La “chiesa conciliare” austriaca alla vigilia di uno scisma

 

Segnalazione di Federico Prati

 

UOMO SEDUTO IN CHIESANon è una semplice manifestazione di dissenso quella che agita da tre mesi la Chiesa austriaca. È molto di più. È una bomba a orologeria, che potrebbe scoppiare da un momento all’altro e portare a un vero e proprio scisma. Qualcuno, anzi, ritiene che lo scisma di fatto esista già e che si attenda soltanto che se ne prenda atto.

 

 

Del resto, il documento in sette punti, che ha portato allo scoperto una crisi che nel mondo cattolico austriaco era latente da anni, ha un titolo inequivocabile: “Aufruf zum Ungehorsam”, “appello alla disobbedienza”. Se le parole hanno un senso, siamo in presenza di un vero e proprio moto di ribellione, che va preso molto sul serio, perché le tesi contenute nel documento, pubblicato il 19 giugno, nel giorno della festa della Santissima Trinità, sono condivise da una larga maggioranza dei cattolici austriaci praticanti e, secondo Paul Zulehner, teologo della pastorale di Vienna, dall’80% dei sacerdoti.

In altre parole, siamo in presenza di una vera e propria spaccatura tra i vertici della Chiesa austriaca e la base del clero, che il documento del 19 giugno ha fatto conoscere all’opinione pubblica, per l’effetto dirompente delle parole usate (l’appello alla disobbedienza) e per il carisma del sacerdote che sta guidando il dissenso. Si chiama Helmut Schüller, ex vicario generale della diocesi di Vienna, ex direttore generale della Caritas, allontanato dai suoi uffici per divergenza di opinioni dal cardinale Christoph Schönborn e relegato alla piccola parrocchia di Probstdorf, alla periferia orientale di Vienna. Schüller è un prete relativamente giovane, molto noto in Austria, perché era lui, di solito, a intervenire nei talk show televisivi in cui si affrontavano temi religiosi o sociali. Il leader adatto, insomma, per guidare una ribellione.

I sette punti del documento di giugno ribadiscono molte delle istanze avanzate già in passato dal movimento di base “Noi siamo Chiesa”, con la sottoscrizione popolare che nel 1995 raccolse mezzo milione di firme. Riguardano la possibilità di avvicinarsi all’Eucarestia per le persone divorziate e risposate, per i cristiani non cattolici e persino per i fuoriusciti dalla Chiesa, la possibilità per i laici di predicare, le modalità liturgiche in tempi di scarsità di preti (lettura della parola e somministrazione dell’Eucarestia anche da parte di laici e senza celebrazione della messa).

Ma due soprattutto sono le istanze dell’”appello” che difficilmente potranno essere accolte dai vertici della Chiesa austriaca, se non altro perché richiederebbero un improbabile assenso da Roma: l’abolizione del celibato sacerdotale e l’ammissione delle donne al sacerdozio.

A leggere tra le righe dell’”Aufruf zum Ungehorsam” si ha la sensazione che non si tratti tanto di richieste, quanto di constatazioni dell’esistente. I sette punti in effetti riflettono situazioni già presenti nella Chiesa austriaca e note anche ai vertici, ma tollerate, a patto che non se ne parli, secondo quella formula “don’t ask, don’t tell” adottata altrove per i gay nelle forze armate e che in Austria si potrebbe agevolmente applicare ai preti segretamente sposati o conviventi.

Un sondaggio ha rivelato, per esempio, che un quarto dei quasi 4000 parroci vive un rapporto di coppia. I fedeli lo sanno, il vescovo lo sa, ma tutti fingono di non sapere. Don’t ask, don’t tell: finché non se ne parla pubblicamente il problema non esiste. Lo stesso vale per le ormai sempre più frequenti celebrazioni ecumeniche, in cui anche i protestanti sono ammessi alla Comunione. In numerose parrocchie è ormai normale che la predica la tenga un laico.

