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di Redazione

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di uno dei figli del defunto e compianto Arai Daniele, oggi nel giorno in cui il suo amico Padre Juan Carlos Ceriani celebra la S. Messa tradizionale “non una cum” in suffragio della sua anima. Non entriamo nel merito di quanto Marco Turi Daniele dice e che non conoscevamo, né, per rispetto, negli aspetti privati che egli ha ritenuto opportuno rendere pubblici con questo suo scritto, che non è un’apologia, tutt’altro, e che non manca di critica e auto-critica. E’ una visione personale, che non lascia spazio alle solite ipocrisie di quando muore qualcuno a noi caro. Assecondiamo l’espresso desiderio di suo padre, che volle la pubblicazione di questo articolo, qui su questo sito. Vogliamo rassicurarlo sul fatto che Agerecontra.it, sito del Circolo Christus Rex, continuerà la sua funzione, a Dio piacendo, come sempre ha cercato di fare, cercando di testimoniare la Verità, anche quando è difficile e scomoda. Usando, magari, più carità, dal momento che questo, in generale, Arai sperava dai Cattolici romani integrali.

di Marco Turi Daniele

E’ molto difficile prescindere dai fattori umani là dove si è stati figli e ancor di più un fedelissimo di un padre come il mio. Ci ha lasciati tutti il 25 novembre, addormentandosi a Fatima fra le braccia del Padre, in attesa della resurrezione del corpo e dell’anima. Anche se, purtroppo, a causa di un suo autentico rifiuto di conformarsi alle regole burocratiche della società umana, di cui ne ha fatto pienamente parte sfruttandone tutti i vantaggi, ha lasciato in eredità ai figli e non solo a loro, molti più problemi di quanti già ne avesse creati in vita.

Problemi che si ripercuotono anche sulla sua figura pubblica che ha lasciato in eredità, la sua memoria o “passaggio” in quel di Fatima, a tal Nuno Almeida. Una mera illusione, buona solo per chi crede nei pellegrinaggi come alla Mecca per Maometto e nelle visite ai musei d’archeologia e dei dinosauri estinti. E questo da buon cristiano come voleva essere lui, non solo nuoce alla immagine che voleva dare di sé, ma nemmeno dà l’esatta misura di quanto la sua fede possa essersi concretizzata o meno, nella vita pratica e nella memoria di chi lo viveva concretamente da vicino. Sebbene questo, al momento, non ci è dato da intendere nella forma e nemmeno nella sostanza. Sollevando in tal senso molte perplessità e lasciando il beneficio del dubbio su molti aspetti di ciò che di mistico e religioso hanno ben poco, che qui con voi tenterò di dissipare anche operando con lo scandaglio con una violenza inedita e dialettica il suo modo di essere stato fra noi, che ha il solo scopo di smontare il suo ego narcisistico, i suoi dubbi amletici e le sue certezze granitiche, il suo commiato da noi figli come fossimo stati tra le tante pedine del suo impietoso scacchiere di marionette, e che ancora siamo in questa valle di lacrime a fare i conti con i suoi caroselli e conigli che uscivano a iosa dal suo cilindro magico; e ciò, per incamminarlo sulla strada di un processo salvifico vero e proprio, facendo la tara tra l’uomo ed il cristiano.

Per cui approfitto di questo spazio non solo per onorare l’uomo che mi ha rafforzato nella fede “almeno nell’aspetto più razionale ed escatologico”, (perché dal punto di vista delle opere di misericordia spirituale e corporale non c’è proprio stato segno alcuno che potrei esaltare e portarvi all’attenzione); ma anche per mettere a nudo, attraverso di lui, le nostre singole fragilità di fronte a chi, purtroppo anche giustificando se stesso, lo ritiene santo e già in cielo; e chi invece lo ha visto come un piccolo povero diavolo. Perché così non è né in un senso e nemmeno nell’altro; e lui molto bene lo sapeva, soprattutto prima di lasciarci.

