Crocifisso di Cevo inaugurato a Brescia nel 1998, crollato nel 2014 con un morto e un ferito (critica di Padre Villa del 1998)

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Questo crocifisso, fatto esporre dalla Gerarchia bresciana, il 20 settembre 1998, in un campo sportivo di Brescia, era il simbolo della “beatificazione” e della “canonizzazione” di Paolo VI che Giovanni Paolo II, in quell’occasione, aveva presentato come date per certe e scontate.
Ripresentiamo, l’articolo che Padre Luigi Villa scrisse su questo orribile Crocifisso, e apparso su “Chiesa viva” n. 301 del dicembre 1998, nove mesi dopo la pubblicazione del suo suo libro “Paolo VI beato?”.

Tutti i “bresciani”, partecipanti alla funzione di Giovanni Paolo II allo “stadio Rigamonti” di Brescia, la Domenica 20 settembre 1998, si sono trovati di fronte a un enorme Crocifisso, a testa in giù, che Alberto Bobbio, su “Famiglia (non) cristiana” del 27 settembre 1998, descrive così: “un Cristo a strapiombo.
Sorge da un fuoco, s’inarca verso il cielo. Non sta ritto. E ripiomba di sotto…”.
Insomma, un Cristo che “ripiomba di sotto” è l’atto contrario delle parole di San Giovanni evangelista – che era stato presente sul Calvario! – scrivendo così: “Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. Poi, chinato il capo, rese lo spirito!” (Giov. 19, 30).
Quindi, quel Cristo policromo, scandaloso in quell’atto di caduta sull’intera platea, credo non abbia lasciato indifferente alcuno dei presenti al rito religioso, perché quel Cristo, che si tuffava su di loro, non poteva essere il Cristo redentore, vero Dio e vero Uomo, inchinato, sì, sull’uomo peccatore, ma che mai avrebbe preso quella posa da campione di tuffo, LUI,VIA, VERITÀ E VITA, che
aveva pure detto: «… ed IO, quando sarò innalzato, attirerò tutto a ME!» (Giov. 12, 32).
Ma allora, perché la Gerarchia bresciana si è permessa di esporre – sia pure in un campo sportivo – ai fedeli bresciani quel Crocifisso in atto di tuffarsi sulla folla, pur sapendo che la CROCE, per noi cristiani, è il “segno” più sacro della nostra fede in quel Cristo che è morto sulla CROCE per i nostri peccati, e che è, quindi, anche la nostra unica vera bandiera, e che la Chiesa ci ha sempre fatto rappresentare, per due mila anni, non in quella orrida posizione, ma bensì nel Suo sereno divino abbandono al Padre?.. “Padre, nelle Tue mani affido il mio spirito!”? (Lc. 23, 46).

Articolo del sac. dott. Luigi Villa

Crocifisso di Cevo inaugurato a Brescia nel 1998, crollato nel 2014 con un morto e un ferito (critica di Padre Villa del 1998). Paolo VI e suoi disastri (2)

Durante la solenne “Concelebrazione Eucaristica”, presieduta da Giovanni Paolo II domenica mattina, 20 settembre 1998, a Brescia, nello stadio, per la “beatificazione” di Giuseppe Tovini e per la conclusione delle celebrazioni centenarie della nascita di Paolo VI, i punti nodali della Sua omelia, a riguardo di Paolo VI, si possono ridurre a questi:
«(…) Pietro, mi ami? Possiamo dire che la vita di Paolo VI sia stata tutta una risposta a questa domanda di Cristo: una grande prova di amore a Dio, alla Chiesa ed agli uomini».
«(…) Volle essere servo di una
Chiesa evangelizzatrice dei poveri,
chiamata con ogni persona di
buona volontà a costruire quella
“Civiltà dell’Amore”, nella quale
non vanno agli ultimi soltanto le briciole del progresso
economico e civile, ma dove devono regnare la giustizia
e la solidarietà».
