PRODROMI PRO RESTITUTIONE SANCTAE ECCLESIAE CATHOLICAE

Risultati immagini per Christus RexL’editoriale di questa settimana è particolarmente importante perché affronta tematiche di fondamentale attualità, quali lo status di Sede Vacante e la necessità di preparare il terreno per il ritorno del Papa, nonché quella di superare certo clericalismo e certi difetti, presenti anche nel mondo tradizionale, per trovare quell’unità nella Verità, che è anche unità di intenti nelle modalità operative. Vuole essere un primo contributo, di discussione e dibattito fra quanti hanno a cuore il bene della Chiesa e delle anime. Se ne invita l’attenta lettura perché questi contenuti sono troppo spesso sottaciuti. 

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Dopo il contributo del Circolo Christus Rex alla Buona Battaglia per la piena ripresa della retta via che porti alla Restaurazione della Santa Chiesa Cattolica, vediamo ora le questioni da chiarire per seguire un piano di azione cattolico.

Chi ci segue sa che riconosciamo lo status di “Sede Vacante” attuale. Questo non può essere visto in nessun modo come stato cui la Chiesa possa adagiarsi, tutto al contrario, è lo stato, alla stregua di quello di sbandati senza padre, da superare con urgenza estrema come sia la causa di una grave malattia o paralisi fisica.

Per farlo è necessario identificare bene quale sia stata la causa di questo vuoto maligno e quali i rimedi per superarlo. Si tratta di diagnostici da molto tempo conosciuti, ma che niente hanno risolto perché applicati in un modo disconnesso che moltiplica i dubbi ed estende le confusioni: si contesta il varo deliberato e sistematico di dottrine e di liturgie di marchio modernista e perciò contrarie alla Fede, ma nello stesso tempo si ritiene di non poter parimenti contestare la loro causa ovvero la legittimità dei loro autori. Prosegui la lettura »

Profughi gratis all’Università solo per il merito di essere profughi: e gli italiani?!

Segnalazione Quelsi

by Helmut Leftbuster

immigrati-4E pensare che il tormentone dei sessantottini era proprio questo: rendere l’accesso all’istruzione universitaria paritario per ogni classe sociale, al fine di mettere in condizione di studiare tanto il figlio dell’operaio quanto quello del notaio. Poi il “6 politico” avrà esiti caprini, come l’attuale classe dirigente dimostra, ma quella è un’altra storia; tuttavia il presupposto etico che desse pari opportunità a tutti gli italiani era giusto, poiché garantito dagli articoli 33 e 34 della Costituzione (il riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi, purché capaci e meritevoli mediante borse di studio, assegni ed altre provvidenze da attribuirsi per concorso”).

Ma quali sarebbero i meriti dell’esser “profugo” se non qualcosa di perversamente simmetrico al demerito non esserlo?

Ebbene, il concetto di “pari opportunità”, che giustamente impone a due nuotatori di partire dallo stesso trampolino, non può coincidere con l’ingiustizia di mettere le cavigliere ad uno dei due per farlo rallentare: perché è esattamente questo ciò che si è deciso di fare sulla pelle degli studenti italiani i quali, pur vessati dalla situazione economica che noi tutti respiriamo e che conta quotidiani suicidi, saranno in questo modo discriminati sulla base di una presunta abbienza, teorica ed intangibile, a tutto vantaggio di studenti “profughi” la cui indigenza è, a sua volta, pura coreografia ideologica.

Ora, tale rilievo sfata anzitutto il falso mito dello straniero che viene in Italia a fare lavori pesanti, visto che lo si vuole a tutti i costi distrarre da essi per farlo studiare a spese della collettività. Di seguito, avalla la logica di un’ipotesi progettuale secondo la quale si sta facendo di tutto per svantaggiare gli italiani nell’accesso ai loro stessi diritti e nella gestione dirigenziale del loro stesso paese.
Tale sensazione, rimasta latente per via dell’inusitatezza logica di un simile disegno politico, è oramai suffragata da tante di quelle evidenze che risulta difficile dubitarne.
La precedenza nell’assegnazione delle case popolari, gli sgravi fiscali evidenziati dalla proliferazione degli esercizi commerciali gestiti da stranieri a fronte della chiusura di quelli nostrani; il mantenimento dei clandestini in costosi resorts mentre i nostri connazionali vengono lasciati a dormire nelle auto; l’apertura dei concorsi pubblici nella pubblica amministrazione persino ai rifugiati, ed ora anche un accesso allo studio privilegiato.