Purtroppo quando ci accingiamo ad esprimere le condoglianze, soprattutto ricordando un uomo come lui, che tanto lustro ha dato anche ad un sito internet come AgereContra, le parole che si leggono http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=30328, soprattutto nei commenti, non corrispondono esattamente al vero uomo e forse anche al cristiano che lui riteneva di essere. Ed un figlio come me ne soffre, perché non facciamo del bene né a noi stessi e né alla fede che tentava e tentiamo di esprimere; e che è stata trasmessa a noi tutti come lui voleva la si intendesse, ma, ahimè, senza radicamento alcuno e tanto meno senza una visione chiara di dove lo portasse, perché da nessuna parte è andato. Infatti, non riesco a vederlo in Cielo, ma nemmeno nell’ Inferno. E se è andato nel Purgatorio in quale girone dantesco collocarlo non lo so, sebbene di vizi gravi ne avesse davvero tanti. Avere parole di fede da spendere in un articolo, come faceva lui, non vuol dire vivere in un modo altrettanto cristiano come il Vangelo ci insegna. Intorno a lui infatti c’era un deserto mistico assai inquietante. Non vi era Misericordia, non vi trovava spazio la Provvidenza; e le Grazie era solo lui a concederle, quando non appariva, addirittura, che provasse invidia per chi le avesse. Mio padre mi ha fatto chiamare a Fatima meno di due settimane prima di andarsene; e con me ha commentato tutta la sua vita; salvo, poi, con mio vivo stupore, associare la sua salvezza alla mia, perché mi vedeva come un guerriero, un vassallo, un suddito fedele; e questo, a causa della sua assenza di carità, per cui era consapevole non potersi salvare.

Un atto pagano, quello di affidarsi ad altro uomo, peraltro il figlio che aveva mandato in esilio in Brasile per allontanarlo dai suoi propositi di costituire con i miei amici, in Europa, l’Arca della Bellezza, che aveva scomunicato più volte per i temi da me trattati sulla Parusia Intermedia, che aveva considerato me eretico per la disobbedienza al padre, cioè lui, per le mie critiche aperte sulla sua eccessiva campagna mezzo stampa della situazione sedevacantista;  ma, che io ho voluto accogliere cristianamente per pietà celeste, ingiustamente investendo me di una responsabilità che non mi compete né di fronte agli uomini e né di fronte a Dio. Perché non sta scritto da nessuna parte che i figli debbano caricarsi sulle spalle le colpe, le miserie, i programmi dei padri; mentre lui fino all’ultimo si avvaleva dei privilegi dati ad un uomo benestante; distaccandosene solo poche ore prima di morire, quando non era più in grado di intendere e volere e combinando solo problemi, dissapori e amarezze; continuando ostinatamente a non voler intendere ragione da chi voleva consigliarlo per il meglio, sulle questioni prettamente umane, ma anche su quelle di dottrina. Lui vedeva un mondo, alle sue spalle, che non era mai esistito, dove vi erano abusi e soprusi, ignoranza e prepotenza, ma che per lui erano la Legge. Quindi, mentre impartiva agli altri ordini improbabili e offendeva pure, a me caricava la sua croce con il peso delle rinunce a cui dovevo sottostare per essere un buon cristiano, e del suo desiderio di essere io casto, di vivere il sacrifico sin dalla tavola; sue indicazioni economiche che per quanto concernevano la sussistenza stessa della sua opera dopo di lui, non ha nemmeno messo sul testamento quello che diceva a parole; e quindi rese nulle sul piano ereditario e legale. A che serve dire che io figlio godo di una qualità rara come quella di scegliere, io personalmente, di vivere ai margini della povertà (in spirito) e della società (mettendomi contro il sistema matriciale di Mammona) e del dolore (perché sopportato non con rassegnazione ma con indomito spirito cristiano) se poi lui invece abusa della vita e dei vantaggi, assaporandosi ogni sorta di piacere e soddisfazione, per chi, come lui, poteva permetterselo fino all’ultimo, fino a determinare la data della sua morte (entro il centenario di Fatima essendo lui nato il 13 maggio); ossia, lasciandosi morire di fame, senza che questo potesse apparire un suicidio, senza soffrire al punto da ingannare persino i medici, decidendo di non salutare nessuno per non sembrare un sentimentale; ma piuttosto verificando la condizione della sua bara, già consegnata e custodita nel garage,contravvenendo al dettame cristiano che fino all’ultimo un miracolo può intervenire su di noi, di seguire i dettami del Vangelo sulla pietà, per modificarci e persino allungarci la vita e consegnarci ad un nuovo stato di grazia? Ma lui aveva deciso e così doveva essere, perché la gente lo ricordasse come l’uomo di Fatima.
Diciamocelo francamente. Lui riteneva di aver completato un percorso. Il suo ultimo articolo, scritto a 2 mani con Matteo il 21 ottobre u.s. indica già un Arai esaurito e depresso, stanco di vivere, deluso, forse anche dai figli, ma più che altro dai suoi amici sacerdoti. Tanto che ha persino finito con lo svendere la casa in cui abitava con Isilda ed un bambino di tre anni, dove vi era il suo studio e tutti i suoi carteggi. E tutto questo con lui ancora in vita; e con un contratto immediato, per cui il compratore avrebbe potuto entrarvi anche subito cacciandoli da li, come poi è stato alla morte di mio padre. Ma come può un cristiano arrivare a questi eccessi? E ancora, perché tanta fiducia in Nuno che ha approfittato della circostanza in cui stava mio padre per l’incedere in maniera così subdola e priva di amore cristiano per lui e per i figli là presenti al momento in cui nascostamente firmavano l’atto, nonostante il suo deperimento mentale e lo stato d’animo di una persona più concentrata a salvare l’anima che la sua opera; riempiendosi, Nuno, la bocca di Dio e nascondendomi che era lui il compratore? Di questo il buon Dio ne terrà conto, visto che il bambino, mio padre, lo attribuiva volgarmente, mentendo, figlio di “uno” dei suoi figli; asserendo che si era offerto di adottarlo per non pregiudicare l’onore, chissà, mio, senza che ne fossi realmente il padre. Fa male sapere che questo uomo per salvare la sua faccia di buon cristiano di fronte al mondo, attribuisse le colpe, se di colpe si può parlare quando viene messo al mondo una creatura, agli altri.

