Colonialismo italiano e sue benemerenze

 Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

colonie_italiane2Africa Orientale Italiana – Quando fiorivano i deserti e i bambini non morivano di fame

L’imperante retorica antifascista denigra in ogni modo l’esperienza coloniale italiana, paragonandola al colonialismo di rapina delle nazioni cosiddette “democratiche”, Inghilterra in testa.

Con questa breve carrellata a puntate intendiamo perciò confutare questa retorica bugiarda, sulla base delle realizzazioni, del rispetto e della civiltà che hanno improntato il colonialismo italiano e fascista in Africa Orientale, inequivocabilmente attestati da opere imponenti e di sviluppo che, tra l’altro, portarono al significativo miglioramento del tenore di vita di popolazioni fino ad allora oppresse dalla fame, dalla miseria e dalla schiavitù.

 Parte prima

ERITREA

È stata la prima colonia del Regno d’Italia, iniziata con l’acquisizione nel 1882 del porto di Assab e poi nel 1885 di quello di Massaua.

Successivamente il controllo si estese all’entroterra verso l’Etiopia dove però l’Italia finì con lo scontrarsi con il regno di Abissinia del Negus Neghesti Menelik II° che, armato di nascosto dagli inglesi che non gradivano l’espansione italiana, ci sconfisse nelle sanguinose battaglie dell’Amba Alagi (1895) e di Adua (1896) dove i nostri soldati feriti o prigionieri furono torturati e massacrati dagli Abissini.

Nel 1897, ristabilita la pace ed i vecchi confini, la cittadina di Asmara situata su un altopiano a 2.300 metri sul livello del mare fu proclamata capitale dell’Eritrea italiana.

Con l’avvento del Fascismo la politica di espansione e modernizzazione dell’Eritrea fu ripresa

con intensità, ma sempre con spirito di collaborazione e di rispetto verso le popolazioni locali e la natura.

Infatti, mentre le altre nazioni mandavano nelle colonie solo soldati e governatori per rapinarle dei loro beni e ricchezze, l’Italia fascista inviò imprenditori, operai, braccianti, contadini; lo confermano i dati dell’ultimo censimento prima della Seconda Guerra mondiale che davano una presenza di 78.000 civili italiani su un totale di circa 740.000 abitanti (quindi più del 10% della popolazione autoctona).

Lo sviluppo dell’Eritrea fu intenso soprattutto negli anni ’30 che la videro diventare il più importante centro commerciale del Corno d’Africa, con un netto miglioramento del tenore di vita delle popolazioni indigene non eguagliato da nessuna delle colonie africane di altre nazioni.

Questo l’elenco delle principali opere e realizzazioni fatte dall’Italia in Eritrea:

– costruzione della ferrovia Massaua-Asmara e completamento della Asmara-Biscia (iniziata nell’ottocento);

– costruzione di migliaia di chilometri di strade (molte bitumate) e di numerosi ponti;

– ampliamento e potenziamento del porto di Massaua che divenne il principale porto del Mar Rosso ed un importante centro per la pesca (pesce, perle, madreperla, conchiglie);

– costruzione di ospedali e dei prima inesistenti servizi sanitari (ambulatori, dispensari, lebbrosari e tubercolosari);

– costruzione di acquedotti e della diga di Gasc per garantire le irrigazioni delle piantagioni;

– sviluppo zootecnico (ovini, caprini, bovini) e agricolo del grande altopiano (cereali, semi oleosi, legumi, sisal) e del bassopiano (cotone, caffè, tabacco), fin giù verso il deserto della Dancalia (palme, sanseviera, aloe, senna);

– costruzione della teleferica Asmara-Mar Rosso (la più lunga linea aerea “trifune” mai costruita al mondo) indispensabile per superare agevolmente i 2.300 metri di dislivello tra Asmara e il Mar Rosso;

– costruzione di stabilimenti (tessili, alimentari, conciari, del legno, della carta e metalmeccanici) e di una rete di piccoli laboratori per l’artigianato locale;