Quanto alla manfrina delle facilitazioni estese alle ragazze incinte e alle neomamme che integrerebbero il provvedimento, è solo un diversivo mediatico per depistarne il focus operativo e renderlo meno indigesto; tantopiù che anche il parametro della maternità pende tutto a favore degli immigrati, essendo noto quanto più prolifici e meno scrupolosi nel programmare i figli essi siano rispetto a noi italiani.

Che il disegno sia oramai adamantino nella sua follia nichilista è fuor di dubbio; ma la maldestria dei sinistri politici che lo portano avanti dovrebbe facilitarci l’individuazione dell’area a cui questi appartengono per contrastarne elettoralmente il peso.
Quindi non stiamoci a pensare tanto.

Prosegui la lettura »

Perché la Prima Comunione va fatta da piccoli

Risultati immagini per prima comunione da piccolidi Padre Romualdo Maria Lafitte O.S.B.

Un anno prima dell’apparizione della Santa Vergine nel 1917 ai pastorelli di Fatima, l’angelo del Portogallo diede la prima comunione a Giacinta (7 anni) e Francesco (9 anni). Lucia (12 anni) l’aveva già fatta. La Santissima Vergine li inviterà ad “offrirsi a Dio, accettando le sofferenze che Dio vorrà mandare loro in riparazione per i peccati”, a consacrarsi al Suo Cuore Immacolato e a “recitare ogni giorno il Rosario per la conversione dei peccatori”. I tre bimbi risponderanno con un “Sì” generoso.  Grazie ai tre piccoli e alle loro penitenze,  il Portogallo fu preservato da due guerre mondiali e Maria promise che questa nazione non avrebbe mai perso il dono della Fede.

San Pio X, col Decreto “Quam Singulari” (1910) abbassò a 7 anni l’età della prima comunione dei bambini. Voleva che “si portassero i piccoli all’Altare”, dall’età di discrezione, “quando si arriva a discernere il bene dal male”. “L’età della discrezione tanto per la Confessione quanto per la Comunione è quella in cui il fanciullo comincia a ragionare, cioè verso il settimo anno… anche al di sotto”. – Congregazione disciplina dei Sacramenti, 1910. / “L’obbligo della Confessione e della Comunione comincia non appena un certo uso della ragione rende capaci di peccare” – IV Concilio Lateranense.

Benedetto XV (1922). L’onnipotenza della preghiera dei bambini sul cuore di Dio è legata alla presenza in loro della Grazia – l’innocenza -.  “L’onnipotenza mediatrice delle vostre preghiere è figlia della vostra innocenza. Perché la voce di un cuore rimasto puro è molto più efficace della voce di un cuore pentito e nuovamente purificato”. Che ricevano Gesù prima del primo peccato! “Presto!” (Pio XI).

Oggi, più che mai. I bambini sono molto più precoci che 100 anni fa. Bombardati dal peccato ben prima dell’uso della ragione. Tv e media sollecitano molto presto, e male. Mai come oggi, il Maligno si è cosi accanito nei confronti dei piccoli per strappare loro l’innocenza il più presto possibile. Egli teme il primo bacio di Gesù ad un’anima innocente e fa del tutto per farla cadere nel peccato mortale prima. Oggi, i bimbi di tre anni sanno già distinguere fra bene e male.   Prosegui la lettura »

SOS Partita IVA, parla Andrea Bernaudo, “Ora potere ai contribuenti!”

Segnalazione Quelsi

by Cristiano Mario Sabbatini

downloadAndrea, abbiamo sempre seguito su queste pagine l’evoluzione di SOS Partita Iva e vogliamo, in questa estate calda, apparentemente piatta dal punto di vista delle proposte e delle iniziative, chiedere a te, in qualità di Presidente dell’Associazione che più di tutte in questo anno si è segnalata per avere a cuore la causa dei contribuenti di questo paese a che punto è lo stato dell’arte e come vi muoverete da settembre in poi per continuare di questo passo?
Abbiamo registrato un grande entusiasmo sulla nostra iniziativa. Da tutta Italia ci arrivano messaggi di disponibilità ad aprire comitati locali dell’associazione.
Stiamo studiando la formula più semplice ed immediata per dotarci di una struttura a livello nazionale.
Abbiamo iniziato a contattare tutti quelli che ci hanno lasciato i propri recapiti; sono molti e ci stanno sollecitando a costituire un movimento politico che abbia come obiettivo principale la difesa dei diritti del contribuente produttivo italiano contro l’oppressione fiscale e burocratica è un’ipotesi alla quale stiamo lavorando e sulla quale faremo una riflessione dopo la pausa estiva.

