«Allora fascio, ancora da queste parti? Probabilmente ti piace prenderle». «Probabilmente non sapete darle così forte», è la coraggiosa risposta, chiusa in una nuvola parlante.

A 42 anni dal brutale assassinio di Sergio Ramelli, il diciottenne del Fronte della Gioventù massacrato sotto casa da militanti di Avanguardia operaia, lo scomodo compito di alzare il velo di tanti ipocriti imbarazzi è affidato a un fumetto.

Quello che, nel nostro immaginario, è il linguaggio privilegiato dell’evasione, della leggerezza, del lieto fine e dei supereroi che non muoiono mai, si presta a ridisegnare il profilo di un dramma: le 122 tavole in bianco e nero della graphic novel «Sergio Ramelli. Quando uccidere un fascista non era reato», costate più di un anno di lavoro ai loro autori (sceneggiatura Marco Carucci, disegni Paola Ramella, editore Ferrogallico – 144 pagine, 19 euro), pesano come macigni e, con tratti spigolosi ed essenziali, ci rimettono sulle spalle e nell’anima il peso terribile di quegli anni d’odio, sangue e morte. E mentre si avvicinano le commemorazioni e si prepara il solito, scontato rituale di chi si ostina a fingere di dimenticare, nella Sala consiliare del Municipio 3 (via Sansovino, 9) è organizzato per domani sera alle 21 un dibattito sugli Anni di piombo e l’odio politico, con presentazione in anteprima del libro che uscirà il 29 aprile in libreria con distribuzione Mondadori e in fumetteria per Panini. Con gli autori ci saranno gli onorevoli Paola Frassinetti e Ignazio La Russa che conobbero Ramelli in quegli anni (compaiono anche nel fumetto), l’avvocato Gaetano Pecorella che difese gli imputati e il giudice Guido Salvini che firma la prefazione e ripercorre le difficili indagini che portarono all’identificazione dei responsabili. Senza mezzi termini: quella di Sergio Ramelli è una pagina triste, atroce e vigliacca della nostra storia di milanesi e di italiani. Come e più di tantissime altre simili, da Carlo Borsani a Enrico Pedenovi (morti anch’essi un 29 aprile), perché riguarda un ragazzo come tanti, poco più che bambino nell’aspetto e molto più che uomo nel coraggio delle idee. Perché è una ferita ancora aperta. Perché incomincia e finisce sui banchi di scuola, proprio dove dovrebbero essere più lontane le dottrine dei cattivi maestri. La sventura di Ramelli fu la coerenza, virtù pericolosa in giorni in cui anche un tema troppo «di destra» poteva essere un capo d’accusa e finire inchiodato alla bacheca della scuola. Processo popolare. Condanna. Sei costretto a lasciare l’Itis Molinari senza che nessuno alzi un dito. Puoi essere aggredito senza che nessuno si muova. Ti possono fotografare, schedare, aspettare, sfondare il cranio con la chiave inglese in piena Città Studi: 13 marzo 1975, via Paladini civico 15. Diventa difficile anche un dignitoso funerale: in quei giorni latita persino la carità cristiana. «Uccidere un fascista – dice certa sinistra armata che fa paura – non è reato». Infatti Ramelli era morto, il 29 aprile, dopo 47 giorni di terribile agonia.

Il lavoro, particolarmente complesso per la scarsità di fonti e materiale fotografico disponibile, restituisce la vita di Sergio nella sua quotidianità: le scorrazzate per Milano in motorino, la musica, i primi amori, l’oratorio, il calcio, l’impegno politico che gli è costato così caro, basandosi su atti processuali, ricordi e testimonianze dirette. Senza sconti, nemmeno sui dettagli: come il particolare della finestra d’ospedale sempre aperta sul letto di Sergio che spirò per le complicazioni di una polmonite. O i troppi silenzi delle istituzioni.

Segnalazione di Abbondio Dal Bon

http://m.ilgiornale.it/news/2017/04/20/il-martirio-di-sergio-ramelli-ora-diventa-anche-fumetto/1387791/