di Eugenio Capozzi

Lo ius soli e la sinistra, alla fiera del politicamente corretto

Fonte: L’Occidentale

Il dibattito sulla proposta di legge sulla cittadinanza che vorrebbe istitutire in Italia lo ius soli ha assunto ormai toni surreali. Nonostante l’evidente contrarietà di gran parte dell’opinione pubblica, e nonostante l’estrema difficoltà nel trovare una maggioranza che approvi il provvedimento al Senato, si moltiplicano da parte del Pde dell’area di sinistra – oltre che, come sappiamo, della Chiesa italiana –  pressioni di ogni genere per una sua approvazione, che giungono talvolta ai limiti del grottesco.

Le ultime in ordine di tempo: 1) lo sciopero della fame “a staffetta” (un giorno a testa, insomma una dieta) da parte non soltanto di parlamentari di maggioranza, ma persino di ministri, in sciopero contro il loro stesso governo e il Presidente del Consiglio (il quale ha dichiarato che la legge è da considerare un capitolo chiuso per questa legislatura); 2) le manovre sottobanco del gruppo Pd al Senato per convincere i senatori di Area Popolare ad uscire dall’aula al momento del voto; 3) l’ennesimo “appello degli intellettuali d’area”, questa volta professori universitari, in cui si sostiene che “non approvare questa legge significherebbe alimentare il razzismo che attraversa la nostra società” e che “nelle aule universitarie nessuno deve sentirsi straniero/a, tutte e tutti devono poter studiare con la stessa speranza di futuro”.

Ora, tutto questo attivismo non ha nulla a che vedere con il merito della questione, sulla quale infatti non si spende una argomentazione ragionevole che sia una per convincere chi è contrario, ma si spande soltanto retorica lacrimosa a buon mercato, condita da espressioni roboanti come “scelta di civiltà” e simili.

Con tutta evidenza, l’insistenza di piddini e satelliti sul tema della cittadinanza “automatica” agli immigrati risponde esclusivamente a calcoli tattici di breve periodo, che guardano alle prossime elezioni politiche. Da un lato, si vuole creare un terreno favorevole ad un’alleanza elettorale tra il Pd e la sinistra di Mdp e di Pisapia, più facilmente raggiungibile su temi di principio riguardanti i “diritti” che su materie economiche, sulle quali le divisioni appaiono sostanzialmente insanabili. Dall’altro, di guadagnare stabilmente in futuro i consensi di quegli immigrati che, una volta ottenuta la cittadinanza con il meccanismo dello ius culturae, dovrebbero, nelle aspettative piddine, identificare una maggioranza di centrosinistra come naturale protettrice dei loro interessi.

Il tutto nel contesto di una tendenza ormai consolidata del Pd a cercare voti – come efficacemente sintetizza Luca Ricolfi nel suo editoriale di oggi sul “Messaggero” – rincorrendo temi “leggeri”, “sovrastrutturali”, dal momento che “l’identità della sinistra è così fragile sulle cose che contano, da costringerla a continue trasfusioni di sangue identitario dal vasto universo dei temi che infiammano solo le élite e i ceti medi”.

Questi calcoli di bassa cucina di Pd e sinistre-centro varie, peraltro, rischiano di essere miopi e di rivelarsi presto un boomerang. Infatti una unione più stretta con la sinistra di Mdp e soci sbilancerebbe il Pd su posizioni troppo radicali agli occhi di molti elettori moderati (come è già avvenuto su altri temi “sovrastrutturali”); e l’ambizione di diventare il punto di riferimento politico organico di una lobby degli immigrati potrebbe essere molto ottimistica, dal momento che il pianeta dei cittadini e residenti di origine straniera nel paese è in realtà molto più complesso e variegato di quanto potrebbe apparire ad uno sguardo semplicistico, e il mito della cittadinaza italiana appare assai meno popolare tra molte comunità di immigrati che nei salotti borghesi radical chic.

Rispetto a questa cortina fumogena senza sostanza lanciata continuamente sul tema è quindi indispensabile mantenere la discussione su un piano razionale, riportandola ai suoi veri temi di fondo: cosa deve significare la cittadinanza nazionale in un paese occidentale nell’epoca della globalizzazione? Cosa significa “essere italiani”? Cosa cambia, con l’adozione di una diversa legislazione sulla cittadinanza, per la coesione e la sicurezza nazionale? Basta uno sguardo minimamente attento su questi elementi, e ci si accorge che Pd e sinistre – ma anche ahimé molta parte del mondo cattolico italiano – hanno in proposito idee incoerenti e confuse, e non si curano di confrontare la loro retorica con la realtà effettuale.