Bene, come tutti sanno non ci piacciono i giri di parole, avete un piano preciso su come rilanciare e sostenere in modo più organizzato le proposte fin qui messe in tavolo, a partire da quella sull’abolizione del Solve et repete a finire per l’ultima sullo scorporo dall’INPS dei contributi dei lavoratori autonomi?
Noi abbiamo adottato un metodo nuovo. Procediamo per obiettivi precisi attraverso i quali è possibile scardinare il sistema violento con il quale lo stato italiano soffoca cittadini e imprese.
Sul terreno dei diritti dei contribuenti in questi anni si sono esercitati in tanti, soprattutto nell’area liberale e libertaria.
Visti i risultati, noi crediamo che si debba cambiare strategia.
Oltre alla denuncia, alla protesta o all’incitamento vano ad ipotesi di scioperi fiscali irrealizzabili, si devono mettere sul tavolo proposte di legge.
Noi ne abbiamo prodotte subito 2:
La prima consiste nell’abolizione del “solve et repete” dall’ordinamento tributario. Per restituire ai contribuenti italiani il diritto alla presunzione d’innocenza che vige per i presunti assassini, ma non vale per i contribuenti italiani, considerati dei presunti evasori a cui si puó violare privacy, patrimonio e proprietà privata in pendenza di giudizio. Una barbarie che elimineremo e che rappresenta una chiave di volta per ridiscutere e riequilibrare il rapporto tra stato e cittadini, nel rispetto dello statuto del contribuente e di principi elementari di uno stato di diritto.
La seconda proposta consiste nell’abolizione del monopolio INPS per tutte le partite IVA prive di una cassa ad hoc. Libertà di scelta del proprio futuro è l’obiettivo della proposta.
Concorrenza tra lo stato e forme di previdenza privata (banche ed assicurazioni) e tra privati, tutto a beneficio dei contribuenti.
L’INPS si sta mostrando un carrozzone inaffidabile che spreme i lavoratori autonomi con aliquote fino al 33% sul reddito, ma che non è più in grado di garantire nulla. Molti economisti annunciano una bomba sociale di qui a pochi anni. Annunci e conti non collimano con la legittima aspettativa dei contribuenti ad una pensione dignitosa, occorre sganciare tutti dal monopolio INPS.
Stiamo anche pensando di organizzare una grande manifestazione di piazza dei contribuenti italiani. Ce ne fu una soltanto in Italia, nel 1986, ma la situazione non è certo migliorata.
Una mobilitazione contro un’imposizione fiscale totale (Total Tax Rate) da record mondiale al 68,5% e contro i metodi di riscossione anticostituzionali utilizzati dal fisco.
Una grande iniziativa per restituire rispetto e dignità ai contribuenti italiani e, aggiungo, anche per conferirgli il ruolo che meritano nella gestione del potere. Perchè continuare ad esser sudditi e vacche da mungere dell’apparato statale, parastale e parassitario?

Come giudichi, allo stato attuale, la reazione e l’interesse che i partiti ed i corpi intermedi della società hanno profuso per sostenervi in queste sacrosante battaglie di civiltà giuridica e civile?
Finora abbiamo registrato un sostegno importante e totale del Tea Party Italia, sull’abolizione del “solve et repete” Rete Liberale e Alleanza dei Contribuenti sono con noi.
Per quanto riguarda i partiti politici la mia militanza nell’area liberale del centrodestra mi ha consentito di suscitare un interesse in quel campo – ho partecipato a degli incontri ai quali sono stato invitato ad illustrare le nostre proposte – ma non ho ancora avuto modo di parlare con il presidente Berlusconi che ritengo, ancora oggi, il leader di quello schieramento politico.

