La nuova “messa”, i nuovi preti e i nuovi vescovi non sono validi

MESSA ANTICA
Una spiegazione semplice ed efficace sull’invalidità della nuova “messa” cui va aggiunta la lettura del “Breve esame critico del Novus Ordo Missae” e dei sacramenti dell’ordine sacerdotale e della consacrazione episcopale. Ecco i motivi della drastica riduzione della visibilità della Chiesa:

di Padre Romualdo Maria Lafitte O.S.B.

 

Hanno cambiato le parole della Consacrazione. Invalidità della nuova messa.

“Non voglio dimostrarvi, ma mostrarvi” –Fellini.

 

Per fare il Sacramento c’è bisogno di 3 elementi: materia, forma, intenzione. Se cambia una delle tre, non c’è Sacramento. Diventa invalido, inesistente.

Col Decreto sui Giacobiti (Eugenio IV) e De Defectibus (San Pio V), la Chiesa definì la forma della Consacrazione in modo irriformabile: “Questo è infatti il Mio Corpo’ [Hoc est enim Cor- pus Meum] e ‘Questo è infatti il calice del Mio Sangue, del nuovo ed eterno Testamento; Miste ro della Fede, che sarà versato per voi e per molti in remissione dei peccati.” [Hic est enim Calix Sanguinis Mei, Novi et Aeterni Testamenti; Mysterium Fidei, qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum].   Se un’omissione o alterazione è compiuta nella formula di consacrazione che implichi un cam- bio di significato, la consacrazione è invalida”. Omettere la parola“ infatti”(enim) NON cambia il significato, ma cambiare “che sarà versato per voi e per molti”, SI! «Se 1 parte sostanziale del- la forma sacramentale è soppressa , il senso essenziale delle parole è distrutto e dunque il sa- cramento è invalido. » San Tomaso d’Aquino, Summ theol, III, q.60, a.8.

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Gender: la Basilicata dice no, trasversalmente (anche con voti PD)

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Avevamo scritto qualche giorno fa che in Regione Basilicata era stata presentata una mozione che esprime la contrarietà delle istituzioni regionali a che nelle scuole si attuino progetti educativi ispirati all’ideologia gender.

La signora On. Paola Concia, nella foto, era probabilmente presente anche alla votazione: non crediamo ne sia rimasta contenta. Infatti il Consiglio Regionale ha approvato la mozione con una maggioranza trasversale di persone evidentemente ragionevoli e di buon senso.

Il consigliere Aurelio Pace ha commentato: “Passata a maggioranza la mia mozione su “Ruolo della famiglia e teoria del gender”. 8 voti favorevoli (Pace (GM), Rosa (FDI), Napoli (FI), Mollica (UDC), Bradascio (PP), Spada (PD), Galante (RI), Castelgrande (PD), 6 contrari (Santarsiero (PD), Cifarelli -PD), Lacorazza (PD), Polese (PD), Perrino (M5S), Romaniello (GM), 1 astenuto (Giuzio -PD). Una grande vittoria. Noi ci crediamo”

Una mozione trasversale, redatta anche grazie alla consulenza esterna di ProVita, con cui la Regione Basilicata dimostra che anche nelle istituzioni il buon senso può prevalere sulle preclusioni ideologiche e sulla follia gender.

La mozione intende impegnare il Consiglio affinché nelle scuole di ogni ordine e grado in Basilicata:

«- non venga introdotta la “teoria del gender” e che venga rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario ai sensi dell’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dei decreti che riconoscono le scelte educative dei genitori (artt. 1.2, 3.3 e 4.1 del DPR 275/99, art. 3 del DPR 235/97, artt. 2.3, 2.6 e 3 del DPR235/2007 e il Prot. AOODGOS n. 3214 del 22.11.2012);

«- sia oggetto di spiegazione e di studio la ragione per la quale la nostra Costituzione, all’art.29, privilegi la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, della quale “riconosce” gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione;

«- si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue. In questo modo gli studenti impareranno anche che la madre e il padre, nella famiglia, ancor più che nel mondo del lavoro o in altri contesti, apportano la loro propria ed insostituibile ricchezza specifica;

«- si educhi al rispetto del corpo altrui ed al rispetto dei tempi della propria maturazione sessuale ed affettiva. Questo implica che si tenga conto delle specificità neurofisiologiche e psicologiche dei ragazzi e delle ragazze in modo da accompagnarli nella loro crescita in maniera sana e responsabile, prevedendo corsi di educazione all’affettività e alla sessualità, concordati con i genitori e non imposti senza alcuna informazione al riguardo e senza consenso esplicito e consapevole.»

