lo dico senza ironia, è stata la fuorviante trasformazione del termine “medievale” in aggettivo – cito il Dizionario Treccani – riferito a «concezioni e principî superati e retrogradi».
Pare che dietro tutto questo vi sia lo zampino illuminista, ma vale la pena vederci chiaro.

Anche perché, voglio dire: il vituperato Medioevo ci ha regalato arte, cattedrali, monasteri e cultura ancora oggi (anche economicamente, si pensi al turismo) fruttano patrimoni: non so se invece fra alcuni anni – ne dubito – qualcuno vorrà andare a farsi qualche giro, non solo se pagante ma neppure se pagato, in molti aborti firmati dalle nostre archistar; ma quanto scommettiamo che per quanto l’epoca medievale ha lasciato vi sarà ancora interesse? Chi vivrà, vedrà: e sono certo che vedrà.

La stessa terrificante Inquisizione medievale, invocata come la vergogna della storia, tutto fu fuorché tale: lo sanno anche i sassi che l’apice delle caccia alle streghe si registrò durante il Rinascimento e comunque nelle regioni germaniche protestanti più che in quelle cattoliche. Inoltre tutto fu, il Medioevo, fuorché ostile alla donna: i nomi di Matilde di Canossa, Eleonora d’Aquitania, Bianca di Castiglia o Ildegarda di Bingen dicono nulla? Altro che la Merkel o la Boldrini o Hillary Clinton. Senza parlare delle cinture di castità, bufala totale: perfino al Museo d’arte medievale di Cluny a Parigi, per dire, fino a non moltissimi anni fa se ne poteva ammirare una che si credeva appartenuta alla regina di Francia Caterina de’ Medici: peccato che fosse una patacca. Prosegui la lettura »

Storia (di G. Ballario). Settant’anni fa l’ultima fucilazione in Italia per reati comuni

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

da Giorgio Bellario

“Fucilazione alla montagna del Principe Pio" Francisco Goya.

«Tre sedie di legno, legate saldamente a paletti conficcati nel terreno, s’alzano sinistre e stecchite nel fumido squallore dell’alba nebbiosa. Recano il segno dell’umana pietà, inciso a mezza luna nello schienale, per accogliere la gola del giustiziato agonizzante. Tutto è pronto per l’esecuzione». Con queste parole il cronista della «Nuova Stampa» attacca il pezzo in prima pagina sull’evento del giorno: la fucilazione dei tre responsabili, un anno e mezzo prima, di uno dei più tremendi massacri del Dopoguerra, la strage di Villarbasse. Dieci persone, quattro donne e sei uomini, barbaramente trucidate per rapina in una cascina a pochi chilometri da Torino.

L’articolo, sotto la stessa foto che vedete riprodotta qui sopra, reca un titolo forte, quasi violento: «Fucilazione di tre barbari». Intorno notizie sospese fra gli orrori della guerra finita da poco e la speranza per il futuro: «La carta costituzionale all’esame dell’assemblea», «La Jugoslavia era pronta all’invasione di Trieste», «L’alleanza firmata tra le rovine di Dunkerque», l’autodifesa del maresciallo tedesco Kesselring.

Sono le 7,45 del 4 marzo 1947, esattamente settant’anni fa. All’ordine del comandante i trentasei agenti scelti tra le forze di polizia cittadine fanno fuoco all’unisono e crivellano i corpi di Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, tre giovani siciliani riconosciuti colpevoli della strage. Il quarto assassino, Pietro Lala (che all’epoca degli eventi si celava dietro la falsa identità di Francesco Saporito e aveva lavorato per alcuni mesi nella cascina), ha già incontrato il suo destino pochi mesi prima, ucciso in Sicilia a colpi di lupara. Prosegui la lettura »

La genesi dell’Europa cristiana spiegata dallo storico che sfatò il mito dei “secoli bui”

carlo-magnoCome è nata l’Europa? Lo spiega magistralmente il più grande storico britannico dello scorso secolo, Christopher Dawson (1889-1970) in La genesi dell’Europa. Un’introduzione alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo, saggio pubblicato ora in Italia da Lindau, con una prefazione di Alexander Murray dell’University College di Oxford. L’autore illustra come la storia non può essere spiegata come un sistema chiuso, in cui ogni stadio è il logico e inevitabile risultato di quello che è avvenuto prima. Nella storia è sempre presente un elemento misterioso e inspiegabile, dovuto non soltanto al caso o all’iniziativa del genio individuale, ma anche alla potenza creatrice di forze spirituali. La forza spirituale per la nascita del nostro continente è stato il cristianesimo e la Chiesa che l’ha diffuso e sostenuto.