Dunque, è questo il senso delle parole di Giovanni Paolo
II a riguardo di Paolo VI. Parole che furono come un panegirico
per una Sua futura e certa
“beatificazione” e “canonizzazione”.
Ma questo, però, il Papa lo
disse prima ancora che sia avvenuto
l’esame della dottrina di Paolo
VI e del Suo Pontificato, prima
che sia stato espresso un giudizio
sulla riuscita o non del Vaticano II,
e prima che Paolo VI abbia fatto i
“miracoli” prescritti, e ancora prima
che venisse provata la Sua presunta
“santità”!.. Insomma, un
vaticinio di “beatificazione” che
è stato senz’altro tutto il rovescio
da quello che il sottoscritto ha
scritto nel suo libro: “Paolo VI…
beato?”.
Perciò, quanto detto da Giovanni
Paolo II, a Brescia, in quella occasione,
mi suggerisce alcune riflessioni
che qui sottopongo, sul tema:
“Paolo VI è da beatificare”?
Inizio col sottolineare che la “notificazione”
che aprì l’istanza diocesana del “processo di
beatificazione” di Paolo VI, ebbe luogo a Brescia il 13
maggio 1992. Fu una data scelta o casuale? Se scelta, non
poteva essere più sbagliata! Non fu, forse, Paolo VI
quell’ostinato profanatore e avversario delle “Apparizio-
PAOLO VII
a vent’anni dalla morte
(1978 – 1998)
del sac. dott. Luigi Villa
Giovanni Paolo II.
“Chiesa viva” *** Aprile 2014 5
ni” Mariane avvenute a Fatima, e delle “domande” poste
dalla Vergine, per la Quale Egli non ebbe mai né un pensiero
piacente, né una parola serena, né una preghiera umile
e devota? Anche quando Paolo VI si recò a Fatima, il 13
maggio 1967, in occasione del 50.mo delle “Apparizioni”,
parve che quell’andata avesse tutto il sapore di una sfida
a Colei che chiedeva la “Consacrazione al Suo Cuore
Immacolato”, condizione “sine qua non” per la conversione
della Russia! Infatti, non si può dimenticare che
l’allora Mons. Montini, “Sostituto” della Segreteria di
Stato di Pio XII, che Egli tradiva, spudoratamente, lavorando
sotto banco con Mosca e suoi satelliti, mentre Pio
XII lavorava, proprio al contrario, per fare argine allo straripare
dell’immenso male morale e
materiale che il marxismo-comunismo
recava a tutto il mondo cristiano
e non, mentre mons. Montini
trattava segretamente con
Mosca, per allacciare contatti e
collaborazioni, che saranno, poi,
divenuto Egli Papa, la Sua infausta
e diabolica “Ost-politik”!
La scelta del 13 maggio, quindi,
per l’apertura del “processo di
beatificazione” non poteva non richiamare
quel lavoro “pro e contro”
a quel comunismo già marchiato
da Pio XI come “intrinsecamente
perverso”, e, dalla Madonna
di Fatima, come un “Satana”
che avrebbe “diffuso nel
mondo i suoi errori”!
Una brutta partenza, perciò, quel
13 maggio 1992, per quell’apertura
del “processo di beatificazione”
che poi, dopo un anno, veniva portato
a Roma, diventando, così,
“causa romana”, e addirittura con
quel termine sbalorditivo: “IL
PROFETA DELLA “CIVILTÀ’
DELL’AMORE!”.
Un “profeta”, quindi, da “canonizzare”
al più presto possibile!
Ma comunque, questo “processo”,
che fu aperto a Roma pure il 13
maggio dell’anno successivo,
1993, dovrà pur esaminare e la
“pratica eroica delle virtù” e la
“reputazione di santità” della Sua vita; e questo mediante
un Tribunale che non sia “compiacente”, bensì rigoroso!