Redazione

Ecco il testo completo della mozione:
Premesso che:
– la “Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (Costituzione italiana, art. 29);
– con l’espressione “società naturale”, i Padri costituenti, mediante la Carta fondamentale, hanno voluto chiaramente affermare che la famiglia è una realtà che preesiste al diritto, una oggettiva realtà che il diritto non crea;
– la famiglia è inequivocabilmente una realtà, un “elemento fondamentale” dell’organizzazione sociale e dell’esperienza umana;
– la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna rappresenta l’unica istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita;
– la “famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società” e, in quanto tale, “ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”, come stabilito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10.12.1948, art. 16, § 3);
– è compito della famiglia – “società naturale fondata sul matrimonio” fra un uomo ed un donna – trasmettere la vita, i valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo ed il benessere dei propri componenti;
– le istituzioni devono, perciò, provvedere allo stanziamento di fondi pubblici per garantire quanto finora premesso e non per, al contrario, finanziare programmi di indottrinamento che vanno contro il diritto stesso;
– non si ha intenzione di sollevare polemiche politiche bensì di sollecitare l’aula al rispetto, alla luce di quanto finora esposto, della vita umana, delle famiglie, dei bambini e, infine, del diritto.
Considerato che:
– ci troviamo, oggi e purtroppo, davanti ad alcuni interrogativi mai sorti prima poiché oggettivamente illogici ed anti-scientifici: Maschio o femmina si nasce o si sceglie di diventarlo? O, più in generale, che cosa è la persona umana? È una struttura dotata di una precisa identità sessuata, maschile o femminile, oppure è un’entità astratta, modellabile nel tempo in base al desiderio ed alla libera scelta dell’orientamento sessuale di un soggetto?
– è nostro dovere non glissare su tali pretestuosi interrogativi ma tutelare società, famiglie e bambini, preso atto dell’esistenza della “teoria del gender” che pone gli interrogativi su accennati e numerosi altri ancora;
– la “teoria del gender” afferma, infatti, che le differenze biologiche fra maschio e femmina hanno poca importanza e ciò che conta sarebbe il proprio “genere”, ossia la percezione che una persona avrebbe di sé;
– la “teoria del gender” vuole, come imposizione dall’alto, che tutti noi, compresi i bambini, non diciamo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento”;
– basti pensare che Simone de Beauvoir, ideologa del “genere”, pronunciò la famosa frase “donne non si nasce, lo si diventa”;
– tali teorie non sono solamente contrarie al diritto naturale (tutelato dalla Carta fondamentale secondo le intenzioni esplicite dei Padri costituenti), ma sono anche anti-scientifiche. L’umanità è sempre stata caratterizzata da un chiaro dimorfismo sessuale (differenza morfologica fra individui appartenenti alla medesima specie ma di sesso differente), maschio/femmina, il cui determinante biologico è rappresentato dal cromosoma Y: la sua presenza costruisce il maschio, la sua assenza realizza la femmina;
– la promozione della “teoria del gender” nelle scuole potrebbe essere attuata mediante progetti chiamati educativi, che vorrebbero promuovere codeste pretese per renderle invece “norma”;
– le famiglie ordinariamente non hanno neanche idea di cosa sia questa “teoria del gender” e di cosa si vuol insegnare, oggi ed in futuro, ai propri bambini, così sottoponendo, di fatto, genitori e figli ad un vero inganno voluto dalla disinformazione sull’argomento;
– in alcune scuole vengono proposte, e si vorrebbero imporre per legge, fiabe come “Perché hai due mamme”, “Perché hai due papà” o altre che promuovono apertamente la transessualità come “Nei panni di Zaff” o “Il bell’anatroccolo” che indirettamente invitano i bambini e gli studenti a “scegliere il proprio genere”, ignorando le proprie origini biologiche;
– questo tipo di insegnamento oggettivamente confonde e ferisce la crescita e l’innocenza dei bambini;
Bludental- il sesso rimanda a criteri biologici, ovvero tutte quelle caratteristiche anatomiche e fisiologiche che indicano se si è maschi o se si è femmine, mentre il “genere” sarebbe un costrutto psicologico che cambierebbe e si modificherebbe a seconda delle epoche e dei contesti culturali.
Ciò premesso e ciò considerato, i firmatari si impegnano affinchè nelle scuole di ogni livello e grado in Basilicata:
– non venga introdotta la “teoria del gender” e che venga rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario ai sensi dell’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dei decreti che riconoscono le scelte educative dei genitori (artt. 1.2, 3.3 e 4.1 del DPR 275/99, art. 3 del DPR 235/97, artt. 2.3, 2.6 e 3 del DPR235/2007 e il Prot. AOODGOS n. 3214 del 22.11.2012);
– sia oggetto di spiegazione e di studio la ragione per la quale la nostra Costituzione, all’art.29, privilegi la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, della quale “riconosce” gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione;
– si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue. In questo modo gli studenti impareranno anche che la madre e il padre, nella famiglia, ancor più che nel mondo del lavoro o in altri contesti, apportano la loro propria ed insostituibile ricchezza specifica;
- si educhi al rispetto del corpo altrui ed al rispetto dei tempi della propria maturazione sessuale ed affettiva. Questo implica che si tenga conto delle specificità neurofisiologiche e psicologiche dei ragazzi e delle ragazze in modo da accompagnarli nella loro crescita in maniera sana e responsabile, prevedendo corsi di educazione all’affettività e alla sessualità, concordati con i genitori e non imposti senza alcuna informazioni a riguardo e senza consenso esplicito e consapevole.

