Ancora sui libri di Roberto Dal Bosco. Qualche precisazione

del Prof. Antonio Diano

Sui libri di Roberto Dal Bosco sono state espresse recentemente alcune autorevoli riserve che meritano attenzione e richiedono forse qualche precisazione da parte dello scrivente, che ne ha a suo tempo tessuto le lodi in questa stessa sede.

Non riporterò qui l’elenco di tali critiche: in sostanza si ritiene che Dal Bosco utilizzi parametri di “destra” borghese-berlusconiana (“Libero”, “Il Giornale”, etc.), quindi una chiave interpretativa liberal che certamente risulterebbe scorretta dal punto di vista cattolico. Inoltre egli darebbe troppo credito a quelle correnti del pensiero “radical-fascista” che in effetti intorbidisce, come vedremo, il già sin troppo carico e oscuro ambiente della destra di area, di programma, di impostanzione ideologica (genuina o fraintesa che sia). Io credo che egli sia da considerare non un autore spirituale del ‘600 che scrive la sua Filotea, bensì un conoscitore finissimo del politically correct e del suo ruolo nell’attuale opera di distruzione dell’uomo a immagine di Dio. Non sempre quanto scrive rappresenta un’adesione del suo pensiero. Egli non è un teologo, ma esibisce una caratteristica fondamentale: è un cattolico che riconosce non tanto nei segni (niente fole iper-apocalittiche ma analisi serie e documentate) quanto nelle coordinate storiche la fase attuale (ultima?) del pensiero gnostico: il nichilismo della dissouzione (gli Adelphi già ben individuati da Blondet). Altro che “Libero”! La cifra ‘pavloviana’ che qualcuno ha intravisto (e con ragione, forse) negli scritti di Dal Bosco non è propriamente – credo – assunzione sua, ma viene mutuata dai teorici del cd. eco-fascismo, il “socialismo nazionale” che è certo un bastardume ideologico, ma almeno non è invenzione sua. Inoltre, e su altro piano, risale alle opere Ur-neocons dell’ebreo Leo Strauss la prima formulazione di quella che sarebbe divenuta, in filosofia, la cd. reductio ad hitlerum [sic!!!] che contraddistinguerebbe, in particolare in retorica, coloro che vogliono chiudere una discussione teorico-pratica evocando il “male assoluto” e quindi, ut dicunt, inserendo un meccanismo d’interruzione quasi immediata della dialettica. Storicismo impazzito o semplici idiozie? Ad altri la risposta. Dal Bosco è un appassionato di tali, invero poco noti, milieux culturali, e ne offre qualche primizia ai suoi lettori, spesso non condividendola ma certo dominando la materia (complessa) e utilizzandola ai fini specifici che lo interessano, e che son quelli che ho sottolineato più volte anche qui. Ciò non toglie certo che in alcuni punti occorra dissentire, dato che i suoi libri non sono il Magistero. Però ad esempio contro l’ecologismo selvaggio (che non è affatto un ‘ritorno alle origini’ com’è stato obiettato) la lotta è doverosa perché esso aiuta l’antispecismo, la riduzione dell’uomo a sub-immagine di se stesso, la morte di Dio. L’ecologismo del vegetariano Hitler è del resto ben noto, ormai è cultura da rotocalco. I vegani (tranne le poche eccezioni “di destra”) suppongo non lo sappiano, ma discendono da quel pollone culturale, forse un po’ ambiguo (o no?): quando sono a tavola escludo che si rendano conto che l’imperativo contre la viande proviene dall’odiatissimo Führer. Per altro verso Pol Pot definito nazista (altra obiezione non certo peregrina ch’è stata avanzata a Dal Bosco: Pol Pot – si oppone pour cause – era maoista, non nazista) fa aggio proprio su quella sub-cultura (densissima però in ambienti anche accademici) che utilizza la categoria di reductio ad hitlerum (ovviamente un po’ ironica già in se stessa) di cui s’è detto. Dal Bosco la evoca per farci capire. Tanta è la foga sregolata di non toccare il maoismo storico che le “destre” nichiliste e le sinistre ‘antagoniste’ son da tempo alleate nel tentativo di fondere i regimi comunisti staliniani e assassini con il “male assoluto” e di recarli alla pubblica opinione (in piena fase di conversione ideologica alla post-post-modernità) come categoria unica. Già Mosse in qualche modo aveva tentato un compromesso storico tanto repellente, Dal Bosco lo evidenzia. Intendo dire, insomma, che le fenomenologie che studia escono da quella sorta di controcultura che proviene da un nichilismo di “destra” che nulla ha a che fare con gli ambienti borghesi della destra neo-capitalista. E soprattutto egli le utilizza, tali fonti, per indicare quali siano gli arrièreres del pensiero di Casaleggio (e dei riflessi grillini). Non una semplice individuazione ad usum delphini, si badi bene, ma un’analisi protesa a far capire quali sono le categorie filosofiche cui bisogna attingere, che hanno una conseguenza metafisicamente rilevantissima. Pensatori come Severino, Vattimo e simili sono i vettori che oggi utilizza la cultura della morte. Questo ci fa capire Dal Bosco, non il sedevacantismo che non è fatto che gli competa.

