E chi sono io per giudicare un gay, disse Bergoglio? Dall’usurpatore ai Santi, e viceversa

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

SAN PIER DAMIANI E L’OMOSESSUALITA’ COME IL PEGGIORE DEI VIZI

di don Marcello Stanzione

 

PIER DAMIANIPier Damiani, Vescovo, Cardinale, monaco e infine Dottore della Chiesa fu uno degli intellettuali di spicco del secolo XI e uno dei maggiori antesignani della Riforma Gregoriana. Nacque a Ravenna nel 1007 in una famiglia numerosa e rimase orfano in tenera età. Lo allevò la sorella Roselinda e lo adottò come figlio il fratello maggiore, Damiano, motivo per cui venne chiamato Pier Damiani.

 

  

Egli sentiva profondamente la mancanza del padre e della madre tanto che, secondo quanto si racconta, mentre era ancora fanciullo e molto povero, quando trovava una moneta, anziché tenersela, la dava a un sacerdote, affinché celebrasse una Santa Messa per i propri genitori defunti. Rivelò ben presto un’intelligenza straordinaria e il fratello maggiore, che era arciprete di Ravenna, si adoperò per fornirgli i mezzi per studiare prima a Faenza e poi a Parma. Divenuto docente dell’Università di Parma, accadde a Pier Damiani un fatto determinante per la sua vita: mentre stava a pranzo, gli si avvicinò un povero; egli, non volendo essere disturbato lo pregò di andarsene, cosa che il povero umilmente fece. Il fatto ebbe in Pier Damiani ripercussioni interiori tali da non lasciargli più pace.

Lui che era stato povero e che ora stava sempre con la testa sui libri dimenticando la miseria dei fratelli, veniva raggiunto da Dio che gli apriva gli occhi proprio attraverso un povero che chiedeva l’elemosina. Entrò nella comunità degli eremiti, i Camaldolesi, fondati da San Romualdo a Fonte Avellana in Umbria. Qui divenne presto Priore del rinomato Monastero e redattore della Regola del suo Ordine religioso. In un suo scritto in poetici versi celebrò l’elogio della vita eremitica lasciandoci pagine letterarie che costituiscono ancora oggi uno dei capolavori della letteratura religiosa medioevale. Era uno studioso instancabile; passava le notti a leggere e scrivere, tanto che le lunghe veglie e lo studio continuo gli avevano procurato fortissimi dolori di testa. Pier Damiani prima di ogni altra cosa fu un Santo Monaco, maestro di vita religiosa nonché eremitica, padre di una nuova Regola concernente i comportamenti da tenere durante l’eremitaggio, denominata di “San Colombano”.

Per lui il monastero rappresentò un momento di preparazione all’eremo, al quale secondo Pier Damiani tutti i monaci avrebbero dovuto aspirare, in quanto forma di vita consacrata contrassegnata da una grande spiritualità. Il suo desiderio è sempre stato quello della preghiera continua, ossia rimanere costantemente in conversazione con il Signore meditando la sua Parola in una atmosfera di assoluta solitudine.

Poiché però la Chiesa era minacciata e divisa dovette lasciare il silenzio per dare il suo contributo alla riforma della  Chiesa, lacerata dalle eresie, dalla simonia, ossia la compravendita delle cariche ecclesiastiche, e dal generale affievolimento del fervore evangelico. La sua eccezionale personalità lo portò ben presto a divenire consigliere di Papi e di Imperatori. Nominato prima Vescovo di Ostia e poi Cardinale, dopo aver lasciato il silenzio della cella monastica si stabilì definitivamente a Roma.

Nella Città Eterna fu per anni a fianco di ben sei Papi come “commesso viaggiatore della pace”, e in particolare lavorò per organizzare la riforma della Chiesa al fianco di Ildebrando di Soana, Abate Benedettino di San Paolo fuori le Mura e futuro Papa col nome di Gregorio VII. Dal Papa ricevette diversi incarichi, tra i quali quello di Delegato Pontificio in Germania, in Francia e nell’Italia settentrionale. Visitò numerose abbazie, diocesi e comunità cristiane dando consigli e sostenendo l’opera riformatrice. Tra i vari compiti affidatigli dal Papa vi fu anche quello di impedire il divorzio dell’Imperatore di Germania, Enrico IV. Trovò la morte il 22 febbraio 1072 a Faenza mentre tornava dall’ennesima missione di pace nella sua città natale, Ravenna, divisa dai sostenitori di un antipapa. Forse per questo il grande Poeta Dante Alighieri lo ha collocato nel Paradiso tra gli spiriti contemplativi facendogli narrare un brevissimo episodio riguardante la sua preferenza per i cibi frugali e la predilezione per la vita dedita alla preghiera.

Durante tutto il Medioevo, ossia nel periodo di formazione della civiltà cristiana occidentale, la Chiesa non ha mai smesso di promuovere la virtù della temperanza e di rinnovare la condanna del vizio contro natura; in tal modo riuscì a ridurlo ad un fenomeno rarissimo e marginale.

Fra i Santi che combatterono il vizio omosessuale nel Medioevo, uno dei più grandi fu proprio San Pier Damiani, Dottore della Chiesa, riformatore dell’ordine benedettino e sommo scrittore e predicatore. Nel suo Liber Gomorrhanus, scritto verso il 1051 per Papa san Leone IX, egli denuncia con grande vigore la rovina spirituale alla quale si condanna chi pratica tale vizio. Si va diffondendo dalle nostre parti un vizio così gravemente nefasto e ignominioso, che se non vi si opporrà al più presto uno zelante intervento punitore, di certo la spada dell’ira divina infierirà enormemente annientando molti. (…) Questa turpitudine viene giustamente considerato il peggiore fra i crimini, poiché sta scritto che l’onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre ed allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo, con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la ,pioggia di fuoco e zolfo (…)

Ed è ben giusto che coloro che, contro la legge di natura e contro l’ordine dell’umana ragione, consegnano ai demoni la loro carne per godere di rapporti così schifosi, condividano con i demoni la cella della loro preghiera. Poiché infatti l’umana natura resiste profondamente a questi mali, aborrendo la mancanza del sesso opposto, e più chiaro della luce del sole che essa non gusterebbe mai di cose tanto perverse ed estranee se i sodomiti, divenuti quasi vasi d’ira destinati alla rovina, non fossero totalmente posseduti dallo spirito d’iniquità; e difatti questo spirito, dal momento in cui s’impadronisce di loro, ne riempie gli animi così gravemente di tutta la sua infernale malvagità, che essi bramano a bocca spalancata non ciò che viene sollecitato dal naturale appetito carnale, ma solo ciò che egli propone loro nella sua diabolica sollecitudine. Quando dunque il meschino si slancia in questo peccato d’impurità con un altro maschio, non lo fa per il naturale stimolo della carne, ma solo lo fa per il naturale impulso. (…)

Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale. Questo vizio si sforza di scardinare le mura della Patria celeste e di riparare quella della combusta e rediviva Sodoma. Esso infatti viola l’austerità, estingue il pudore, schiavizza la castità, uccide l’irrecuperabile verginità col pugnale di un impuro contagio, insozza tutto, macchia tutto, contamina tutto, e per quanto può non permette che sopravviva nulla di puro, di casto, di estraneo al sudiciume. (…)”. “

Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone ad essere trapassati dalle saette di tutti i vizi. Essa li fa umiliare nella Chiesa, li fa condannare dalla giustizia, li contamina nel segreto, li rende ipocriti in pubblico, ne rode la coscienza come un verme, ne brucia le carni come un fuoco. (…) Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi. (…) Non appena dunque uno cade in quest’abisso di estrema rovina, egli viene esiliato dalla Patria celeste, separato dal Corpo di Cristo, confutato dall’autorità della Chiesa universale, condannato dal giudizio dei santi Padri, disprezzato dagli uomini e respinto dalla comunione dei Santi. (…) Imparino dunque questi sciagurati a reprimere una così detestabile peste del vizio, a domare virilmente l’insidiosa lascivia della libidine, a trattenere i fastidiosi incentivi della carne, a temere visceralmente il terribile giudizio del divino rigore, tenendo sempre presente alla memoria quella minacciosa sentenza dell’Apostolo (Paolo) che esclama: “è terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Heb 10). (…) Come dice Mosè “Se c’è qualcuno che sta dalla parte di Dio, si unisca a me!” (Es. 32). Se cioè qualcuno si riconosce come soldato di Dio, si accinga con fervore a confondere questo vizio, non trascuri di annientarlo con tutte le sue forze; e dovunque lo si sarà scoperto, si scagli contro di esso per trapassarlo ed eliminarlo con la acutissime frecce della parola” (San Pier Damiani O.S.B., Liber Gomorrhanus, in Patrologia Latina, vol. 145, coll. 159-190).