 

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Il settimanale “Oggi” pubblica la lettera di richiesta scomunica di Bergoglio

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Papa Francesco è scomunicato in quanto simpatizza per il comunismo. Ora aspettiamo un nuovo Conclave e un nuovo Papa

di Luciano Gallina

IL 18 LUGLIO 2015, è stata inviata questa lettera al Card. Gerhard Ludwig Müller presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede, chiedendo che venga dichiarata pubblica la SCOMUNICA LATAE SENTENTIAE di Jorge Mario Bergoglio, in considerazione del  decreto dal Santo Uffizio (scomunica comunisti e catto-comunisti.) del 1º luglio 1949, quindi “rinforzata” il 4 aprile 1959, con il decreto confermato da Giovanni XXIII DUBIUM.
Quindi la dichiarazione di SEDE VACANTE e la conseguente convocazione del Conclave.
Detta lettera è stata inviata per conoscenza anche a tutti i vescovi delle Diocesi d’ItaliaEminenza Reverendissima,
Nel Sito del Vaticano, alla pagina che riguarda la CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, trovo scritto l’origine e i compiti dell’Istituto.
Per il caso in oggetto trovo riportato quanto segue:
L’Ufficio Dottrinale si occupa delle materie che hanno attinenza con la promozione della dottrina della fede e della morale. A tale scopo:
– cura la preparazione di documenti dottrinali;
– interviene nei confronti delle posizioni difformi dall’insegnamento del Magistero;
– esamina gli scritti e le opinioni che appaiono contrarie alla retta fede;
– esamina sotto l’aspetto dottrinale i documenti degli altri Dicasteri;
– valuta le richieste di “nihil obstat” per le varie nomine ed onorificenze.
È ben nota la recente visita in America Latina di Jorge Mario Bergoglio, così come il regalo che il Presidente Boliviano gli fece: un oggetto rappresentante il simbolo comunista ossia, falce e martello, con il Cristo adagiato sul martello e come Calvario la falce.
I Cattolici Apostolici Romani sono edotti che chiunque, e in qualsiasi modo voti, collabori, simpatizzi, promuova, propaghi ecc. l’ideologia comunista, è SCOMUNICATO LATAE SENTENTIAE.
Tale Scomunica è stata decretata dal Santo Uffizio il 1º luglio 1949, quindi “rinforzata” il 4 aprile 1959, con il decreto confermato da Giovanni XXIII DUBIUM.
Inoltre, è scomunicato automaticamente con scomunica “latae sententiae”: chi è responsabile di apostasia, eresia e scisma (can. 1364 §1).
Considerato l’atteggiamento e le esternazioni espresse da Jorge Mario Bergoglio durante il ricevimento del crocifisso blasfemo, nonché le risposte alle domande poste dai giornalisti sull’aereo di ritorno a Roma, si può affermare che egli è SCOMUNICATO LATAE SENTENTIAE.
In tale situazione, ove Jorge Mario Bergoglio è scomunicato, decade ipso facto non solo come PAPA ma anche come membro del Corpo Mistico della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
Da parte del Collegio Cardinalizio manca solamente la dichiarazione di SEDE VACANTE e la conseguente convocazione del Conclave.
In attesa della dichiarazione e convocazione di cui sopra.
Sia Lodato Gesù Cristo

Cordialmente Luciano Gallina
Treviso

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No global e antifascista: ecco chi è davvero Nello K, il dj della strage contromano

