Sta bene il bimbo nato dopo un aborto terapeutico rifiutato: per i medici il feto era morto

 Segnalazione Quelsi

by Rosengarten

 

FAMIGLIA2L’ultimo caso in ordine di tempo a nostra conoscenza di tentativo di aborto procurato s’è verificato a Roma, presso l’antico ospedale Fatebenefratelli posto sull’Isola Tiberina. Una gestante, giunta alla quinta settimana di gravidanza, preoccupata per alcune perdite di sangue si era presentata al pronto soccorso di quell’ospedale dove fu visitata e sottoposta ad ecografia come di rito in questi casi.

La diagnosi fu raggelante, le più tremenda di tutte: “Il feto è morto, il cuore non batte”. La gestante si dispera, rifiuta di credere che il suo bambino sia morto, lei lo sente vivo e non vuole rassegnarsi a quella che per i medici è una evidenza ineluttabile. Alla signora Maria viene consigliato un immediato aborto terapeutico, ma lei non si fida di quella diagnosi, non crede a quei dottori che la vogliono convincere che il suo bambino sia morto così, senza alcuna causa apparente, che il suo sogno di mamma sia destinato a dissolversi come un perfido incubo notturno. Segue il suo istinto materno e decide di portare aventi la gravidanza. Dopo qualche tempo, una nuova ecografia ribalta la situazione: il feto è vivo e vegeto, tanto che a circa otto mesi dalla “morte decretata” nasce Edoardo, un bambino sanissimo, vivace e pieno di gioia di vivere.

Adesso Maria, la mamma, è felice e scherza col suo piccolo Edo balzato all’onore delle cronache: “Guarda che casino abbiamo fatto, parlano tutti di te, sei diventato famoso”. Una storia a lieto fine, ma nella quale si è sfiorata la tragedia per colpa di qualcuno che avrebbe dovuto prendersi cura di mamma e feto con un atteggiamento più orientato alla tutela della vita che all’avventurismo di pratiche “di razionale soluzione laica” di problemi che coinvolgono la vita di esseri viventi. “Cosa sarebbe successo se avessi concesso fiducia a quella dottoressa? – continua a ripetersi la signora Maria – Non ero stata bene, avevo avuto qualche perdita di sangue e sono andata al pronto soccorso per un controllo, quante altre donne ogni giorno fanno la stessa cosa? Solo a pensarci mi vengono i brividi”. Già, anche a noi. Alla domanda come abbia fatto a ritenere errata la diagnosi e perchè si sia opposta all’aborto replica: “Non mi chieda perché, ma ho sentito che non lo dovevo fare, solo l’istinto di una mamma può capire certe cose. Oggi mi rendo conto che ho salvato la vita di mio figlio, che è nato proprio in quell’ospedale con un tranquillo parto naturale, a dimostrazione del fatto – chiarisce – che non voglio mettere in dubbio la professionalità dei medici del Fatebenefratelli, tant’è che ho deciso di partorire lì. Semmai è da condannare la superficialità con cui spesso agiscono al pronto soccorso, dove invece il personale dovrebbe essere altamente qualificato. Non si può sbagliare con la vita, bisogna essere più accorti, chissà quante altre mamme a differenza mia non si sono fidate del proprio istinto e senza saperlo hanno messo fine alla vita del proprio bimbo”.

Questo caso fa il paio con un’altra vicenda riferita dal quotidiano inglese Daily Mail, in cui l’istinto di una mamma, Liane Stooke, 38 anni, ha salvato da sicura morte la sua bambina in gestazione. A seguito di una visita le era stato detto che Miley, così si sarebbe chiamata la bambina, avrebbe avuto gravi problemi neurologici per cui le era stato consigliato di sottoporsi ad un aborto terapeutico per interrompere la gravidanza, anche se in uno stato molto avanzato. Ma all’ultimo momento, mentre tutto era stato predisposto per l’intervento, Liane decise di non seguire il consiglio dei medici e di tenersi la nascitura nonostante la prospettiva che fosse condannata a condurre una vita vegetativa. In particolare, i dottori avevano “preparato” i genitori avvertendoli delle gravi limitazioni di linguaggio e motorie che avrebbero affetto la bimba sin dalla sua nascita. Ma in Liane e nel marito prevalse la felicità di veder nascere questa nuova creatura e di accontentare i loro due figli che non vedevano l’ora di avere una sorellina, anche se le era stata diagnosticata una grave forma di Holoprosencephaly, una patologia che non consente al cervello di sviluppare entrambi gli emisferi. Fu così che quei genitori presero la coraggiosa decisione di portare avanti la gravidanza, anche se consapevoli del rischio che comunque la piccola non sarebbe vissuta a lungo, come unanimemente pronosticato dai medici. Ma al momento del parto la grande sorpresa: la neonata non esibiva nessuna traccia della malattia che le era stata diagnosticata, e non era colpita da nessuna delle deformità che le erano state annunciate. La bambina era anzi sanissima, vivace ed oggi, a quasi tre anni dalla nascita, parla benissimo, cammina e corre come qualsiasi altra bambina normale ed appare sana come un pesce (nella foto).