Una causa di “beatificazione”, infatti, è una dichiarazione
ufficiale della Chiesa che proclama una “persona defunta”
già “beata nei Cieli”; una prima tappa, questa, sulla
ancora lunga strada che conduce fino alla proclamazione
di “santità”; una proclamazione che, dal secolo XII, è
monopolio solo dei Papi.
Ora, una procedura ad hoc esige che il candidato alla santità
sia processato da giudici ecclesiastici, compito che appartiene
alla Congregazione per la causa dei Santi. Un processo
che è lungo e difficile. Un funzionario di questa
Congregazione, detto popolarmente “avvocato del diavolo”,
deve scrutare la vita e gli scritti del candidato per
spulciarvi tutti quegli elementi che potessero opporsi alla
sua canonizzazione.
Anche quando si tratta di un Capo della Chiesa cattolica
romana, benché lo si chiami “Santo Padre”, quel titolo,
tuttavia, non è affatto nel senso dottrinale, né si accompagna
necessariamente al suo ufficio così elevato. Tutta la
storia dei Papi lo sta ad attestare. Sono ben pochi, infatti, i
Papi santificati! L’ultimo Papa a salire sugli altari fu S. Pio
X (103-1914).
Ora, nel quadro della procedura
necessaria per stabilire “l’eroicità
delle virtù”, c’è un preliminare indispensabile:
le “testimonianze”
di chi l’ha conosciuto e la verifica
di un certo numero di “miracoli”
post mortem, attribuiti all’intercessione
celeste del candidato.
E questa é una procedura legale,
definita, che bisogna seguire. Ne
andrebbe dell’onore della Chiesa!
Derogare da essa, infatti, vorrebbe
dire aprire la via a tanti abusi!
Ma sarà così anche per Paolo VI?
Perché la fama di virtù in Giovanni
Battista Montini non fu mai
ineccepibile, anzi!.. e questo la
“Congregazione per le cause dei
Santi” non può ignorarlo, e il
Tribunale per la Sua “beatificazione”
lo deve conoscere!
Certo, si può tollerare che si faccia
qualche elogio di Lui – ormai defunto!
– in certe circostanze ufficiali,
purché non si mentisca! Ma
prevenire un “giudizio di Tribunale”,
pronunciandosi per una
Sua sicura beatificazione, è certamente
un atto di imprudenza,
che può turbare, anche per lungo
tempo, l’esercizio di chi attende a
una severa giusta causa. Ed è ancora
più sconveniente che la si
presenti ai fedeli come cosa già
fatta, perché sarebbe come stornare
i fedeli dalla giusta nozione della verità divina, della vera
santità degli eletti e della stessa virtù, senza la quale non
si può piacere a Dio!
I “FATTI” SONO “FATTI”
Le “parole”, invece, sono “parole”, più o meno sentimentali,
più o meno vuote di reale contenuto.
Per questo, sarà opportuno che diamo, qui, uno sguardo,
sia pure in sintesi, sull’inizio del Pontificato di Paolo VI.
Paolo VI.
6 “Chiesa viva” *** Aprile 2014
Mi servirò, ad hoc, di alcune pagine di Paul Hoffmann,
prese dal suo libro: “O Vatican!”1, senza cambiarne una
linea e senza permettermi alcuna mia riflessione.
L’Autore, dunque, scrive che Paolo VI introdusse in Vaticano
una truppa di consiglieri, di collaboratori e di
parassiti – in gran parte “laici” – senza una precisa funzione;
una truppa che fu ben presto battezzata: “mafia milanese”,
(anche se non tutti erano milanesi!). Un personaggio
di questi era un siciliano trapiantato: Michele Sindona,
del quale la Polizia Italiana scoperse, poi, che aveva
legami con l’autentica Mafia, e che trascinò ben presto il
Vaticano in una avventura finanziaria
disastrosa, per cui l’immagine
della Santa Sede ne usciva appannata2.