No global e antifascista: ecco chi è davvero Nello K, il dj della strage contromano

No global e antifascista: ecco chi è davvero Nello K, il dj della strage contromano

L’ultima foto postata su Instagram è quella di Carlo Giuliani: «Non spegni il sole se gli spari addosso», scrive Nello K, che accompagna la frase con una serie di hashtag espliciti: #Acab #noglobal #policebrutality #pagheretecaro. In carcere, nella speranza che vi rimanga a lungo, Aniello Mormile, in arte Nello K, avrà modo di curare poco i social network ma dovrà fare i conti con quella tragica nottata nella quale lui, ubriaco, s’è fatto cinque chilometri contromano sulla Tangenziale di Napoli uccidendo un povero automobilista che gli arrivava contro e la fidanzata seduta accanto a lui. La follia di quel gesto non ha, non può avere, alcun colore politico. Ma è giusto che nel raccontare quella drammatica vicenda si racconti anche quel mondo aggressivo, di antagonismo e contrapposizione sociale, ideologica e perfino sportiva che Aniello Mormile frequentava. Un mondo che lui documentava sul web (sospeso il profilo personale su Fb, resta aperto quello come dj ), dalle ironie sui morti fascisti di Piazzale Loreto, alle trasferte con il volto coperto dalla sciarpa e l’hasthag #hooligans con il Quartograd, la squadra del quartiere Sanità che fa capo ai centri sociali (tutto ancora su Instagram, accounto Nellok3), fino alle foto di concerti di gruppi no global, alla manifestazione per Freedom Flottiglia e a una lunga serie di “rivendicazioni” di murales nelle gallerie di Napoli. No, la politica non c’entra. Ma è giusto raccontare tutto, come si farebbe se quel ragazzo avesse frequentato altri ambienti politici.

Dalla guida contromano al silenzio assoluto

Gli investigatori della Polizia Stradale di Napoli che indagano sul gravissimo incidente provocato all’alba di sabato scorso sulla tangenziale di Napoli dal dj di 29 anni Aniello Mormile – nel quale sono morte la fidanzata, Livia Barbato, di 22 anni, e un uomo di 48 anni, Aniello Miranda, che stava andando al lavoro – stanno cercando di ricostruire le ore precedenti alla tragedia per individuare elementi utili a luce sull’accaduto. Mormile, quella tragica mattina, ha fatto inversione a “U” sulla tangenziale e percorso ben cinque chilometri contromano, molti dei quali a fari spenti, con la sua Renault Clio, prima di scontrarsi frontalmente con la Fiat Panda guidata da Miranda. Intanto si attendono i risultati degli esami tossicologici che dovranno rivelare se Mormile avesse, o meno, assunto sostanze stupefacenti. Il dj, di sicuro, era ubriaco quando ha effettuato la paurosa manovra, così come risulta dagli esami eseguiti sul posto. L’uomo è ricoverato nell’ospedale San Paolo di Fuorigrotta per una duplice frattura. Ieri è stato sottoposto all’interrogatorio di garanzia durante il quale si è avvalso della facoltà di non rispondere. È accusato di duplice omicidio volontario.

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La dominazione islamica in Sicilia; quale civiltà?