Vicende come queste ci inducono ancora una volta ad occuparci di casi di morte scampata per combinazione o per miracolo, od affrettatamente dichiarata dopo diagnosi di medici fatte con sufficienza e senza il rispetto e l’attenzione cui ci si dovrebbe affidare quando ad essere tirata in ballo è la vita di esseri umani. Normalmente in questi casi si tende a parlare di “sporadici episodi di malasanità”, ma non è così, perchè si tratta delle conseguenze di atteggiamenti in cui l’ideologia “laicista” prende la meglio sui più profondi sentimenti dell’umana coscienza che dovrebbero spingere verso la tutela dei diritti altrui che dovrebbero essere sempre considerati sacri ed inalienabili. Casi che si verificano quando l’abitudine fa vedere un paziente come un numero di matricola, un individuo da conteggiare nelle statistiche rendendo la mente schiava di una fredda e pericolosa razionalità incline a basarsi sulla presunzione, piuttosto che sul tetragono zoccolo duro delle certezze. Casi che spesso si verificano per colpa della routine con cui si affrontano certe pratiche mediche, e della superficialità con le quali vengono troppo spesso valutate situazioni complicate, morti apparenti, aborti terapeutici, eutanasia che per essere risolte per il meglio richiederebbero umiltà e maggior senso di responsabilità da parte dei cosiddetti operatori sanitari ed una loro meno approssimativa disposizione verso un ragionato, consapevole e razionale, presunto “diritto alla morte”.

Chi ci segue ricorderà, ad esempio, il caso di Carina, la ragazza danese data per mortanell’ospedale di Aarhus e resuscitata sul tavolo operatorio mentre le stavano per espiantare gli organi. Carina, vent’anni non ancora compiuti, un promettente futuro da designer, nel 2012 rimase vittima di un gravissimo incidente stradale. I soccorritori impiegarono oltre due ore ad estrarla dalle lamiere e quando giunse in ospedale i medici ritennero di non poter fare altro che accertarne e dichiararne la morte. Anzi, no, perchè in effetti fecero anche qualcosa d’altro: convinsero i genitori di Carina a dare l’assenso per l’espianto degli organi non danneggiati. Fu mentre stava sul tavolo operatorio già predisposta per essere sezionata che Carina aprì improvvisamente gli occhi accennando persino un sorriso al suo stupefatto, mancato carnefice. Pochi minuti di ritardo e Carina sarebbe stata uccisa e massacrata, e senza nemmeno anestesia, da medici che si erano evitati il fastidio di “controllare meglio” prima di fare a pezzi una ventenne, attratti dalla possibilità di espiantarne gli organi.

Questo caso, e molti altri come questo, hanno riproposto drammatici quesiti esistenziali, come quello di quale sia il limite riconoscibile tra la vita e la morte e chi, come e quando può arrogarsi il diritto di decidere in merito e decretare la morte “certa” di qualcuno. Se Carina avesse ritardato a risvegliarsi anche di pochi minuti, sarebbe scomparsa nel nulla e del fatto nessuno ne avrebbe mai saputo niente, neanche i medici che avevano accertato e ratificato con firme e timbri una “morte cerebrale definitiva e senza ombra di dubbio”. Chissà quante volte questo è successo in tutto il mondo da quando è divenuto di moda il vezzo di pseudo-intellettuali materialisti senza scrupoli che contrabbandano l’aborto come “un diritto delle donne” dimenticando quello di innocenti esseri che non hanno chiesto di essere procreati per essere ammazzati prima ancora di venire alla luce e che dipingono la “dolce morte” come un diritto umano, anzichè considerarla per quello che è, un deliberato e barbaro omicidio. Come minimo va riconosciuto che le regole attuali non funzionano, sono sbagliate se poi si verificano casi come quelli di Carina, di Edo e di Miley. Ma ormai “staccare la spina” od attuare pratiche che inducono artificialmente la morte è diventata una moda dilagante. Così le pagine di cronaca si riempiono di notizie di disperati viaggi in Svizzera senza ritorno di gente che, in preda ad una psicosi malvagiamente creata e diffusa ad arte, per farsi ammazzare è persino disposta a pagare.

Così mentre Carina s’è svegliava rifiutandosi di morire, un imprenditore romano decideva di “farsi suicidare” in un ospedale di Zurigo, bevendo mezzo bicchiere di una sostanza che gli ha prodotto l’arresto cardiaco in meno di mezz’ora. Se avesse assunto a casa propria qualche goccia di cianuro avrebbe raggiunto gratuitamente lo stesso risultato senza scomodarsi ad arrivare nella Confederazione Elvetica. Però sarebbe cambiata la definizione dell’azione perpetrata per indurlo alla morte che invece che come eutanasia sarebbe stata messa agli atti come suicidio. Si dimostra così che quando non è un suicidio, la morte provocata da altri è, per esclusione, omicidio comunque lo si voglia ipocritamente chiamare per mettersi a posto con la coscienza. Chi può sostenere che se i giudici non avessero autorizzato la cessazione dell’alimentazione di Eluana Englaro, cioè la sua eutanasia, ovvero se non fosse stata consentita la soppressione della ragazza friulana poi questa non avrebbe potuto risvegliarsi come successo a Carina?

In questo macabro turbinio si susseguono i suicidi/omicidi a pagamento basati su una visione nichilista della vita e della realtà. Tra gli altri, ricordiamo quello di Daniela Cesarini, 66enne ex consigliere comunale di Jesi nelle fila del Prc ed ex candidata sindaco alle ultime amministrative, anche lei fattasi suicidare in Svizzera suggestionata dall’analoga impresa del compagno Lucio Magri, ex segretario dei Socialisti di Unità Proletaria, che s’era dato la stessa dolce morte. Ma in questa esplosione della psicosi della morte come scorciatoia per risolvere i problemi esistenziali era quasi scontato che prima o poi, con l’allargarsi del fenomeno, dai e dai dentro al tritacarne finisse per cascarci pure qualcuno per sbaglio.

E’ il caso di un ex magistrato calabrese di Vibo Valentia di soli 62 anni, cui qualche tempo fa venne diagnosticato un tumore incurabile, allo stadio terminale. Per sottrarsi a quella che gli veniva descritta come una lunga ed insopportabile agonia si rivolse ad una struttura svizzera che ha il nome che è tutto un programma di “Eternal Spirit Lifecircle” (Lo spirito eterno del cerchio della vita) per ottenere il “suicidio” assistito, in pratica commissionando un omicidio a pagamento contro se stesso. In materia la legge svizzera prescrive che gli esami clinici del “cliente” vadano comunque ripetuti, e che la diagnosi della cartella clinica esibita all’atto della richiesta di assistenza sia confermata da almeno due medici elvetici diversi da quello che poi assiste il paziente nel suicidio. Cosa che nel caso dell’ex magistrato italiano non è avvenuta visto che uno dei medici che ha confermato la malattia era la Erika Presig, ovvero la “dottoressa Morte” come non a caso la chiamano, la stessa che poi ha effettuato il letale intervento. Perchè dubitare dei medici italiani? si dev’essere chiesta. Perchè perdere tempo rischiando di indispettire o di deludere un cliente? La parcella era salva, il cliente contento e soddisfatto, dove stava il problema a procedere senza tentennamenti? Peccato che a morte procurata si sia scoperto che il “paziente” era stato vittima di un tragico errore medico-scientifico e che non era per niente affetto da quella grave patologia che gli avevano diagnosticato e che lo aveva convinto ad avvalersi dell’eutanasia made in Switzerland, a Basilea.

La conferma, ammesso che ce ne fosse bisogno, arrivò dalle risultanze della circostanziata autopsia chiesta alla magistratura d’oltralpe dai superstiti dell’eutanasia, nel referto della quale si lesse che “i sofisticati ed approfonditi esami di laboratorio dei reperti prelevati dal corpo, hanno escluso perentoriamente l’esistenza di quella grave ed incurabile patologia dichiarata da alcuni medici italiani ed asseverata senza controllo da alcuni medici svizzeri”. Ora chi restituirà la vita a quel paziente ed a tutti gli altri che chissà quanti sono in tutto il mondo da quando questa intollerabile pratica ha cominciato a diffondersi?

Rosengarten | marzo 25, 2014 alle 4:35 pm | URL: http://wp.me/p3RTK9-4aP

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