Questi raccolti servono per assolvere direttamente, nella pubblica piazza, all’opera di carità che mio padre mi ha chiesto di compiere, ma non senza passare, per sua vece, anche da una adeguata pioggia di umiltà, per ridimensionare tutti noi là dove ci sentiamo puliti, all’altezza di ogni situazione; adeguati a compiere un proselitismo che è dato solo ai veri santi, tanto più quando si scrive posando l’indice su questi e su quello.
Chi mi conosce sa che se volessi parlare di fede, di dottrina, di tradizione sono qui o là; e non mi tiro fuori da nessun argomento e da nessuna speculazione apologetica, da nessuna disputa dogmatica, mariana ed esegetica. Ma prima poniamo un limite alla nostra presunzione di essere gli unici ad avere il dono della Parola e depositari della Verità. Mio padre la Verità l’aveva impugnata sin dai tempi di Don Francesco Putti nel 1973; e da allora, sebbene in mancanza di una assoluzione piena, continuava per difetto a stare in grave stato di peccato contro lo Spirito Santo. Inutili i suoi precetti, le sue penitenze, la recita costante del Santo Rosario, i  primi 5 Sabati ed i primi 9 Venerdì, l’uso dello Scapolare. Inutile per noi umani, estremamente funzionali per la sua salvezza. Ma qualora fosse comprovato che ha continuato a perseverare nell’errore fino all’ultimo, sarà difficile pensare ad altri strumenti di salvezza. Solo la Confessione all’ultimo può avergli dato quel balsamo per dire proprio tutto. Ma nella eredità c’è la sua presunzione di sempre; tanto che ogni cosa toccasse, così come diventava bella quando era nelle migliori intenzioni, poi si dissolveva al vento e scioglieva come neve al sole, quando vi ammantava un suo diritto insindacabile ed esclusivo, che a dire il Vero e a decidere  fosse sempre e solo lui. Anche sbagliando in maniera plateale. Soprattutto mancando di pietà e umiltà cristiana.