        SICILIA ISLAMICA

Brevi considerazioni su un diffusissimo luogo comune Giuseppe Provenzale* – “Sicilia erit in desolationem et qui habitant in ea in occisionem et captivitatem ducuntur”. (Metodio di Patara) – Chi, provvisto di una cultura scolastica anche superiore alla media, fosse alla ricerca di un esempio storico paradigmatico della possibile coesistenza tra islamici e cristiani pensere, universalmente descritto quale modello perfetto di un lungo periodo, oltre duecento anni, di incivilimento e prosperità? Nessuno sembra avanzare dubbi in proposito, i cori sono unanimi, eppure, anche in questo caso, abbandonando strade percorse seguendo cammini che altri hanno già acriticamente intrapreso e quindi, fuor di metafora, approfondendo un tantino l’argomento, assistiamo al frequente prevalere in superficie di un abbondante galleggiare di luoghi comuni, generati dagli storici ma tramutatisi nel tempo in certezza popolare. Accostandosi però alla materia, dotati dell’agile bagaglio del buonsenso e di un po’ di logica e conoscendo un minimo i caratteri dell’islam di ieri e di oggi, credo che sia naturale iniziare ponendosi alcune semplici domande: come mai, solo in Sicilia, gli arabi avrebbero tollerato? Perché l’isola al centro del Mediterraneo li avrebbe indotti a non comportarsi come invece fecero in Africa o come faranno i turchi in Asia Minore e in Grecia? Come mai un popolo rude d’origine nomade e beduina, che Maometto aveva non da molto trasformato in una feroce e fanatica orda guerriera decisa a sottomettere o a sterminare gli “infedeli”, avrebbe seguito nella patria dello scrivente metodi così differenti, generando addirittura un modello di straordinaria civilizzazione, una sorta di magnifico (e progressivo?) “laboratorio della multiculturalità”? Il sentiero maieutico del resto non ci vedrebbe solitari pellegrini e la compagnia non sarebbe sospettabile di simpatie “cattolico-integraliste”; lo storico tedesco protestante Ferdinand Gregorovius e il liberal-massone Michele Amari, massima autorità sull’argomento che pur preferendo le testimonianze dei vincitori non nasconde affatto molte sgradite verità, relativamente a questo speciale percorso, potrebbero tranquillamente accompagnarci, fugando in tal modo i dubbi anche dei più ferventi sostenitori di un’analisi storica che avesse come limite invalicabile la frontiera del politicamente corretto, limite che sarò ben lieto di oltrepassare, ma, si sa, è meglio farlo in compagnia di insospettabili, quanto occasionali, compagni di viaggio. Il giudizio del Gregorovius appare a questo proposito, pur essendo pronunciato nel 1875, straordinariamente controcorrente, forse perché ispirato a quel semplice ragionare secondo logica che l’uomo colto dotato di buon senso non può esimersi dall’utilizzare: “Storici italiani si compiacciono oggigiorno con una certa predilezione romantica del periodo arabo in Sicilia. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi laggiù fu diverso da quello dei selvaggi Stati africani ? I saraceni furono perlomeno tanto incapaci di creare, in Sicilia e in Calabria, una nuova e significante cultura per l’Occidente, quanto non lo furono i turchi in Asia Minore e in Grecia. Essi vi distrussero, cosa deplorevolissima, i resti del mondo antico; con i conventi che misero a fuoco scomparvero anche numerosi tesori letterari dell’antichità”(1). D’altra parte nell’876, vent’anni prima della definitiva resa bizantina, in una lettera all’Imperatore Carlo il calvo, il Papa Giovanni VIII così si esprimeva: “…corrono la terra come locuste ed a narrare i guasti loro sarebbero necessarie tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne sono diventate deserte, luogo di belve, rovinate le chiese, uccisi o imprigionati i sacerdoti, condotte in schiavitù le suore, abbandonate le ville…” CENNI STORICI Se le parole del Pontefice si riferiscono alla fase della conquista, non molto diversa, è bene precisarlo, da ciò che era avvenuto fin dal 652 anno in cui l’isola divenne oggetto per la prima volta dell’interesse dei predoni maomettani, a tutti tristemente noti come pirati crudeli e mercanti di schiavi, quelle scritte dallo storico tedesco tracciano un bilancio sintetico e definitivo della grande “civiltà”che molti non si stancano, ancora oggi, di celebrare. Ma per riuscire a realizzare il magnifico arazzo della mitezza islamica in Sicilia in modo credibile è necessario, per cominciare, ignorare del tutto, o quantomeno minimizzare, le brutalità commesse dai seguaci del profeta a cominciare dalla fase della conquista e poi durante i primi ottant’anni caratterizzati dal dominio della dinastia Aghlabita, regnante in Tunisia e in Africa Minore. Si trattò di un lungo periodo (827-912) di spietata oppressione in cui non mancarono le forzate apostasie, i martirii e gli esodi. Esemplari appaiono le vicende del siracusano Niceta di Tarso e del basiliano palermitano san Filarete. Il primo, refrattario oppositore del profeta di Allah e dei suoi amabili seguaci, catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e sventrato, gli venne poi strappato il cuore per essere finito a morsi e lapidato con inaudito furore. Non molto diversa fu la sorte toccata al secondo martire; fuggito dall’isola, con altri monaci, per rifugiarsi in Calabria, san Filarete cadde in mani saracene subendo atroci torture e venendo infine decapitato, anche la sua storia testimonia, sia nella fuga, evidentemente non si fidò della oggi conclamata tolleranza degli arabi di Sicilia, che nel martirio, di che natura fosse la cosiddetta civiltà islamica. La successiva egemonia della dinastia sciita Fatimida (912-948) non mutò nella sostanza la durezza dell’oppressione musulmana, pur acquisendo una certa indipendenza dall’Africa, la Sicilia mantenne la condizione, non certo privilegiata, di ”territorio di guerra” e, come per evidenziare la profonda distanza fra arabi e siciliani, nel 937 i Fatimidi edificarono a Palermo un quartiere fortificato, una vera e propria cittadella (l’Halisah – l’eletta, odierna Kalsa) simbolo inequivocabile della loro condizione di “eletti” occupanti una terra abitata da “infedeli” che gli adoratori di Allah non avevano alcuna intenzione di integrare. La crudeltà di quest’ultima amministrazione non mancò di suscitare numerose rivolte che vennero ferocemente soffocate. E’ ora giunto il momento di parlare del periodo che gli storici islamico-entusiasti eleggono specialmente a modello perfetto delle magnifiche sorti occorse alla Sicilia e ai siciliani durante la dominazione mussulmana: il governo