Un altro di quei personaggi
era il Prelato americano
Paul C. Marcinkus, appartenente
anch’egli all’entourage di Paolo
VI.
Al centro di quella troupe, però,
c’era il Suo segretario personale,
mons. Pasquale Macchi (che, nella
Curia Romana, si finirà col chiamarlo:
“la madre Pasqualina di
Montini”, anche dopo essere stato
insignito, nel 1964, del titolo di
“Monsignore”).
Appassionato d’arte moderna, come
lo era pure Montini, collezionava
opere di pittura e di scultura
contemporanea. Sarà, poi, il violinista
Ingres che aprirà all’arcivescovo
Montini un nuovo campo di
artisti, di scrittori e di attori, che
allargarono, al certo, l’orizzonte
intellettuale e umano di Montini,
ma ne approfondirono vieppiù
anche il solco liberale del suo
animo, allargandosi con le frequentazione
e l’amicizia con la società
industriale milanese, specie
con banchieri e finanzieri, dai
quali ebbe non pochi contributi
in danaro, per i progetti e le opere caritative nella Sua
Diocesi. Contatti, che lo resero più “moderno”, anche nei
metodi di gestione, sì da apportare, poi, da Papa, la “modernità”
in Vaticano.
Naturalmente, mons. Macchi si mostrò subito il Suo mecenate
dell’arte moderna, come già lo era a Milano, circondandosi
persino di agenti che percorrevano, per lui, i
mercati europei e americani per acquistare appunto molte
opere d’arte (o da Lui presunte come tali!). E per meglio
riuscire nell’impresa, si assicurarono il concorso di un mecenate
in America, il noto Lawrence Fleischmann, direttore
della “Kennedy Galleries”, a New York; e poi fondarono
persino una organizzazione, gli “Amis de l’Art
Américain en Religion”, proprio per garantire gli acquisti.
Dopo di chè, organizzarono due Seminari, a Roma, per
discutere sulla strategia da usare negli acquisti, ma anche
perché servissero a porre i fondamenti per una grande
esposizione d’opere d’arte, provenienti dalle collezioni vaticane;
il che avvenne, prima, alla Metropolitana di New
York, poi a Chicago e, terzo, a San Francisco, nel 1983.
Ma già nel 1973, mons. Macchi e i suoi collaboratori potevano
presentare, per il 10.mo anniversario
dell’intronizzazione di
Paolo VI, parecchi dei tesori che
essi avevano raccolti. Vi occorsero
ben tre piani del Palazzo Apostolico,
più altre sale adiacenti.
Furono impegnati, cioè, anche gli
appartamenti Borgia – già abitati
da Alessandro VI e dalla sua famiglia!
– per mettervi tele e opere
grafiche del XX secolo. Sui muri
furono tese delle grosse tele, per
ricreare l’atmosfera d’un museo
moderno, offrendo, però, uno strano
contrasto con gli affreschi del
Pinturicchio, che ornano i plafoni
e le ogive!
L’esposizione, in totale, occupò
cinquanta sale, in cui vi erano
esposte, tra le altre, tele di Ben
Shahn, di Chagall, di Kokoschka;
ceramiche di Picasso e disegni di
Klee e di Kandinsky. In totale, le
opere esposte, quasi tutte figurative,
erano più di seicento. L’arte
astratta vi era pochissimo rappresentata.
Ora, mentre Paolo VI, nel suo discorso
d’inaugurazione, dichiarava
che l’arte moderna aveva magnificamente
fatto la prova della
sua capacità ad esprimere i valori
cristiani, il critici d’arte italiana, invece, scrissero che
la nuova collezione pontificia era una raccolta alla peggio,
e che v’erano troppe opere di secondo piano e che non
c’era alcunché di realmente rimarchevole!
Oggi, quella Collezione d’Arte religiosa è ancora esposta,
in permanenza, nei musei vaticani, quasi del tutto ignorata,
comunque, dai visitatori!