Potrei per esempio mettere in conto il fatto che mio padre non ha permesso nel giorno del suo funerale, celebrato nella cappelletta da lui voluta, con le immagini dell’apparizione dell’Angelo del Portogallo, che il celebrante impartisse la Santa Comunione. Lo aveva sicuramente imposto e alle sue indiscutibili condizioni. Lui pagava e poi imponeva, anche se di fronte vi fosse stato un santo sacerdote. Perché tutti amano i soldi, anche i sacerdoti della tradizione ed i sedevacantisti. Per me la misura irreversibile che ci porterà ad una catastrofe senza fine. Mio padre lo sapeva e comprava il silenzio di tutti. Io non li ho mai amati i soldi. Mi passano per le mani e subito escono, perché non costituiscono un valore per me, ma una misura da far muovere prima che deperisca. E quel giorno, anche se non mi voleva così e mi aveva promesso il mondo per cambiare pettinatura, mi son presentato al suo cospetto funebre col codino da samurai, per uno slancio di sana e dovuta dignità. Voleva che fossimo anche fisicamente ed esteticamente come voleva lui, persino quando esigeva che mi togliessi l’abito monacale, che gli suscitava così tanto ribrezzo. Ed esemplare fu il suo diniego quando, richiestogli di gestire la rivista SISINONO come successore alla direzione dello stesso, dopo la scomparsa del fondatore, Don Putti gli aveva chiesto di diventare Diacono, perché così prevedeva la regola laddove vi fossero delle suore nella redazione del quindicinale suddetto. Lui, mio padre, si rifiutò e questo me lo raccontò più volte senza mai pentirsi della sua scelta. Ma quando il giornale poi passò nelle mani di padre Emmanuel, gli stralli che volarono per la nuova linea editoriale li ricordo io. Ma che problemi aveva per non voler accettare tale umile condizione, per uno che già indossava lo scapolare e non temeva neppure di perdere la moglie che tanto amava e gi 8 figli, come poi è stato?
Anni fa, decidemmo con Rogerio Brandao di creare un format con tutti gli audio registrati della sua pluriennale esperienza per il mondo come conferenziere e come attore diretto di molti fatti che si sono succeduti nei tempi in cui era ancora vivo mons. Marcel Lefebvre. Rogerio ancora 25enne venne a Fatima dal Brasile e registrò almeno 30 interviste. Poi per un miracolo tutto ciò scomparve, anche perché mio padre non ne era convinto della sua utilità. Il giorno prima della morte di mio padre, Rogerio, dopo anni, mi contatta. La notizia che se ne stava andando. Già era arrivata in Brasile e non solo. Mi dice che il materiale è nelle sue mani, al sicuro, e che voleva chiedere ad Arai il perdono per non aver saputo ricambiare tanta fiducia. Inoltre, mi ha riferito dell bellissima notizia che un ragazzo sostenuto da mio padre sin dalla prima ora, l’8 dicembre sarebbe diventato sacerdote per le mani di Padre Espinha, l’argentino. Tutte notizie che mio padre avrà saputo dove ora si trova. Forse. Ma Nuno non sa tutto ciò e mai potrà mettervi le mani. Dio ha spostato il Suo sguardo altrove, non dove mio padre lo aveva riposto.
Molti amici mi hanno chiesto di scrivere su mio padre http://www.fregeneonline.com/arai-daniele-ci-ha-lasciato/ . Pochi sanno infatti di quando mio padre operava per la creazione del primo oratorio di Fregene. Lì fece la storia e con lui erano i suoi due primi figli maschi di 16 e 15 anni. Di recente su Ingannati https://www.ingannati.it/2017/12/04/la-controversa-figura-arai-daniele-eredita-senza-eredi/ ho commentato mio padre dal punto di vista umano e personale. Qui mi accingerò ora ad esprimere le sue volontà morali, perché tutti insieme si faccia il comune sforzo di redimerci dal peccato di superbia, passando da una abbondante pioggia di umiltà. Perché la controversa figura di mio padre va ricomposta per consegnarla degnamente alla storia della Chiesa. Perché lui ha fatto parte della storia di questi ultimi decenni, nel bene e nel male. Questo glielo riconosco. Ma come uomo deve espiare, pure molto. Ma che sia di insegnamento per tutti noi anche la pratica con cui tenerlo vicino e mandarlo in Cielo, perché lì deve stare lui, nonostante i tantissimi errori compiuti nel dimenticare che esisteva prima di tutto il Vangelo. Lui se lo merita e ce o meritiamo tutti noi, avendo appreso da lui non tanto il significato dell’essere buoni cristiani nei tempi della resilienza cattolica, quanto saper vedere che dentro la Chiesa si è radicato l’anticristo cui il messaggio di Fatima, quello secretato e mai chiarificato totalmente si riferiva parlando di sedevacantismo apocalittico con la Chiesa acefala, dopo la morte del Papa. Un messaggio che mando indirettamente anche ad un altro amico, Antonio Coroniti, che fa ancora in tempo a bagnarsi di umiltà, unendosi a noi. Queste cose fu mio padre a scoprirle prima di Socci e tanti altri che sono più popolari di lui.