 

 

 

 

 

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San Giovanni Crisostomo e

l’omosessualità come passione diabolica

di don Marcello Stanzione

 

San Giovanni Crisostomo, che la Chiesa festeggia il 13 settembre, nacque in Antiochia nel 350 e morì a Comana [Pontica] il 14 settembre 407, fu Vescovo della capitale imperiale di Costantinopoli,  Primate della Chiesa d’Oriente, e fu un uomo dall’integrità morale assoluta. Integerrimo, dotto, brillante, le sue capacità oratorie lo resero il  più perfetto ed elegante fra i Padri Greci. Giovanni Crisostomo passò alla storia come l’uomo dalla Bocca d’oro, l’appellativo che i Bizantini gli attribuirono tre secoli dopo la sua morte.

Votato alla vita spirituale sin dall’infanzia, trascorsa insieme alla madre Antusa ad Antiochia, in Siria, Giovanni si lasciò sedurre dalla vita eremitica: trascorse sei anni nel deserto, di cui due all’interno di una caverna che gli provocò una malattia allo stomaco, ma la sua indole lo chiamò presto verso compiti più alti.

 

 

 

La sua anima reclamava giustizia verso la parola di Dio che rischiava di essere avvelenata dalle eresie dilaganti, dalla bassezza dei costumi, dalle ipocrisie della corte. Per cinque anni si dedicò alla preparazione al sacerdozio e al ministero della predicazione, fino a quando il Vescovo Fabiano lo ordinò sacerdote. Fu a partire da questo momento che le sue doti oratorie ebbero modo di mostrarsi. Giovanni si dedicò costantemente alla predicazione, ma oltre a diffondere la parola di Cristo, il suo scopo fu anche quello di difendere la moralità, rivolgersi ai fedeli per rafforzare il loro credo, allontanarsi dalle tante insidie del quotidiano. La sua fama si diffuse. I suoi sermoni lunghi (quasi due ore), complessi, appassionati, incantavano gli ascoltatori e li obbligavano a pensare. Nel 398, il Patriarca di Costantinopoli, Nettario, morì: Giovanni fu chiamato a sostituirlo. La più alta carica ecclesiastica del tempo veniva conferita a un uomo che aveva cominciato ad avvicinarsi a Dio nel silenzio del deserto. Come guida e maestro di tutti i cristiani d’Oriente, la voce d’oro di Giovanni acquistò una risonanza anche maggiore: teologia, morale, politica, arte. Parole ardenti che tuonavano contro i vizi della corte e della Chiesa.

Cominciarono le reazioni, non sempre positive. La perplessità può sfociare nell’invidia e da lì arrivare al rancore. Lavorando in segreto, un concilio sedizioso noto come Sinodo della Quercia, formato dai Vescovi al seguito di Teofilo di Alessandria, riuscì a farlo deporre. L’Imperatrice Eudossia, più volte censurata da Giovanni, dette l’aiuto decisivo e, nell’incontro di Calcedonia del 403, Giovanni fu condannato all’esilio. Subito dopo, Costantinopoli venne colpita da un terremoto. Coincidenza? Presagio di più funeste sventure? Fatto sta che il popolo reclamò a gran voce il ritorno del Patriarca e Eudossia non poté impedirlo. Ancora due mesi e una legione di soldati barbari fece prigioniero Giovanni, costringendolo nuovamente ad allontanarsi. Questa volta per sempre. La destinazione era il Mar Nero, ma il Santo non riuscì mai ad arrivarvi, perché si ammalò e morì durante il viaggio.

Il pensiero di San Giovanni Crisostomo non era molto diverso da quello dei suoi predecessori: non si distaccava dall’ortodossia e le sue omelie riflettevano, anche se in maniera più elevata, tutti i nuclei centrali della morale cristiana. Grande ammiratore di San Paolo, fu lui a dettare i commenti più profondi che ci siano pervenuti sulle Lettere dell’Apostolo, oggi ancora ammirati e utilizzati dagli esegeti. Tra le sue opere letterarie più importanti si possono citare La genesi e l’Antico Testamento, i Commentari dei profeti e del Nuovo testamento, i numerosi trattati sulla verginità e sul sacerdozio. Molte anche le opere nel sociale, come la costruzione di ospedali, l’evangelizzazione delle campagne, le processioni anti–ariane sotto il controllo della polizia imperiale.