degli emiri Kalbiti (948-1040), ultima fase dell’occupazione dei discendenti di Ismaele. Gli eventi in Africa, la capitale divenne Il Cairo (972) e la provincia siciliana passò alle dipendenze dell’Egitto, determinarono un mutamento nello status amministrativo dell’isola che divenne “territorio dell’islam”abitato anche da “infedeli protetti”, questi ultimi dipendevano ora prevalentemente dall’autorità islamica locale che aveva ottenuto una notevole autonomia dal potere centrale; i dominatori iniziarono quindi a comportarsi come principi di una terra propria e non più, come avevano fatto i loro predecessori, come governatori di una provincia sita in territorio di guerra. Ma, nonostante ciò, l’”infedele”rimase un nemico e le condizioni della Sicilia non furono dissimili da quelle di altri territori soggetti agli arabi, dove il legame contrattuale cui gli infedeli protetti erano sottoposti (Dhimma) prevedeva pesantissime limitazioni, tra cui il rifiuto, sancito dalla giurisprudenza maomettana, di accordare ai non islamici il diritto di testimonianza nei dibattimenti, motivato dalla natura perversa e menzognera dell’”infedele”che persisteva deliberatamente nel negare la superiorità musulmana. Dopo il mille, infine, l’autorità degli emiri kalbiti venne messa in discussione, d’altra parte gli arabi non raggiunsero mai una vera unione, nonostante l’islam, a causa di rivalità religiose ed etnico-tribali, e la fine dei Kalbiti, coincidente con una grande offensiva bizantina (1038-1040), inaugurò aspre lotte per la successione tra i signori islamici locali. Fu proprio uno di essi a chiedere aiuto ai Normanni i quali, col consenso di Papa Niccolò II, avviarono dopo il 1060 la definitiva riconquista cristiana. APARTHEID VERSO GLI “INFEDELI” Ma, ad onor del vero, anche leggendo fra le righe di alcune opere apologetiche dell’araba mitezza in Sicilia, qualche ammissione affiora: “…la popolazione soggetta soffriva di alcuni svantaggi”(2), ci fa sapere Mack Smith, e il professor Gatto precisa che “Certo, però, la loro [ di cristiani ed ebrei ] condizione era di inferiorità giuridica[…]rispetto a quella degli islamiti…”.(3) Vale la pena indagare allora su questi “svantaggi”e approfondire quali fossero le conseguenze della suddetta “inferiorità giuridica”, realtà di fronte alle quali troppo spesso gli storici hanno preferito chiudere entrambi gli occhi, iniziando con l’evidenziare l’oppressiva pressione fiscale a cui gli abitanti dell’isola erano sottoposti. Tanto per cominciare parliamo del testatico; la Djizya, da alcuni definito “un assai mite tributo”(4), era una tassa pagata per sfuggire all’apostasia che veniva riscossa seguendo un umiliante cerimoniale nel corso del quale il tributario cristiano veniva colpito alla testa o alla nuca; c’era poi il Kharadj, un’ imposta fondiaria, essa costringeva i proprietari siciliani a corrispondere alla comunità islamica un tributo per potere usufruire della propria terra ora acquisita dai nuovi padroni, che si caricava di una simbologia sacra, rappresentando il diritto inviolabile concesso da Allah ai conquistatori del suolo nemico. Riguardo poi alla presunta autonomia di cui godevano i centri urbani tributari, valga per tutti l’esempio della Val di Noto in cui le cose andavano così: “…autonomia e tranquillità dietro il pagamento di una “tangente”almeno fino a quando le popolazioni non passarono all’islam, magari sperando in condizioni più favorevoli…”,(5) perdendo così anche tali “vantaggi”fino a quando, fra il 962 e il 965, la categoria di tali centri autonomi scomparve del tutto. Ma, tra gli “svantaggi” cui alludeva Mack Smith, non vanno dimenticati i segni di riconoscimento sulle case e sui vestiti, il divieto per i cristiani di portare armi, andare a cavallo, sellare i propri muli o allevare maiali e l’obbligo di alzarsi se un musulmano entrava in una stanza o quello di cedergli il passo se lo si incrociava per via. Piccole e grandi discriminazioni che non risparmiavano le donne cristiane, già inferiori in quanto tali, a cui non era consentito l’accesso ai bagni in presenza di musulmane. Si trattò di un impero di eletti tra gli “infedeli”, un’autentica segregazione etnico-religiosa che si concretizzava in una serie di innumerevoli mortificanti proibizioni che riguardavano gli aspetti più svariati dell’esistenza dei cristiani anche a Palermo, nuova capitale dell’isola, comunemente ritenuta modello inimitabile di multiculturalità ante-litteram. Nella “splendida capitale delle cinquecento moschee”, immagine che dovrebbe esaltare solo i seguaci del profeta e non, come purtroppo accade, anche molti nostri correligionari, centinaia di chiese furono profanate e distrutte per essere trasformate in templi islamici. Anche l’antica Cattedrale subì questa sorte sacrilega e ogni venerdì, a scanso di equivoci, vi si celebrava il trionfo di Allah su Cristo. Le chiese cristiane, ormai presenti solo in luoghi non visibili agli occhi dei buoni musulmani, potevano essere riparate ma non era consentito edificarne di nuove, né era permesso che si suonassero le campane o che si portasse il Crocifisso, od ogni altro oggetto di culto, in processione. Un altro divieto esemplare riguardava la lettura della Bibbia, concessa solo a patto che non invadesse il raggio dell’udito di un pio ismaelita, alquanto arduo era certamente il calcolo preciso della portata del raggio esatto, e quindi della sensibilità dell’islamico udito, che permettesse agli incauti “infedeli” di non incorrere in spiacevoli sanzioni. A chi dobbiamo allora i giudizi entusiastici o le numerose difese d’ufficio che a furia di essere ripetute hanno assunto l’aspetto di verità storica? Sentiamo Michele Amari, egli parteggia per gli arabi senza remore, in nome di una sorta d’ansia di rinnovamento ad ogni costo e di un’idea della dignità umana laicista e preconcetta, ammira Maometto e ritiene che essendo la Sicilia “…ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza[…] non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e la rinnovò”.(6) Su una cosa si può in effetti essere d’accordo con l’illustre e anticattolico studioso, che fu per inciso uno dei primi Ministri della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, di una scossa non indifferente dovette sicuramente trattarsi per i siciliani d’allora; essi non poterono edificare costruzioni più alte di quelle arabe, (riuscite a immaginare in un simile contesto un campanile, seppur privo di campane, più alto di un minareto?) né proclamare davanti ad un islamico le credenze cristiane, né tanto meno procedere -