Dawson richiama l’importanza fondamentale e peculiare per la nostra cultura e il nostro pensiero della civiltà greca, la vera sorgente della tradizione europea. Successivamente Roma trascinò la civiltà occidentale fuori dal suo barbarico isolamento, unendola alla società del mondo mediterraneo. Lo strumento decisivo di questa impresa fu fornito dalla personalità di Giulio Cesare, il cui genio di conquista e di organizzazione furono la suprema rappresentazione della potenza romana, ma gli artefici della nuova era europea furono sant’Agostino, che vide la vanità e la futilità del culto del potere umano, san Benedetto, creatore nei monasteri di un nucleo di pace, ordine spirituale e culturale nel mezzo dei disastri delle guerre gotiche, e san Bonifacio, il quale, nonostante il profondo scoraggiamento e la delusione per quanto accadeva, diede la propria vita per la crescita del popolo di Dio. Prosegui la lettura »

L’Inquisizione: la realtà e le favole laiciste

Risultati immagini per la leggenda nera dell'InquisizioneSegnalazione di Raimondo Gatto

Preliminari

1. In questa conversazione affrontiamo un argomento delicato, di cui si parla molto ma di cui si conosce poco: l’Inquisizione.
2. Quando parliamo di Inquisizione è proprio il caso di dire: basta la parola. Basta pronunciare il termine Inquisizione ed ecco che noi cattolici restiamo senza parole, ammutoliti.
3. “Come è possibile che la vostra Chiesa cattolica sia stata capace di istituire i tribunali dell’Inquisizione?” ci domandano e ci ricordano i laicisti e gli avversari della Chiesa. E noi, spesso, non sappiamo che cosa rispondere. Anzi, molti cattolici si aggiungono al coro di quelli che puntano il dito accusatorio contro la Chiesa del passato e talvolta rincarano la dose, per non sentirsi fuori moda, praticando quella strana disciplina che sta diventando comune nel nostro mondo: quella di dare le colpe di ogni male ai Cristiani del passato.

4. Gli amici radioascoltatori sanno bene che l’Inquisizione è un argomento utilizzato per denigrare la storia della Chiesa e sanno bene che denigrando la storia della Chiesa si finisce prima o poi per denigrare la Chiesa tutta
intera, quindi anche la fede che essa insegna e trasmette, la fede cattolica. Prosegui la lettura »

10 Febbraio: Giorno del Ricordo dei martiri delle Foibe

IMG-20170210-WA0040Oggi, 10 Febbraio, GIORNO DEL RICORDO dei caduti nelle Foibe, a causa dell’odio comunista di Tito nei confronti degli italiani. In tutto il Paese, da qualche anno (troppo pochi!) si ricordano i 10.000 connazionali trucidati nelle montagne carsiche per la sola “colpa” di essere italiani. Sia le istituzioni che gruppi spontanei, movimenti, partiti ricordano quella dolorosissima pagina di storia, occultata dai rossi per decenni. A Verona, stasera noi di “Christus Rex” parteciperemo alla commemorazione con un minuto di silenzio, organizzata dal Vfs, come da locandina a lato. e reciteremo la sottostante preghiera:

“Preghiera per i martiri delle foibe” composta nel 1959 da Mons. Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste e Capodistria.
 