A quell’epoca, mons. Macchi, sulla cinquantina d’anni, era
già più influente dello stesso arcivescovo Benelli, e su
Paolo VI teneva un atteggiamento di protettore; sem-
1 Edit. Payot, 1984, tradotto dall’americano, pp. 171-178.
2 Per una conoscenza più approfondita, si veda: Mario Guarino, “I
mercanti del Vaticano”, Kaos edizioni, pp. 13-45, 51-52, 63, 117,
141, 185, 250.
Paolo VI e mons. Pasquale Macchi.
“Chiesa viva” *** Aprile 2014 7
brava, cioè, che Lui fosse indispensabile
per Paolo VI, il cui
umore era divenuto capriccioso –
come si diceva in Vaticano! – anche
perché Paolo VI soffriva, oltre
che di artrite, anche di depressione
e d’insonnia.
Mons. Macchi, per questo, lo sforzava
a nutrirsi e a bere un po’ di
più, come pure lo richiamava perché
sorridesse quando si mostrava
in pubblico, e lo invitava a riposarsi
piuttosto che stare a scrivere
lunghe lettere agli amici.
Ormai, Paolo VI era ammalato da
lungo tempo e la morte lo sorprese,
quasi all’improvviso, nel Palazzo
di Castel Gandolfo, nell’agosto
1978. Ma quando si aprì il Suo
“Testamento”, nessuno fece meraviglie
al sapere che Paolo VI
aveva nominato il “suo caro don
Pasquale Macchi” come “esecutore
testamentario” autorizzandolo
a distribuire un certo numero
di “souvenir”, che appartenevano
al Papa, a delle “persone care”,
non precisate.
Ma anche mons. Macchi doveva aver collezionato non pochi
beni in quei quindici anni passati in Vaticano! Difatti,
lasciando il Palazzo Apostolico, si portò via “plusieurs
camions d’affaires personelles”!..
SITUAZIONE DELLA CHIESA
ALLA MORTE DI PAOLO VI
Dopo questo breve squarcio d’assieme, a mo’ di cornice,
faccio punto, per rifarmi ancora alle parole di Giovanni
Paolo II, pronunciate a Brescia la domenica 20 settembre
1998 e che abbiamo riportate all’inizio dell’articolo.
Ma mi rifaccio col ripetere, prima, le parole pronunciate
dallo stesso Paolo VI all’udienza del 31 dicembre 1975, a
chiusura dell’Anno Santo, in cui disse: «… Noi abbiamo
esortato tutto il mondo a promuovere la “CIVILTÀ’
DELL’AMORE”, ciò che costituisce tutto un programma.
Sì, così deve essere… il princìpio della nuova ora
di grazia e di buona volontà che il calendario della storia
apre davanti a noi: LA CIVILTÀ’ DELL’AMORE!
».
Che voleva dire?.. Lo spiegò Lui stesso:
«Noi vogliamo aprire alla vita degli uomini, in questa
congiuntura storica, le vie di una civiltà e di un benessere
migliore, animato dall’amore. E per civilizzazione,
Noi intendiamo quell’assieme di
condizioni morali, civili e materiali,
che permettono alla vita
umana delle migliori possibilità
di esistenza, una pienezza ragionevole,
un felice destino eterno».
1) Dunque, per Paolo VI, il fine
da perseguire è quello della cultura
e del “benessere”, in questo
mondo, e la vita eterna nell’altra;
come aveva già scritto nella “Populorum
Progressio”, e come si
scrisse, in Concilio, sulla “Gaudium
et Spes”.
2) Il “mezzo” per raggiungervi è
l’Amore, al posto dell’odio, delle
ingiustizie, della guerra, della violenza
che, “ancora oggi”, agitano
e rattristano l’umanità.
