Costretti a pagare tangenti a Penati per lavorare». Riprende il processo all’ex braccio destro di Bersani, ma nessuno ne parla

 

Segnalazione Quelsi

 

by Eugenio Cipolla

 

penatiA Repubblica è bastato giusto un trafiletto in tredicesima pagina, mentre il Corriere ha concesso il privilegio dell’informazione a una platea di lettori molto ristretta, sbattendo il tutto nell’edizione locale della cronaca di Milano (per questo se ne deduce che chi abita a Roma, non ha avuto la fortuna di leggere quanto stiamo per raccontare).

 

 

L’importante è che non se ne parli o che se ne parli poco. Ieri a Monza è ripreso il processo sul cosiddetto “Sistema Sesto”, il giro di favori e tangenti tra imprenditori e amministratori di centrosinistra della città lombarda.

Nel corso della sua deposizione l’imprenditore Giuseppe Pasini, uno dei grandi accusatori dell’ex presidente della Provincia, Filippo Penati, ha confermato le accuse all’ex braccio di destro di Bersani, imputato per corruzione e finanziamento illecito. «Io ero la mucca da mungere – ha detto – ho dato soldi, li portavo in contanti. Era un sistema Sesto dove non ti facevano lavorare, dove io non sono stato un corruttore, ma ero costretto a pagare per poter fare. Noi imprenditori eravamo tutti nella stessa barca: tutti si doveva sottostare a un determinato sistema. Prima di Penati non era così».

L’imprenditore ha spiegato che «si doveva ripagare Di Caterina, allora trovavano il “Pasini di turno” che li ridava indietro, e in questo modo il partito veniva finanziato sempre, ho chiamato la Banca, non sono cose che si dovrebbero fare». I soldi sarebbero una parte della maxi-tangente da 20 miliardi che, secondo l’accusa, Pasini sarebbe stato indotto a pagare per poter ottenere la licenza a costruire, e riqualificare così l’area Falck.

Era proprio questa area che Pasini voleva recuperare a tutti i costi: «Avevo proposto un progetto meraviglioso per Falck firmato dall’ architetto Botta, con case, parco e terziario, volevamo portare gli uffici di Rai 3 a Sesto, ma non piacque; Penati mi impose l’ architetto Lugli, di Modena, e altri professionisti, li ho pagati tutti, ma non portarono nemmeno un progetto in consiglio». Secondo i pm, il sistema consisteva proprio in questo: imporre figure e società di riferimento dell’ area di centrosinistra, a partire dalle coop rosse dell’ Emilia.

Le dichiarazioni di Pasini, però, sono state contestate dall’avvocato di Penati, Matteo Calori. «Stiamo trattando temi che non hanno nulla a che vedere con il procedimento in corso: quanto concerne le accuse inerenti la concussione per le aree Falck e Marelli è stato prescritto», ha fatto presente il legale, contestando anche le domande del pm, ammesse invece dai giudici per chiarire il «contesto di fondo».

Le imputazioni relative alla riqualificazione delle ex aree Falck, infatti, sono andate prescritte. Penati, nonostante abbia sempre dichiarato in pubblico di rinunciare alla prescrizione, non lo ha mai fatto nel processo, lasciando che si verificasse l’estinzione di alcuni reati di cui era accusato. Oggi l’ex braccio destro di Bersani è imputato per i reati di corruzione, in relazione alla gestione della Milano-Serravalle all’epoca del suo incarico in Provincia.

Eugenio Cipolla | giugno 26, 2014 alle 1:47 pm | Categorie: Giustizia e SocietàItaliaPolitica ed Economia | URL: http://wp.me/p3RTK9-4SU

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