Non accettiamo risposte diplomatiche e sappiamo che non sono da te …
Solo l’incontro con Berlusconi potrà essere chiarificatore per noi su quale ruolo il centrodestra vorrà giocare nella difesa dei diritti del contribuente. Certo non possono aspettarsi da noi deleghe in bianco. Le politiche fiscali di Tremonti, anche con l’appoggio della Lega, hanno contribuito a mortificare i diritti del contribuente produttivo italiano, non certo a difenderli o ad aumentarli. Del resto dall’altra parte c’è il Pd e la sinistra che sono sempre stati culturalmente avversi a chi produce, ma il centrodestra non può cullarsi su questo e deve mettere in campo idee forti, tornare sui propri passi, ammettere gli errori fatti e porvi rimedio con proposte concrete e immediatamente realizzabili.

Veniamo al Governo. Dopo un anno e mezzo Renzi si è accorto di dover abbassare le tasse e annuncia 50 miliardi di euro di taglio delle stesse, da qui alla fine della legislatura. A che gioco sta giocando secondo te il Presidente del Consiglio? Sta solo cercando di prepararsi il terreno comunicativo per terminare tranquillamente la legislatura? cosa ne pensi del suo operato?
Premesso che il taglio dell’Irpef e delle aliquote sui contributi previdenziali lo ha annunciato per il 2018, il che mi fa pensare che sia più una manovra per suscitare speranza e attesa che una reale volontà di tagliare le tasse, noi registriamo oggi quello che realmente accade.
Cottarelli, che si stava occupando di tagliare la spesa pubblica improduttiva, le società partecipate a vario titolo da regione, province e comuni e tutti gli enti pubblici dipendenti, è stato gentilmente messo alla porta.
Nella delega fiscale leggo di provvedimenti lunari circa la tassazione dei prelievi bancomat non giustificati. Questa roba è incostituzionale e non credo verrà approvata, ma come il “solve et repete” dà la misura della considerazione di questo governo per chi produce in Italia.
In sintesi il presupposto è che i soldi che hai in banca che, per inciso, sono già stati tassati, non siano i tuoi e che quindi tu debba giustificare come li spendi. Una follia tipica da regime di polizia tributaria.
Il fisco italiano considera i contribuenti produttivi non come coraggiosi capitani d’impresa – micro-piccola o media che sia – ma degli evasori da spiare e da perseguitare, ecco perché ora dobbiamo alzare la testa e reagire.

Invece sull’operato di chi dovrebbe rappresentare un’alternativa concreta all’attuale maggioranza di governo? Cosa faresti al posto di uno dei leader attuali di un centro-destra in cerca di autori?
Non credo che si possa continuare con sparate demagogiche sul “no euro” o sollecitare solo i bassi istinti. L’elettorato di centrodestra, per quanto spaesato, sa ragionare e non credo si fidi di chi sa solo urlare. Sul fronte italiano partirei dalla difesa dei diritti del contribuente contro l’oppressione fiscale e burocratica, ma lo farei sul serio. Ad esempio sostenendo la nostra proposta di abolizione del “solve et repete”, anzichè utilizzare la leva populista contro equitalia. Sarebbe un segnale concreto, immediatamente percepibile da tutti i contribuenti. Il potere debordante all’Agenzia delle Entrate e all’ente riscossore è lo stato italiano con le sue leggi che glielo ha conferito, quindi sono le leggi che vanno cambiate.
Noi non ci facciamo illusioni, continuiamo ad impegnarci giorno per giorno e non deleghiamo.

Cristiano Mario Sabbatini | luglio 30, 2015 alle 5:40 pm | Categorie: Politica ed Economia | URL: http://wp.me/p3RTK9-9Nn

Prosegui la lettura »

L’omosessualismo e i “diritti umani” di Obama: due pesi e due misure

Uhuru_Kenyatta_Obamas_omosessualismo

Che il Presidente Obama sia un paladino della cultura della morte e dell’omosessualismo si sa.

Che gli USA siano protagonisti del colonialismo ideologico che concede aiuti ai Paesi in difficoltà in cambio di legislazioni e politiche abortiste, antinataliste e omosessualiste è detto e risaputo (da chi lo vuol sentire e sapere).

Oppure non possiamo non notare una certa schizofrenia, contraddittorietà, un certo doppiopesismo: perché il Presidente Obama e gli Stati Uniti d’America non invitano al perseguimento di certe politiche omosessualiste Governi come quello dell’ Iran o di un alleato storico come l’Arabia Saudita? I diritti umani delle donne e dei Cristiani – in quei paesi – non sono diritti umani?