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La palestinese che pianse davanti alla Merkel

La 14enne, intervistata da “Die Welt Am Sonntag”: “Israele si dovrebbe chiamare Palestina”


22:01

di Marco Pasqua

Le sue lacrime hanno fatto il giro del mondo. Lacrime versate davanti alla cancelliera tedesca, Angela Merkel, alla quale Reem Sahwil, 14enne rifugiata palestinese aveva chiesto di poter rimanere più a lungo in Germania.  Richiesta alla quale la Merkel aveva risposto con una verità lapalissiana: «Non possiamo accogliere tutti». Sedimentata l’onda emotiva collegata a un video che in poche ore ha fatto il giro del mondo, il giornale “Die Welt Am Sonntag” ha dedicato una lunga intervista alla Sahwil, che ha avuto l’effetto di gettare una nuova inquietante luce sulla ragazza palestinese. Alla domanda su cosa fosse la Palestina, la giovane ha risposto, spiazzando il suo interlocutore: «La mia speranza è che prima o poi Israele non ci sia più, e che esista solo la Palestina. Quella terra non dovrebbe più essere chiamata Israele, ma piuttosto Palestina».

A quel punto, l’intervistatore – che ammette di trovarsi in difficoltà di fronte a quell’affermazione chiaramente antisemita – le fa notare che «la Germania non ammette l’odio verso gli ebrei». «Sì, ma qui c’è la libertà di espressione – le ha ribattuto la 14enne – Qui posso affermare cose del genere e sono pronta a confrontarmi su qualsiasi argomento». «La mia patria è la Palestina – ha aggiunto – prima o poi mi trasferirò lì». I suoi nonni vivo in un campo rifugiati in Libano, lo stesso nel quale è nata 14 anni fa.