Ma il contributo più importante rimane sempre quello legato alla predicazione: il tono solenne, perentorio delle sue parole lo identificano come accusatore impietoso, ma quelle parole non volevano condannare: erano solo appassionate, animate dalla fede, capaci di raggiungere i cuori come dardi infuocati. Il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del Santo dal sepolcro di Comana, luogo del suo esilio, a Costantinopoli, il 27 gennaio del 438, restituendo alla capitale d’Oriente la guida che sino ad allora aveva illuminato il suo cammino spirituale.

Il Padre della Chiesa che condannò con maggior frequenza l’abuso sessuale contro natura, ovvero l’omosessualità, fu proprio San Giovanni Crisostomo. Di questo grandissimo Dottore della Chiesa, riporto i  passi di un’omelia di commento all’epistola di San Paolo ai Romani: Le passioni sono tutte disonorevoli, perché l’anima viene più danneggiata e degradata dai peccati di quanto il corpo lo venga dalle malattie; ma la peggiore fra tutte le passioni è la bramosia fra maschi. (…) I peccati contro natura sono più difficili e meno remunerativi, tanto che non si può nemmeno affermare che essi procurino piacere, perché il vero piacere è solo quello che si accorda con la natura. Ma quando Dio ha abbandonato qualcuno, tutto è invertito! Perciò non solo le loro (degli omosessuali) passioni sono sataniche, ma le loro vite sono diaboliche. (…) Perciò io ti dico che costoro sono anche peggiori degli omicidi, e che sarebbe meglio morire che vivere disonorati in questo modo. L’omicida separa solo l’anima all’interno del corpo. Qualsiasi peccato tu nomini, non ne nominerai nessuno che sia uguale a questo, e se quelli che lo patiscono si accorgessero veramente di quello che sta loro accadendo, preferirebbero morire mille volte piuttosto che sottostarvi. Non c’è nulla, assolutamente nulla di più folle o dannoso di questa perversità” (San Giovanni Crisostomo, Homilia IV in Epistula Pauli ad Romanos, cfr. Patrologia Graeca, vol. 47, coll. 360-62).

 

 

 

 

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PER SAN TOMMASO D’AQUINO  L’OMOSESSUALITà è UGUALE AL CANNIBALISMO E ALLA BESTIALITà

di don Marcello Stanzione

 

Tommaso d’Aquino, il futuro dottore angelico, nacque nel 1224 nel castello di Roccasecca, vicino Caserta, in Campania. Egli è l’erede di un nome prestigioso e di una fortuna economica, cose che non si abbandonano alla leggera. A Napoli dove si reca a studiare, conosce i frati predicatori del convento di San Domenico e  rimane affascinato dal loro stile di vita religiosa. Pertanto, Tommaso ha scelto. Quando rientra a casa sua alla fine dei suoi studi, egli annuncia ai suoi genitori che vuole essere frate domenicano.

 

 

 

L’Ordine creato da San Domenico è agli inizi; esso non ha acquisito quella reputazione intellettuale che sarà ben presto la sua gloria. La famiglia d’Aquino è costernata. Il loro figlio, monaco mendicante, che predica a pieno vento sulle piazze pubbliche, a piedi nudi! Misericordia! Quale disonore! Non potrebbe avere degli scopi più confessabili? Con un poco di denaro e di contatto, cosa che non manca felicemente, sarebbe così facile, se vuol essere uomo di Chiesa, nell’aiutarlo a fare carriera.

La sua cara abbazia di Monte Cassino, dove ha studiato, non amerebbe diventarne l’abate, in alcuni anni? Ben lungi dal lasciarsi attrarre dalle promesse parentali, è giusto che Tommaso urli alla simonia. Scandalizzati e furiosi, i suoi genitori osano un colpo di forza: essi rinchiudono il figlio recalcitrante a Roccasecca. Non ne uscirà finché non sarà pervenuto alla ragione.