– costruzione tra il 1936 e il 1941 di gran parte della capitale Asmara (con popolazione a maggioranza italiana) che divenne una città moderna sia come urbanistica che come edifici pubblici e servizi e per questo fu soprannominata la “Piccola Roma”;

– tra i principali edifici costruiti l’Ospedale, il Liceo, la Cattedrale cattolica di Santa Maria, il Palazzo del Governatore, l’avveniristica Stazione futurista (denominata Fiat Tagliero), la Casa degli italiani, il Teatro dell’Opera, il Teatro Santa Cecilia, il Cinema Impero, la Chiesa Ortodossa, il Quartiere Alfa Romeo tutto composto di casette e condomini stile anni ’30.

L’integrazione tra gli italiani e la popolazione locale fu completa e la dimostrazione più lampante fu l’apporto dei reparti di Ascari eritrei (oltre centomila uomini) che combatterono a fianco dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, con un numero minimo di diserzioni rispetto all’elevata percentuale di diserzioni registrata nei reparti coloniali delle altre nazioni.

Non solo, dopo la sconfitta dell’Italia e l’occupazione inglese nel 1941, reparti di Ascari fiancheggiarono gli italiani ancora alla macchia nella guerriglia contro gli inglesi fino alla fine del 1943.

Ben diversa è la storia dell’Eritrea di oggi, dopo le lunghe guerre per l’indipendenza dall’Etiopia (alla quale l’Eritrea era stata annessa alla fine della Seconda Guerra Mondiale) e per il controllo delle miniere ai confini con l’Etiopia stessa ed ora sotto una feroce dittatura che opprime minoranze religiose e dissenso, mentre la popolazione ha cibo e acqua razionati ed i più giovani cercano di scappare, attraverso il Sudan e la Libia, verso il Mediterraneo, l’Italia, l’Europa.

 La Vedetta, anno 19° n. 106 – Febbraio 2014

 Parte seconda

SOMALIA

Verso la fine dell’800 la Somalia del nord era un protettorato inglese mentre l’Italia, in seguito ad un accordo con il Sultano di Zanzibar, aveva ottenuto la concessione del porto del Benadir e del territorio circostante nel sud del Paese.

Nel 1905, con una serie di trattati con i Sultani locali, nacque la colonia italiana con l’acquisizione dei territori della fascia costiera a nord e a sud del porto di Mogadiscio.

Nel 1908, venne ufficialmente costituita l’entità amministrativa denominata Somalia italiana, con capitale Mogadiscio.

Nel 1920, fu costituita la Società Agricola Italo-Somala con il compito di sviluppare l’agricoltura africana.

Con l’avvento del Fascismo l’opera di colonizzazione fu ripresa intensamente sia in Eritrea che in Somalia.

Nel 1924, in attuazione del Patto di Londra, la Gran Bretagna cedette all’Italia come ricompensa per la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale la regione dell’Oltregiuba (situata a sud del fiume Giuba).

Nel 1926, sconfitte le resistenze di alcune tribù, tutta la Somalia italiana fu pacificata nel rispetto della cultura e delle strutture tribali e sociali e della religione locale che era l’Islam.

Come per l’Eritrea, anche in Somalia arrivarono numerosi coloni italiani (soprattutto veneti e lombardi) che la fecero diventare uno degli Stati più sviluppati e socialmente progrediti di tutta l’Africa, mentre prima vi imperavano povertà e schiavitù.

Nel censimento del 1938, gli italiani in Somalia ammontavano a oltre 22.000, dei quali circa 20.000 nella capitale Mogadiscio che contava circa 50.000 abitanti (quindi gli italiani erano il 40% della popolazione).

