L’autore scrive un articolo condivisibile, fornendo una notizia indiscutibilmente orrenda, che va ad aggiungersi a molte altre in questi 50 anni di Conciliabolo Vaticano II. Lo riportiamo testuale. Ma il lettore tenga presente che ogni “titolo” attribuito a Bergoglio non ha valore.

di Francesco Lamendola

 Dacci oggi la tua bestemmia quotidiana, potremmo dire di papa Francesco. E così neanche oggi, il giorno della santa Pasqua 2017, il sommo pontefice ha voluto smentirsi: nemmeno oggi ha voluto risparmiarci la sua bestemmia quotidiana.

Speravamo che lo spettacolo della lavanda dei piedi, diventato ormai la saga della falsa modestia di questo pontefice, con tanto di bacio che nemmeno Gesù Cristo ha dato ai suoi apostoli (ma lui lo ha fatto, e non per gli apostoli, ma per i detenuti, gli stranieri, i musulmani e le musulmane), potesse bastare; ci pareva che bastasse e avanzasse lo sguardo eloquente con cui il papa ha cercato la telecamera, per essere ben certo di venire inquadrato a puntino, mentre si prostrava ad asciugare e baciare i piedi, lui che non si prostra e non s’inginocchia mai, specialmente davanti al Corpo del Nostro Signore Gesù Cristo.

E invece no. Questo papa che è capace di parlare per tre quarti d’ora senza mai nominare né Dio, né Gesù Cristo; questo papa che le università statali si contendono affinché parli di tutto, mentre a Benedetto XVI fu impedito di tenere una sola lezione teologica alla Sapienza; questo papa che non parla mai del peccato, del giudizio, dell’inferno e del paradiso, che non parla mai della grazia, dell’anima e della vita eterna, ha battuto di nuovo su uno dei suoi temi preferiti, su cui già numerose altre volte aveva dato scandalo ai fedeli. Ha detto esplicitamente che non esiste una risposta alla domanda sul perché della sofferenza e ha aggiunto, per buona misura, che il Padre ha fatto così anche con Gesù, ha trattato anche Lui a quel modo: intendendo dire che ha permesso la sua sofferenza, senza che se comprendesse la ragione.  Ora, un papa che dice che nessuno sa perché esista la sofferenza, è eretico; ma un papa che dice che Dio ha lasciato soffrire suo Figlio in modo incomprensibile, è blasfemo.

Certo che nessuno sa spiegare, con ragioni puramente umane, perché esista la sofferenza; ma non è affatto vero che il cristiano non abbia un risposta: e la risposta è Cristo. Dunque, l’Incarnazione, la Passione e la Morte di Cristo, e poi la sua Resurrezione, sono la risposta. Una risposta pratica, non teorica: perché il Vangelo non si rivolge ai filosofi, ma a tutti gli uomini di buona volontà. Gesù ha scelto la sofferenza e la morte perché solo così poteva portare a termine la sua missione redentrice nei confronti dell’umanità. E noi lo sappiamo, eccome, perché Dio ha permesso la sofferenza di suo Figlio: perché quella Redenzione fosse possibile. E non solo l’ha permessa, ma l’ha voluta: non senza la volontà del Padre il Figlio si è incarnato. Non si tratta di tre dei, ma di un unico Dio in tre Persone: pertanto, il Dio che è stato tradito e abbandonato dai suoi discepoli, che è stato processato e condannato a morte, che ha sofferto sotto le frustate, che è stato incoronato di spine, che è stato crocifisso, e poi trafitto al costato con la lancia, è lo stesso Dio che ha liberamente scelto di offrirsi e di donarsi agli uomini, le sue creature, incarnandosi nel seno di sua madre, Maria Vergine. Questa è la risposta: qualunque bambino di terza elementare, dopo due lezioni di catechismo, lo sa. Il papa Francesco non lo sa? Un tempo i gesuiti erano famosi per essere un ordine religioso molto colto, un ordine che ha fatto della cultura la sua arma per la diffusione della fede. Ora il papa gesuita ha deciso di mettere la sua crassa, inconcepibile ignoranza teologica al servizio dell’incredulità di quanti lo ascoltano? Perché le sue affermazioni possono piacere solo a Eugenio Scalfari e a Emma Bonino; ma ai fedeli cattolici non possono che dare scandalo. E se nessuno lo dice, se i giornalisti tacciono, se i teologi girano la testa dall’altra parte, quando egli dice simili spropositi, simili enormità, simili bestemmie, bene, tanto peggio per loro, se la vedranno con la loro coscienza, e soprattutto con Dio: noi non possiamo tacere, non possiamo fingere che non sia successo nulla. La cosa è di una gravità che non ammette timidezze e connivenze. E sappiamo bene che dire ciò del papa è motivo di scandalo; lo sappiamo e ne siamo addolorati: ma tacere sarebbe motivo di scandalo ancor più grave e, forse, di danno irreparabile per le anime.