Le settimane passano, poi i mesi. Tommaso rivela una testardaggine che i suoi non avevano mai sospettato che avesse. Nulla gli fa cambiare parere. Uno dei suoi fratelli ha un’idea perversa ed ignobile. Se il giovane si attacca in tale modo alla sua pretesa vocazione di frate mendicante e di monaco scalzo, è molto semplicemente perché egli ignora del tutto i piaceri della vera vita. Basta fargliene gustare. Si va a cercare, nei bassi di Napoli, una prostituta che gli Aquino prendono la pena di scegliere giovane, bella, esperta e senza alcuna vergogna e pudore.

Dopo una notte nelle braccia di questa seducente e lussuriosa peccatrice, Tommaso non sognerà più i Domenicani e la vita del convento! E si rinchiude di nascosto la prostituta tentatrice nella camera del giovane. Ma tutti gli assalti della povera ragazza si urtano contro una resistenza eroica. Al mattino, ella, nonostante il suo fascino erotico, si arrende e se ne va sconfitta.

Tommaso rimane solo. Ed ecco che gli Angeli gli appaiono. Nelle loro mani, essi hanno una cintura, simbolo di continenza e di purezza :”Nel nome di Dio, noi ti cingiamo con la cintura di castità che non potrà mai togliersi da alcuna impura tentazione”.

L’Ordine di San Domenico conserva ancora questo strano cordone nella sua chiesa di Chieri. Esso è oggetto di diverse investigazioni scientifiche che non hanno potuto analizzare la composizione della stoffa, di una materia sconosciuta, né spiegare perché il nodo è impossibile a disfare…

Vinti, i d’Aquino lasciarono il loro figlio seguire la sua via. Tommaso studia a Parigi e a Colonia sotto la guida del Maestro domenicano fra’ Alberto, detto in seguito Magno, docente di cultura enciclopedica. A Colonia i suoi giovani confratelli scherzano sul suo atteggiamento silenzioso e sulla sua notevole corporatura fisica, e lo chiamano il bue muto. Sant’Alberto però osserva acutamente: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”.

Tommaso diviene un docente assai carismatico in mezzo ai suoi studenti, che riesce a coinvolgere in un modo straordinario. Si dice che dettasse tre o quattro libri in contemporanea ai suoi segretari. Il suo capolavoro è la Summa Theologica nella quale raccoglie e fonde i contributi della filosofia classica, le conquiste della teologia e le inquietudini del suo tempo.

Diviene il più rinomato dei teologi della sua epoca. Ma il 6 dicembre 1273 accade un  fatto misterioso: mentre celebra la Messa qualcosa lo tocca profondamente e da quel giorno non scrive, né detta più nulla. Si racconta che poco tempo prima, davanti al crocifisso, mentre era in orazione sentì dirsi dal Signore: “Tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?”. E Tommaso aveva risposto: “Niente altro che Te, Signore”. La mattina del 7 marzo 1274 muore, all’età di 49 anni.

Nel 1323 viene canonizzato e nel secolo XV riceve il titolo di dottore della Chiesa. è il patrono degli studenti delle università cattoliche, dei librai e dei filosofi.

Il grande teologo domenicano proclamato dalla Chiesa Dottore comune della Cristianità, descrive nella sua eccelsa Summa Theologica l’omosessualità come il vizio contro natura più grave, equiparandolo al cannibalismo e alla bestialità. L’intemperanza è sommamente riprovevole, per due ragioni. Innanzitutto perché ripugna sommamente all’umana eccellenza, trattandosi di piaceri che abbiamo in comune coi bruti. (…) Secondariamente perché ripugna sommamente alla nobiltà ed al decoro, in quanto cioè nei piaceri riguardanti l’intemperanza viene offuscata la luce della ragione, dalla quale deriva tutta la nobiltà e la bellezza della virtù. (…) I vizi della carne che riguardano l’intemperanza , benché siano meno gravi quanto la colpa, sono però più gravi quanto all’infamia. Infatti la gravità della colpa riguarda il traviamento dal fine, mentre l’infamia riguarda la turpitudine, che viene valutata soprattutto quanto all’indecenza del peccato. (…) Ma i vizi che violano la regola dell’umana natura sono ancor più riprovevoli. Essi vanno ricondotti a quel tipo di intemperanza che ne costituisce in un certo modo l’eccesso: è questo il caso di coloro che godono nel cibarsi di carne umana, o nell’accoppiamento con bestie, o in quello sodomitico” (San Tommaso d’Aquino o.p., Summa Theologica, II-II, q. 142, a. 4). Insomma, se l’ordine della retta ragione viene dall’uomo, invece l’ordine della natura proviene direttamente da Dio stesso. Pertanto, nei peccati contro natura in cui viene violato l’ordine naturale, viene offeso Dio stesso in qualità di ordinatore della natura” (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-II, q. 154, a. 12).

