La sinistra e il M5S salvano i magistrati dalla responsabilità civile diretta

by Davide Mura

togheSegnalazione Quelsi

Contro la responsabilità civile diretta dei magistrati, si sentono le ragioni più varie. Ma una le batte tutte: in nessuno Stato del mondo esiste la responsabilità civile diretta dei giudici. E via con l’elenco degli Stati europei che prevedono la responsabilità civile indiretta o che addirittura non prevedono nessuna responsabilità per il giudice (Gran Bretagna), il quale può anche danneggiare la vita di una persona, per un mero errore, che non risponde in alcun modo – neanche indirettamente – dei propri errori.

Una domanda a questo punto sorge legittima: ma siamo talmente esterofili che dobbiamo per forza imitare le regole giuridiche degli altri ordinamenti giuridici? Chi ci dice che siccome negli altri Stati (europei e non) non esiste la responsabilità civile diretta (in Spagna ci si avvicina molto), debba per forza non esistere anche in Italia? Un tempo, la nostra penisola era la culla del diritto. Del resto furono gli antichi romani a codificare i principi giuridici sui quali si regge il diritto moderno. Perciò, non perché nel resto del mondo un principio non venga applicato o codificato, significhi che sia sbagliato. Allo stesso modo, non perché nel XVIII secolo non esistevano repubbliche democratiche, la neonata Repubblica Americana fosse inaudibile e inaccettabile da un punto di vista politico-giuridico!

Ma a parte queste ovvie ragioni, non sfugge neanche l’altro dato importante, e forse fondamentale. La giustizia negli altri paesi funziona, e funziona piuttosto bene. Il tasso di politicizzazione dei magistrati è talmente esiguo da essere inesistente, e il rapporto tra accusa e difesa è effettivamente paritario, con una netta separazione tra giudice e pubblico ministero. Soprattutto, negli altri ordinamenti giuridici, se non esiste una responsabilità diretta, esiste comunque un sistema disciplinare effettivo e non solo formale. Il magistrato, in ogni caso, paga i propri errori.

Ciò detto, passando al nostro ordinamento, esiste una verità giuridica incontestabile: nella nostra Costituzione non esiste alcuna norma che vieti la responsabilità civile diretta dei magistrati, mentre è sancita costituzionalmente la responsabilità civile diretta dei funzionari e dei dipendenti dello Stato (art. 28 Cost.). E a meno che, nel mentre che scriviamo questo articolo, non sia cambiato qualcosa, i magistrati sono dei funzionari dello Stato. Perciò, perché non dovrebbero rispondere dei propri errori, come – per esempio – un ispettore del fisco o un cancelliere?

Altro mito da sfatare: la responsabilità civile diretta inciderebbe sulla autonomia e l’indipendenza della magistratura, perché creerebbe un sentimento di insicurezza nel giudice: la paura di sbagliare.
Benvenuti nel club. Così è per qualsiasi delicata professione: dal medico all’avvocato, dal notaio all’ingegnere. Dall’ispettore del fisco al cancelliere. Eppure, nessuno si sognerebbe di pensare che queste figure professionali non debbano rispondere dei propri errori. La verità è che nessuna indipendenza e autonomia può esonerare colui il quale è chiamato a delicate responsabilità, dal compiere il proprio lavoro con correttezza e diligenza e di risponderne personalmente se non lo compie bene e danneggia i terzi. Se questa regola vale per avvocati, notai, medici, poliziotti, carabinieri e via dicendo, perché non dovrebbe valere per i magistrati, le cui sentenze, o certe indagini, incidono sui destini delle persone, a volte con esiti drammatici? Pensiamo ai casi di ingiusta detenzione.

Nessuno, per vero, vuole minare l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati, ma è indubbio che la si voglia solo ricondurre nel solco della giustizia e dell’equità più che della legge. Non esistono funzionari o dipendenti più uguali degli altri. La legge deve essere uguale per tutti. E la legge afferma che chi rompe paga, possibilmente personalmente e non a carico della collettività.

D’altro canto, non è inutile fare presente anche un dato storico. Nel 1987, con un referendum, il popolo italiano si espresse per la responsabilità civile diretta. Ma i governi di allora snaturarono e disattesero quell’esito referendario, introducendo la legge Vassalli che prevede la responsabilità indiretta, con la possibilità per lo Stato di rivalersi (sic!) sul magistrato per un massimo di 1/3 dello stipendio annuale. Ebbene, sapete quante condanne in applicazione della legge Vassalli sono state pronunciate dal 1988 a oggi? Nessuna. Al 2012 solo 4 procedimenti sono stati dichiarati ammissibili dai giudici su 400 cause avviate dal 1988, anno di entrata in vigore della legge.

E’ evidente il fallimento di quella legge e il tradimento della volontà referendaria. Così come è evidente che ci troviamo in una situazione paradossale: se i magistrati sono gli unici che non pagano per i propri errori, ancor meno paga lo Stato per i loro errori, come oggi dovrebbe essere, perché a decidere sulle loro responsabilità, o meglio dei loro colleghi che sbagliano, sono sempre i giudici.

Va da sé, che il mantra dell’indipendenza e dell’autonomia, come sempre capita, viene tirato fuori ogni qual volta si tenti di riformare l’ordine giudiziario. Sia che si tratti della responsabilità diretta, sia che si tratti della separazione delle carriere o del taglio agli stipendi. Ormai abbiamo fatto talmente il callo agli allarmismi dei magistrati, che quasi diamo per assodato che le loro rivendicazioni siano giuste e che in torto siano gli altri che vogliono minare la loro libertà.

Eppure, persino i parlamentari, dopo l’intervenuta modifica dell’art. 68 Cost. (avvenuta più di venti anni fa), non hanno più le debite guarentigie costituzionali. Certamente ognuno sull’argomento avrà la propria opinione, ma è indubbio che se i padri costituenti formularono quella norma, lo fecero per tenere in perfetto equilibrio il potere giudiziario e il potere legislativo, evitando che i due poteri invadessero il campo dell’altro in modo indebito. Oggi basta un’informazione di garanzia ex-art. 369 c.p.p. o un provvedimento cautelare per cancellare in un solo istante i voti di migliaia di elettori o far cadere un Governo o comunque screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica, salvo poi veder sfumare il relativo procedimento in un’archiviazione o in un’assoluzione. Chi ha mai pagato per questi errori? Risposta ovvia: nessuno, perché non esiste alcuno strumento giuridico per responsabilizzare chi li commette.

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