Uno studio pubblicato lo scorso anno con il titolo “Come va, signor parroco?”, rivela che il 64% dei sacerdoti chiedono alla Chiesa una maggiore apertura nei confronti delle mutate situazioni della vita di oggi, il 79% si esprime contro il celibato dei preti, oltre la metà vorrebbe che anche le donne potessero salire all’altare, come già avviene nella Chiesa protestante presente in Austria.
L’”appello alla disobbedienza”, dunque, non chiede nulla di nuovo. Si limita a sollevare il velo di ipocrisia che copre la condizione sacerdotale e pastorale esistente, deliberatamente ignorata dalle gerarchie. L’alibi del “don’t ask, don’t tell” è caduto e il documento del 19 giugno esige ora un cambiamento. Gli incontri già avvenuti tra i promotori dell’appello e il cardinale Schönborn hanno rivelato soltanto l’esistenza di posizioni inconciliabili. Intanto l’”appello alla disobbedienza” continua a raccogliere consensi sul sito internethttp://www.pfarrer-initiative.at (leggibile in 8 lingue, ma non in quella italiana, la lingua del Vaticano).
Il 6 novembre si terrà a Linz l’assemblea della “Pfarrer Initiative”, il movimento dei sacerdoti nel cui ambito è nato l’”appello alla disobbedienza”. Potrebbe essere quella la data dello scisma.

Nella foto, Helmut Schüller, il prete già braccio destro del cardinale Schönborn, che guida la rivolta nella Chiesa austriaca.
http://intuajustitia.blogspot.it/2014/06/la-chiesa-austriaca-alla-vigilia-di-uno.html

NOI SIAMO CHIESA: DOPO LA “SCOMUNICA”, PARLANO MARTHA HEIZER E EHEMANN GERT
“Continueremo a lottare per la riforma della Chiesa”. Intervista ai due esponenti austriaci del movimento cattolico progressista, scomunicati da papa Bergoglio per aver promosso il dibattito sulle donne sacerdote e celebrato l’eucarestia, senza preti, nella loro casa.

Intervista a Martha Heizer e Ehemann Gert, di Valerio Gigante, da Adista Notizie n. 21/2014

In alcune circostanze (come per la delicata vicenda delle suore Usa)
il papa ha lasciato che i vescovi e le conferenze episcopali locali, o i dicasteri di Curia, decidessero autonomamente su questioni dottrinali e magisteriali senza prendere direttamente parte alla decisione, o intervenire esplicitamente nel merito di esse. A distanza di oltre un anno dalla sua elezione, quella di Francesco sembrerebbe una scelta precisa: apparire all’esterno, cioè all’opinione pubblica laica, come un papa aperto e disponibile a confrontarsi su tutti i temi, che non intende brandire la tradizionale arma dei “valori non negoziabili”, consentendo però, all’interno, cioè nei singoli Paesi e nelle diverse diocesi, che i tradizionali strumenti della repressione del dissenso o di ogni aspetto che contraddica la tradizionale visione teologica e pastorale della Chiesa agiscano indisturbati. Insomma, lasciare agli altri il “lavoro sporco” per non macchiare la propria immagine di “riformatore” e di “uomo del dialogo”.
Il durissimo provvedimento che ha colpito Martha Heizer e suo marito Ehemann Gert sembra rientrare in questa fattispecie.

Heizer, docente di religione a Innsbruck, è cofondatrice e presidente dell’International Movement We are Church (Noi siamo Chiesa), presente in oltre 20 nazioni e considerato il principale movimento cattolico internazionale progressista impegnato per la riforma della Chiesa su temi strategici, come il celibato presbiterale, il sacerdozio femminile, la collegialità, i divorziati risposati, i gay, la povertà, il contrasto alla pedofilia tra il clero. E se in Italia i membri di Noi Siamo Chiesa sono spesso considerati parte del “dissenso” cattolico e tenuti ai margini della vita istituzionale della Chiesa, in altri Paesi (come la Germania e l’Austria) non è così e il movimento, oltre ad avere un forte radicamento presso la base cattolica, è percepito da tanti come parte integrante, seppure su posizioni critiche, della comunità ecclesiale. La clamorosa scomunica di Heizer e di suo marito potrebbe quindi anche essere letta come il tentativo della
gerarchia ecclesiastica di screditarne l’autorevolezza presso l’opinione pubblica cattolica e di depotenziare la portata che i temi di dibattito portati avanti dal movimento in questi anni potrebbero avere, specie in questa fase di forti speranze ed intenso dibattito che sta vivendo la Chiesa sotto il pontificato di Francesco.
Sugli scenari aperti dalla scomunica, Adista ha realizzato una lunga intervista con Martha Heizer e Ehemann Gert, che vi proponiamo qui di seguito. (valerio gigante)

