Una trentina di ragazzi in tenuta militare arranca sotto la pioggia e affonda i piedi nel fango facendosi strada tra la boscaglia. Holovec, una piccola cittadina nel centro della Slovacchia, è ormai a una decina di chilometri alle spalle. Il comandante è un ragazzo biondo di una ventina d’anni e porta con sé un megafono che ripara sotto una mantella verde. Si sistema l’elmetto e urla ai suoi commilitoni di accelerare il passo di marcia.

Risultati immagini per croce bandiera slovacchiaSlovenski Branci (SB), o “Leve Slovacche”, è un gruppo paramilitare slovacco, costituito più di quattro anni fa dagli allora minorenni Peter Svreck, Michal Feling e KEPTA. Le origini del gruppo si trovano in Russia, ai piedi di un monastero e nel campo di addestramento di un gruppo di cosacchi ultra-ortodossi dal nome in codice “Stiak”.

“Volevamo costituire un gruppo di leve addestrate in grado di agire prontamente in caso di emergenza, come una catastrofe naturale o un attacco armato nemico in suolo slovacco. Cercavamo qualcuno che ci aiutasse e i russi hanno acconsentito” – spiega il comandante Peter Svreck – “I cosacchi ci hanno sottoposto a un addestramento durissimo di tre mesi, praticamente ci hanno sequestrato. Facevamo solo esercitazioni.”


I genitori, preoccupati della loro sparizione durata mesi, volano in Russia per tirarli fuori dal campo di preparazione. Quando rientrano in patria tutti e tre sono traumatizzati, racconta Svreck, ma sempre dell’idea di voler costituire un gruppo paramilitare di difesa nazionale. E così fanno. Prima raggruppando gli amici, poi organizzando riunioni informative in diverse città e, infine, organizzando esercitazioni nei boschi ogni fine settimana.

Nel 2005 il governo ha decretato che la coscrizione in Slovacchia non fosse più obbligatoria, “perché durante il servizio militare i ragazzi diventavano uomini e questo è quello che ci manca oggi”, rimarca Peter Svreck. “SB è un’ organizzazione nazionalista e apolitica di auto-difesa”, che non è registrata legalmente ma tollerata dalle autorità che sono sempre informate su dove avvengono gli addestramenti.

Secondo Daniel Milo, analista esperto di estreme destre del think tank Globsec ed ex-coordinatore dell’Unità anti-estremismo del Ministero degli Interni, in base ai rapporti dell’intelligence ci sarebbero almeno 9 persone affiliate a SB che hanno raggiunto i combattimenti in Ucraina o che perlomeno lavorano dietro le linee del fronte.

“Nel passato alcuni membri di SB hanno partecipato a raggruppamenti neo-fascisti in occasione dei memoriali di Josef Tiso”, spiega Milo riferendosi al prete che, scendendo a patti con Hitler, dichiarò l’indipendenza della Slovacchia e la governò sotto il protettorato della Germania nazista nel 1939. Da tre anni però, continua l’analista, SB ha espulso i membri più radicali e almeno pubblicamente ha preso le distanze dall’estrema destra, virando su un’ideologia nazionalista e patriottica.

Dopo un’ora di marcia, il bosco si apre e arriviamo in un campo. I ragazzi si allineano, fanno il saluto militare e si azzittiscono impettiti. Michael Feling prende la parola. “Dobbiamo essere sempre pronti alla guerra: i trattati di pace sono solo dei pezzi di carta e nessuno sa cosa succederà domani”.

Di mestiere Feling fa il militare nell’esercito regolare slovacco, ma non è contento del suo lavoro, ed è per questo che concentra tutte le energie in Slovenski Branci: “L’esercito usa armi e tecniche antiquate, quindi applico quello che ho imparato fuori e da manuali aggiornati… cerco il modo migliore per addestrarli in questo terreno”. Prime leve, fanteria, supporto fanteria e squadra di soccorso: Feling indica le ‘Leve slovacche’ che nel frattempo si sono divise in quattro gruppi e che ai comandi di Svreck si buttano a terra confondendosi tra l’erba alta.