  • D’altronde, per cogliere la distanza di Dal Bosco sia da certi modelli di metodo della cui diffusione egli riferisce senza farli propri (operazione correttissima) sia dai “maoismi” storici coinvolti anche in insospettabili (per i più) operazioni di segno ideologico contrario (ma di forza ‘politica’ – nel senso più negativo del termine – diabolicamente ribollente), bisogna forse leggere anche l’ineludibile Contro il buddismo. Detto una volta per tutte, neanche a me piace Fede&Cultura, ma non mi pare che Dal Bosco abbia pagato un prezzo troppo alto per uscire con quel marchio prestigioso tra i sedeplenisti. Quel che doveva dire l’ha detto, senza trattare di altro. E di quel che ha detto è il caso di far tesoro. Per il resto abbiamo altre sedi, come la presente, e sarà naturalmente doveroso praticarle come facciamo tutti noi ogni giorno: io sono l’ultimo che non consideri dovere assoluto farlo, come chi mi conosce sa bene. Nessuna difesa dell’indifendibile, attenzione per i lavori davvero utili. Un’ultima cosa: senza chiarire il milieu eco-fascista (laicissimo, barbaro, pro-aborto, por-eutanasia etc.) non si capirebbe bene lo scopo strategico di Casaleggio all’interno del nichilismo attuale: la riduzione della popolazione a non più di un miliardo di persone. Il crimine contro Dio e contro l’uomo avanza, dal non serviam alle tappe della Rivoluzione a Pol Pot agli Adelphi della dissoluzione. Questo è ciò che emerge dalle indagini di Dal Bosco: acquisirne piena consapevolezza ci aiuterà, e non poco, nell’azione di cattolici integrali che è, diciamo così, il nostro ‘mestiere’.

 

Una Risposta

  • Lo scritto è frutto di un’intuizione molto profonda, che sicuramente merita una seria riflessione per poter poi discernere i futuri, catastrofici risvolti.
    Sottolineo un aspetto secondario: i vari Severino, Cacciari & Co. spesso, nei loro discorsi, sembrano più cattolici dei filoconciliaristi! Certo, ciò è dovuto al solido bagaglio culturale dei primi, piuttusto che alla loro (inesistente) fede. Ad es., qualche giorno fa il filosofo bresciano, durante una trasmissione televisiva, ha sostenuto che la religione di Bergoglio non ha nulla a che vedere con il cattolicesimo autentico/storico e assomiglia invece ad una ben architettata campagna pubblicitaria di stampo commerciale! Subito dopo ha affermato che la fede rimane comunque una semplice, personale opinione.
    Di tale calibro è la confusione che regna suprema e soffoca lo spazio intellettuale del mondo contemporaneo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *