Riflessioni tra amarezza e speranza

del Prof. Franco Damiani

 

LEFEBRE“Chi non ha la fede non può farci niente” (anche Montanelli diceva che era “un dono che a lui non era toccato”), “chi nasce omosessuale non può farci niente”: sono frasi che sento dai miei studenti, e ho un bell’affannarmi a spiegare che non è così, a fare il paragone delle cure che si profondono per il corpo lottando contro le proprie tendenze alimentari, a citare il manuale di Filotea laddove spiega quali sono le pratiche quotidiane necessarie per alimentare la fede (ho notato che nessuno di loro prega: né il mattino né, credo, in alcun altro momento della giornata: sicuramente avranno loro insegnato che sono bigotte pratiche devozionali) . Rimane una resistenza di fondo, probabilmente indotta dal modernismo (pensiamo al Bergoglio dell’intervista con Scalfari: se tutte le religioni e anche l’ateismo sono buoni, perché affannarsi per restare in una fede che equivale alle altre?). Del pari anche: “se uno nasce ebreo non può farci niente” (è vero solo fino all’età della ragione).

 

Anche il “lo dice la Chiesa” equivale per molti di loro a “lo dice anche mia nonna Giuseppina”: è una voce tra le tante, un’istituzione di cui manco si ricordano di far parte anche loro, in virtù del battesimo (e della cresima). “Cristianesimo secondario” lo avrebbe chiamato Amerio, cristianesimo di mera appartenenza anagrafica, che non incide sulle scelte, sugli stili di vita, sul modo di pensare, sulle amicizie. Ed è una sofferenza, perché dai loro temi emergono ancora un Veneto sano, famiglie numerose e unite, amore della terra e del lavoro, tracce del buon senso antico.  Questi paesi dove tutto sembra continuare come una volta, il parroco, la sagra, il catechismo, le Messe di suffragio, le prime comunioni… Ma è solo uno scheletro vuoto, dietro c’è il nulla. Eppure bevono tutto, inghiottono tutto, non saltano su in chiesa alle eresie provenienti dal pulpito, hanno accettato tutto, gli altari voltati, la distruzione delle balaustre e degli organi, lo sterminio della musica sacra. Tutto questo in virtù del principio (ovviamente malinteso) di autorità. Fortunati quei pochi il cui “sensus fidei” si è ribellato e che poi hanno faticosamente ritrovato la strada della verità. Per molti (me compreso) credo si sia trattato di una confusa nostalgia delle Messe sentite da ragazzi, dell’incenso, del latino, dei canti, di quel perduto fervore: una nostalgia inizialmente estetica e sentimentale poi tradottasi in consapevolezza dottrinale. E il dolore è non riuscire a trasmettere questo nemmeno ai parenti più prossimi, agli amici che ti vengono a trovare. Conviene affidarsi al Signore, pregarLo che faccia lui, che supplisca Lui alle nostre deboli forze, alla nostra pigrizia, alla nostra incapacità. Giacché, come ha ricordato ieri don Floriano nell’omelia, vana è la resistenza al modernismo se disgiunta da quella alle false autorità che ne sono la voce. Soprattutto però è vana se è solo “di testa”, cerebrale e dottrinale, ancor meno se unita a zelo amaro. Le persone non si convertono con la dottrina ma con l’esempio della pietà unità alla virtù E alla dottrina. Preghiamo la Madonna che anche in questo ci aiuti.

8 Risposte

  • Interessante riflessione, ma “……. Le persone non si convertono con la dottrina ma con l’esempio della pietà unità alla virtù e alla dottrina.”
    allora non si converte nessuno!
    esempio della piena unità alla virtù e alla dottrina: mi pare impossibile all’uomo. Quindi non è sufficiente neppure questo.
    Io, povero peccatore, al massimo posso dare esempio di una tensione al Bene, cioè tensione alla piena unità alla virtù e alla dottrina, ma francamente le volte che ciò avviene sono molto poche. non è una (mia) perfezione che salverà il mondo
    non pensa?

  • Il suo commento, Desprez, è giustissimo, almeno nella prima parte (poi sembra sfociare in un incunabolo di disperazione che non va bene). La conversione si attua mediante l’adesione dell’intelletto alla verità. Lo insegnava S. Tommaso e lo ha sempre insegnato la Chiesa.
    Che poi l'”esempio della pietà unita alla virtù” sia una componente importantissima sul piano pastorale e psicologico, è vero, ma contrapporre tale esempio alla dottrina (“non…con la dottrina”) è ritenere che il mezzo (l’exemplum delle virtù) possa surrogare la consapevolezza del fine e quasi sostituirsi a quest’ultimo: posizione, a mio modo di vedere, scorrettissima e non ortodossa. La trovo esplicitata con forza supra: non sono d’accordo.
    Quanto all’evangelico “zelo amaro”, si tratta senz’altro di un’esecrabile deriva morale, che però NULLA CAMBIA nella sostanza delllo stato del peccatore (quello, per intenderci, che dovrebbe “convertirsi”), nel senso che quest’ultimo potrebbe non avere mai avuto contezza dell’esistenza di uno “zelatore” del genere, ma il peccato – se c’è – resta, ed è ben opportuno che egli ci rifletta e si penta. Ciò in assoluto.
    Se qualcuno si trova a vivere in un’isola deserta non per questo non è soggetto alla tentazione e al peccato, anche se non c’è alcuno “zelatore amaro” (ragione o torto egli abbia) a mordicchiarlo.
    Insomma, il sacerdote o il consigliere di carità ‘attrae’ ben più se è pio e “veramente” caritatevole (temo che qui si tocchi il sentimentalismo, soprattutto in caso di recidiva del peccatore), la dottrina e la legge di Dio restano quelle che sono, e neppure gli “zelatori amari” possono cambiarle!!! Esecrabili quest’ultimi, dunque, ma esecrabili in ogni caso i peccatori che, consapevoli del proprio peccato, continuano a crogiolarvisi senza alcuna prospettiva di riscatto. Non è scusato il peccatore che non si converte adducendo la bella scusa che chi se ne fa zelatore è “amaro”! Una scusa insostenibile. L’importante è fare la volontà di Dio, e non accampare scuse fittizie per far altro.
    Per me è sufficiente così.