O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalle profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce. De profundis clamo ad Te, Domine. Domine, audi vocem meam. 
Oggi tutti i Morti attendono una preghiera, un gesto di pietà, un ricordo di affetto. E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche per apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. 
E ci rivolgiamo a Te, perché tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro. 
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace. 
In trent’anni due guerre, come due bufere di fuoco, sono passate attraverso queste colline carsiche; hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli; hanno riempito cimiteri e ospedali; hanno anche scatenato qualche volta l’incontrollata violenza, seminatrice di delitti e di odio. 
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua Pace, una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi. 
Fa che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo, nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre. 
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà. 
Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi nostri Morti, profonda come le voragini che li accolgono. 
Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire dello splendore dei Tuo Volto. 
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. 
Tu ci hai detto: Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità. 
O signore, a questi nostri Morti senza nome ma da Te conosciuti e amati, dona la Tua pace. Risplenda a loro la Luce perpetua e brilli la Tua Luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori, E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano. 
Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet. Così sia”.
 

 

Crimini titini: alcune testimonianze

parenzo_43Segnalazione del Centro Studi Federici

Domani è il  giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo. Ricordiamo le vittime e ricordiamo chi furono i carnefici: gli adepti del comunismo ateo, che nel XX secolo, dall’Unione Sovietica alla Cina, dalla Jugoslavia al Vietnam, hanno perseguitato e ucciso milioni di cattolici. Vittime e carnefici dimenticati dai professionisti della memoria.
Il ricordo delle Foibe, le storie di tre esuli siciliani «Per 50 anni non ho saputo la fine di mio padre»
 
Bruna Fiore aveva tre anni quando i soldati di Tito uccisero i suoi genitori e alcuni suoi fratelli. Giuseppe Mancuso è scappato da Fiume dopo essere stato in un campo di prigionia. Maria Cacciola ha fondato un’associazione per cercare i familiari delle vittime: «Volevano cancellare la presenza italiana in quelle terre»
 
La loro unica colpa era di essere italiani. E L’Italia li ha dimenticati per tanto tempo. Sono gli esuli di Istria, Fiume e Pola. Dal 2005 il 10 febbraio è dedicato alla commemorazione delle foibe e del successivo esodo forzato della popolazione italiana. Tutto cominciò l’8 settembre 1943. In Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi torturarono e gettarono nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) circa un migliaio di persone. Erano fascisti (o presunti tali) e oppositori politici, potenziali pericoli per il futuro Stato jugoslavo comunista. Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò Trieste e l’Istria, cominciò così l’esodo di migliaia di italiani. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati.
 
Bruna Fiore è una di questi esuli. È cresciuta a Messina dove si è anche laureata. La sua vita viene stravolta l’8 settembre 1943 quando, insieme a sua madre e i suoi sei fratelli, deve lasciare Pola. «Ero piccola, avevo appena tre anni, ma ricordo che mio fratello Lorenzo, che aveva meno di 20 anni, era andato a lavorare. Ci raccontarono che si trovava in un bar e fu preso dai soldati di Tito nel marzo del 1943. Scomparve come già era accaduto a mio padre, sotto Natale. Sono sicura del periodo perché mi ricordo che mia madre, tornando a casa, si arrabbiò con mia sorella che aveva fatto l’albero e gettò tutto in aria. Per la disperazione quando capì che anche mio fratello era stato catturato dai soldati di Tito andò a cercalo. Ma non tornò mai più. Anche lei fu gettata nelle foibe, le strinsero i polsi e le caviglie con il filo spinato, quindi venne legata con gli altri prigionieri in fila sul ciglio di una foiba. Uno dei soldati sparava al primo della fila, facendo cadere dentro tutti gli altri. Stessa cosa successe a mia nonna. Era conosciuta e si era prodigata per ritrovare mia madre e mio fratello, ma finì anche lei infoibata. Di mio fratello Lorenzo, invece, non ho certezza, anche se un mio zio che anni dopo venne a Messina, mi disse che poteva indicarmi il posto dove era stato gettato». Bruna, a soli tre anni, fugge a bordo di un carro insieme ai fratelli: due si rifugiano in Brasile, due in Australia e la maggiore in Germania. Solo Bruna resta in Italia e viene adottata da una coppia di messinesi.
 