Ci raccontate cosa è successo?
Due anni e mezzo fa un’emittente televisiva nazionale ha chiesto alla nostra comunità di preghiera il permesso di filmarci durante l’Eucaristia che usualmente celebriamo senza prete. Lo facciamo da anni, 4-5 volte l’anno. Eravamo tutti d’accordo, perché volevamo indicare che esiste una via d’uscita al problema della scarsa presenza di preti nelle comunità cristiane. Volevamo anche che venissero a rendersi conto che celebrare l’Eucaristia in un piccolo gruppo come il nostro porta con sé dell’altro, cioè grande ricchezza spirituale e maggiore intimità, rispetto ad una comunità molto più grande, come quella della nostra parrocchia, dove l’atmosfera è molto più impersonale e a volte è difficile partecipare attivamente alla messa. Eppure noi non ci opponiamo affatto alla celebrazioni in comunità più grandi; anzi, continuiamo a parteciparvi. Siamo però altrettanto convinti che attraverso il sacramento del battesimo a tutti sia conferito un
sacerdozio comune. San Pietro nella sua prima lettera parla di cristiani «impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo» (1Pt 25) e che essi sono «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa» (1Pt 2,9). Tuttavia pensiamo che non ogni uomo o donna battezzato/a debba esercitare questo sacerdozio comune, presiedere l’Eucaristia, perché ci pare evidente che non tutti sono adatti a questo.
Celebrando da soli, eravamo pienamente coscienti di aver commesso un “crimine religioso” (graviorum delictum, tra i più gravi delitti), che di per sé, cioè per il semplice fatto di averlo commesso, comporta la scomunica (latae sententiae). Ecco perché il nostro vescovo parla di auto-scomunica.

Il presidente della Conferenza episcopale austriaca, il card. Christoph Schönborn, circa la scomunica che ha vi colpito, ha dichiarato: «Se qualcuno prende una posizione chiara contro qualcosa che è centrale per la nostra Chiesa, come l’Eucaristia e propaga un’idea ben oltre la nostra fede, questo è un grave passo che porta fuori della comunione ecclesiale».
Il cardinale Schönborn definisce il nostro «un grave passo che porta fuori dalla comunione della Chiesa»? Bene, allora i cristiani dei primi secoli erano anch’essi “fuori dalla Chiesa”. Perché «spezzavano il pane a casa prendendo i pasti» (Atti 2,46). Quello che era giusto per loro non può essere sbagliato per noi nel XXI secolo…

