di Diego Fusaro

Perché la sinistra liberal si è imposta di non guardare mai “indietro”

Fonte: Tempi

Dal Sessantotto, il capitale opera in vista dell’integrale desimbolizzazione e, dunque, con le categorie di Carl Schmitt, della “neutralizzazione” (Neutralisierung) di ogni risorsa di senso che non sia quella economica concorrenziale. Sancendo l’illegittimità di tutte le figure dell’autorità (etica borghese, legame religioso, figura del padre, vincoli della tradizione), delegittima le ultime isole di resistenza all’“onnimercificazione” (Serge Latouche), e, per questa via, favorisce il compimento del nichilismo della società del mercato, in cui l’unico valore è quello di scambio e il solo simbolo superstite è il denaro: l’argent n’a pas de maître.

In quest’opera pervicace di desimbolizzazione, deeticizzazione e sradicamento delle ultime frontiere all’estensione onnilaterale della forma merce, svolge un ruolo di primo piano il quadrante sinistro della politica e dell’intellighenzia politicamente corretta dei pedagoghi del mondialismo e dei rieducatori del free market system come “fine della storia” (Fukuyama). Secondo quello che è stato diagnosticato come il “complesso di Orfeo” (cfr. J.-C. Michéa, Le complexe d’Orphée, 2011), in riferimento al personaggio greco che non volge mai indietro lo sguardo per paura di perdere per sempre l’amata Euridice, la postura dell’homo novus di sinistra si caratterizza per una ostinata e ostentata idiosincrasia verso tutto ciò che è legato al passato e alle tradizioni, indistintamente liquidato come premoderno e irrazionale.

Il disprezzo di ogni tradizione
Anche sotto questo profilo, le sinistre transitate dalla lotta contro il capitale alla lotta per il capitale sono latrici del medesimo progresso dell’economia del libero mercato nella sua marcia di ridefinizione del materiale e dell’immateriale sotto il segno della forma merce. L’open space del capitalismo postmoderno e assoluto si pone, pertanto, come una post-traditional society, come l’ha etichettata Anthony Giddens: ossia come una società a free market e a free desire che ha dissolto i legami con le forme della tradizione, vissute come altrettanti impedimenti per la liberalizzazione integrale dei consumi e dei costumi e liquidate en bloc come oltrepassate, quando non direttamente come invenzioni inconsistenti (sulla scorta dell’Hobsbawm di The Invention of Tradition, 1983).

Per Cassirer l’uomo è un animal symbolicum, poiché oltre ai sistemi ricettivo e ricreativo, presenti in tutte le specie animali, è dotato del sistema simbolico (linguaggio, arte, mito e così via), in forza del quale l’essente è sempre la risultante di una costruzione e di una mediazione simbolica operata dalla coscienza umana che si determina storicamente nelle culture.

La desimbolizzazione in atto, procedente di conserva con la deeticizzazione, tende a fare dell’uomo postmoderno una mera presenza che, alla stregua delle altre merci in circolazione, è e non esiste, nella forma di un puro atomo isolato, iperegoico e narcisista, senza sistema simbolico e culturale, senza prospettiva utopica e senza radicamento storico. Prigioniero del deserto che avanza, il suo immaginario è rioccupato integralmente dalla forma merce ed egli non è più in grado di pensare la propria storia, il proprio presente e il proprio futuro se non nell’orizzonte alienato dello scambio e della produzione di merci.

Nella desimbolizzazione in atto si compie quella che potremmo qualificare come la “tragedia della cultura” (Tragödie der Kultur), impiegando l’espressione di Simmel in un altro significato. Se per Simmel tale tragedia scaturisce dalla dispersione della soggettività moderna nelle infinite oggettivazioni della cultura, per noi oggi essa risiede nell’opposta dinamica di annientamento capitalistico della cultura e della dimensione simbolica.

Dal Sessantotto all’ultracapitalismo
Il capitalismo assoluto della new economy ha assimilato, in forma alienata, i princìpi del Sessantotto (“vietato vietare” eccetera) e ha sostituito le vecchie figure del lavoratore proletario, dell’artigiano borghese, del piccolo imprenditore nazionale con quelle del migrante deterritorializzato, del nomade sradicato e post-identitario, anglofono e glamour, del single eternamente giovane e precario, del banchiere apolide e del manager della multinazionale portatore di incoscienza felice.

L’affinità delle forze progressiste della Sinistra del Costume con le battaglie culturali e con le rivendicazioni politiche delle minoranze affini al nuovo profilo post-identitario, post-tradizionale e deeticizzato dell’homo globalis (gruppi Lgbt, migranti eccetera) è tra le chiavi ermeneutiche principali per decifrare la metamorfosi delle sinistre da polo di rappresentanza degli sfruttati, dei diritti sociali e del lavoro in formazione ideologica ultracapitalistica di promozione dei diritti di libertà individuale di monadi concorrenziali a capitalismo integrale, sostenitrici della mondializzazione del free trade e del free desire e nemiche di ogni persistente valore proletario e borghese.