 

 

 

 

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SAN PIO V E LA CONDANNA DELL’OMOSESSUALITà COME ESECRABILE VIZIO

di don Marcello Stanzione

 

Riguardo all’omosessualità, oltre alla condanna dei Padri e dei Dottori della Chiesa si aggiunse, fin dai primi secoli, quella, costante, di tutti i Concili, dei Papi e del Diritto Canonico. Fin dal 305, il Concilio di Elvira in Spagna dispose, al canone 71, che agli “stupratori di ragazzi” venisse negata la Santa Comunione, anche se in punto di morte (cfr. Canones Apostolorum et Conciliorum, pars altera, p. 11). Le pene canoniche di penitenza vennero poi stabilite nel 314 dal Concilio di Ancyra, al canone 16. Il XVI Concilio di Toledo, tenutosi nel 693, al canone 3 condannò la pratica omosessuale come un vero e proprio crimine punibile con sanzioni giuridiche: il reo se chierico, veniva ridotto allo stato laicale e condannato all’esilio perpetuo, mentre se laico, veniva scomunicato e, dopo aver subito la pena delle verghe, veniva anch’esso esiliato (Conciliorum oecumenicorum collectio, vol. XII, col. 71). Successivamente nel Concilio di Neplusa, tenutosi in Terrasanta nel 1120, vennero stabilita minuziose pene per i colpevoli di crimini contro natura, dalle più miti fino al rogo per i recidivi (cfr. Conciliorum oecumenicorum collectio, vol. XII, col. 264).

Più autorevole ancora fu il pronunciamento del Concilio Ecumenico Lateranense III, tenutosi nel 1179, il quale, al canone 11, stabilì che: “Chiunque venga sorpreso a commettere quel peccato che è contro natura e a causa del quale «la collera di Dio piombò sui figli della disobbedienza» (Ef. 5, 6), se è chierico, venga decaduto dal suo stato e venga rinchiuso in un monastero a far penitenza; se è laico, venga scomunicato e rigorosamente tenuto lontano dalla comunità dei fedeli” (Conciliorum oecumenicorum collectio, vol. XXII, coll. 224 ss.).

Se lo spirito dell’Umanesimo e del Rinascimento aveva risuscitato le pratiche omosessuali, la riforma della Chiesa promossa dal Papato nel secolo XVI (più nota come Controriforma cattolica) provocò una tale riscossa delle virtù di fede e di purezza da risanare quasi dovunque gli ambienti, sia ecclesiastici che laici, che ne erano stati pervasi. Fra gli interventi del Magistero ecclesiastico al riguardo, il più solenne è quello di san Pio V. Antonio Michele Ghislieri, nato a Bosco Marengo, Alessandria, nel 1504 e morto da Papa a Roma con il nome di Pio V nel 1572, entrato nell’Ordine domenicano, fu consacrato sacerdote nel 1528; insegnò teologia a Genova e a Pavia e fu Inquisitore per la Lombardia prima, e poi (1551) commissario generale dell’Inquisizione romana. Paolo IV nel 1556 lo elesse Vescovo di Sutri e Nepi, e lo innalzò alla porpora cardinalizia nel 1557; l’anno dopo fu nominato “grande Inquisitore”. Fu poi mandato Vescovo a Mondovì (1560), di dove si allontanò per dissensi con Emanuele Filiberto (1562).

Alla morte di Pio IV, fu eletto inaspettatamente Papa, con l’appoggio di San Carlo Borromeo. Pontefice, mantenne l’austerità del religioso rigido verso sé stesso e usò con gli altri la stessa severità. Appena entrato nel Palazzo Vaticano, ridusse la sua corte, nominò una commissione di Cardinali (Borromeo, Savelli, Alciari e Sirleto) per vigilare sulla cultura e i costumi del clero secolare di Roma, inviò visitatori apostolici  nelle varie Diocesi, liberò gli uffici amministrativi di tutto il personale inutile, intervenne personalmente alle sessioni del tribunale dell’Inquisizione.