Viceversa è molto bravo, Obama, a far certe richieste ai Governi dei Paesi dell’Africa più o meno nera, ma che comunque hanno bisogno degli aiuti dell’Occidente.

Qualcuno, però, ha dimostrato dignità e spina dorsale, nel recente summit africano, davanti al Presidente degli USA: “Questione che neanche si pone”, ha risposto il capo del Governo del Kenya, Kenyatta, alle pretese omosessualiste del suo omologo americano.

Ecco come ha scritto sull’Occidentale, l’altro giorno, Assuntina Morresi.

“…Un vero schiaffo in faccia al presidente americano, che ha chiesto diritti per i gay in Kenya, dove, come purtroppo avviene in molti paesi del mondo, i rapporti omosessuali sono puniti con la galera.  Non ci ha fatto una gran figura, Obama.

 

… Ma, come abbiamo detto, Obama non intende davvero aprire un confronto sui “diritti umani”. Se davvero volesse combattere contro le discriminazioni nei confronti dei gay, dovrebbe inserire questo tema nella sua agenda politica sempre, con tutti i governi stranieri, e non solo con quelli che lo accolgono con parate trionfali.

E dovrebbe parlare contro tutte le discriminazioni e le oppressioni, per la libertà degli omosessuali, ma anche delle donne, e in primo luogo delle minoranze religiose. Si sa che ormai nel mondo la persecuzione contro i cristiani è diventata massiccia e terribile: le statistiche dicono che muore un cristiano ogni 4 o 5 minuti.

Ma in questo campo Obama non è credibile, perché le sue esternazioni sono rare e poco convinte: contro il rapimento di duecento ragazze da parte dei fondamentalisti islamici di Boko Haram, per esempio, la Casa bianca se l’è cavata con un tweet, che non era nemmeno del presidente ma di sua moglie…”

Redazione

Prosegui la lettura »

Per Amnesty International la prostituzione è un diritto umano

luglio 30, 2015 Leone Grotti

Settimana prossima, la potente Ong approverà una proposta secondo la quale chi vieta la prostituzione «viola i diritti umani di chi vende prestazione sessuali»

prostituta-shutterstock_220778029

La settimana prossima si terrà il consueto biennale International Council Meeting di Amnesty International, durante il quale la famosissima Ong farà approvare ai suoi membri una proposta rivoluzionaria: riconoscere la prostituzione come diritto umano. Potrà sembrare incredibile, ma è proprio così.

CONDIZIONE DEGRADANTE. Siamo sempre stati abituati a pensare che la prostituzione fosse una condizione degradante per la donna, che nella quasi totalità dei casi è costretta a finire sulla strada. Anche nei bordelli olandesi e tedeschi, dove la pratica è legalizzata, il 75 per cento delle donne è vittima della tratta di esseri umani. Non proprio una bella cosa, senza considerare poi che una volta legalizzata la prostituzione, è molto difficile distinguere tra le vittime della tratta e chi si dedica all’attività “volontariamente”.

SEX WORK. Ma dalla proposta di Amnesty International si scopre che non è così. Il termine “prostituzione”, intanto, deve essere sostituito con il più soft “sex work”, lavoro sessuale. Vietare o addirittura criminalizzare il “sex work” «viola i diritti umani di chi vende prestazioni sessuali» e aumenta di conseguenza «l’oppressione, la discriminazione, la marginalizzazione e la violenza» nei loro confronti.

«NO ALLO SFRUTTAMENTO». Ovviamente la ricchissima Ong continua a opporsi «al lavoro forzato e al traffico di esseri umani (incluso quello per motivi di sfruttamento sessuale)», nonché allo «sfruttamento sessuale dei minori», ma che cosa ha a che fare tutto questo con la prostituzione, o meglio con il «lavoro sessuale»? Niente, sempre secondo Amnesty International.

