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Ecco l’esempio dell’idolo dei conservatori conciliari che amano chiamarsi tradizionalisti, delle “vedove ratzingeriane” e parrocchianume vario… (N.d.R.)

Segnalazione del Centro Studi Federici

Mons. Negri al convegno “Israele, frontiera d’Europa”. Un manifesto di antropocentrismo laico e illuminista dove la ‘vera’ religione è l’esperienza religiosa comune a ogni confessione (e anche a chi è solo ancora in ricerca) e la falsa religione è quella ‘integrista’, che altro non sarebbe che ideologia politica.
 
Mons. Luigi Negri, che occupa la sede arcivescovile di Ferrara, è noto in Italia come un prelato vicino alle istanze dei movimenti “Summorum Pontificum” (ha partecipato al pellegrinaggio internazionale dell’omonimo movimento). Formatosi alla scuola di don Giussani e di ‘Comunione e Liberazione’, collabora alla Bussola Quotidiana e ha dato il proprio sostegno ad Alleanza Cattolica.
Il 17 novembre 2016, a Roma, ha partecipato al convegno “Israele frontiera d’Europa”, in difesa dello stato sionista, promosso dal quotidiano “Il Foglio” col patrocinio, tra gli altri, delle Logge del B’nai B’rith. “Il Foglio” del 21 novembre 2016 riporta interamente il discorso tenuto da Mons. Negri, del quale trascriviamo le parti più significative che, per un vero cattolico, si commentano da sé (i caratteri in grassetto sono di Sodalitium). Chi accusa Mons. Negri di opporsi al Vaticano II e al suo spirito senza dubbio dichiara il falso.

 
“(…) E vorrei dire che l’aspetto più esemplare della convivenza a Ferrara è quello fra la chiesa cattolica (minuscolo nel testo originale, n.d.r.) e la minoranza ebraica. Un’intesa profondissima che ci fa partecipare comunemente a iniziative ebraiche e cattoliche senza alcuna preclusione. Il domandare greco, questa definizione insostituibile che Benedetto XVI ha dato nel suo straordinario discorso di Regensburg, dice che la religione tiene insieme la cultura occidentale, la cultura greco-romana, il profetismo ebraico, la fede cattolica e la libertà di coscienza dell’occidente moderno. Quindi non parliamo di religione perché siamo patiti di religione, ma perché altrimenti è difficile parlare dell’uomo. Noi dobbiamo sentirci investiti oggi, quale sia la formulazione religiosa cui aderiamo, dal compito di restituire all’uomo la sua dignità e di aiutarlo a camminare verso il mistero senza alcun riduzionismo. Ma se è vero che la religione libera l’uomo dagli idoli e dalle tentazioni riduttive ideologiche, c’è un aspetto per cui da questo aspetto religioso scaturisce qualcosa di nuovo: l’amicizia. Un uomo è amico di un altro uomo perché non può non condividere, pur nella differenza delle convinzioni, la radice profonda che è il desiderio di conoscere Dio. Gli uomini religiosi non possono non essere amici perché sono accomunati da questa radice e tensione. Come è già stato richiamato dall’ambasciatore d’Israele, le grandi esperienze religiose nel medio oriente hanno avuto sempre una possibilità di convivenza pacifica. Ma quando questa convivenza pacifica è stata spezzata, non è stato per questioni religiose, ma ideologiche (…). Oggi, agli uomini religiosi di qualsiasi professione religiosa siano, si richiede di essere coerenti con la propria identità, di recuperare l’impeto positivo che la religione dà alla vita umana e sociale. Quando la religione diventa fattore di manipolazione ideologica o politica, di discriminazione o razzismo, non è perché c’è troppa religione, ma perché ci sono religioni sbagliate. O la religione è vera, o non lo è. L’utilizzazione della religione a fini sociopolitici ed economici nasce dal fatto che si tenta di aggiogare l’esperienza religiosa a connotazioni, immagini e ideali che nulla hanno a che fare con la religione e quindi la dissestano. L’amicizia che fiorisce dal cuore di ogni uomo religioso e investe tutti coloro che accanto a lui hanno anche soltanto il desiderio di incontrare un’autentica esperienza religiosa, è la radice della possibilità che in ogni momento della storia possa nascere una convivenza pacifica e quindi il rispetto reciproco dei singoli e delle comunità, secondo la grande formulazione laica di Kant: “tratta il mistero dell’altro che è accanto a te come il mistero che ti caratterizza” quindi trattalo sempre come fine e mai come mezzo. Io credo che la sfida del mondo in cui viviamo è l’esprimersi in modo dissennato, come è stato già ampiamente sottolineato, di nuove forme di razzismo e di esclusivismo, che può essere vinto prima che da formulazioni politico-ideologiche, dall’umile consapevolezza di uomini religiosi che vivono la ferdeltà alla religione prima e più di ogni altra cosa. Allora sì c’è quella libertà per cui il Signore Gesù Cristo ha potuto dire: “date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio”.