 

 

 

Tutto teso all’attuazione dei decreti tridentini, Pio V combatté la simonia, richiese sicure prove di pietà, zelo e moralità per chi dovesse venir eletto Vescovo o Cardinale, richiamò all’obbligo di residenza (rispettivamente nella propria Diocesi  o parrocchia) Vescovi e parroci.

Inoltre bandì il nepotismo: solo per l’insistenza dei Cardinali, che credevano opportuno un nipote nel Collegio dei Principi della chiesa, come mediatore tra il Papa e i poteri politici, si indusse a dare la porpora al nipote Michele Bonelli, limitandogli le mansioni, e imponendogli un tono di vita modestissimo.

Emanò ordinanze severissime per migliorare la  moralità del popolo, impose un limite al lusso e alle spese che si facevano in occasione di feste: in questo quadro di riforme limitò severamente le ottave (cioè quei periodi festivi di 8 giorni che seguono le ricorrenze liturgiche maggiori). In attuazione dell’incipiente riforma di tutta la vita religiosa, nel 1556 fu pubblicato il Catechismus ad parochos, compilato sotto la direzione del Cardinale Carlo Borromeo e redatto in latino da Aldo Manuzio; nel 1568 usciva il nuovo Missale Romanum; venne riorganizzato il tribunale dell’Inquisizione e fu intrapresa una vera campagna contro l’eresia (Pietro Carnesecchi, già protonotario apostolico, e Aonio Paleario vennero giustiziati); fu creata la Congregazione dell’Indice (1571); furono fondati seminari e nuovi Ordini religiosi, mentre fu soppresso l’Ordine degli Umiliati, che avversava le riforme del Cardinale Borromeo in Lombardia.

Nel 1570 venne scomunicata la Regina Elisabetta d’Inghilterra, nel tentativo di elevare al trono inglese la cattolica Maria Stuart; fu inviato in Germania Gian Francesco Commendone a tutelare e dirigere i cattolici perché l’imperatore Massimiliano II pareva debole di fronte ai protestanti. Intransigente nei confronti del protestantesimo, Pio V mandò milizie proprie a combattere gli ugonotti in Francia, ove favorì la fazione dei Guisa; fu sostenitore del Duca d’Alba e non osteggiò i suoi massacri perpetuati a danno delle popolazioni dei Paesi Bassi. Fu severo con gli ebrei, permettendo loro di stare solamente nella città di Roma e in apposito quartiere con particolari leggi, escluso ogni altro luogo dello Stato pontificio. Aperse strade, costruì acquedotti; migliorò le fortezze di difesa e aumentò, con una cauta amministrazione, l’erario.

Nei rapporti internazionali San Pio V seguì un programma di rigorosa difesa dei diritti  giurisdizionali della Chiesa. Inoltre s’era proposto di costituire una nuova Lega di Prìncipi cristiani contro i turchi, per stornare la loro minaccia contro il mondo cristiano, tanto più dopo la presa di Famagosta e l’eroica morte del suo difensore, il veneziano Marc’Antonio Bragadin (1571). Filippo II, Venezia, la Toscana, l’Ordine di Malta e alcuni Prìncipi italiani, dopo aver vinto parecchie diffidenze, aderirono alla Lega, che il 7 ottobre 1571 riportava la grande vittoria navale di Lepanto, per la quale i turchi vennero esclusi per sempre dal Mediterraneo occidentale. Il Papa non cessò di occuparsi per trovare alleati contro i turchi, ma poco dopo moriva. Nel 1672 Clemente X lo beatificò e nel 1712 fu canonizzato da Clemente XI.