Prosegui la lettura »

Gay Pride: accoltellate 6 persone, arrestato un ebreo ortodosso che aveva colpito nel 2005

Due sono gravi, il presunto aggressore era appena uscito di prigione

di Redazione Online

Sei partecipanti al Gay Pride di Gerusalemme sono stati accoltellati durante la manifestazione. Due delle vittime, un uomo e una donna, sono in gravi condizioni. «L’uomo con il coltello è spuntato dal nulla saltando il cordone di polizia. C’era tanto sangue ed è stato così veloce che non siamo riusciti neanche a vedere l’aggressore», ha raccontato un testimone. Il suono delle sirene e delle ambulanze ha subito fermato la musica e in pochi minuti il clima di festa si è trasformato in rabbia: «Gli omosessuali non possono vivere in sicurezza in questa città», hanno urlato indignati i partecipanti alla marcia a cui stavano partecipando circa duemila persone

Arrestato un ebreo ortodosso: aveva già colpito nel 2005

Un ebreo ultraortodosso è stato arrestato dalla polizia in relazione all’aggressione, avvenuta lungo la Keren Hayesod Street: come confermato dalla polizia israeliana, si tratta di Yishai Schlissel, lo stesso uomo che dieci anni fa assalì la medesima manifestazione a Gerusalemme ferendo tre persone. Era stato rilasciato tre settimane fa dopo aver scontato dieci anni di carcere, sui 12 a cui era stato condannato. I portavoce della polizia hanno spiegato che le forze per proteggere il corteo erano state dispiegate in modo massiccio. Shlisel è riuscito comunque a nascondersi in un supermercato sul lato della strada, si è intrufolato nel caos e ha estratto l’arma da sotto il pastrano nero. È stato fermato dagli agenti e dai manifestanti.

La lettera

Da giorni sul web circolava una lettera, scritta a mano, con la sua firma. Ancora non è chiaro se sia autentica. Il testo comunque appare molto esplicito: «Di nuovo quegli scellerati vogliono organizzare una marcia nella città del Re di tutti i Re. Vogliono profanare il suo Tempio. Vergogna. È dovere di ogni ebreo impedire tale sacrilegio, anche a costo di percosse o di arresti».

Netanyahu: «Evento molto grave»

L’attacco «è un evento molto grave. I responsabili saranno puniti con rigore», ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu. «Le libere scelte di ciascun individuo sono uno dei valori base in Israele. Dobbiamo far sì che tutti in Israele possano vivere in piena sicurezza, quali che siano le loro scelte».

 

Prosegui la lettura »

Vivono da 5 anni in una capanna a Udine dopo aver perso il lavoro

CARROZZIERE

La storia di Loris e Giorgio, un carrozziere e un cameriere che si aiutano a vicenda. Vivono in una struttura in mezzo ai campi ai Rizzi. Ieri l’incontro con l’assessore

loading

UDINE. Stoviglie rabberciate spuntate fra i rifiuti, vecchi mobili recuperati dalla discarica e fogli di cellophane infilati fra gli interstizi delle assi di legno per fermare le raffiche di vento e la pioggia. Il mondo di Loris e di Giorgio è tutto lì. In una capanna, ammobiliata con pezzi di scarto, in mezzo ai campi di mais, che si affaccia sullo stadio Friuli ai Rizzi.

Va così da cinque anni, cioè da quando quella capanna che si regge in piedi a malapena è diventata l’alternativa alla panchina del parco o alla strada. Un posto dove nemmeno ai gatti è possibile vivere, tant’è che quelli che ci vivevano sono stati prelevati dal personale dell’Azienda sanitaria, perché si trovavano in un ambiente insalubre e non avrebbero potuto vivere in quelle condizioni igieniche.

Loris e Giorgio, però sì assieme ai topi. E così ieri si sono presentati in Comune davanti all’assessore ai diritti e all’inclusione sociale Antonella Nonino, per avere una casa degna di questo nome e un lavoro. «Uno qualunque» hanno scandito all’unisono con il tono di chi non pone alcuna condizione.

Perché oltre alle storie dei profughi, anime in fuga dalla disperazione che arrivano da lontano, di persone allo stremo ce ne sono tante, anche fra gli udinesi.

Come Giorgio Gabai, 48 anni. «Facevo il carrozziere a Tavagnacco – racconta – poi il titolare della ditta in cui lavoravo è morto e ho perso il lavoro. Da allora sono passati cinque anni e le cose sono precipitate – sono rimasto indietro con le mensilità dell’affitto e ho subito le sfratto, poi ho trovato un lavoretto per le Poste, trasportavo materiale con il loro furgone per 350 euro al mese. Sono finito per strada, e siccome non avevo un posto in cui trascorrere la notte, ho cominciato a dormire nel furgone».