Questo l’elenco delle principali opere e realizzazioni degli italiani in Somalia:

– ferrovia Mogadiscio-Villaggio Duca degli Abruzzi;

– costruzione della strada Imperiale tra Mogadiscio e l’Etiopia;

– costruzione della diga per il nuovo porto di Mogadiscio;

– costruzione di dispensari, lebbrosari e tubercolosari nei principali centri abitati;

– costruzione di piccole aziende manifatturiere (conserve, cuoio, pellame, pesce, carta, cemento, oli combustibili, benzina, semi oleosi) e di centri per l’artigianato locale;

– sviluppo agricolo di un territorio arido ed in buona parte desertico, con la costruzione di canali di irrigazione per portare le acque dello Uebi Scebeli (fiume dei Leopardi) e del Giuba alle nuove piantagioni di cereali (mais, sorgo, manioca, sesamo), di cotone, canna da zucchero, banane, datteri, arachidi, incenso, mirra e sviluppo della zootecnia (caprini, ovini, bovini);

– costruzione di buona parte dell’attuale capitale Mogadiscio (il Lungomare, il nuovo Porto, la Cattedrale, l’Ospedale, la sede della Banca d’Italia, l’Albergo Croce del Sud,

Corso Vittorio Emanuele III, Viale Littorio, di piccoli quartieri di casette con giardino e copertura a terrazzo) e dei Villaggi Duca degli Abruzzi (una vera e propria cittadina oggi chiamata Giohar) e di Genale.

Grazie ai buoni rapporti di civiltà e rispetto instaurati dagli italiani, molti reparti di Ascari somali combatterono fedelmente a fianco dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale e, anche dopo l’occupazione inglese del 1941, parteciparono fino a tutto il 1943 alla guerriglia anti-inglese con gli italiani alla macchia.

A dimostrazione del civile comportamento dell’Italia, al ritiro degl’Inglesi nel 1949, le Nazioni Unite diedero al nostro Paese l’Amministrazione fiduciaria sulla Somalia fino al 1960.

Invece l’attuale Repubblica di Somalia, formatasi con l’unione della Somalia italiana e del Somaliland inglese, è tornata ad essere una delle Nazioni più povere dell’Africa, dopo due sanguinose guerre con l’Etiopia ed una lunga guerra civile tra opposte fazioni tribali e tra queste e le Corti Islamiche, guerra civile che perdura tuttora malgrado gli interventi dell’Onu e della Comunità internazionale.

Il risultato sono centinaia di migliaia di morti, un milione di profughi e la popolazione restante ridotta alla fame e alla miseria, mentre la prosperosa e civile Somalia italiana resta solo un lontano ricordo nel libro della Storia.

 La Vedetta, anno 19° n. 107 – Aprile 2014, p. 4

Parte terza

ETIOPIA

L’Abissinia, odierna Etiopia, era uno dei più antichi Stati dell’Africa.

Verso la fine dell’800, a causa dell’espansione verso l’interno della colonia Eritrea, l’Italia e l’Impero di Etiopia si scontrarono duramente e dopo la sanguinosa sconfitta italiana di Adua nel 1896 tra i due Stati fu firmato il trattato di pace di Uccialli.

Le ostilità, mai sopite, ripresero però nel dicembre 1934, in seguito all’incidente di Ual Ual, località nel deserto dell’Ogaden al confine tra Etiopia e Somalia italiana, nel quale truppe etiopi spalleggiate da consiglieri militari inglesi attaccarono il presidio italiano formato principalmente da Ascari somali.

Fu l’inizio della guerra d’Abissinia del 1935-36, durata sette mesi e conclusa con la vittoria italiana, malgrado le sanzioni contro l’Italia decise dalla Società delle Nazioni

(predecessore dell’Onu), vittoria che portò alla nascita dell’Impero.

Il Re Vittorio Emanuele III assunse il titolo di Imperatore d’Etiopia e Mussolini quello di Fondatore dell’Impero.

L’Etiopia italiana manteneva come capitale ufficiale Addis Abeba (Regione dello Scioà) ed era divisa in tre governi regionali, quello di Amara (il più popoloso) con capitale Gondar, quello di Harar con capitale la stessa Harar e quello di Galla e Sidama con capitale Gimma.

Provvisoriamente fu nominato Viceré il Maresciallo Pietro Badoglio, poi per alcuni mesi il Generale Rodolfo Graziani e, infine, Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, che resterà tale fino all’occupazione degl’Inglesi nel 1941.