  • Gentile Sig. Diano, ho letto con attenzione il suo lungo commento, e nonostante sembra rispondere al mio precedente, davvero non sono riuscito a coglierne il nesso!
    é sicuro di aver voluto rispondere al mio pensiero?
    Forse non ho abbastanza conocenze (non è falsa modestia) per comprenderla, ma davvero mi pare non ci sia nesso.
    Ho semplicemente ripreso una frase dall’articolo, che ho virgolettato, e l’ho commentata; dicendo semplicemente che “l’esempio della pietà unita alla virtù e alla dottrina” difficilmente si potrà trovare realizzata in un uomo, in quanto sempre mancante di “perfetta unione”.
    Di mio padre mi ha sempre colpito (e sono statoto educato da questo) non tanto la (rara) coerenza con ciò che diceva, ma la sua fedeltà …… diciamo “ideale” al bene che mi proponeva. Questa fedeltà, non è mai mancata, in mezzo alle tante e continue cadute.

    Però proverò ancora a rileggerla, per comprendere meglio
    saluti

  • Sig. Desprez, ho utilizzato l’inizio del suo commento come una “clavis” per affrontare il mio argomento, poi – come ho cercato subito di far capire – ho svolto le mie considerazioni. Grazie.

  • Desprez, credo sia sufficiente consultare un buon manuale di spiritualità, come il Royo Marìn o il Tanquerey, per comprendere a fondo le corrette osservazioni di Antonio – e risolvere dubbi di tal genere che spesso affliggono il ‘viator’. In particolare, consiglio il cap. IV, art. 6, “La fedeltà alla grazia”, in “Teologia della perfezione cristiana” di A. Royo Marìn.
    Saluti

  • ADDENDUM. La purificazione riguarda TUTTO il corpus ecclesiae, chiamato nel suo insieme alla santità. Ma la meta non deve essere considerata talmente irraggiungibile da indurre allo scoraggiamento, poiché la ricerca della purezza ed il riconoscimento del peccato SONO GIA’ una purificazione. Cfr. Papa S. Leone Magno, Sermone XLI (Sul digiuno quaresimale), EDB Bologna, 1999, p.149.

  • Le buone opere sono appunto il centro di quanto sostengo io. Se si rilegge il mio scritto, si noterà la veemenza da me usata contro gli zelatori senza pietas.
    Io sostengo la necessità assoluta della dottrina (S. Tommaso, non Lutero), accompagnata dalla pietà e dalla virtù ad exemplum, la quale però è uno strumento, non il contenuto o il fine (né si vorrà negare che il contenuto sia indipendente e più importante dei modi esterni con cui viene presentato).
    Protestantesimo? O non piuttosto un rinvigorimento – mutatis mutandis, com’è ovvio – della polemica dell’XI sec. tra ex opere operato e ex opere operantis?
    Chi scrive non ha mai sostenuto che non sia necessario il buon esempio (che, in sé, NON corrisponde sic et simpliciter ale buone opere), bensì che la conversione può operarsi solo sulla salda dottrina, elemento iniziale, aiutata – questo è certo – dalle buone virtù di uno zelatore. Tutti sarebbero sedevacantisti se tutti i sedevacantisti possedessero le virtù di gran carità e di pietas ad extra? Via, cerchiamo di essere seri.
    Senza contare che si possono verificare casi in cui – che so? – dopo anni di rimbrotti senza alcun esito pratico perderebbe la pazienza qualsiasi “zelatore”. Meglio quindi lasciare il peccatore nel peccato o rischiare di essere aspri e anche duri ma ottenere qualche risultato apprezzabile?
    L’accusa di “protestantesimo” mossa al sottoscritto mi pesa in modo irreparabile, come un macigno, e mi muove al pianto, anche considerando la fonte da cui proviene.
    Potrei replicare che l’accusa di non compiere le opere (cosa che peraltro chi scrive non sostiene certo: evidente è anche il fatto che l’accusa è di essere un cattivello, non quella di non compiere le opere!! non siamo all’asilo) e di pensare fondamentalmente alla dottrina è la humus di cui si son nutrite tutte le eresie e gli scismi basati sull’esclusività del “sociale” e sulla presunta insistenza della Chiesa sul fatto dottrinale, considerato come un impedimento al realizzarsi della persona. Ma lasciamo stare.
    Per quel che conta (meno di zero, suppongo), avverto che a questa polemica non darò più seguito, perché, innanzitutto, devo pensare a lenire il dolore che mi ha procurato e – ancora una volta – il dispiacere che non si sia voluto discutere in altri modi, più aderenti al casus belli; inoltre perché ritengo che i toni usati dal mio interlocutore (altro che i miei!) siano stati fuori luogo, sentimentalistici e, soprattutto, unidirezionali (nonché eterodiretti, e non solo nel senso che può intravedere lui).
    Et de hoc satis.

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