Giuseppe Mancuso ha 85 anni ed è un esule di Fiume. Nel 1947 fa esperienza di un campo di prigionia. «Stavo uscendo da scuola e aspettavo per prendere il tram e tornare a casa. Quando all’improvviso arrivò un camion con un tendone, i poliziotti slavi ci buttarono dentro. Attraversammo il fiume e ci portarono in un campo dove dovevamo lavorare sette, otto ore. Dovevamo pulire i boschi per aiutare i titini a passare. Dopo un paio di giorni, al campo di prigionia arrivò la sorella di mia madre, che era del ’26, più grande di me di soli quattro anni. Lei doveva lavare i piatti e fare le faccende». Mentre i due si trovano al campo, Fiume, già occupata da due anni dalla Jugoslavia, viene formalmente annessa allo Stato slavo e Tito lascia ai prigionieri e agli altri abitanti la libertà di decidere se restare in Jugoslavia o andarsene. Giuseppe Mancuso raggiunge la madre e il fratello a Torino in una delle grandi caserme. «Siamo stati un anno lì. Dormivamo in piccole stanze dove gli spazi erano divisi dalle lenzuola. Poi siamo stati a Roma, a Cinecittà, nel frattempo è rientrato mio padre dalla guerra. E la Marina lo ha mandato alla base navale di Messina, dove ci siamo trasferiti». 
 
C’è poi chi infine come Maria Cacciola, esule di Pola, è responsabile da alcuni anni dell’associazione congiunti e deportati in Jugoslavia. «Sto cercando i congiunti messinesi dei trucidati per far prendere loro la medaglia, ma molti non hanno voluto saperne. Abbiamo realizzato una mostra itinerante che parla delle Foibe e che adesso si trova ad Acireale, al liceo scientifico Archimede». Cacciola spiega l’importanza di ricordare «quel mondo di odio e di furia sanguinaria che aveva come obiettivo cancellare la presenza italiana in quelle terre. Una vera e propria pulizia etnica. Per oltre 50 anni non ho saputo che fine abbia fatto mio padre. È partito nel maggio del 1945 a guerra finita e non è più tornato». Fu catturato dai militari titini mentre era al seguito del maresciallo palermitano Alfano. «L’ho scoperto solo dopo che è stata istituita la giornata del ricordo del 10 febbraio – continua la donna -. Noi scappammo da Pola perché il padrone di casa ci disse che era meglio rientrare in Sicilia. Su un carro arrivammo a Trieste e poi in treno in Sicilia».
 
 
Foto: Parenzo, 1943, funerali di infoibati.
 

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Degradazione ecclesiastica dei preti indegni e loro abbandono al braccio secolare nel ‘700

Risultati immagini per "Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, venezianoSegnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Dal film “Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano” di L. Comencini (1969):

http://www.traditio.it/SANPIETRO/APP.html al primo link cliccare su: Degradazione ecclesiastica dei preti indegni e loro abbandono al braccio secolare nel ‘700. Dal film Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano di L. Comencini (1969) e si apre il breve filmato. Per quanto si tratti di un film sinistrissimo e immorale e il regista sia della setta valdese, comunista e ferocemente avversa al cattolicesimo, la scena risulta interessante e fa vedere la serietà della Santa Chiesa e della Cristianità. Prosegui la lettura »

Un estratto da ‘Dietro le linee’ di Hiroo Onoda

Segnalazione Edizioni di Ar

Oramai ero rimasto solo. Shimada era stato ucciso. Kozuka era stato ucciso. La prossima volta sarebbe toccato a me. Tuttavia giurai a me stesso che avrei venduto cara la pelle.

A circa un chilometro dal posto dove era stato ucciso Kozuka c’era un palmeto. Vi entrai, e su un declivio vicino feci la cernita del nostro equipaggiamento. Fino ad allora io e Kozuka avevamo trasportato circa venti chili a testa, ma ora che ero rimasto solo non avevo bisogno di certi articoli. Misi assieme tutte le cose che mi servivano e seppellii il resto nel terreno.

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La scheda del libro   Prosegui la lettura »