Come è noto e incontestabile, infatti, innanzitutto per quanto riguarda i minori figli di stranieri residenti in Italia con la legge attuale non esiste nessun problema di disuguaglianza civile, nessuna condizione di “stranieri in patria” o simili: quei bambini e ragazzi hanno esattamente gli stessi diritti dei loro coetanei italiani (salvo quello di presentarsi a concorsi pubblici, caso piuttosto raro per un minorenne), e dopo i 18 anni la concessione della cittadinanza ai richiedenti è praticamente automatica. Figuriamoci quindi di quali discriminazioni essi possano soffrire all’università, come invece lamenta il tragicomico appello dei professori universitari filo-ius soli.

In compenso, è altrettanto incontestabile il fatto che la concessione automatica della cittadinanza a chi nasce in Italia otterrebbe il bell’effetto di alimentare una corsa all'”importazione” clandestina di immigrate incinte, per innescare una reazione a catena di ricongiungimenti familiari, e che dunque si aggraverebbe così il problema dei trafficanti di carne umana attraverso il Mediterraneo, che a fatica il ministro Minniti è riuscito da poco (per quanto tempo?) ad arginare, con le immaginabili ricadute sociali e di sicurezza. Conseguenze che certo non preoccupano gli irresponsabili sostenitori della filosofia no borders, per cui i confini dovrebbero essere tout court aboliti in favore del diritto di asilo (o meglio di invasione) universale (vedi le dichiarazioni incredibili rese in merito dal Presidente del Senato Grasso); ma che dovrebbero preoccupare invece molto i realisti a cui sta a cuore la stabilità democratica e la sicurezza, come appunto Minniti e altri del suo schieramento.

E se si guarda ai residenti regolari adulti appare evidente, guardando all’esempio di altre nazioni gravate da un numero di immigrati maggiore del nostro, come l’ottenimento più facile della cittadinanza (che la legge in discussione in Italia prevede di realizzare attraverso l’escamotage dello ius culturae) non sortisca affatto di per sé magicamente l’effetto di accrescere l’adesione degli immigrati all’identità nazionale del paese ospitante, ma crei invece in molti casi enormi isole di “cittadini” solo di nome, di fatto estranei, chiuse in sé stesse. Enclavesche talvolta, come nel caso  di molte comunità islamiche, manifestano un rifiuto radicale della società occidentale, e producono terroristi, non meno tali per il fatto di possedere la cittadinanza, e anzi per questo ancor meno identificabili e più pericolosi.

L’assoluto disinteresse della sinistra politica e culturale italiana per questi aspetti non deriva, naturalmente, soltanto da calcoli bassamente elettoralistici, ma anche da elementi culturali di fondo: la sempre più totale incomprensione del problema della sicurezza e dell’ordine pubblico, rigettato in sé come “di destra” e quindi riprovevole; e, ancora più alla radice, il relativismo culturale nichilista che impedisce di porre in relazione (come dovrebbe essere ovvio) la cittadinanza all’identità culturale di una nazione. Queste cause accrescono l’incapacità della classe dirigente del Pd e dei suoi satelliti di comprendere appieno la gravità del problema, e i rischi ai quali il paese andrebbe incontro se sulla cittadinanza si adottasse la nuova disciplina da essa caldeggiata.

In quell’area politica, la cittadinanza è considerata soltanto come una convenzione, un modo per acquisire una serie di opportunità, e non come l’adesione libera e volontaria di un individuo ad una nuova appartenenza comunitaria, come dovrebbe invece sempre essere. Perché in quella area politica il concetto di nazione viene considerato privo di senso, ripudiato in favore di superficiali ideali irenistici cosmopoliti, di un mondialismo all’acqua di rose, di un multiculturalismo dogmatico condiviso con il progressismo oggi prevalente in Occidente.

Queste barriere ideologiche impediscono alla sinistra filo-immigrazionista “a prescindere” di rendersi conto del fatto che invece per la gran parte degli immigrati in Europa – provenienti da appartenenze etniche e religiose molto fortemente radicate – la questione dell’identità comunitaria è centrale. Farli diventare effettivamente “italiani” (o di altre nazionalità) è un compito ben più complesso e ambizioso che appiccicare loro un’etichetta formale. Significa riuscire a far loro amare e scegliere la comunita nazionale nella quale sono stati accolti, identificandosi con i suoi princìpi, i suoi costumi, le sue radici di civiltà. Ma per riuscire in questo obiettivo è necessario identificarsi per primi in quei princìpi, quei costumi, quella civiltà. Cioè abbandonare il mortale relativismo della sinistra politically correct