San Pio V, il grande Papa domenicano, in due Costituzioni condannò solennemente e proibì severamente il peccato contro natura ovvero l’omosessualità. Avendo noi rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può offendere in qualche modo la Divina Maestà, abbiamo stabilito di punire innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l’autorità delle Sacre Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio più di ogni altro e che lo spingono all’ira: ossia la trascuratezza del culto divino, la rovinosa simonia, il crimine della bestemmia e l’esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le Nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze. (…) Sappiano i magistrati che, se anche dopo questa nostra Costituzione saranno negligenti nel punire questi delitti, ne saranno colpevoli al cospetto del giudizio divino, e incorreranno anche nella nostra indignazione. (…) Se qualcuno compirà quel nefando crimine contro natura, per colpa del quale l’ira divina piombò su figli dell’iniquità, verrà consegnato per punizione al braccio secolare e, se chierico, verrà sottoposto ad analoga pena dopo essere stato privato di ogni grado” (San Pio V, Costituzione Cum primum, del 1° aprile 1566, in Bullarium Romanum, t. IV, c. II, pp. 284-286). E ancora: Quell’orrendo crimine, per colpa del quale le città corrotte e oscene (di Sodoma e Gomorra) vennero bruciate dalla divina condanna, marchia di acerbissimo dolore e scuote fortemente il nostro animo, spingendoci a reprimere tale crimine col massimo zelo possibile. A buon diritto il Concilio Lateranense V (1512-1517) stabilisce che qualunque membro del clero, che sia stato sorpreso in quel vizio contro natura per via del quale l’ira divina cadde sui figli dell’empietà venga allontanato dall’ordine clericale, oppure venga costretto a far penitenza in un monastero (c. 4, X, V, 31). Affinché il contagio di un così grave flagello non progredisca con maggior audacia approfittandosi di quell’impunità che è il massimo incitamento al peccato e, per castigare più severamente i chierici colpevoli di questo nefasto crimine che non sono atterriti dalla morte dell’anima, abbiamo deciso che vengano atterriti dall’autorità secolare, vindice della legge civile. Pertanto, volendo proseguire con maggior vigore quanto abbiamo decretato fin dal principio del Nostro Pontificato (Costituzione Cum primum, cit.) stabiliamo che qualunque sacerdote o membro del clero sia secolare che regolare, di qualunque grado e dignità, che pratichi un così orribile crimine, in forza della presente legge venga privato di ogni privilegio clericale, di ogni incarico, dignità e beneficio ecclesiastico, e poi, una volta degradato, dal Giudice ecclesiastico venga subito consegnato all’autorità secolare, affinché lo destini a quel supplizio, previsto dalla legge come opportuna punizione, che colpisce i laici scivolati in questo abisso” (San Pio V, Costituzione Horrendum illud scelus, del 30 agosto 1568, in Bullarium Romanum, t. IV, c. III, p. 33).

 Fonte:  http://www.riscossacristiana.it/san-pier-damiani-e-l-omosessualita-come-il-peggiore-dei-vizi-di-don-marcello-stanzione-2/

 

2 Risposte

  • Grazie. È tempo di iniziare a dire pane al pane e vino al vino. E dirlo conla voce di così grandi figure di santi ai quali cosa rispondiamo? Che sono esagerati? Che non hanno misericordia? Che hanno allontanato le masse dalla chiesa? O che “chi erano loro per giudicare? Non resta che rimanere basiti di fronte al disastro cui porta il “volemose bene” di un qualunquismo senza ossatura etica, morale, spirituale e via dicendo. Immaginiamo di aver votato un premier che, appena eletto, cancelli tutte le leggi e regole sociali, regali soldi a tutti, dica:”Da oggi siate tutti felici, fate quello che vi pare e godetevi la vita perché non vi sarà sanzionato più nulla. Le carceri sono state demolite, cosi pure i tribunali. D’ora in poi per legge sarete tutti dichiarati buoni e felici”. Non passerebbe molto tempo che, visto che non si moltiplicano con un simsalabim le finanze pubbliche, ci si sveglierebbe una mattina senza più un quattrino e, dato che ogni codice civile e penale sarà stato eliminato, ci si ruberebbe gli uni gli altri, e ci si ammazzerebbe e poi, e poi….. È un mondo davvero tanto ipotetico? Se si parte da certe premesse….. Grazie, e continuate a pubblicare questi scritti dei nostri Padri, visto che se ci limitiamo solo a dire la nostra veniamo tacciati di fondamentalismo ideologico. Già a Cristo gli si fa dire quello che si vuole. Bisognerà che si sforzino ora di confutare tutti i suoi santi e discepoli! Diamogli del lavoro da fare….!

  • Avete notato gli occhi di Bergoglio, di Galantino, di E. Bianchi? Ci vedi vendetta, cattiveria, impostura…Iddio ci scampi dalla loro “misericordia”…Continuiamo a pregare!

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