Nella stessa dichiarazione il card. Schönborn ha anche aggiunto: «Siamo tutti sotto lo stesso tetto e la porta è sempre aperta per il ritorno di persone colpite da un provvedimento canonico». È il preludio alla possibilità di perdono in caso di “ravvedimento”?
Dopo aver segnalato i fatti alla Congregazione per la Dottrina della Fede, il vescovo della nostra diocesi ha ottenuto il via libera per annunciare ufficialmente che siamo scomunicati, a meno che non ci pentiamo, abiuriamo la nostra visione dell’Eucaristia e ci rendiamo disponibili ad accettare una qualche sanzione. Ci siamo rifiutati di fare alcunché e abbiamo anche dichiarato che non intendevamo accettare il documento ufficiale di scomunica. Lo abbiamo infatti lasciato al vescovo.
Ci siamo rifiutati di accettarlo anche perché nelle forme e nella sostanza, le autorità ecclesiastiche della diocesi e il Vaticano avevano svolto l’inchiesta in modo assurdo e umiliante. I fondamentali diritti umani e le basilari tutele giuridiche – cui siamo abituati come cittadini di una democrazia – sono stati ignorati: nella prima e unica udienza in tribunale abbiamo potuto portare un avvocato, ma non gli è stato permesso di dire una sola parola. Poi abbiamo giurato che avremmo detto la verità. Eravamo allo stesso tempo imputati e testimoni per l’accusa, e, infine, non ci hanno dato il verbale della seduta. Siamo rimasti scandalizzati.
E siamo stati ancora più scandalizzati,direi anzi scioccati, dal venire a conoscenza che i tre “graviora delicta” di cui eravamo imputati ci mettevano sullo stesso piano dei preti che abusano dei bambini. In altre parole, “usurpando l’Eucaristia” il nostro crimine sarebbe stato equiparabile alla pedofilia. Questo costituisce un insulto alla nostra dignità.

Cosa succede ora dal punto di vista canonico?
Il vescovo ci ha informati che saremmo rimasti membri della Chiesa mediante il battesimo, ma che non ci sarebbe stato permesso più di ricevere i sacramenti (ossia la comunione, la confessione e l’unzione degli infermi), o tenere funzioni religiose o svolgere compiti come quello di padrino o madrina, testimoni di nozze, ecc. Però dobbiamo continuare a pagare le tasse alla Chiesa (in Austria vige un sistema diverso dal nostro 8 per mille: chi aderisce ad una confessione religiosa contribuisce obbligatoriamente, tramite la dichiarazione dei redditi, al sostentamento della Chiesa di appartenenza, ndr). Ogni membro della Chiesa austriaca (e tedesca) cattolica deve pagare: sono gli unici Paesi al mondo in cui vige questo sistema. Se ci si rifiutasse, si verrebbe portati in tribunale e si potrebbe incorrere nella confisca dei propri beni.

Pensate sia davvero possibile che il papa non sia coinvolto in questa vicenda?
Francamente non posso dirlo. Anche noi abbiamo appreso la versione ufficiale per cui sarebbe stato il vescovo Scheuer a decidere sul nostro caso, perché rientrerebbe nella categoria delle scomuniche “latae sententiae” su cui la competenza è sua. Noi non siamo esperti di diritto canonico. Qui si dice che papa Francesco stia tentando di ripulire le stalle di Augia (la quinta fatica di Ercole consistette nel pulire le stalle che Augia aveva ricevuto dal padre Elio: si trattava di molti capi di bestiame, immuni da malattie, e che crescevano indefinitamente. Augia non puliva mai le stalle e le scuderie, tanto che il letame che continuava ad accumularsi creava seri problemi, ndr). E che spera di riuscirci.

Dopo la scomunica, che cosa cambierà per voi e per la vita del movimento?
Dal momento che abbiamo rifiutato di accettare la sanzione canonica, continueremo a lottare ed impegnarci per la riforma della Chiesa. Molte persone, a livello locale, come nazionale ed internazionale, sono solidali con noi. Continuano a dirci che abbiamo fatto qualcosa di importante e profetico. Speriamo che sia così. Ci sono poi naturalmente un certo numero di critiche, alcune delle quali molto dure.
Continueremo a celebrare messa nella nostra casa, in Tirolo, o dove ci capiterà di essere. Quanto e in che misura poi il movimento Noi Siamo Chiesa verrà influenzato da questa scomunica, in Austria come altrove, resta tutto da vedere. Alcuni membri di Nsc sono critici, ma la maggioranza ci sostiene. Dopo la Pentecoste, quando si svolgerà la prossima riunione del comitato internazionale, chiederemo un voto di fiducia.
Soprattutto, cerchiamo di tenere a mente il consiglio di rabbi Gamaliele. Al tribunale ebraico convocato per condannare gli apostoli, rei di aver pubblicamente proclamato la risurrezione di Gesù, disse: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (Atti 5,38).

(2 giugno 2014)
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