Mai nessun papa, nei duemila anni di storia della Chiesa, aveva parlato come papa Francesco; mai nessuno aveva adoperato delle espressioni come le sue, così rozze, così brutali, così assurde: come quando ha detto, testualmente: Gesù si è fatto diavolo, si è fatto brutto, che fa schifo… No, non è, non può essere solo rozzezza, non può essere solo ignoranza: benché l’una e l’altra debbano certamente giocare la loro parte, in questo papa sudamericano che è venuto a Roma senza alcuna umiltà, senza alcun rispetto, senza alcun timore nei confronti della cultura millenaria della Chiesa cattolica, nata in Italia (e nei Paesi mediterranei caduti poi in potere dell’islam), sviluppatasi in Europa, e giunta al di là dell’Atlantico quando già aveva quindici secoli di storia sulle spalle. Di storia e di teologia; di storia e di arte; di storia e di letteratura. Quando già aveva dato al mondo le opere e gli esempi straordinari di sant’Agostino e di san Benedetto, di san Francesco e di san Tommaso d’Aquino, e la Divina Commedia, e la basilica di San Pietro. Ma  no, non può essere solo l’arroganza e la presunzione di un papa venuto dalla “fine del mondo” a spiegare simili aberrazioni, un tale bombardamento quotidiano di frasi che suonerebbero intollerabili sulle labbra di un qualsiasi sacerdote, non diciamo del papa: sulle labbra dell’ultimo parroco dell’ultimo paesino di provincia. Un sacerdote che parlasse così, come parla lui, susciterebbe lo sgomento e l’amarezza dei fedeli; certamente qualcuno si rivolgerebbe al vescovo locale, gli chiederebbe d’intervenire: e non è affatto scontato che costui potrebbe rimanere al suo posto, e ripetere tali enormità, senza mai darsi il minimo pensiero dell’effetto che provocano.

Ecco: non è possibile che papa Francesco non sia conscio, perfettamente conscio, dell’effetto che provocano le sue parole. E anche se molti, anche se la maggioranza dei cattolici tacciono, le sue parole cattive, sbagliate, fuorvianti, giungono tutte al bersaglio: seminano il disorientamento, fanno vacillare la fede nelle anime, allontanano le pecorelle dall’ovile della Chiesa. Noi ne conosciamo personalmente parecchie le quali, confuse e inorridite, se ne sono andate o se ne stanno andando. E non è possibile che il papa non lo sappia; non è possibile che, dopo aver fatto simili affermazioni, dopo aver dato un così grave scandalo, se lui stesso non se ne rende conto, almeno i suoi collaboratori non gli facciamo presente la necessità che smetta di parlare a braccio, improvvisando, che si faccia preparare dei testi scritti, quando parla in pubblico, quando tiene una omelia, e che vi si attenga. Se nessuno lo fa, se nessuno gli dice nulla, allora vuol dire che, oltre ad essersi circondato di servi, si è pure circondato di complici. Perché quello che stanno facendo costoro è un complotto contro la santa Chiesa, un attentato alla sua integrità. Allorché la Chiesa avesse perso l’integrità liturgica, pastorale, dottrinale, avrebbe perso anche se stessa: non sarebbe più la Sposa di Cristo, ma una miserabile prostituta che si spaccia per lei, senza esserlo. Per questo siamo propensi a ritenere che, dietro le continue affermazioni raccapriccianti di papa Francesco, ci sia tutt’altro che il caso; ci sia una ben precisa strategia, studiata quasi al millimetro; un piano di sovversione e di auto-delegittimazione metodico e sistematico.