In quel periodo Giorgio ha conosciuto Loris Bez, 45 anni udinese con una lunga esperienza come cameriere. «Ho lavorato all’Executive, poi ho perso il lavoro e anche la casa, così mi sono ritrovato a dormire sulle panchine al parco del Cormor – ripercorre Loris –. Ci sono rimasto per un anno e mezzo, quando faceva tanto freddo mi avvolgevo nei teli di nylon e cercavo di tirare avanti».

È così che Loris e Giorgio sono diventati amici e hanno cercato di sorreggersi a vicenda, dormendo in quel furgone per un anno. Fino a quando sono stati scoperti e, assieme al furgone, è sparita anche l’unica fonte di sostentamento di Giorgio: il lavoro alle poste.

Senza casa, lavoro e reddito, si sono ritrovati di nuovo per strada. Finchè è spuntata quella catapecchia, sorretta da assi di legno sghembe in mezzo ai campi. Niente acqua. Niente elettricità. Niente di niente.

Ma finalmente avevano un tetto. La proprietaria, un’anziana udinese, ha capito la situazione e ha chiuso un occhio.

«Ci siamo arrangiati ad arredarlo con quello che trovavamo in discarica – raccontano – la gente butta via di tutto, anche roba seminuova, basta arrangiarsi un po’ e si sistema». Così sono spuntate sedie, tavoli, scaffali, anfore e pitali.

A loro si sono aggregati due gattini, che per qualche tempo hanno vissuto nella capanna. «Un giorno, mentre non c’eravamo, ce li hanno portati via perché la sistemazione non aveva i requisiti igienici necessari per gli animali domestici» commenta amaro Giorgio.

Loro due però sono rimasti e quel posto è diventato una casa. Certo, gli inverni sono rigidi nella capanna, specie se per lavarsi bisogna usare l’acqua di un catino e per scaldarsi bisogna bruciare bancali. Racimolare qualcosa per mangiare poi è ancora più difficile. Va avanti ormai da un quinquennio, ma non può continuare per sempre.

Prosegui la lettura »

Schio, così il Comune ha mandato i profughi in villeggiatura

Il Comune di Schio accetta l’arrivo di oltre 40 profughi. Metà di questi però sono scappati e non si sa più nulla di loro

Sono quasi 1000 i profughi che arriveranno nel Vicentino. Basta confrontarsi con la gente comune di quelle terre per percepire il timore che si prova nei confronti di quella che rischia di essere una vera e propria invasione.

Già a luglio 2014, Il Giornale di Vicenza lanciava l’allarme: i profughi raddoppieranno. Una profezia azzeccata solo a metà perché i numeri parlano chiaro e mostrano come i profughi che stanno arrivando in queste terre siano in realtà molti di più.

Il sindaco di Schio, Valter Orsi, ha dato per esempio la disponibilità ad accogliere 40 profughi che sono stati ospitati all’interno dell’ex colonia alpina “Città di Schio” di Valli del Pasubio. Da qui, una ventina di immigrati, come riporta Il Gazzettino, “si sono dileguati a piedi verso Valli o Rovereto, senza lasciare traccia“. Di loro non si è più riusciti a sapere nulla. Dove siano finiti nessuno lo sa. L’ex colonia si trova in una zona privilegiata, nei pressi del Pian delle Fugasse, nel Comune di Valli del Pasubio. Qui, spesso, le colonie di bambini vengono a fare picnic. Le mamme di questi bambini sono parecchie preoccupate e non hanno mancato di segnalare le loro perplessità alle autorità.

 

Ciò che le amministrazioni del Vicentino non riescono a comprendere, al di là delle buone intenzioni, è che i cittadini non sono più in grado di sostenere questa situazione. C’è chi teme per la propria salute e chi è preoccupato delle fughe dei disperati. Alex Cioni, portavoce di “Prima gli italiani” è pronto a dare battaglia con manifestazioni pubbliche a favore di quei cittadini di Schio che non riescono più a sopportare questa situazione.