Come fece il santo aquinate, Tommaso, mio padre ad un certo punto mi ha confidato: “se oggi vivessi in città e ne avessi la possibilità in salute, mi impegnerei nella carità, visitando gli infermi, le persone indigenti, persino i carcerati. Ho mancato nella carità. La mia visione è chiara. E’ se potrò un giorno salvarmi è perché oggi ho deciso di associare la mia salvezza alla tua, che sei stato un figlio obbediente e generoso, sempre disponibile a seguire i miei studi e le mie scoperte… soprattutto dal 1985 quando ero solo a Fatima e tu unico figlio venisti qui a farmi visita in un momento di tua confusione spirituale e crisi personale”. Ma non era lui che voleva cambiare vita, dovevo essere io, per sua volontà. Io che già vivo le mie angustie e le mie rinunce. Tanto che perché potessi essere all’altezza delle sue volontà, decise nel testamento di disporre tutte le condizioni a me favorevoli; disattese per deficit di giurisprudenza e per evidenti vizi di forma. Sapevo da subito che il mio atteggiamento non doveva essere condizionato dai soldi; che sapevo non avrei visto mai, ma da una nuova mia disposizione d’animo che potesse sopperire ai vari inganni di mio padre, uomo vissuto nel boom economico e nel benessere per quasi tutta la sua vita (peraltro è andato in pensione a 47 anni, da pilota): ossia metterlo a nudo perché io stesso potessi espormi con chi lo ha considerato un maestro ed un difensore della fede cattolica. Per subire io stesso le critiche che in questo caso non mancano mai, come gli ammonimenti fraterni, e passare dal fuoco della purificazione. Perché è doveroso non ingannarci e comprendere che la vita di cristiano comincia nella prassi quotidiana che ha per cornice il santo rosario ed i precetti di Santa Madre Chiesa. Dove la prassi quotidiana è la vita di comunità e familiare, la denuncia, il soccorso, la solidarietà umana, la sussidiarietà, la ricerca e difesa del bene comune e della cosa pubblica; come da anni cerco di prospettare in una visione unica e condivisa, parlando di Borghi eucaristici e agricoli di Xenofobia, fuori di condizionamenti di una società che ti vorrebbe buon lavoratore (per chi?) e pronto ad ogni forma di corruzione e mondanità. Per essere liberi e liberare. Per essere pronti ad ogni chiamata, senza preavviso. Avevo per questo chiesto a mio padre di dare io una continuità nel segno di Maria, apostolica e spirituale, nella casa di Fatima, creando anche le condizioni per gli esercizi e le meditazioni spirituali nel nome di Sant’Ignazio; e per essere il luogo, nel Portogallo, dove celebrare sub condicione la Cresima e la Messa di Sempre con la “non una cum”. A suo tempo aveva accettato tutto ciò. Poi per sua volontà, ossia di “non avere gente fra i piedi”, testuali parole, non se ne fece più nulla. Idem dovrei dire di quando in 4 ci presentammo in veste monacale, come Arcieri, per assistere la Fondazione Pro Roma Marana nelle sue mansioni quotidiane e pratiche;

e sotto richiesta di mio padre a don Floriano, se era giusto che in quella casa vi fossero dei novizi con tanto d’abito, rispose che non serviva un altro ordine ed il nostro amico sacerdote mi umiliò girandomi il mantello sul capo, esaltando la superbia e l’arroganza di mio padre, che ovviamente poteva tutto, essendo grande dispensatore di oboli e mance. Potrei continuare raccontando quello che pensava di ognuno di noi e di voi, ma qui mi fermo perché la mia intenzione è quella di stabilire con tutti coloro che hanno a cuore il futuro delle nostre anime e di quelle dei nostri figli, una riabilitazione della figura di mio padre di fronte a chi lo ha conosciuto solo per una parte; e chi, fra i figli, non ne ha mai stimato le scelte, valutandone solo le contraddizioni e la miseria umana.