Le cose che dice il papa non sono quasi mai false; sono però incomplete. Pur non mentendo, egli, con il dire solo una parte della verità cattolica, induce le anime in errore: dà loro l’impressione che tutto quel che credevano di sapere sia sbagliato, sia presuntuoso, non abbia più valore. Oh, è molto furbo, quest’uomo. Sa bene come fare per dare continuamente scandalo, ma coprendosi le spalle nei confronti di un’aperta accusa di eresia e apostasia. Per esempio: non è sbagliato dire che noi non abbiamo la risposta alla drammatica domanda di senso che ci rivolge colui che soffre; ma è sbagliato non aggiungere e precisare che non abbiamo la risposta umana, mentre abbiamo, se non la risposta, l’equivalente della risposta, sul piano della vita divina: cioè l’esempio luminoso e salvifico della Croce di Cristo. Un altro esempio: non è sbagliato affermare che Dio non è cattolico; ma è sbagliato non aggiungere e precisare che il cattolicesimo è il custode del Vangelo, e che il Vangelo è l’unica strada per giungere a Dio: Io sono la via, la verità e la vita, dice Gesù di se stesso. Il fatto è che il papa non ci crede: non crede che sia l’unica strada per giungere a Dio. Perché il Vangelo, lui, lo legge come i luterani: alla sua maniera, e non in conformità con il Magistero e con la Tradizione cattolica. La Tradizione cattolica, per lui, è solo una tradizione, con la minuscola: è una cosa umana, e che, come tale, va riveduta, se non addirittura azzerata. Vuol fare pulizia, lui: somiglia a una improvvida massaia che, per far pulizia in un vecchio edificio, getta nel fuoco dei manoscritti di valore inestimabile, e nel bidone della spazzatura delle opere preziose di porcellana, dei quadri d’autore, dei gioielli di oreficeria e argenteria. Quel che le importa, è rivoltare i materassi, far volare gli stracci, cacciar fuori la polvere: vuol tirare a specchio le stanze. Di quel che esse contengono, e di cui non comprende il valore, né il significato, non le importa assolutamente nulla.

Così si sta comportando papa Francesco. La sua non è solo rozzezza, non  è solo ignoranza: è anche la superbia incosciente di colui che non comprende e non apprezza il significato delle cose preziose, di secoli e secoli di teologia, di liturgia, di pastorale cattoliche. Prende lo “spirito” del Vaticano II e lo brandisce come una clava, menando colpi selvaggi, all’impazzata: vuole passare alla storia come il primo papa che, finalmente, ha preso sul serio lo “spirito” (con la minuscola) del Concilio, e l’ha realizzato, portandolo sino in fondo ed eliminando le ultime “resistenze”, cioè quel poco che di realmente cattolico ancora sopravviveva nella Chiesa, all’alba del terzo millennio. Sì, diciamolo chiaro; a lui il cattolicesimo non piace, e i cattolici gli danno fastidio. Li sopporta, ma sempre più fatica; li vede con una crescente impazienza, con una crescente irritazione: sono colpevoli di non aver penetrato, come lui, il “vero” messaggio del Vangelo. Lo infastidiscono e lo irritano specialmente se ostacolano il suo bellissimo “dialogo” con le altre religioni e con le altre culture. Per questo non ha mai speso una parola in favore di Asia Bibi, la sventurata madre pakistana che langue in prigione, in attesa dell’esecuzione capitale, per la sola colpa di essere cattolica: non vuole guastarsi la bella amicizia con i “fratelli” islamici. E per questo si accinge a scaricare definitivamente i veri cattolici cinesi, quelli che con immensi pericoli e sacrifici hanno conservato viva la vera Chiesa cattolica in Cina, pregando e riunendosi nelle catacombe, come facevano i primi cristiani ai tempi dell’Impero romano, e si appresta a dare la sua approvazione alla cosiddetta chiesa nazionale, formata da quei cinesi che si sono piegati alle imposizioni di quel regime: perché vuole stabilire cordiali relazioni con il governo di Pechino. Ma delle anime in pericolo, dei cattolici fisicamente in pericolo, non gliene importa nulla. E non si dia che agisce così per evitare pericoli peggiori: quale pericolo peggiore può esservi, per un cattolico, che quello di perdere l’anima? Senza contare che i cattolici del Pakistan o quelli della Cina, sono più che mai in pericolo non solo spiritualmente, ma anche fisicamente.