3) Il fondamento di questo bel
progetto di “una umanità civilizzata,
felice”, è il CULTO
DELL’UOMO. Paolo VI, infatti,
lo proclama nella parte finale della
Sua allocuzione:
«Facciamo Noi un sogno quando
parliamo della Civiltà dell’Amore?
No! Noi non sogniamo! Se essi sono autentici (?), se
essi sono umani, gli ideali non sono dei sogni; essi sono
dei doveri, specialmente per noi cristiani. Ed essi sono
tanto più urgenti e fascinosi quanto il brontolìo
dell’uragano scuote più a lungo gli orizzonti della nostra
storia. Essi sono una forza, una speranza. IL CULTO
– e si tratta bene di questo, ora! – CHE NOI ABBIAMO
PER L’UOMO, ci conduce a quello, quando
noi ripensiamo a questa celebre frase di un Padre della
Chiesa, il grande Sant’Ireneo: “L’uomo vivente è la
gloria di Dio”»3.
Ora, per noi, questa allocuzione di Paolo VI sente di una
visione teilhardiana, ma è anche il Suo stile, romantico,
nostalgico e progressista; ed anche il Suo pensiero utopico
e messianico; oltre che un Suo messaggio immutato fin
dall’inizio del Suo discorso: «Cercate la felicità in questo
mondo, attraverso le dolcezze dell’amore universale
che il culto dell’uomo ispira, nella paternità di un Dio
di cui c’è tutta la gloria»!
Comunque, Sant’Ireneo non ha mai detto né scritto che la
gloria di Dio costituisce in una buona vita tranquilla, nel
benessere, nella cultura, nell’amore del mondo. Quella affermazione,
quindi, di Paolo VI, a riguardo di Sant’Ireneo,
è una autentica falsificazione del testo. Sant’Ireneo, infatti,
ha detto, sì: “Gloria Dei vivens homo”, e cioè che la
gloria di Dio è l’uomo vivente, ma questa Sua frase, così,
3 Cfr. “Contra Haereses”, IV, 20,7.
Paolo VI.
non è completa, perché essa continua dicendo: “ET VITA
HOMINIS VISIO DEI”!.. la vita dell’uomo è la “Visione
di Dio”!
Il dire di Paolo VI, quindi, olet di materialismo, di religione
dell’uomo e della terra. Egli, cioè, invoca Dio, ma
solo per farLo garante dell’errore che Egli stava dicendo!
Ma allora, cos’è questa Sua “Civiltà dell’Amore?”..
Qui, mi basta ricordare quello che
scrisse il Suo maggior amico, Jean
Guitton, nei suoi “Dialoghi”: «Io,
prima di aver ascoltato Paolo
VI, mai avevo sentito parlare di
MONDO con un tale accento
d’ammirazione, di fervore» (p.
297).
Non sarà fuori luogo, perciò, che
richiamiamo, qui, anche quello che
scrisse l’evangelista San Giovanni:
«NON AMATE IL MONDO, NÉ
CIO CHE SI TROVA NEL
MONDO. SE QUALCUNO
AMA IL MONDO, L’AMORE
DEL PADRE NON E IN LUI» (1
Jo. 2, 15).
Leggete la “Volgata”4 e comprenderete
la differenza che c’è tra
“amore” e “amore”: “Si quis diligit
mundum, non est caritas
Patris in eo” (= Se qualcuno ama
il mondo, in lui non c’è l’amore
del Padre).
Anche San Pio X, nella Sua “Lettre
sur le Sillon” (N. 11), ha scritto:
«No, Venerabili Fratelli…
non si edifica la città se non
l’edifica Dio… No, la civiltà non
è più da inventare, né la città
nuova è da edificare sulle nuvole.
Essa c’è stata; essa c’è: è la civiltà
cristiana, è la civiltà cattolica.