Uno dei primi atti dell’Italia in Etiopia fu l’abolizione della “schiavitù”, pratica fino ad allora molto diffusa.

Nei soli 5 anni di occupazione italiana furono costruite tutta una serie di grandi opere:

– la ferrovia Assab-Addis Abeba (lunga 900 km) che collegava anche le località di Dessié, Tendahò e Ancòber;

– una rete stradale, massicciata e bitumata come le autostrade, lunga 10.794 km con ponti, viadotti e stazioni di servizio (prima c’erano solo “piste” e “carovaniere”);

– una rete di piste camionabili per raggiungere le zone desertiche dell’interno (i relativi cantieri furono spesso attaccati da bande di indigeni equipaggiate dagli Inglesi che controllavano le colonie confinanti);

– urbanizzazione di buona parte della capitale Addis Abeba ma anche dei centri regionali di Gondar, Harar e Gimma, con la costruzione di ospedali, lebbrosari, ambulatori medici, alberghi, chiese e moschee, uffici postali, officine e laboratori artigiani;

– costruzione di acquedotti e di canali di irrigazione per sfruttare le acque del grande fiume Auasc;

– creazione di tutta una serie di Compagnie per lo sviluppo economico dell’Etiopia: quella del cotone, delle fibre tessili vegetali, dei semi e frutti oleosi, del latte e derivati, della lavorazione delle carni, degli allevamenti zootecnici, delle pelli gregge e poi, cementiere, minerarie, del legno, elettriche, dei trasporti, dei laterizi, della birra, degl’impianti telegrafici, degli esplosivi e della flora etiopica.

In quei 5 anni di occupazione la popolazione italiana, prima di poche centinaia di persone, arrivò ad oltre cinquemila, concentrati soprattutto ad Addis Abeba; e quella ch’era la povera Abissinia divenne la regione più fiorente e progredita del continente,

subito dopo il ricco Sudafrica.

Con la Seconda guerra mondiale tutto fu bloccato e, nel 1941, alla caduta dell’Impero, l’Etiopia passò sotto l’occupazione inglese e iniziarono le persecuzioni per la popolazione italiana.

Come l’Eritrea e la Somalia anche l’Etiopia fornì all’esercito italiano molti reparti di Ascari che combatterono fedelmente e, anche dopo l’occupazione inglese, molti di questi Ascari continuarono a combattere a fianco degli italiani alla macchia fino a metà del 1943.

L’Etiopia odierna, dopo i lunghi anni di guerre territoriali contro la Somalia, una carestia negli anni 1984-85 che è costata oltre un milione di morti e le guerre civili tra le opposte fazioni tribali e religiose, è tornata ad essere una delle regioni più povere dell’Africa, con uno degli indici di “speranza di vita” tra i più bassi del mondo.

La Vedetta, anno 19° n. 108 – Giugno 2014

Parte quarta

LIBIA

La conquista della Libia, allora colonia dell’Impero Ottomano, fu intrapresa dal Capo del Governo italiano Giovanni Giolitti che, nel 1911, dichiarò guerra alla Turchia e inviò un Corpo di spedizione di oltre centomila uomini. Dopo un anno di ostilità la Turchia firmò la pace e con l’accordo di Losanna la Libia divenne colonia italiana.

In realtà l’Italia controllava solo la Tripolitania e le città lungo la costa perché, nelle zone interne della Cirenaica e del Fezzan, regnava la guerriglia guidata da Omar al-Mukhtar e da altri capi della confraternita islamica dei Senussi.

Con l’avvento del Fascismo la colonizzazione della Libia riprese con maggiore intensità e la guerriglia, che durava da vent’anni, fu definitivamente sconfitta nel 1931 con la cattura di Omar al-Mukhtar che, giudicato da un Tribunale militare italiano, fu

condannato a morte e impiccato per le atrocità commesse dai libici nei confronti dei soldati italiani presi prigionieri che furono torturati, crocefissi o sepolti vivi nel deserto.