 

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La Diocesi di Avezzano apre le parrocchie ai rifugiati Forza Nuova si oppone: “Prima gli italiani”

FORZA NUOVA

by · 28 luglio 2015

Una battaglia sui diritti quella che è esplosa nella Marsica. Da una parte la diocesi di Avezzano che chiede alla Chiesa di aprire le parrocchie per ospitare profughi e rifugiati, dall’altra Forza Nuova che accusa il Vescovo di privilegiare gli stranieri agli italiani. E’ questa la disputa che è avvenuta in questi giorni e che ha avuto l’escalation proprio a due passi dalla Cattedrale, dove il movimento di destra ha affisso uno striscione dal contenuto inequivocabile: “Per il Vescovo prima i clandestini, per Forza Nuova prima gli italiani”.
E’ avvenuto di notte, quando alcuni militanti in piazza Risorgimento hanno dimostrato la loro contrarietà alla decisione presa dalla diocesi, di concerto con le istituzioni locali, di trasferire clandestini in appartamenti parrocchiali. “Una volontà – spiegano i vertici – che trova la sua giustificazione nella decadenza di una chiesa moderna, oramai svilita di ogni funzione tradizionale ed aperta ad un multiculturalismo ed ecumenismo devastante. Un’umiliazione moltiplicata dal fatto che la Marsica risulta, dati alla mano, una zona economicamente depressa, dove i suicidi per insolvenza bancaria, per disoccupazione o sfratto sono in aumento”.

 

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Il 14 settembre all’ Università di Verona: “Pride Politics”

POLITICHE DELLORGOGLIO

sessualità, soggettività e movimenti sociali

 

 

 

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Possono gli Stati Uniti evolversi come la Russia ed il resto dell’umanità?

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Segnalazione di Federico Prati

di Finian Cunningham

Avete notato come gli esponenti dell’amministrazione USA  sembrano essere  capaci ogni momento di parlare costantemente circa la guerra, guerra e sempre  guerra? Dall’altra parte la Russia e  la maggior parte dei paesi del mondo  stanno parlando di associazione, di sviluppo, di integrazione, di progresso, di  prosperità e di pace. Cosa si prepara per l’umanità, la pace o la guerra?  I dirigenti nordamericani  sono fossilizzati su una apparente routine mentale  di ostilità, di sospetti, di inimicizia e di guerra. Guardateli negli occhi.  Quello che offrono è un tunnel senza uscita di rassegnazione, senza progresso,  senza umanità e soltanto di conflitto permanente.

In contrasto con questo, il presidente russo Vladimir Putin, ed altri leader  mondiali, si sforzano per sancire una visione di speranza per l’umanità’, una  visione che poggia le sue basi sulla cooperazione, l’associazione e lo sviluppo  comune.

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GUIDA PRATICA ALLA LEGGE BAVAGLIO: CIO’ CHE NON SI PUO’ FARE IN SPAGNA DAL 1° LUGLIO 2015

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Europa
Manifestacion

FONTE: RT.COM

Dal tweettare su una protesta al fotografare un ufficiale di polizia, dalle  concentrazioni davanti al parlamento o impedire uno sfratto. Questo è ciò che  gli spagnoli non potranno più fare liberamente da mercoledì, giorno  dell’entrata in vigore della controversa legge sulla sicurezza pubblica,  soprannominata ‘legge bavaglio’.
Questa guida sulla controversa legge è stata preparata dal quotidiano digitale  ‘El Plural’, con l’obiettivo di far sapere agli spagnoli cosa possono fare da  questo mercoledì 1° luglio, o almeno quello che potrebbe costare loro delle  multe se lo fanno. Come osserva il portale, questo “linguaggio contorto e  criptico” della legge “permetterà  all’Amministrazione di sanzionare senza  permesso giudiziario per ragioni che non sono chiare nel testo.”

1. Manifestare in una “infrastruttura che fornisce servizi di base per la  comunità”

Che cosa intende?

Nella redazione calzano a pennello i tipici atti di protesta di Greenpeace,  che spesso includono la scalata di una centrale nucleare e il dispiegamento di
uno striscione, una concentrazione in un aeroporto o anche una protesta durante  una trasmissione di notizie un’emittente pubblica, come nel caso del canale 9.

Come sarà sanzionato?

Tutte queste azioni ora sono considerate infrazioni molto gravi che possono  essere sanzionate con cifre comprese tra 30.001 e 600.000 €.

2. Diffondere in rete messaggi riguardanti una protesta o manifestazione a  venire

 

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