Mio padre finì col litigare con tutti, nel tempo. E con chi non litigava, si lamentava che poi finissero vecchi, nelle mani di persone inadeguate e che si consegnassero così senza reagire. Non era necessario per nessuno di noi sapere del sedevacantismo, alla fine dei tempi, a ben pensarci. Era sufficiente sapere che siamo ai tempi in cui la Fede si regge sulla Carità, per chi ne sa fare tesoro. Nulla condiziona la vera Fede e nemmeno possiamo stare lì dritti ad attendere il segno dei tempi. Questo l’ho appreso interessandomi della Parusia e dei moniti di San Paolo a tal riguardo, parlando del danno di rimanere là con le braccia conserte e dell’obbligo di procacciarsi il pane, per chi scegliesse di vivere in comunità per gli Ultimi Tempi. Alla fine, quale è il guadagno se si costruiscono grandi casseforti, se le chiavi sono in mano di pochi, se poi si dimentica cosa sia contenuto là e perché lo stiamo conservando così gelosamente? Siamo sicuri di aver capito il messaggio dei Vangeli? Siamo sicuri che Gesù ci volesse intellettuali più che caritatevoli? San Paolo ci dice il contrario. Addirittura poneva la Carità ad si sopra delle altre virtù, persino della Fede. Chi opera nella Carità non sbaglia mai. Meglio un eccesso di Carità che di Speranza o di Fede.

La Carità tiene lontana dalle dittature spirituali e di regime autoritari che si implodono nella loro stessa ricerca di perfezione. I figli dell’Uomo si riconoscono per la Carità più che per la Fede, che a volte è sterile e nemmeno produce frutti per gli altri. Fare cristianesimo è ben più lungimirante che essere cristiani, perché include la Fede, anche se non pronunciata o esternata. Anche perché “essere” è relativo dal punto in cui lo si vede. “Fare” è evidente per tutti. In sostanza molti sono ipocriti perché elevano la loro Fede sopra lo stesso Vangelo e pensano che possono fare tutto in nome della Fede. Lo stesso potere lo sentono coloro che hanno ricevuto il Battesimo e credono che possono fare a meno delle opere. La nostra società non è di individui come sosteneva erroneamente Sant’Agostino, ma impone che gli uni si operino per gli altri per formare un unicum. Questo alla fine mio padre lo ha capito. Per questo dico: non esaltiamoci nella Fede, quella di mio padre coincideva troppo con la sua personalità, almeno fino a che non ha deciso di condividere la sua salvezza con la mia. Ha compiuto una grande opera aprendoci gli occhi sui segni dei tempi, ma molti di noi ancora navigano nel buio, hanno paura della morte, del giudizio e anche della gente che osserva e critica. Ma non compiendo opere di Carità, che potrebbero anche essere sintetizzate nelle Opere di Misericordia Corporale e Spirituale, siamo nulla. Nulla è la nostra Fede. In questo sì che Sant’Agostino seppe porre un argine persino a Lutero, agostiniano fino a che era lucido e non pensava ad arricchirsi sotto i Fugger. Mio padre aiutava i sacerdoti ed i blogger, ma si aspettava anche un trattamento speciale per divulgare i suoi studi e le sue idee. Ma io vi dico: ipocriti che siamo, ci accontentiamo di essere letti e amati dai nostri amici e odiati dagli altri solo perché questo ci fa sentire invincibili. Erano gli altri che dovevamo recuperare. Gesù ce lo aveva detto.

Con questo intendo dire che la buona religione passa anche dalle politiche sociali, dal buon governo, dalla giustizia, dalla formazione delle nuove classi dirigenti, dalla bellezza e dai saperi, dal trasferimento di ricchezza, dalla condivisione dei beni; qualunque essi siano anche una buona parmigiana mangiata in compagnia, il fuoco del forno per il fare il pane, la vendemmia, la raccolta del grano, le feste patronali e di precetto, i riti e le sagre o una visita guidata fra le rovine di antiche città; ma dobbiamo anche esserci quando bisogna essere parte di una azione pubblica, epurata di fanatismi e di simboli partitici. E’ la società in cui si è alimentato il cristianesimo degli arbori, che ha mantenuto vivo il suo ricordo e si è evoluto, nelle ere cristiane, prendendo possesso delle terre e da esse ricavandovi i frutti. Abbiamo conosciuto l’epopea dei benedettini ed il Capitulare de Villis e de Curtis imperi di San Carlo Magno. Il sedevacantismo diventerà all’improvviso un dato di fatto, ma mio padre ha comunque perso una ottima occasione di lasciarci una eredità che ci portasse oltre. Per questo alla fine, nelle sue ultime ore, ha preferito saltare sul mio carro e lasciare il suo ricordo ad un fantomatico povero e misero Nuno che già sta sbraitando perché mio padre potrebbe anche a lui avergli promesso dei soldi. Ora ad Agere Contra decidere se diventare un simulacro o diventare il baluardo per la resilienza. Io e mio padre ci siamo, ora più che mai. Pronti per fare cristianesimo.