Dunque, non  questo il vero obiettivo della politica di papa Francesco: no, non è questo. Ogni sua mossa, ogni sua omelia, ogni sua intervista, ogni suo gesto, sono studiati in vista di un fine ben diverso: relativizzare la fede cattolica, distruggere nei cattolici l’idea che solo il Vangelo porta a Dio, farli sentire degli uomini come tutti gli altri, che non sanno chi sia realmente Dio, né perché si comporti con gli uomini così come si comporta. Questo è il suo obiettivo: strappare la fede cattolica in coloro che ce l’hanno, gettarli nella confusione, nello smarrimento, nel senso d’impotenza. In poche parole, vuole azzerare la Rivelazione. Dio, non si sa chi è; Gesù Cristo, non si sa chi sia stato. Questa è la prima fase. La seconda, che si svolge parallelamente e quasi contemporaneamente alla prima, consiste nel condurre queste pecorelle smarrite, queste anime turbate a bella posta, questi ex cattolici che non sanno più niente: né chi sia Dio, né chi siano loro, là dove egli vorrebbe condurre l’intera umanità (perché è un uomo che pensa in grande, lui; o perché è stato messo sul soglio di san Pietro da qualcuno che pensa molto in grande): verso una super-religione mondiale sincretista, dove c’è posto per tutti e dove la verità è relativa, perché ha tante facce, e ciascuno può contemplare quella che preferisce, scegliere secondo i suoi gusti, come si sceglie la merce al supermercato. Non si tratta di un disegno incomprensibile: è, al contrario, un disegno chiarissimo: un disegno tipicamente e inconfondibilmente massonico. In altre parole, si tratta di condurre tutti gli uomini verso una sola religione, o pseudo religione, di tipo deista e illuminista, che culminerà – e questa sarà la terza e ultima fase –  nella religione dell’Uomo.

Questo, crediamo, è il disegno: dare una spinta decisiva alla instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale. In questa prospettiva si capisce perché i cattolici diano fastidio: sono degli ometti che restano attaccati all’idea, vecchia e superata, nonché, in fondo, egoistica, che la Verità sia una sola, e che sia Cristo. Non c’è posto per loro, nel Nuovo Ordine Mondiale: bisogna farli sparire. E se non si è mai riusciti a farlo aggredendoli dall’esterno, ebbene, lo si farà disorientandoli dall’interno…

 Francesco Lamendola

E’ nato a Udine nel 1956. Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia, è abilitato in Lettere, in Filosofia e Storia, Filosofia e Pedagogia, Storia dell’Arte, Psicologia Sociale. Insegna nell’Istituto Superiore “Marco Casagrande” di Pieve di Soligo e ha pubblicato una decina di volumi tra saggi storici, musicali, filosofici, di poesia e di narrativa, di cui ricordiamo “Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C.”, “Il genocidio dimenticato. La soluzione finale del problema herero nel sud-ovest africano”, “Metafisica del Terzo Mondo”, “L’unità dell’Essere”, “La bambina dei sogni e altri racconti”, “Voci di libertà dei popoli oppressi.” Fogli Sparsi (E-Book). Collabora con numerose riviste scientifiche (tra cui “Il Polo” dell’Istituto Geografico Polare e “L’Universo” dell’Ist. Geogr. Militare) e letterarie, su cui ha pubblicato diverse centinaia di articoli e a siti internet “Arianna Editrice”, “Edicola Web” ,”Libera Opinione” e “il Corriere delle Regioni” Quaderni culturali: Giornale Web animato aggiornato sui suoi ultimi scritti. Tiene conferenze per la Società “Dante Alighieri” di Treviso, per l’”Alliance Française”, per l’Associazione Italiana di Cultura Classica, per l’Associazione Eco-Filosofica, per l’Istituto per la Storia del Risorgimento, “Alfa e Omega”, “Il pensiero mazziniano” e per varie Amministrazioni Comunali, oltre alla presentazione di mostre di pittura e scultura.

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 In redazione il 18 Aprile 2017

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 Fonte: http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11785%3Ala-bestemmia-di-pasqua&catid=70%3Achiesa-cattolica&Itemid=96