L’addestramento è gratis, ma non l’attrezzatura, che ricade sulle tasche di ogni membro. Lo spiega Martin, il capo-pattuglia della regione di Nitra, che dopo aver passato in rassegna il costo di ogni capo e ornamento della divisa, si sofferma sul kalashnikov che sta imbracciando con disinvoltura. “È un vecchio fucile, non funziona più con le pallottole vere, e il suo caricatore è stato manomesso apposta”.

Chiunque sia maggiorenne può comprare fucili di questo tipo, perché in Slovacchia non sono necessarie particolari licenze. L’unica postilla prevista dalla legge è che sia almeno registrato il porto d’armi, pratica che molto spesso però non avviene. Generalmente sono considerate armi non pericolose, in primis da chi le usa, ma le cose non stanno esattamente così: uno dei kalashnikov utilizzati negli attentati contro Charlie Hebdo a Parigi nel 2015 era un vecchio fucile slovacco dismesso, proprio come quello che Martin ha in mano.
Diversi gruppi paramilitari come SB sono apparsi in Slovacchia nel 2012 e “i tratti che maggiormente li connotano, oltre al militarismo e al nazionalismo, sono la xenofobia”, dice l’analista Daniel Milo, che riporta marce di Slovenski Branci vicino a campi profughi, “e tendenze all’autoritarismo”.

“Capisco che i migranti scappino da situazioni di estremo pericolo, ma non mi piace comunque l’idea che debbano essere assimilati qui”, ribadisce Martin, senza sapere che la Slovacchia ha accolto meno di 800 rifugiati e ha rifiutato le quote di ripartizione volute dall’Unione europea.

In Slovacchia il governo social-democratico del partito SMER ha, infatti, adottato la stessa linea dei paesi del gruppo di Visegrad (di cui fanno parte anche Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca): no ai rifugiati nel Paese. Utilizzata come retorica per guadagnare più consensi, in realtà la retorica anti-rifugiati non ha favorito SMER ma è servita a infiammare l’opinione pubblica, che ha, però, preferito rivolgersi a un altro partito: il L’SNS, un partito di estrema destra slovacco, guidato dal governatore della regione Banska Bystrica, Marian Kotleba.

“Kotleba è l’unico leader con una reputazione apertamente neo-nazista che oggi è a capo di una regione in Europa”, racconta il legale Adam Puskar, esperto di estreme destre. Il leader di L’SNS non si fa scrupoli a marciare con una divisa del periodo nazista in Slovacchia, e incita l’odio nei confronti di rom e ora che il tema è “alla ribalta”, anche contro i rifugiati.

Nel marzo del 2016 Kotleba ha raggiunto l’8% in parlamento, un risultato in parte dovuto alla mobilitazione di una galassia di movimenti e gruppi paramilitari vicini all’estrema destra, che si sono coalizzati nelle sue liste. Tra questi anche Vzdor Kyusuce, un gruppo paramilitare di stampo neo-fascista che fa addestramento militare nei boschi della Slovacchia. Il loro leader storico, Marian Magat, si è candidato con L’SNS. “Il numero che ha scelto nella lista era l’88”, spiega Puskar: “che è il simbolo cifrato per dire heil Hitler”.

Anche gli Slovenski Branci, seppur più ragazzini rispetto a Vzdor Kyusuce, puntano quasi tutto sugli addestramenti nei boschi. Con il loro camouflage si nascondono dietro i rami, strisciano a terra e puntano i fucili a ritmo dei comandi. Praticano anche arti marziali.

Secondo Milo gli Slovenski Branci non sono pericolosi in termini militari. “Sono appena 250 dalle stime che abbiamo e non sono una grande minaccia da questo punto di vista”. Quello che preoccupa l’analista è il futuro: “In fondo sono ragazzini che giocano a fare i soldati in mezzo al bosco, ma SB recluta ragazzi molto giovani, cioè persone tra 16-18 anni che sono in una fase di malleabilità estrema”. E a quell’età se passi tutto il giorno con coetanei, in mezzo ai boschi a combattere e creando questo spirito di fratellanza, se non cameratismo, è facile identificarsi con un gruppo.

Perciò, conclude Milo, “un gruppo come SB è un contenitore di indottrinamento di valori che di fatto sostengono principi e spinte autoritarie“.

Ha collaborato Eleonora Vio

Segnalazione di Raimondo Gatto

Fonte: IL GIORNALE .IT 15 maggio