Nel 1934 fu creato il Governatorato Generale della Libia, che unificava Tripolitania e Cirenaica, con primo Governatore, Italo Balbo, che suddivise la colonia in quattro Province, quella di Tripoli con capoluogo Tripoli, quella di Bengasi con capoluogo Bengasi, quella di Derna con capoluogo Derna e quella di Misurata con capoluogo Misurata, oltre al Territorio Militare del Sud con capoluogo Hun, che controllava il Sahara libico.

In quegli anni si registrò l’afflusso di molti coloni italiani (veneti, siciliani, calabresi e lucani) che nel censimento del 1939 erano il 13% della popolazione totale.

Uno dei primi provvedimenti del Fascismo fu la concessione della cittadinanza italiana speciale per i nativi musulmani delle quattro Province libiche entrate a far parte del Regno d’Italia che, a tutti gli effetti, diventavano “Musulmani Italiani della

Quarta Sponda“.

A dimostrazione dell’avvenuta pacificazione e degli ottimi rapporti instaurati, nel marzo del 1937 Mussolini si recò in visita in Libia e ricevette in dono a titolo onorifico da un Capo berbero la Spada dell’Islam (di oro massiccio e intarsiata con pietre preziose) e la qualifica di “protettore dell’Islam“.

Le opere del Fascismo in Libia furono immense: costruzione di buona parte delle città di Tripoli, Bengasi, Tobruk, Misurata e Sirte, con grandi palazzi, ospedali, chiese, moschee, scuole, monumenti, fontane in ogni piazza; costruzione di decine di

moderni villaggi, di strade (famosa la litoranea Via Balbia asfaltata a regola d’arte e che corre lungo tutta la costa che si affaccia sul Mediterraneo), ponti, ferrovie, dighe, acquedotti, industrie, laboratori artigiani e centri per il commercio.

Costruzione di una fitta rete di canali di irrigazione, che permisero la creazione di piantagioni e di insediamenti agricoli e di fattorie con allevamenti anche in zone prima desertiche, il tutto collegato con strade camionabili bitumate.

Il processo di sviluppo finì nel gennaio del 1943 con la sconfitta italiana e l’occupazione da parte delle truppe inglesi, che spogliarono le città di tutto quello che era possibile portare via e lasciarono il resto in stato di abbandono o distrutto e, per gli italiani residenti e gli italo-libici iniziarono lunghi anni di vessazioni e soprusi che

costrinsero molti ad emigrare.

Dopo un periodo di protettorato anglo-francese, nel 1951 la Libia diventò indipendente come Regno Unito di Libia e con sovrano Re Idris I°.

Negli anni cinquanta furono scoperti i primi giacimenti di petrolio, il cui sfruttamento fu assegnato a compagnie petrolifere estere.

Nel 1969, con un colpo di stato militare, prese il potere il colonnello Gheddafi, che instaurò una dittatura socialista e nazionalizzò tutte le attività economiche del Paese comprese quelle degli italo-libici.

Nel 1970 Gheddafi cacciò i circa 20.000 coloni italiani rimasti, dopo averli spogliati di tutti i loro beni e averne confiscato i risparmi e persino i contributi Inps depositati presso le banche locali.

La guerra civile del 2011 pose fine alla dittatura di Gheddafi, che venne ucciso dai ribelli, che instaurarono una debole e fragile democrazia.

Malgrado le ricchezze petrolifere, il grosso della popolazione libica continua a vivere in condizioni di povertà e la Libia, Quarta Sponda italiana fiorente ed ordinata, resta solo uno sbiadito ricordo.

2 Risposte

  • Le realtà descritte, corrispondono a una grande verità, i “danni collaterali” del nostro colonialismo all’Italiana nulla hanno a che vedere con le mattanze eseguite o fatte esguire allora dagli Inglesi sui loro territori e nulla hanno a che vedere con le mattanze attuali degli USA, che come risultato poi non solo non hanno portato benessere là dove ci voleva, ma anzi hanno provocato il disordine mondiale e la nascita dei vari ISIS – DERGH ecc. purtroppo la verità non sempre corrisponde alla VERITA che si vuole propafandare.

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