Prosegui la lettura »

Verdini passa a sinistra e incassa 590mila euro

Presentato il nuovo gruppo al Senato: intascherà un super contributo L’ex azzurro promette: “Mai nel Pd”. Prime divisioni sull’ok al ddl Boschi

Il reclutamento di Denis Verdini non va oltre le previsioni. Alla fine, dopo una lunga gestazione, l’ex coordinatore del Pdl raggiunge la soglia minima dei dieci senatori, convoca una conferenza stampa alla Sala Nassirya, formalizza l’addio a Forza Italia e presenta il gruppo «Alleanza liberalpopolare – Autonomie».

Non c’è spazio per il sentimento. «Il divorzio da Berlusconi? Fa male, ma me lo tengo dentro». Per il lancio del nuovo soggetto si punta molto sull’acronimo che i colleghi di avventura considerano beneaugurante: «Ala». Antonio Scavone fa la battuta più attesa: «Ci farà volare», dice, mentre il medico (e neo capogruppo) Lucio Barani dà una lettura «scientifica»: «Nel nostro gergo specialistico «Ala» sta per Acido linoleico, che è importante per il sistema nervoso centrale e così speriamo che anche il nostro gruppo risulti importante per la democrazia e le istituzioni». Il portavoce Vincenzo D’Anna, però, lo stoppa e gli rinfaccia con ironia: «Ma se da buon socialista non hai mai lavorato in vita tua…».

Al netto dei propositi bisogna fare i conti con i numeri e con le posizioni politiche. Il gruppo di soccorso azzurro a Matteo Renzi e alla sua maggioranza ballerina al Senato ottiene l’adesione, oltre a Verdini dei già citati Barani, Langella e D’Anna, anche del toscano Riccardo Mazzoni, di Eva Longo, Giuseppe Compagnone, Ciro Falanga, Riccardo Conti, e Antonio Scavone. I forzisti (o almeno quelli ancora iscritti al gruppo di Forza Italia) sono solo due. Pertanto la perdita per il bilancio azzurro è di 118mila euro l’anno sotto forma di contributo annuale legato al numero delle adesioni. Verdini potrà mettere a bilancio circa seicentomila euro. Per il gruppo alla Camera «si vedrà a settembre».

Sul fronte politico bisogna fare i conti con posizioni interne tutt’altro che univoche. «Il ddl Boschi va approvato così com’è e se non venisse approvato si ritorna nel pantano» dice Verdini. D’Anna, però, non esita a puntualizzare, essendo sempre stato contrario a questa riforma: «Io non la voterò». Verdini ci tiene a far sapere che non entrerà mai nel Pd. «Tranquillizziamo la sinistra Pd, non vogliamo entrare in quel partito che ha luci e ombre… Se avessi voluto – ricorda Verdini – da toscano l’avrei fatto in età giovanile» ma lui mai avrebbe tifato «Urss contro l’Italia» come facevano in certi bar delle zone sue, dove peraltro tra Mennea e Valery Borzov i rossi preferivano l’ucraino sotto le mitiche insegne CCCP. Le implicazioni future di questa scelta non vengono, però, negate neppure dagli stessi verdiniani che non escludono una futura confluenza in un unico gruppo con Ncd e Scelta Civica.

Verdini chiarisce gli obiettivi della nuova formazione politica: «Vogliamo portare a termine la legislatura costituente volta a dare una cornice moderna all’impianto istituzionale dello Stato». E ancora: «Poi c’è una prospettiva politica che è nelle cose e che ritiene che l’area moderata sia il centro del Paese. Il centro determina sempre la vittoria dell’una o dell’altra parte ma per determinarla deve avere la libertà di potersi muovere senza pregiudizi e realizzare le riforme con una maggioranza allargata significa dare stabilità agli elettori». E sulle riforme aggiunge: «Nella nostra componente c’è chi ha votato le riforme e c’è chi no ed è libero di mantenere questa posizione».

Verdini si sofferma poi sul suo rapporto con Silvio Berlusconi: «Come tutti gli strappi addolora e fa male. Quando non ci sono identità di vedute nessuno finisce o muore, uno vede le cose in maniera diversa. Ho una grandissima lealtà che mi lega a Berlusconi ma vediamo le cose in maniera diversa. Lui è sempre stato in questi 20 anni lungimirante. Come tutti gli strappi fanno male, il dolore uno se lo tiene e tira fuori l’ottimismo. Eravamo a disagio nei gruppi dove avevamo militato. La nostra storia legata a Berlusconi è straordinaria. Non ne vogliamo parlare, parliamo di quello che facciamo».

Prosegui la lettura »