Non c’è altro da fare che instaurarla e di restaurarla
di continuo sui suoi fondamenti naturali e divini,
contro gli attacchi sempre rinascenti dell’utopia malsana,
della rivolta e dell’empietà: OMNIS INSTAURARE
IN CHRISTO!».
Che dire, allora, di quel parlare di Paolo VI quando accarezza
la sua utopia pacifista, umanista, giudeo-massonica?..
Si legga anche la Sua “Esortazione Apostolica:
Evangelii Nuntiandi” del 18 dicembre 1975; un documento
di 22 pagine, con 135 “note”, comprendenti 127 citazioni
del N. T., di cui 46 prese dal Vangelo, 1 dall’A. T.,
35 dagli “Atti” del Vaticano II, e 6 di altri Concilii, 12 dai
Padri della Chiesa, 4 diversi…; un documento, quindi, di
Magistero autentico, che congiunge Rivelazione biblica e
insegnamenti conciliari.
Ebbene, io qui, cito un testo di Gesù
quando disse ai suoi Apostoli e
ai discepoli: «Ogni potere mi è
stato dato in cielo e sulla terra.
Andate, dunque, e insegnate a
tutte le Nazioni, battezzandole
nel nome del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo, insegnando
loro a praticare tutto quello che
Io vi ho comandato. Ed ecco che
IO sono con voi fino alla fine dei
tempi» (28, 18-26).
E in S. Marco: «Andate per il
mondo intero a predicare il Vangelo
a tutte le creature. Chi crederà
e sarà battezzato, sarà salvo;
chi non crederà, sarà condannato
» (16, 15-16).
Ora, di questi due testi integri di
Gesù, quali li leggiamo nel Santo
Vangelo, non v’è alcuna traccia
nell’Esortazione sopra indicata, di
Paolo VI, se non quei tre brani che
io ho sottolineato. Quindi, la mutilazione
del testo di S. Marco è fragrante
e significativa; come pure
le omissioni nel testo di S. Matteo.
Una vera estrapolazione da inganno!
Un vero tradimento della
Fede! Infatti, perché quel Suo
modo diverso di annunciare la
“Buona Novella” al Mondo moderno?
Perché quel Suo sottacere
l’obbligo che gli uomini hanno di credere?.. l’obbligo
del Battesimo, sotto minaccia di dannazione?.. l’obbligo
della Morale insegnata da Cristo?
Ma allora, per Paolo VI non valeva più la formula dogmatica:
“Extra Ecclesiam nulla salus”? (“Fuori della Chiesa
non c’è salvezza?”5)… Ma allora non è più necessario
il Battesimo per salvarsi, né l’Eucarestia per conoscere e
8 “Chiesa viva” *** Aprile 2014
«Se qualcuno
manda in rovina
il Tempio di Dio,
Iddio
manderà
in rovina lui».
(1a Cor. 4, 17)
«Exsurge,
Domine;
non prevaleat
homo»!
(Salmo 9, 20)
4 VOLGATA (dal latino: vulgus = popolo; e vulgatus: = reso pubblico.
Qui, si tratta della traduzione latina della Bibbia, che la Chiesa usa
nella Liturgia e nel Magistero. La si deve a S. Girolamo dalmata, (†
420) che, in parte, riprodusse la precedente versione latina, derivata da
quella greca; in parte, rivide il testo greco, e, in parte, tradusse direttamente
alcuni libri dalle lingue originali. La “VULGATA”, nel 1546,
fu dichiarata dal Concilio di Trento immune da errori in materia di
Fede e di costumi, fonte autentica della Rivelazione.
5 Nel IV° Concilio ecumenico di Laterano (a. 1215), la Chiesa ha solennemente
definito, contro gli Albigesi, come dogma di Fede: “Unica
è la Chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno si
può salvare”. Pio IX, nella sua “Allocuzione Concistoriale” del 9 dicembre
1854, nella sua “Lettera ai Vescovi d’Italia” del 10 agosto
1863, e nel “Sillabo” (prop. 16-18), rinnova solennamente l’indiferentismo
di coloro che falsamente si immaginano che si possa salvare anche
fuori della Chiesa. Nell’Allocuzione del 9 dicembre 1854, aveva
detto: “Tenendum est ex fide”; ossia: è verità di Fede, obbligatoria
a credersi da tutti: “Extra Ecclesiam nulla salus!”.
raggiungere la vita eterna?.. Ma allora non sono più parti
integranti del “depositum Fedei”?..
Era così che Paolo VI voleva che si predicasse la “Buona
Novella”, quella cioè, che condurrebbe alla Sua “Civiltà
dell’Amore”?
Povera Chiesa se così fosse! perché fare questo sarebbe un
passaggio formale della religione cattolica a un super-protestantesimo,
a un modernismo integrale, a una religione di
democrazia totale!
Ma fare questo, sarebbe proprio un adottare quel “CULTO
DELL’UOMO” che noi abbiamo già denunciato del nostro
libro: “Paolo VI… beato?”.
Comunque, la PAROLA di Gesù è ben altra cosa: «Vai indietro,
Satana! Sta scritto: ADORERAI IL SIGNORE
DIO TUO E LUI SOLO SERVIRAI!» (Mt. 4, 10).
Che cos’è, allora, quel vaneggiare di Paolo VI sulla Sua
fantastica “CIVILTÀ DELL’AMORE?”. Si direbbe che
Egli misconoscesse perfino l’Apocalisse di San Giovanni
evangelista, in cui si parla dei tremendi castighi di Dio, di
un Suo “redde rationem” finale a tutta l’umanità che
Lo ha abbandonato, negato, rinnegato, vituperato, dileggiato,
messo al bando anche in tutta la vita civile…
Non è, certo, serena visione di una avvenuta “Civiltà
dell’Amore”!
Anche se avesse tenuto presente quest’altra frase del Signore:
«… ma il Figlio dell’uomo, alla Sua venuta, troverà
fede sulla terra?» (Lc. 18, 8), non avrebbe sognato
quell’avvenire di bengodi universale per tutti, in un ricreato
“paradiso terrestre”!
E poi, come poter parlare di completa “Civiltà dell’Amore”,
quando già Gesù Cristo aveva detto che chi Lo segue
non può “servire due padroni”, perché o si serve l’uno o
si serve l’altro! E doveva pur sapere che chi serve Gesù, il
vero unico Padrone, è sicuramente perseguitato dall’altro.
«Se il mondo vi odia, sappiate che ha già odiato Me prima
di voi». «Se foste del mondo, il mondo amerebbe
quel che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma IO
vi ho scelti di mezzo al mondo, per questo il mondo vi
odia»… «Non c’è servo più grande del suo padrone».
«Se hanno perseguitato ME, perseguiteranno anche
voi» (Jo. 15, 18-25).
E potrei continuare, dimostrando che questo scandaloso
connubio del tanto predicato “Vogliamoci bene!”, in vista
della futura “Civiltà dell’Amore”, è e sarà tutt’altro che
reale. Infatti, Gesù dice ancora «Si solleverà popolo contro
popolo e regno contro regno»… «Vi metteranno addosso
le mani e vi perseguiteranno, traducendovi nelle
sinagoghe e nelle prigioni… a motivo del mio nome»…
«e sarete traditi persino dai genitori e dai fratelli, da
parenti ed amici, e ne metteranno a morte tra di voi; e
sarete in odio a tutti, a motivo del mio nome» (Lc. 21,
10-19).
Venti secoli di storia lo stanno a testimoniare! Per cui si
tenga sempre presente il detto del profeta Geremia: “MALEDICTUS
HOMO QUI CONFIDIT IN HOMINE” (=
MALEDETTO L’UOMO CHE PONE LA SUA CONFIDENZA
NELL’UOMO!). (Jer. 17, 5).

 

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